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Risultati da 1 a 10 di 42

Discussione: aaaaaHHHHHH

  1. #1
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    Predefinito aaaaaHHHHHH

    De la démocratie

    Le but de toute association politique est la conservation des droits naturels et imprescriptibles de l’homme ; ces droits sont la liberté, la propriété et la résistance à l’oppression.

    la democrazia


    lo scopo di ogni associazione polica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo; questi diritti sono la libertà, la proprietà e la resistenza all'oppressione

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    De la démocratie

    Le but de toute association politique est la conservation des droits naturels et imprescriptibles de l’homme ; ces droits sont la liberté, la propriété et la résistance à l’oppression.

    la democrazia


    lo scopo di ogni associazione polica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo; questi diritti sono la libertà, la proprietà e la resistenza all'oppressione
    Proprietà non vuol dire opprimere gli altri.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    Proprietà non vuol dire opprimere gli altri.
    dipende da cosa intendi tu per oppressione

    gli scioperanti di un servizio pubblico non opprimono forse la cittadinanza e il loro datore di lavoro?

    se hai il tempo di leggere una cosa forte che ho scelto per il Komuniska Fabiosko te la posto

  4. #4
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    Predefinito per chi è abituato a cose forti e per chi vuole conoscere liberalismo e anarcocapital

    Ludwig von Mises

    “Socialismo: Analisi Economica e Sociologica”

