Maurizio Blondet

05/12/2005

La American Civil Liberties Union (ACLU, il più antico movimento per i diritti civili in America) pubblica il rapporti su 42 autopsie, eseguite dalle stesse autorità militari statunitensi, che lo dichiarano.
Per esempio questa: «Rapporto autoptico finale DOD [Department of Defense] 003164. [Prigioniero] morto a seguito di asfissia da strangolamento, come evidenziato dalla frattura fresca dell'osso ioide del collo e dall'emorragia diffusa dei tessuti molli estesa verso il basso, al livello della cartilagine tiroidea destra. L'autopsia rivela fratture multiple, fratture delle costole, contusioni addominali e posteriori che si estendono fino al fianco sinistro, abrasioni. Contusioni nel retro delle gambe e delle ginocchia. Abrasioni delle dita sinistre e attorno ai polsi. Lacerazioni e tagli superficiali del quarto e quinto dito destro. Tali abrasioni sono riferibili ad ammanettamento. Nessun segno di ferite da difesa o morte naturale. Motivo della morte: omicidio. Whitehorse Detainment Facility, Nassiria, Iraq».
Questo rapporto è particolarmente allarmante, perché alla base Whitehorse di Nassiria operano soldati italiani e la nostra Croce Rossa.
Sono loro i responsabili del centro di detenzione?
O gli americani si sono riservato questo compito da secondini e torturatori?
In attesa di precisazioni (che non verranno) dal ministro Martino, proseguiamo nella lettura dei rapporti resi noti dall'ACLU.



Si parla di un «maschio iracheno di 27 anni morto durante l'interrogatorio condotto da Navy Seals [corpi speciali] a Mossul il 5 aprile 2004. Nel corso della restrizione la persona è stata legata, ammanettata, privata del sonno e sottoposta a trattamenti caldo-freddo, con l'uso di acqua gelida…la causa della morte è detta 'indeterminata', benché l'autopsia asserisca che l'ipotermia possa aver contribuito al decesso».
Un altro iracheno è morto il 9 gennaio 2004 ad Al Asad mentre era «in custodia» dei militari americani.
Al momento del decesso, l'uomo era «in posizione verticale, legato [evidentemente con le mani] allo stipite superiore di una porta, con un bavaglio dentro la bocca»: la morte è dovuta, secondo l'autopsia militare, ad «asfissia e a ferite da percosse».
E così via per la quarantina di rapporti autoptici.
«I documenti provano in modo irrefutabile che agenti USA hanno torturato detenuti fino ad ucciderli», ha detto Amrit Sing, il legale della ACLU (1).
Si noti che l'ACLU ha inviato i dati sulle morti da tortura a tutti i media americani.
Il 95% di questi non ha dato la notizia; a parte alcuni giornali piccoli e locali (onorevole eccezione il Los Angeles Times, che vi ha scritto un lungo articolo).



Non basta.
E' apparso su internet un video che mostra mercenari inglesi della ditta di «sicurezza privata» Aegis Defense Group mentre sparano in modo indiscriminato e senza motivo a civili iracheni che guidavano le loro auto a Baghdad.
Il video è stato postato dagli stessi guerrieri a noleggio per celebrare le loro prodezze, completo di colonna sonora della canzone «Train I ride» di Elvis Presley (oggi il video è stato rimosso).
La Aegis è capeggiata da tale Tim Spider, già tenente colonnello della Guardie Scozzesi, già noto alle cronache criminali per vari fatti: aver trucidato a mitragliate il minorenne Peter Mc Bride a Belfast nel 1992, aver organizzato un piano d'invasione della Papua Nuova Guinea per conto di oscuri finanziatori, per fatti criminali in Sierra Leone.
A questo delinquente abituale, Donald Rumsfeld ha assegnato un contratto da 293 milioni di dollari per mantenere «ordine e sicurezza» in Iraq.
Sparatorie contro i civili avvengono in Iraq ogni giorno.
Sono all'opera 20 mila «militari privati» come Spider, assunti da una sessantina di «ditte per la sicurezza», che non rispondono a nessuno delle loro azioni.
Una sommaria inchiesta del Times ha calcolato oltre 200 «incidenti» dal novembre 2004 ad oggi, che hanno coinvolto i mercenari, di cui 24 sono state sparatorie contro passanti; il numero di morti e feriti causati da tali «incidenti» non è noto.



