La Jervolino getta la spugna e lascia i veleni di Napoli

Se vorrà fare politica dovrà tornare a Roma

di Sergio Menicucci


“Ho mangiato pane e amarezze” . Ma anche il suo leader della Margherita Francesco Rutelli aveva mangiato “pane e cicoria” . Rosa Russo Jervolino ha gettato la spugna. Dalla sua Napoli non si sarebbe aspettata tanta ingratitudine. Dovrà trovare altri lidi e tornare a Roma se vorrà continuare a “fare politica”, la sua passione preferita. Lascia la metropoli campana e la carica di sindaco con dispiacere. Le stanze di Palazzo San Giacomo, con la bella vista sul Molo Beverello e del “pennacchio” del Vesuvio, non fanno più per lei. E’ sempre amaro per un politico lasciare. Figuriamoci se costretto dal “fuoco amico”, dalle bordate a cui è sottoposto dai colleghi di partito e della coalizione. Jervolino si sente una “dura” politicamente parlando, una donna per la quale la politica “è tutto”. E’ stata tante cose nella Democrazia cristiana dopo la morte del marito anche lui leader dc. Ha anche ricoperto l’incarico di ministro dell’Interno. Ne ha viste di tutti colori. Ma non si aspettava che la “cuocessero” sulla graticola come San Sebastiano a fuoco lento.

E così dopo aver tanto lottato, “ob torto collo” lascia e non raddoppia con una scia di veleni dietro spalle. Le è stato negato anche il palcoscenico della sorpresa perché da mesi era ormai evidente che per Rosa Russo Jervolino non ci sarebbe stato un bis, come avverrà per Walter Veltroni a Roma o come è avvenuto per tanti altri sindaci dell’Ulivo. Lo aveva anticipato a Montecitorio Ciriaco De Mita. Per lei l’Unione è stato un covo di vipere. Tutti pronti a scaricare sulla “sindaca” i mali di Napoli. Cinque anni di inferno. La realtà è che dopo l’elezione del 2001 al ballottaggio con Antonio Martusciello della Casa delle Libertà non c’è stato mai un feeling stretto tra sindaco e assessori, tra sindaco e maggioranza, tra sindaco e la gente nonostante i proclami che per l’amministrazione Jervolino tutto andava bene. Innanzitutto pesava sulla prima cittadina l’ombra del governatore Antonio Bassolino. E poi le sue insufficienze. E mentre la Jervolino abbandonava, Napoli stava vivendo l’ennesimo dramma di sangue. Quattro giorni, tre morti ammazzati in pieno giorno, tra la gente, senza pietà. Dopo Scampia e Secondigliano le faide dei clan si sono spostate al centro, costringendo Napoli e la periferia a vivere sotto l’incubo della camorra. Sembrava che esaurita la scia di sangue scaturita dalla guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti dopo i tanti arresti effettuati dalle forze dell’ordine, si potesse tornare alla normalità.

Invece no perché l’esplosione della camorra affonda le radici nel degrado della città, nella mancanza di vitalità culturale e sociale. Si scopre così che l’industria del crimine assolda manovalanza albanese, rumena, nordafricana e che c’è il racket persino sul fitto dei “bassi” agli immigrati. Basta scendere alla stazione centrale in piazza Garibaldi per vedere il vasto mondo di sbandati e di gente che si arrangia con ogni mezzo. Superata la variabile Jervolino i partiti sono alle prese con le candidature. A sinistra ci sono confusione e lotta nella convinzione di non dover lasciare Palazzo San Giacomo. La tela è tessuta dal “ vecchio marpione democristiano” Ciriaco De Mita, ancora sulla breccia come segretario regionale del partito di Rutelli. Ma i Ds vorrebbero una loro esponente per continuare la tradizione dei Valenzi e Bassolini. L’avrebbero individuata nell’assessore Teresa Armato, diesse doc. A destra i giochi sono ancora aperti, anche se Antonio Martusciello e Alfredo Vito hanno lanciato Alessandra Mussolini, che fece tremare, quando era in An, Bassolino. Ora però il suo movimento “Alternativa sociale” è fuori della Casa delle libertà.