    ed. 1990 seconda edizione tedesca 1932

    Parte V Il Distruttivismo

    Cap. quarto
    I Sindacati Operai

    L’interrogativo fondamentale per comprendere le conseguenze economiche e sociali del sindacalismo consiste nel chiedersi se, nell’ambito di un’economia di mercato, il lavoro possa ottenere una più alta e duratura remunerazione ricorrendo all’associazionismo e alla contrattazione collettiva. A questa domanda la teoria economica – sia quella classica (compresa l’ala marxista), sia quella moderna (inclusa pure l’ala socialista) – risponde categoricamente in modo negativo. L’opinione pubblica ritiene che i fatti abbiano dato prova della capacità del sindacalismo di migliorare le condizioni dei lavoratori, in quanto è salito in modo costante il tenore di vita delle masse negli ultimi cento anni. Tutto questo viene spiegato dagli economisti in una maniera totalmente diversa. A loro avviso tale miglioramento è dovuto al progresso del capitalismo, alla progressiva accumulazione del capitale e al suo corollario: l’incremento della produttività marginale del lavoro. Non c’è dubbio che dobbiamo dare maggiore credito alle idee degli economisti in una maniera totalmente diversa. A loro avviso tale miglioramento è dovuto al progresso del capitalismo, alla progressiva accumulazione del capitale e al suo corollario: l’incremento della produttività marginale del lavoro. Non c’è dubbio che dobbiamo dare maggiore credito alle idee degli economisti, sostenute come sono dall’andamento reale degli eventi, che non alle credenze ingenue di uomini che argomentano semplicemente in base al post hoc ergo propter hoc. È vero che questo punto fondamentale è stato completamente frainteso da migliaia di validi capi dei lavoratori, uomini che hanno dedicato tutta la loro vita all’organizzazione dei sindacati,e da molti eminenti filantropi, che hanno difeso il sindacalismo come la pietra angolare della futura società. È stata la vera tragedia dell’era capitalistica che questo atteggiamento fosse errato e che il sindacalismo sia diventato l’arma principale del distruttivismo. L’ideologia socialista ha celato così bene la natura e le caratteristiche del sindacalismo che oggi è difficile capire che cosa siano e che cosa facciano i sindacati. La gente è ancora propensa a trattare il problema delle associazioni dei lavoratori come se fosse una questione di libertà di associazione e di diritto allo sciopero. Il punto è tuttavia che da decenni agli operai sono garantiti la possibilità di associarsi liberamente e il diritto di sciopero anche in violazione del contratto di lavoro. Nessuna legislazione nega loro tale diritto, poiché i danni legali che potrebbero essere addossati ai singoli operai quando scioperano rompendo il contratto di lavoro, praticamente non hanno importanza. È così che perfino i più strenui difensori del distruttivismo hanno appena osato reclamare per i lavoratori il diritto di infrangere a volontà gli obblighi contrattuali. Allorché in anni recenti alcuni Paesi, e fra questi la Gran Bretagna, culla del moderno sindacalismo, hanno cercato di limitare il potere della politica sindacale, questo non fu fatto con lo scopo di eliminare quella che essi consideravano l’azione non politica del sindacalismo. La legge del 1927 ha tentato di bandire gli scioperi generali e quelli per la solidarietà, ma non ha in alcun modo limitato la libertà di associazione, né tantomeno lo sciopero finalizzato al conseguimento di miglioramenti salariali. Lo sciopero generale è sempre stato considerato – sia dai suoi sostenitori, sia dai suoi oppositori – come una misura rivoluzionaria o addirittura come l’essenza della rivoluzione stessa. L’elemento vitale nello sciopero generale è la paralisi più o meno totale della vita economica della comunità, in vista del raggiungimento di alcuni fini desiderati. Quanto successo possa avere uno sciopero possa avere lo si è visto allorché il putsch di Kapp, sostenuto sia dall’esercito regolare tedesco sia da una grande forza armata irregolare, e che aveva costretto il governo ad abbandonare la capitale, è stato sconfitto in pochi giorni da uno sciopero generale. In questo caso l’arma dello sciopero generale venne usata per difendere la democrazia. Tuttavia il fatto che si sia simpatetici