OMNIA SUNT COMMUNIA
Cecilia comunità anarchica sperimentale.
Il 20 Febbraio 1890, a bordo del piroscafo «Città di Roma», salpava da Genova un piccolo numero di pionieri diretto al Brasile, per iniziarvi una colonia socialista sperimentale.
Erano disertori?
Questo nome, risparmiato alle migliaia di socialisti che abbandonano l'Europa per i loro particolari interessi, fu da molti scagliato contro quei primi sperimentatori, e contro quelli che poi li seguirono.
Eppure, almeno un poco bisognava perdonarli, perchè non erano disertori di mestiere. Per molti anni, alcuno fino dal sorgere del movimento socialista in Italia, furono al loro posto nelle battaglie della propaganda, come nei progetti di azione. Un giorno, all'indomani di uno di questi progetti sfumati, venne loro la tentazione di attuare un'antica idea; di cercare nelle solitudini americane un pezzo di terra da coltivare - loro, inesperti e quasi sprovvisti di tutto- per vedere essi stessi e per mostrare agli altri se e come degli uomini vivrebbero senza leggi e senza padroni.
Non appartenevano a nessun esercito, perchè mai riconobbero capi e discipline; eppure dicono che disertassero!
Le circostanze, più che il loro volere, li condussero sul municipio di Palmeira nello stato del Paranà (Brasile).
Il terreno che occuparono, assolutamente incolto e deserto, era una prateria circondata da boschi, su colline a declivio, ma assai elevate sopra il livello del mare; sotto quella latitudine il clima è mite e salubre.
In questo terreno, presso un boschetto di aranci, in faccia a quattro alti palmizi, i nuovi arrivati ebbero la fortuna di trovare una casetta di legno abbandonata, che tosto occuparono. Erano i primi di Aprile 1890. Il lavoro al quale tosto si accinsero i pionieri, fu di pulire la loro nuova dimora, e prepararvi un giaciglio di verdi felci, sulle quali dormirono, imperfettamente coperti dai loro mantelli.
L'indomani, e nei giorni successivi, accomodarono un pò meno peggio i loro giacigli di legna ed erbe secche, improvvisarono un focolare, pulirono intorno alla casetta, determinarono le più vicine sorgenti d'acqua e fecero qualche colpo di fucile per i loro pasti frugalissimi.
In seguito, e cioè nei primi sei mesi di dimora, fu provvista di un poco di mobilio la casa, e fu una grande soddisfazione quando potemmo farci delle brande, dei pagliericci, delle piccole e sempre insufficienti coperte. Si stabilì un orticello; si ripararono e si ingrandirono gli steccati di difesa contro il bestiame vagante; si impiantò una vigna a fossati, seminando fagiuoli e patate negli interfilari; si preparò del legname per costruire un'altra casa; si fabbricò la cucina; si vangò del terreno per piantarvi la mandioca; si fece un piccolo giardinetto davanti alla casa.
Il lavoro compiuto in questo periodo fu molto, se si considera che eravamo tutti inesperti a queste faccende, alcuni inadatti a lavori faticosi, e uno, poi, assolutamente svogliato.
Non avemmo alcuna organizzazione sociale, nè regolamenti nè capi. Spesso ci accordavamo insieme, come buoni amici; alcune volte ciascuno agiva a capriccio suo. Non mancarono, naturalmente, le dispute, ma non si venne mai a cose serie.
Rammento come tre parenti, che erano nel gruppo, si intendevano spesso da soli e facevano partito. Rammento come la gelosia di un marito preparasse fin d'allora tristi incidenti. La cassa sociale era affidata, per pura formalità, alla sola donna del gruppo.
In questo periodo apparteneva al gruppo un criminoso, già condannato per omicidio e per furti. Era il più abile, il più forte e il più volenteroso lavoratore della comunità, nella quale stava di buon grado, quantunque fuori d'essa avrebbe potuto far vita molto più agiata.
Dal Settembre 1890 al Luglio 1891 fui assente dalla colonia Cecilia, ma seppi gli avvenimenti di quel tempo dalle persone che vi avevano partecipato.
Sulla fine del 1890 fu atterrato un tratto di bosco per metterne a cultura il terreno, e fu costruita una lunga paracinta di difesa alla coltivazione del granturco; paracinta che disgraziatamente, per l'insufficienza e incapacità di chi la fece, non fu terminata e riuscì inefficace a proteggere quella piantagione dal bestiame, che nei primi del 1891 vi penetrò e la distrusse.