La CIA ha catturato almeno 3 mila sospetti, che detiene senza processo e senza controllo.
Catturati da speciali «rendition groups» (in genere formati da paramilitari ed «esperti» di interrogatori, «stranieri», ossia israeliani) i sospetti subiscono «trasferimenti» (renditions) o nei Paesi islamici in cui sono nati e dove vengono torturati; o nelle carceri segrete che la CIA ha allestito nell'Est europeo, fra i suoi da poco acquisiti Stati-satelliti (la «nuova Europa»).
Si tratta di vere e proprie sparizioni: le famiglie non sanno più nulla di loro, e nessun altro può controllare a quali trattamenti vengano sottoposti i desaparecidos iracheni.
Di recente il ministro degli Esteri tedesco è intervenuto presso gli USA per far liberare un cittadino tedesco di nome Khaled Masri, che gli americani detenevano da cinque mesi in questo modo: l'uomo era completamente innocente.
In seguito a questo caso, ora l'ispettore generale della CIA pare stia conducendo un'indagine interna su quelli che vengono chiamati, eufemisticamente, «erroneous renditions».

Secondo la stessa NBC (network televisivo non avverso a Bush) sarebbero detenute in luoghi segreti almeno una trentina di «sospetti» i cui nomi sono stati fatti da altri detenuti (ritenuti di Al Qaeda) sotto interrogatorio.
Uno è un professore di liceo che aveva bocciato un «membro di al Qaeda» in mano della CIA: e il giovane di «Al Qaeda» ne aveva fatto il nome per vendetta puberale.
«Prendono la gente sbagliata che non ha alcuna informazione da dare», ammette un funzionario della CIA alla NBC: «in troppi casi c'era solo una vaga relazione con ambienti terroristici».
Persino la NBC ammette che «la pressione sulla CIA» da parte del governo Bush di «prendere membri di Al Qaeda» è la causa di tante detenzioni «basate su indizi vaghi o ipotetici».
Anche il KGB subiva questo genere di pressioni: ai tempi di Stalin doveva completare delle «quote» prefissate di «nemici del popolo» da sbattere nel Gulag.
Spesso, per raggiungere la quota, arrestava a casaccio in retate nelle stazioni ferroviarie.
La CIA sta diventando il nuovo KGB, con le sue prigioni segrete nell'Europa ex-sovietica?
Lo adombra la NBC notando come «sia difficile correggere errori in un sistema basato sulla segretezza».
Altri osservatori in USA dicono, flebilmente, che le torture non hanno portato «buoni risultati» , ossia non hanno prodotto informazioni valide.
Frattanto, nuovi particolari emergono sul bombardamento al fosforo a Falluja.

Il Pentagono, dopo aver negato, ha ammesso: ma si è giustificato sostenendo che i proiettili al fosforo bianco erano diretti contro i combattenti, non contro i civili.
Emerge ora che le forze americane, circondata Falluja, hanno vietato a tutti gli adulti maschi di uscire dalla città.
Poiché in Iraq solo gli uomini guidano e dunque solo maschi erano in grado di portare in salvo le donne e i bambini, ciò significa che intere famiglie sono rimaste nella città sotto i bombardamenti: come del resto è mostrato dalle foto dei cadaveri «caramellati» dall'ustionante.
Questo comportamento configura un crimine di guerra secondo le convenzioni internazionali, e un atrocità degna di un nuovo processo di Norimberga.
Secondo le convenzioni infatti, non solo i civili che chiedono di abbandonare la zona degli imminenti scontri hanno il diritto di farlo e devono essere agevolati in questo; ma anche i combattenti, che vogliono rinunciare al combattimento e si consegnano, devono poterlo fare. L'assunto che tutti i «maschi adulti» sono guerriglieri è criminosa e odiosa.
Moralmente, equivale ai delitti attribuiti, a torto o a ragione, ai nazionalsocialisti a Marzabotto: anche quelli basati sull'assunto che i civili erano in realtà partigiani.



E' inutile dedicare questo promemoria a Condoleezza Rice, che arriva in Europa per rigettare le richieste europee di chiarimenti sulle prigioni segrete e torture, e proclamare unilateralmente che d'ora in poi vigono «nuove regole».
Ma lo dedichiamo a quei molti nostri lettori, che si dichiarano «cattolici», i quali continuano a segnalarmi che il pericolo viene solo dall'Islam.
Allarmati da quel che fanno i musulmani a vari cristiani in Sudan e in Indonesia, finiscono per accettare che «l'Islam ci attacca», ossia si bevono la propaganda americana.
L'alone propagandistico parla di attacchi e attentati dell'Islam alle nostre città; la realtà è che due Paesi musulmani sono sotto occupazione militare USA, e due altri - Siria e Iran - sono minacciati quotidianamente d'invasione.
Naturalmente, per comuni lettori è forse difficile distinguere tra «l'alone» propagandistico diffuso a tappeto dai media, e la realtà: una scusante, tuttavia, che non è ritenuta valida per i tedeschi durante il Terzo Reich: «loro» dovevano vigilare, denunziare, disobbedire.
E noi, oggi, non abbiamo il dovere di denunciare il nuovo Reich nascente, avvolto dalle sue menzogne e dalla sua propaganda?