o meno con l’atteggiamento politico della classe operaia organizzata non ha alcuna importanza. Il fatto è che, in un paese dove il sindacalismo è abbastanza forte da mettere in moto uno sciopero generale, il potere supremo è nelle mani delle organizzazioni sindacali e non in quelle del parlamento e del governo che ne dipende. È stata la comprensione del vero significato del sindacalismo e del suo funzionamento a ispirare ai sindacalisti francesi l’idea di fondo secondo cui la violenza è il mezzo di cui i partiti politici si devono servire per arrivare al potere. Non si dovrebbe mai dimenticare che la filosofia della violenza, che ha sostituito i concilianti insegnamenti del liberalismo e della democrazia, è iniziata come filosofia del tradunionismo. Sindacalismo non è altro che il termine francese per tradunionismo. L’esaltazione della violenza che caratterizza la politica del sovietismo russo, del fascismo italiano, del nazismo tedesco, e che oggi minaccia seriamente tutti i governi democratici, scaturisce dagli insegnamenti dei sindacalisti rivoluzionari. L’essenza del problema dei sindacati sta nell’obbligo di associarsi e di scioperare. I sindacati reclamano il diritto di allontanare dall’impiego tutti coloro che rifiutano di aderire alle loro formazioni e tutti quelli a cui non consentono di associarvisi. Tali formazioni rivendicano il diritto di scioperare a piacimento e di impedire a chiunque di sostituire gli scioperanti. Reclamano il diritto di prevenire e di punire con la violenza le azioni degli altri, di chi si oppone alle loro decisioni, e di poter adottare misure tali che la violenza da essi esercitata abbia successo.
    Ogni associazione diventa più lenta e cauta quando che ne ha il controllo invecchia. Le associazioni di combattimento perdono allora il desiderio di combattere e la capacità di superare i loro avversari attraverso l’azione rapida. Gli eserciti delle Potenze militari, primi tra tutti quelli dell’Austria e della Prussia, hanno più volte imparato che è difficile vincere quando si è comandati da generali anziani. I sindacati non fanno eccezione a questo principio. Può così accadere che alcuni dei sindacati più vecchi e pienamente sviluppati perdano, momentaneamente, parte della loro volontà distruttivistica di attacco e la prontezza di agire. Così, nel caso in cui il veterano respinge la politica distruttiva del giovane impetuoso, uno strumento di distruzione si trasforma per il momento in un mezzo che mantiene lo status quo. È questo il motivo per cui radicali hanno sempre avversato i sindacati, ed è esattamente questa la giustificazione che, al contrario, i sindacati hanno portato quando hanno voluto l’aiuto delle classi non socialiste della comunità nella loro opera di allargare la sindacalizzazione obbligatoria. Nelle lotte distruttive dei sindacati, quelle di questo tipo sono però pause di breve respiro. Coloro che hanno continuamente trionfato sono quelli che hanno sostenuto una lotta permanente senza tregua contro l’ordine sociale capitalistico. Gli elementi violenti o hanno espulso i vecchi leader sindacali oppure hanno fondato nuove organizzazioni al posto delle vecchie. E non poteva essere che così. Infatti, coerentemente con l’idea sulla quale si sono sviluppate, le associazioni dei lavoratori in sindacati sono immaginabili solo come arma di distruzione. Abbiamo già mostrato che la solidarietà dei membri del sindacato si può costruire unicamente sull’idea di una guerra volta a distruggere l’ordine sociale basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. L’idea di base, non solo l’azione pratica dei sindacati, è la distruzione.
    La pietra angolare del sindacalismo è l’iscrizione obbligatoria. Gli operai si rifiutano di lavorare con uomini che non appartengono a nessuna delle associazioni che essi riconoscono. Escludono dal lavoro i non iscritti, minacciando di scioperando effettivamente. Coloro che non aderiscono al sindacato vengono talvolta costretti a farlo attraverso vessazioni. Ora, dire che tutto ciò rappresenta una grave violazione della libertà personale è totalmente superfluo. Neanche i sofismi dei sostenitori del distruttivismo sindacale sono stati in grado di rassicurare l’opinione pubblica su questo punto. Tant’è che, quando episodi particolarmente clamorose di violenza contro un lavoratore sindacalizzato vengono alla luce , perfino i giornali che altrimenti stanno più o meno dalla parte dei movimenti distruttivistici, si mettono a protestare.