Nel Gennaio del 1891 arrivarono alla colonia alcune famiglie di contadini, che però non andarono d'accordo con i primi pionieri, per differenza di laboriosità e per tendenza in questi a voler far prevalere i loro intendimenti. Malgrado ciò, continuarono i lavori agricoli; fu cominciata la costruzione di un lungo baraccamento d'alloggio e alcuni lavorarono guadagnando a profitto della comunità, sulle strade coloniali, che l'amministrazione governativa faceva aprire.
Nel Marzo, Aprile e Maggio 1891 arrivarono, a breve distanza uno dall'altro, numerosi drappelli di coloni, che portarono in breve la popolazione a oltre150 persone.
Questo improvviso agglomeramento fu disastroso.
Molti di questi coloni erano inadatti alla rude vita dei pionieri, i più erano operai delle industrie che, naturalmente, non trovarono nella colonia gli strumenti di lavoro e le materie prime occorrenti ad applicarsi con profitto; alcuni non erano neppure abituati ad una media operosità. D'altra parte i mezzi di esistenza erano assolutamente deficienti per una popolazione relativamente così numerosa. Dovevano alloggiare ammucchiati in un grande baraccone; il vitto veniva preso a debito dai negozianti della vicina Palmeira, garantito dal credito che ogni giorno i coloni acquistavano presso il governo col loro lavoro sulle strade coloniali; ma un pò per la scarsità delle somministrazioni fatte dai negozianti, un pò per il tempo ostinatamente piovoso che inceppava il vettovagliamento, un pò per la incapacità amministrativa di chi si impose e fu voluto provveditore, molto per il disinteressamento del maggior numero, gli alimenti scarseggiarono, o c'era penuria d'uno mentre ne abbondava un altro.
Tutti sanno che la lotta per l'esistenza scoppia feroce, sempre quando i bisogni superano di gran lunga i mezzi di soddisfacimento.
Così doveva essere e così fu anche tra quei coloni, che non erano pazienti e rassegnati fraticelli, non eroi del digiuno, ma semplicemente uomini come tutti gli altri. Fu lotta viva ma non feroce, solo perchè quegli uomini erano lì riuniti da un comune ideale, e brutalità non ce ne furono. Si fecero palesi però gli egoismi di famiglia, e la parentela spesso mangiava mentre gli altri digiunavano.
Eppure, questa gente, fiaccata dalla insufficiente alimentazione, ma franca da padroni e da poliziotti, lavorava quel poco che sapeva e che poteva, reclamava malcontenta ma non commetteva violenze. Spesso, a stomaco vuoto, i giovani si appoggiavano sulla zappa e guardavano a sventolare la grande bandiera rossa e nera issata sopra un alto palmizio, e dicevano fra loro scherzando: d'un pò di polenta e d'un pò d'ideale si vive.
In questo triste stato di cose una squadra numerosissima lavorò sempre alle strade dove fortunatamente, per la tolleranza dei sorveglianti, il lavoro richiesto era più apparente che reale. Altri terminarono la costruzione del baraccamento, ingrandirono l'orto della comunità, fecero un piazzale davanti all'abitazione, iniziarono la fabbricazione dei mattoni e costruirono una lunga paracinta per chiudervi il bestiame comprato dalla comunità.
Come organizzazione, questo periodo fu caratterizzato da un grottesco sistema di referendum, per cui la popolazione perdeva molto tempo in assemblee oziose, dalle quali non emergevano commissioni, si votavano regolamenti, si parlamentarizzava fino a incretinire. La colonia, in quel tempo, non ebbe la coscienza anarchica che poteva salvarla, e dové morire.
Pure tutti si dicevano anarchici; ma l'anarchia era compresa in un modo veramente curioso. Valga un aneddoto.
- Insegnami come fai a zappare - chiedeva un pastaio a un vecchiotto, suo compagno di lavoro:
- Qui non si può insegnare a nessuno. Ciascuno fa come vuole - rispondeva il povero vecchiotto, che così credeva di essere anarchico.
E un altro, per giustificare un capriccio qualunque:
- In omaggio all'anarchia, faccio quello che mi pare.
Povera anarchia, come foste intellettualmente prostituita, in quel tempo!
Ma il malcontento continua contro una vita che non era la vagheggiata vita socialistica. E sulla metà di Giugno del 1891 le sette famiglie stabilite per prime dichiararono di ritirarsi, sotto il pretesto di ricostituire la colonia con migliori elementi, e s'impossessarono del capitale sociale, che poi divisero tra loro. Un gruppo di giovinotti si organizzò per continuare l'impresa; ciò che fece coraggiosamente, mentre il resto della popolazione, in parte prevenuta e forse impacciata da questa inziativa, ritornava alla vita individuale e si sbandava poco a poco.