Non è accettabile, da gente che si dice cattolica, la sordità morale di fronte alla «nuove regole» proclamate dal regime USA.
Questi cattolici dicono che, in fondo, contro i musulmani, nostri nemici storici, «tutto è concesso», anche la tortura e la detenzione illegale.
Cattolici che certamente s'indignano, com'è permesso e politicamente corretto, alla lontana e dubbia memoria di «atrocità» nazionalsocialiste, approvano che fatti atroci vengano commessi sotto i loro occhi, oggi.
Anche contro innocenti iracheni che, magari hanno sofferto sotto Saddam e ora vengono sparacchiati per la strada a casaccio da mercenari occidentali, bombardati al fosforo, deportati all'insaputa delle loro famiglie, «interrogati» con metodi criminali.
Tanto sono islamici.
Questo atteggiamento è moralmente intollerabile.
E' insieme ripugnante e vile, perché plaude segretamente a fatti che «noi cattolici» non faremmo - ah, questo no - ma che siamo contenti di lasciar fare ad americani ed ebrei.
Dopotutto, difendono la nostra civiltà.
Bisognerà ricordare a questi «cattolici» amici della barbarie che cos'è la nostra civiltà.

Ci si vergogna a doverlo fare, dato che la tutela dei prigionieri di guerra dovrebbe essere evidente per sé a una coscienza che si autodefinisce cristiana.
Uno dei frutti più difficili e alti della nostra civiltà - parte del fiore supremo della cultura giuridica internazionale, lo jus publicum aeropaeum - sono le leggi di guerra.
Quelle che gli americani stracciano oggi come chiffons de papier, con un atto di tradimento inaudito.
Perché anche gli Stati Uniti hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1948.
E visto che Washington e Londra hanno definito «guerra» l'invasione di Afghanistan e Iraq (due altri Paesi firmatari, che non hanno compiuto alcun atto di guerra contro gli USA), è la Convenzione di Ginevra che va applicata per giudicare le azioni degli alleati.
Secondo la Convenzione, qualunque combattente catturato in queste guerre ha titolo alla condizione di «prigioniero di guerra», a meno che a) non sia definibile come «terrorista» (nel qual caso va sottoposto a processo penale con i normali diritti alla difesa e a portare testimoni a discarico) oppure, b) che sia definibile come «combattente illegittimo» ossia partigiano e irregolare (2).



Nell'uno e nell'altro caso, la Convenzione esige che, in caso dubbio (quando il combattente irregolare non sia colto con le armi in pugno) a decidere sia almeno un «tribunale competente», militare sì, ma con diritti riconosciuti alla difesa legale.
L'amministrazione Bush nega ai suoi catturati lo stato di prigioniero di guerra, e pretende di decidere da sé, senza «competenti tribunali» di mezzo, quali di loro siano terroristi e quali combattenti illegittimi.
E li detiene in carceri segrete, senza renderne pubblici i nomi, senza possibilità di controllo indipendente sulle loro condizioni.
In ogni caso, anche i non-prigionieri di guerra hanno titolo a non essere torturati o sottoposti a trattamenti degradanti durante la detenzione e gli interrogatori.
Il Protocollo I della Convenzione sui conflitti internazionali, firmato dagli USA e da ogni altro Paese civile, assicura alcune garanzie elementari a qualunque tipo di prigioniero.
Fra l'altro, e specificamente, proibisce la tortura fisica e mentale, i trattamenti degradanti e umilianti della dignità personale od ogni forma di aggressione indegna: tutto ciò insomma che è stato fatto ai detenuti di Abu Ghraib.
Gli USA hanno anche firmato la «Convenzione contro la tortura» del 1984, che vieta anche «altri atti di trattamento o di punizione crudeli, inumani o degradanti» che «non raggiungono l'intensità della tortura».
Sono queste le leggi che gli USA violano, e per le cui violazioni gli USA condannarono i dirigenti nazionalsocialisti a Norimberga.