    L’arma del sindacato è lo sciopero. Bisogna tener presente che ogni sciopero è un atto di coercizione, una forma di estorsione, una misura di violenza rivolta contro tutti coloro che potrebbero ostacolare le finalità perseguite dagli scioperanti. Infatti se l’imprenditore potesse fare delle assunzioni con le quali sostituire gli scioperanti, o se soltanto una parte dei lavoratori aderisse allo sciopero, lo scopo dello sciopero sarebbe sconfitto. Il diritto dei sindacati, piaccia o non piaccia, è in effetti il diritto a procedere con bruta violenza contro coloro che non scioperano; ed è questo un diritto che i lavoratori hanno mantenuto con successo. Il modo in cui esso è stato ottenuto dai sindacati di diversi paesi non è qui di nostro interesse. È sufficiente però dire che negli ultimi decenni tale diritto si è affermato ovunque, più che con espliciti provvedimenti legislativi, col tacito consenso dei pubblici poteri e della legge. Per lunghi anni, in ogni parte d’Europa, è stato difficile contrastare lo sciopero attraverso l’assunzione di sostituti. È stato solo possibile evitare, per un lungo periodo di tempo, gli scioperi nei servizi ferroviari, elettrici, idrici, e nelle più importanti industrie di generi alimentari per il rifornimento delle città. Ma anche qui il distruttivismo ha avuto alla fine il sopravvento.
    Nessuno si è seriamente opposto all’opera distruttivista del sindacalismo. Eppure, non c’è mai stata una teoria dei salari da cui si potesse dedurre che le associazioni sindacali portano a un incremento permanente del reddito reale dei lavoratori. Lo stesso Marx si è ben guardato dall’affermare che i sindacati possono avere un qualsiasi effetto sui salari. In un discorso pronunciato nel 1865 all’assemblea generale dell’internazionale socialista, egli ha cercato di convincere i suoi compagni a collaborare con i sindacati. Le sue parole introduttive rivelano il suo obiettivo nel far questo. L’opinione che tramite gli scioperi non si potesse ottenere un aumento dei salari – opinione sostenuta in Francia dai prudhoniani e in Germania dai lasalliani – era, afferma Marx, «molto impopolare presso la classe operaia». Le sue grandi qualità tattiche, che un anno prima gli avevano permesso, nel suo indirizzo inaugurale, di saldare in un programma unitario i giudizi più diversi sulla natura, gli scopi e i compiti del movimento sindacale all’Internazionale socialista, Marx giunse a dire tutto il sostenibile a favore dei sindacati. Tuttavia, egli fece attenzione a non affermare che la posizione economica dei lavoratori può venire migliorata direttamente dai sindacati. A suo avviso, il compito principale dei sindacati è quello di guidare la lotta contro il capitalismo. La funzione affidata alle organizzazioni sindacali non lascia dubbi sull’esito che egli attende dal loro intervento. «Al posto del motto reazionario: “un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema di lavoro salariato”. Essi, i sindacati, non conseguono, in generale, il loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli affetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per le liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del lavoro salariato.» difficilmente Marx avrebbe potuto esprimere in modo più chiaro il proprio pensiero, dichiarare in maniera più esplicita la sua idea del sindacalismo come strumento con cui distruggere l’ordine capitalistico. Restava da asserire, per gli economisti «realisti» e per i marxisti revisionisti, che i sindacati erano in grado di mantenere i salari sempre al di sopra del livello al quale sarebbero rimasti senza il sindacalismo. Non vi è bisogno di discutere questo punto , in quanto non è stato compiuto alcun tentativo per sviluppare da esso una teoria. Rimane un’affermazione che viene sempre avanzata senza alcun riferimento all’interdipendenza dei fattori economici e senza alcun tipo di dimostrazione. La politica dello sciopero, della violenza, del sabotaggio, non può assolutamente vantarsi di avere migliorato le condizioni dei lavoratori. Ha contribuito a scuotere dalle fondamenta, abilmente costruito, della economia capitalistica; un edificio in cui tutti, dal più ricco al più povero, vedono continuamente crescere la loro parte. E ha operato nell’interesse non del socialismo ma del sindacalismo.
