A quarant’anni da quell’evento, il presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, Walter Brandmüller, fa chiarezza sulla sua storia. E l’8 dicembre il papa tira le somme
di SANDRO MAGISTER
ROMA, 5 dicembre 2005 – C’è grande attesa per quello che Benedetto XVI dirà nell’omelia della messa dell’8 dicembre in San Pietro, a quarant’anni giusti dalla fine del Concilio Vaticano II.
Su questo evento e su ciò che ne è seguito i giudizi nella Chiesa sono discordi. È diffusa l’idea che il Vaticano II abbia segnato un “nuovo inizio” nella storia Chiesa e che dogmi, leggi, strutture, tradizioni siano entrati grazie ad esso – grazie al suo “spirito” più che alla lettera dei suoi testi – in una fase di riforma permanente.
Ma in più occasioni Joseph Ratzinger ha mostrato di non condividere tale lettura dei fatti. E così – tra altri – il suo cardinale vicario per la diocesi di Roma, Camillo Ruini.
Lo scorso giugno Ruini ha detto: “È tempo che la storiografia produca una nuova ricostruzione del Vaticano II che sia anche, finalmente, una storia di verità”.
Bersaglio della critica del cardinale era, in particolare, la storia del Concilio Vaticano II prodotta dalla “scuola di Bologna” con l’ausilio di una équipe internazionale, tradotta in varie lingue e molto letta in tutti i continenti, ma giudicata da Ruini e dallo stesso Ratzinger come “debolissima e senza appiglio reale nel corpo della Chiesa”.
L’omelia di Benedetto XVI dell’8 dicembre – si prevede – non affronterà la questione sotto il profilo storico.
Invece questo ha fatto nei giorni scorsi un breve ma denso scritto del presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, monsignor Walter Brandmüller, connazionale dell’attuale papa, pubblicato sul quotidiano della conferenza episcopale italiana.
Su “Avvenire” del 29 novembre, Brandmüller ha messo in evidenza gli elementi “assolutamente nuovi” che distinguono il Vaticano II dagli altri Concili che l’hanno preceduto nella storia.
Ha messo in luce il “grado molto diverso di obbligatorietà” dei suoi documenti e il suo “timore di pronunciare condanne dottrinali e definizioni dogmatiche”.
Ha spiegato perché da esso sia venuto uno scisma come quello di Levebvre e perché a poca distanza dalla sua conclusione alcuni abbiano subito invocato un nuovo Concilio.
Ma soprattutto Brandmüller ha mostrato l’insostenibilità storica – oltre che teologica – di un’interpretazione del Concilio Vaticano II “come un inizio totalmente nuovo, come se fosse il superdogma che rende tutto il resto irrilevante”: parole, queste ultime, riprese da Ratzinger.
Oltre che presidente dal 1998 del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 e professore emerito dell’università di Augusta, Brandmüller è direttore dell’“Annuarium Historiae Conciliorum” – la più importante rivista scientifica internazionale sulla storia dei concili, che ha fondato con Remigius Bäumer nel 1969 – e dirige la collana “Konziliengeschichte”.
Ecco qui di seguito il suo scritto apparso su “Avvenire” del 29 novembre 2005. Fa da prefazione ideale a ciò che dirà Benedetto XVI nell’omelia dell’8 dicembre.




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