Dick Cheney sostiene che la CIA, non essendo un corpo militare, è esente dal diritto di guerra riguardante la tortura (ma allora perché non anche le SS? Dopotutto, non erano parte dell'esercito regolare); i suoi caudatari ripetono che «la tortura serve per salvare vite umane» facendo sputare a «terroristi» (presunti) informazioni urgenti; e sostengono che lo status di prigioniero di guerra assegnato a questi individui vieterebbe di interrogarli.
Ciò è falso: un prigioniero di guerra non può essere costretto con la forza o la tortura a dare informazioni, ma può essere interrogato, e un abile interrogatorio conduce a raccogliere informazioni d'intelligence più certe di quelle estorte col dolore fisico.
In ogni caso, il diritto internazionale, firmato da Washington, non ammette eccezioni alle garanzie fondamentali dei prigionieri, siano regolari o irregolari.
Se ci sono ancora persone che hanno a cuore la civiltà occidentale, non devono dimenticare che le persone attualmente detenute in carceri segreti dell'Est, da parte della CIA, stanno ancora sotto la piena protezione del diritto internazionale.
Dimenticarli - sapendo che tanti di loro sono innocenti, e tutti lo sono fino a prova contraria, significa ridurli a cose; significa accettare che la «civiltà occidentale» si sta tramutando in «barbarie occidentale», e contribuire a questa barbarie.
La civiltà europea riconosce che anche il nemico - fosse anche il musulmano - ha diritto alla giustizia e alla dignità.

La civiltà occidentale «è» lo jus bellicum, è la Convenzione di Ginevra.
Gettarla nel gabinetto con la scusa che tanto i musulmani non la applicano, e che la civiltà occidentale deve difendersi contro di loro con ogni mezzo, significa che non c'è più civiltà da difendere.
Significa anche che l'America non è più «civiltà occidentale»: penetrata profondamente nell'Asia con le sue armate, essa ha adottato il modo di guerra asiatico, e si comporta come una potenza asiatica.
Non a caso Thomas Donnelly, un analista dell'American Enterprise (il centro neocon che è la stanza di regia della «guerra mondiale al terrorismo» americana), incita in un suo saggio a «imparare a vivere senza l'Europa» (3), colpevole di sottilizzare troppo sui prigionieri e torturati: tanto la vecchia Europa diventa sempre meno importante economicamente.
Lo stesso Donnelly ora ha pubblicato un'altra analisi in cui esalta la nuova «coalizione dei quattro grandi»: oggi i veri alleati utili degli USA, potenza non europea, sono tre altre grandi potenze non europee - e Donnelly cita India, Giappone e Gran Bretagna. I quattro grandi non-europei, dice, si stanno unendo per accerchiare la Cina; o meglio, l'intera Eurasia, considerata in blocco come potenzialmente nemica, e rispetto a cui Gran Bretagna, Giappone, India e USA si trovano geopoliticamente «ai margini esterni» (4).
Anche in termini di «civiltà».



Poichè Donnelly lavora per l'American Enterprise di Perle, Wolfowitz e Ledeen, che è un covo di likudnik israeliani, ha il pudore di non citare la quinta grande potenza asiatica, che guida di fatto la coalizione dei quattro: Israele, terza potenza atomica del pianeta.
Nel cui interesse è scatenata la guerra in corso.
Perché è da lì che vengono le «nuove regole» di non-diritto internazionale.
Lì sono stati sperimentati e applicati la tortura, l'aggressione indiscriminata ai civili, la devastazione delle proprietà palestinesi le detenzioni occulte e senza processo, gli assassini mirati e no, anche di incarcerati.
Lì hanno imparato a trattare i palestinesi come cose.
E nemmeno questo è casuale, caro lettore filo-israeliano che mi rimproveri simpatie per i musulmani.
Il fondamento di quelle pratiche è nella «religione» rabbinica e nella cultura ebraica, esclusivista e razzista, che non riconosce nel non-ebreo un altro uomo.
I rabbini chiamano i non ebrei «animali parlanti» (5).
Non si tratta di civiltà occidentale, e tanto meno cristiana: anzi è il suo contrario.
E' pura ideologia asiatica.



Maurizio Blondet




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Note
1)Peter Phillips, «Hard evidence of US torturing prisoners to death ignored by corporate media», Commondreams, 2 dicembre 2005.
2)Molte delle pretese «atrocità nazionalsocialiste» riguardano questo caso: l'esecuzione immediata di partigiani, «combattenti illegittimi». In realtà, la Convenzione di Ginevra ammette questa possibilità: nell'interesse stesso dell'umanità del conflitto, la partecipazione di civili armati essendo un contributo al suo imbarbarimento. E le forze armate regolari del Reich si attennero scrupolosamente alla distinzione fra combattenti legittimi ed illegittimi.
3)Thomas Donnelly, «Learning to live without Europe», AEI, 1 maggio 2004.
4)Thomas Donnelly, «The big four alliance», AEI, 2 dicembre 2005.
5)Confronta «I segreti della dottrina rabbinica», I. B. Pranaitis, Effedieffe edizioni, 2005.




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