    Se i lavoratori delle cosiddette industrie non essenziali avessero successo nella loro richiesta di avere salari al di sopra del livello stabilito dalla situazione del mercato, ne seguirebbe una allocazione che metterebbe in moto forze che condurrebbero alla fine a un riaggiustamento dell’equilibrio del mercato disturbato. Se fossero però i lavoratori di settori vitali a far valere, attraverso scioperi e minacce di sciopero, le loro richieste di salari più alti e a reclamare tutti quei diritti rivendicati nella lotta per i salari da altri lavoratori, la situazione sarebbe completamente diversa. Sarebbe fuorviante dire che quei lavoratori si assicurano così un monopolio, perché la questione si trova fuori dal concetto di monopolio economico. Se i lavoratori di tutte le imprese di trasporto scioperassero e fossero in grado di impedire qualsiasi azione finalizzata a indebolire l’effetto che essi si attendono dal loro sciopero, essi sarebbero gli assoluti despoti del territorio sotto il loro dominio. Si potrà anche dire, ovviamente, che fanno un uso equilibrato del loro potere, ma questo non cambierebbe il fatto che sono essi ad avere il potere. In una situazione del genere, ci sarebbero solo due classi nel Paese: quella dei membri dei sindacati dei settori produttivi primari, e il resto della popolazione, composta di schiavi senza diritti. Si arriverebbe al punto in cui i cosiddetti «lavoratori indispensabili dominano le rimanenti classi attraverso la legge della violenza».
    E, parlando ancora una volta di potere, sarebbe bene chiedersi a questo punto su che cosa questo potere, assieme a tutti gli altri poteri trovi il suo fondamento. Il potere dei lavoratori organizzati in sindacati, davanti a cui il mondo oggi trema, ha esattamente le stesse basi del potere di un qualunque tiranno di una qualsiasi epoca; esso non è niente più che un prodotto di ideologie umane. Per decenni è stata inculcata nella mente degli uomini l’idea che l’unione dei lavoratori nel sindacati fosse necessaria e utile per il singolo individuo come per la comunità, che solo il perfido egoismo degli sfruttatori può pensare di battere i sindacati, che negli scioperi gli scioperanti hanno sempre ragione, che difficilmente ci potrebbe essere un’infamia peggiore di essere crumiri e che ogni tentativo di proteggere chi vuole lavorare è antisociale. Le generazioni cresciute negli ultimi decenni hanno imparato fin dall’infanzia che l’appartenenza a un sindacato è uno dei più importanti doveri sociali di un lavoratore. Uno sciopero viene così ad assumere il significati di una sorta di azione santa, di un comandamento sociale. Ed è su questa ideologia che si fonda il potere dell’associazione dei lavoratori. Tale potere crollerebbe se la teoria della sua utilità sociale venisse soppiantata da altre opinioni sugli effetti del sindacalismo. È semplice allora comprendere come siano le organizzazioni sindacali più potenti che sono costrette a limitare l’uso della propria forza, perché sottoponendo la società a una indebita pressione esse potrebbero spingere la gente a riflettere sulla natura e gli effetti del sindacalismo, e portare così a un riesame e a un rifiuto di queste teorie. Questo, ovviamente, è ed è stato sempre vero per tutti i detentori di potere, e non è peculiare dei sindacati.
    Vi è una cosa senz’altro chiara: che se vi dovesse mai essere una discussione approfondita sul diritto allo sciopero dei lavoratori delle industrie vitali, l’intera teoria del sindacalismo e la pretesa di imporre gli scioperi crollerebbero subito, e associazioni quali la «Technische Nothilfe» - associazioni di individui pronti a sostituire gli scioperanti nei servizi essenziali – riceverebbero il plauso che oggi va agli scioperanti. È possibile che nel conflitto sociale che ne seguirebbe la società venga distrutta. D’altro canto, è certo che una società che miri alla preservazione del sindacalismo nelle sue forme attuali, si trova sulla buona strada verso la propria distruzione.