Scomparsa la dittatura e il parlamentarismo, ciascuno trovò facilmente da sfamarsi, e anche il gruppo dei giovanotti mangiò con entusiasmo. Con l'alimento tornarono le forze.
Il proposito dei giovani era sublime nella sua semplicità: lavorare assiduamente, finchè abbondanti prodotti alimentari assicurati in magazzino non permettessero di garantire l'esistenza alle famiglie. E questo proposito si accinsero a compiere con ammirevole coraggio.
Erano tutti operai delle città, assolutamente ignari di cose agricole. Eppure in pochi giorni vangarono un grande spazio di terreno e vi seminarono il segale; un altro tratto di terreno fu pure vangato, concimato e piantato a patate europee; nell'orto fecero seminagioni e trapianti; nel bosco prepararono legname da costruzione; sulla prateria costruirono uno steccato lungo circa un chilometro. Incoraggiate a bene sperare dall'attività di questi giovani, quattro famiglie della disciolta colonia chiesero di essere ammesse nel loro gruppo; ed i giovani, non potendo più insistere nel loro proposito primitivo, le accettarono.
Da Agosto a Novembre 1891 fu atterrato un tratto di bosco; e sul terreno, dove un anno prima il bestiame aveva distrutto la coltivazione del granoturco, fu eseguito il faticoso lavoro di spezzare con le scuri il grosso legname rimasto dall'incendio dell'anno precedente; di riunire i pezzi in cumuli che si distruggevano col fuoco; di pulire con le zappe tutta la terra dalle male erbe che vi erano cresciute in gran copia, preparandola così a ricevere una nuova seminagione.
L'organizzazione di questo gruppo era pur sempre comunistica, ma anche veramente e schiettamente anarchica.
Si attese con cura scrupolosa che nessuno assumesse la rappresentanza del gruppo di fronte ai fornitori, dai quali tutti si volle essere conosciuti e tenuti egualmente responsabili. Si combatterono energicamente i tentativi individuali di assumere influenza nell'interno del gruppo; e così i nomi di fattore, di direttore, di padrone, ambiti nella società borghese, erano epiteti ingiuriosi nel gruppo anarchico, e ciascuno evitava di meritarli. Per una reazione naturale al formalismo sterile e funesto del periodo passato, il gruppo volle essere assolutamente inorganizzato.
Nessun patto, nè verbale nè scritto, fu stabilito.
Nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di poteri, nessuna norma fissa di vita o di lavoro. La voce di uno qualunque dava la sveglia agli altri; le necessità tecniche del lavoro, palesi a tutti, ci chiamavano all'opera, ora divisi, ora uniti; l'appetito ci chiamava ai pasti, il sonno al riposo.
Eppure si conduce un'esistenza traboccante di vitalità, fremente di nervosismo. Il celibato forzoso, la gravità della situazione, la risoluta volontà di riuscire in una impresa divenuta tanto difficile, l'azione irritante delle difficoltà stesse ci avevano reso mezzo spiritati. La nostra vita era piena di allegria clamorosa e di un sistematico spirito di contradizione che, sul lavoro, ci faceva perdere molto tempo in discussioni interminabili e la sera dava alle nostre riunioni il carattere di club rivoluzionario, per cui il rumore delle nostre ordinarie conversazioni si sentiva da un chilometro di distanza dalla chiusa casetta. Dovemmo prendere l'abitudine di parlare ad altissima voce anche per dire le cose più innocenti; altrimenti non si era intesi dai nostri vicini di destra e di sinistra. Ma fra tante parole violente e sonore, non un pugno volò giammai; ne saremmo stati vergognosi e disonorati, come di un atto eccessivamente infame. In conclusione fu un periodo ben simpatico, quel là, e lo turbò solo il tifo, che colpì tre compagni, fortunatamente guariti.
Nel Novembre del 1891 arrivano diverse famiglie di contadini, in due gruppi successivi. Il primo gruppo, sobillato da ex-coloni, un pò sgomento della vivacità degli anarchici trovati, e principalmente attratto dalle lusinghe della proprietà individuale, si trattenne pochi giorni nella colonia socialista e si trasferì poi in un altro territorio, dove ogni famiglia si stabiliva per suo conto. Il secondo gruppo, arrivato alcuni giorni dopo, si trattenne, e dette un grande impulso ai lavori agricoli.