    L’assicurazione contro la disoccupazione

    L’assistenza ai disoccupati si è rivelata una delle più efficaci armi del distruttivismo.
    Il ragionamento che ha determinato la nascita dell’assicurazione contro la disoccupazione è lo stesso che ha portato all’assicurazione contro le malattie e gli infortuni. La disoccupazione è stata considerata alla stregua di una disgrazia, come una valanga che sommerge gli uomini. A nessuno è venuto in mente che l’espressione “mancanza di salario” possa essere un’espressione migliore di mancanza di impiego, perché il disoccupato non perde il lavoro, ma la remunerazione del lavoro. Non è che i disoccupati non trovino lavoro; costoro non vogliono, piuttosto, lavorare ai salari che possono ottenere sul mercato del lavoro per il particolare lavoro che essi sono in grado e vogliono fare.
    Il valore dell’assicurazione contro le malattie e gli infortuni diventa problematico a causa della possibilità che la persona assicurata possa determinare, o almeno intensificare, l’evento contro il quale si è assicurati. Ma nel caso dell’assicurazione contro la disoccupazione, l’evento contro cui ci si assicura non può mai svilupparsi a meno che le persone assicurate lo vogliano. Se esse non agiscono come membri di un sindacato, ma ridimensionano le proprie pretese e cambiano la propria residenza e la propria occupazione in accordo con le richieste del mercato, possono trovare lavoro. E ciò perché, fino a quando vivremo nel nostro mondo e non nella Terra Promessa, il lavoro sarà un bene scarso, ci sarà cioè sempre una domanda di lavoro, non soddisfatta. La disoccupazione è una questione di salari, non di lavoro. Assicurare contro la disoccupazione è impossibile tanto quanto assicurare contro, ad esempio, la invendibilità dei beni prodotti.
    L’assicurazione contro la disoccupazione è in definitiva un’espressione impropria. Non ci potranno mai essere statistiche in grado di fondare una siffatta assicurazione. La maggior parte dei Paesi ha ammesso questo fatto, lasciando cadere il nome di «assicurazione», o almeno ignorandone le conseguenze. Essa oggi non maschera più il suo carattere di assistenza. Permette ai sindacati di mantenere a un livello tale che solo una parte di coloro che cercano lavoro possono trovarlo. L’assistenza ai disoccupati è perciò la causa principale che ha reso la disoccupazione un fenomeno permanente. Oggi molti Stati europei impegnano per tale scopo risorse che superano di gran lunga le capacità delle loro finanze pubbliche.
    Il fatto che esista in tutti i Paesi una permanente disoccupazione di massa viene ritenuto dall’opinione pubblica come la prova decisiva dell’incapacità del capitalismo a risolvere il problema economico e della necessità dell’interferenza statale, della programmazione totalitaria e del socialismo. E questo argomento appare inconfutabile, in presenza del fatto che l’unico grande Paese che non soffre i mali della disoccupazione è la Russia comunista. La logica di questo argomento è, tuttavia, molto debole. La disoccupazione nei Paesi capitalistici è dovuta al fatto che la politica sia dei governi sia dei sindacati tende a mantenere un saggio salariale che non è in accordo con la reale produttività del lavoro. È vero che, per quanto ci è concesso di vedere, in Russia non esiste disoccupazione su vasta scala. Però il tenore di vita del lavoratore russo è più basso di quello del disoccupato che nei Paesi capitalisti dell’Occidente percepisce un sussidio. Se i lavoratori britannici o europei fossero disposti ad accettare salari più contenuti di quelli che attualmente ricevono – ma che sarebbero comunque maggiori diverse volte di quelli del lavoratore russo – la disoccupazione sparirebbe anche in questi Paesi. La disoccupazione nei Paesi capitalistici non è una prova dell’inefficienza del sistema capitalistico, così come l’assenza dello stesso fenomeno in Russia non è una prova dell’efficienza comunista. La presenza di una disoccupazione di massa distrugge i fondamenti morali dell’ordine sociale. I giovani che, avendo finito il periodo di preparazione al lavoro, sono costretti a rimanere disoccupati, sono il fermento da cui sorgono i movimenti politici più violenti. Nei loro ranghi vengono reclutati i soldati delle future rivoluzioni.
    Questa è in realtà la tragedia della nostra situazione. I sostenitori del sindacalismo e della politica dei sussidi di disoccupazione sono in tutta onestà convinti che, al di fuori della politica, dei sindacati, non ci sarà altra maniera di assicurare il mantenimento di un accettabile tenore di vita per le masse. Non si rendono conto che a lungo andare tutti gli sforzi per aumentare i salari al di sopra del livello di mercato conducono necessariamente alla disoccupazione e che alla lunga i sussidi di disoccupazione non avranno altro effetto che la perpetuazione della disoccupazione stessa.
    Non capiscono che i rimedi che essi raccomandano per aiutare i senza lavoro – sussidi, lavori pubblici – portano alla dissipazione di capitale, e che alla fine ciò determina un ulteriore abbassamento. Nelle attuali condizioni, è evidente non sarebbe possibile abolire in un sol colpo il sussidio e gli altri provvedimenti di minore importanza – come lavori pubblici e simili – presi per l’assistenza ai disoccupati. È in effetti una delle principali ripercussioni di ogni tipo di interventismo che è così difficile rovesciare il processo – cioè, che la sua abolizione da luogo a problemi che è quasi impossibile risolvere in modo soddisfacente. Il grande problema dei politici di oggi è come trovare una via di uscita da questo labirinto di misure interventiste. Infatti quello che è stato fatto negli anni recenti non è altro che una serie di tentativi di nascondere le conseguenze di una politica economica che ha diminuito la produttività del lavoro. Quel che è ora necessario, prima di ogni altra cosa, è un ritorno a una politica che assicuri una più alta produttività del lavoro.
    Questo include naturalmente il totale abbandono della politica protezionistica, dei dazi doganali e dei contingentamenti. Bisogna restituire al lavoratore la possibilità di muoversi liberamente da settore a settore produttivo e da paese a paese.
    Responsabile dei mali della permanente disoccupazione di massa non è il capitalismo ma la politica, che paralizza il funzionamento dell’economia di mercato.

  5. #5
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    Predefinito è lunghino lo so

    ma ci sono belle citazioni di Marx quello vero!

  6. #6
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    Talking Ideologia Banana

    Se l'uomo ha diritto alla vita, ha diritto pure ad intraprendere le azioni necessarie alla sua sopravvivenza come essere razionale, e poiche' l'uomo, per sua natura deve produrre le cose che gli occorrono per vivere il diritto alla vita implica il diritto alla produzione e il diritto alla produzione implica il diritto a disporre del proprio prodotto come meglio si ritiene, da qui, quindi discendono proprieta' privata e libero commercio, inoltre ogni restrizione al commercio operata da parti terze e' una violazione al diritto alla vita.
    Ergo una morale obiettiva e razionale dell'interesse individuale esige una separazione netta fra stato ed economia, quindi niente tasse sulla produzione o su qualsiasi cosa faccia parte dell'economia: le tasse sono un furto bello e buono.
    I cittadini razionali possono, su base volontaria, pagare i servizi che lo stato offre limitatamente, e possono volontariamente decidere di redistribuire il surplus di capitale prodotto ai poveri, ovviamente solo in caso di esistenza di surplus, altrimenti qualsiasi redistribuzione, volontaria e/o forzata porterebbe ad un generale impoverimento della societa'. I ricchi insomma potrebbero essere ben felici di fare un bel prestito a chi si trova in condizioni di bisogno ma i bisognosi/poveri dovrebbero accettare la poverta' in caso di mancanza di surplus e non rapinare i ricchi .

    In un vero sistema capitalista, comunque, la disoccupazione sarebbe minima e la fame non esisterebbe, perche' i ricchi razionali redistribuirebbero le ricchezze nella misura necessaria a minimizzare le tensioni sociali.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da MetaPapero
    I, ovviamente solo in caso di esistenza di surplus, altrimenti qualsiasi redistribuzione, volontaria e/o forzata porterebbe ad un generale impoverimento della societa'. I ricchi insomma potrebbero essere ben felici di fare un bel prestito a chi si trova in condizioni di bisogno ma i bisognosi/poveri dovrebbero accettare la poverta' in caso di mancanza di surplus e non rapinare i ricchi .
    tutto bello tranne l'ipotesi di mancanza di surplus che non ho capito bene a quale situazione reale dovrebbe corrispondere


    mi pare che li fai confusione perché immagini una statica assenza generale di surplus che nella realtà economica può essere frutto solo dell'interferenza burocratica dello stato sull'economia

  8. #8
    Superpol
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    tutto bello tranne l'ipotesi di mancanza di surplus che non ho capito bene a quale situazione reale dovrebbe corrispondere


    mi pare che li fai confusione perché immagini una statica assenza generale di surplus che nella realtà economica può essere frutto solo dell'interferenza burocratica dello stato sull'economia
    Per ogni ulteriore approfondimento

    Ayn Rand, la filosofa dell'oggettivismo

    C'e' da chiedersi perche' Adornato non l'abbia mai citata...
    A me sembra la quintessenza dell'ideologia banana...


  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da MetaPapero
    Per ogni ulteriore approfondimento

    Ayn Rand, la filosofa dell'oggettivismo

    C'e' da chiedersi perche' Adornato non l'abbia mai citata...
    A me sembra la quintessenza dell'ideologia banana...

    non c'è bisogno di essere un Randiano per arrivare a certe cosa ci arriva anche un friedmaniano (nel senso di David) come me

    io sono utilitarista, anarcocapitalista e relativista
    e basta isti che stanno sul ......

  10. #10
    Superpol
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    non c'è bisogno di essere un Randiano per arrivare a certe cosa ci arriva anche un friedmaniano (nel senso di David) come me

    io sono utilitarista, anarcocapitalista e relativista
    e basta isti che stanno sul ......
    Gia' gia', peccato che le tesi siano ridicole e facilmente smontabili...

 

 
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