In Dicembre fu mietuta la segale, fu seminata una grande estensione di granturco e fagiuolo, e furono raccolte le patate. Sui primi del 1892 una squadra numerosa lavorava sulle strade coloniali per provvedere al mantenimento quotidiano della comunità. Un altro gruppo costruì un lungo e valido riparo alle seminagioni contro gli attentati del bestiame pascolante. Questo lavoro faticosissimo, che consisteva nel sollevare, trasportare a spalla e sovrapporre gli uni agli altri lunghi e pesanti tronchi d'albero, e la grande arginatura che fu costruita per reggere l'acqua del vicino mulino mi facevano pensare involontariamente a quanti dicono che in anarchia nessuno vorrebbe lavorare. Un gruppo di contadini arò tre grandi pezzi di prateria e raccolse del fieno. Altri operai costruirono un forno e scavarono davanti alla cucina un pozzo profondo, che dette acqua eccellente ed in buona quantità. In Aprile si raccolsero i fagiuoli e fu aperta una strada carreggiabile nei fianchi della collina occupata dalla coltivazione del granoturco. In Maggio si raccolse questo prodotto, che i compagni più robusti caricavano in ceste sulle spalle, ascendendo faticosamente le pendici fin alla strada rotabile, d'onde si trasportava col carro. In questo mese, si scavò un altro pozzo nella pietra viva. In Giugno e Luglio si zappò molto terreno ove fu seminata la segale, furono ancora piantati un centinaio d'aranci ed altri alberi fruttiferi. In Novembre piantammo vigna, mandioca e patate. In Dicembre incendiammo il bosco atterrato; si fece una estesa seminagione di granturco e di fagiuoli; si raccolse il segale.. Sulla fine del 1892 arrivarono altre famiglie. Si stabilì allora la calzoleria e si inziò la fabbricazione dei barili da imballaggio che vendono nella vicina Palmeira.
Al 31 dicembre 1892 Cecilia contava 64 abitanti ed aveva questo bilancio:
Colonia Socialista Cecilia
in Palmeira (Brasile)
Inventario generale del 1° Gennaio 1893
ATTIVO
Reìs
In cassa, valuta metallica 53,400
Nostro credito presso il governo
del Brasile, per lavori 5,259,000
In deposito, generi di calzoleria e beretti 122,000
Terreni e fabbricati 3,141,095
Migliorie del terreno per la coltivazione 1,100,000
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9,675,495
Riporto 9,675,495
Prodotti da raccogliere 1,470,000
Bestiame (avendo comprato
quattro vacche coi loro vitelli) 1,020,000
In magazzino 783,000
Mobili , biblioteca e scuola 117,000
Istrumenti agricoli 445,700
Idem industriali 324,500
Farmacia 50,000
Utensili da cucina 145,000
Laboratorio di calzoleria 513,400
Crediti diversi 40,000
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Totale attivo 14,584,995
PASSIVO
Nostro debito verso il governo del Brasile per terreni
da pagarsi in 7 anni, come da atto 19 Ottobre 1892 2,961,095
Nostri debiti verso i fornitori 4,603,820
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Totale passivo 7,564,915
RIASSUNTO
Attivo 14,584,995
Passivo 7,564,915
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Attivo netto 7,020,080
Nel Gennaio del 1893 fu costruito un altro lunghissimo steccato, per chiudere al pascolo, durante il giorno, il nostro bestiame, che poi alla notte si ricovera nella stalla . Da Gennaio ad Aprile sono state eseguite accurate sarchiature, piantagioni di igname, raccolte di fieno, di patate, di fagiuoli, di tabacco; e sono stati fatti anche altri lavori, come la costruzione del laboratorio per i bottai, riparazioni ai carri, correzione di una strada, ingrandimento dell'orto e via dicendo;
Si può dire che il lavoro a Cecilia, non che disciplinato, neppure è organizzato. I volontari dell'agricoltura si conoscono tra loro, e rapidamente s'intendono senza bisogno di capi tecnici nè di adunanze di gruppo. Tutti conosciamo, su per giù, i lavori in corso, e spesso non occorre neppure consultarci in principio di giornata. Quando le operazioni agricole saranno estese su più larga scala e la popolazione sarà molto maggiore, mi sembra che neppure sarà necessaria o desiderabile una qualsiasi organizzazione artificiale del lavoro agricolo. La coltivazione dell'orto avrà i suoi volontari, che necessariamente si conosceranno e potranno intendersi rapidamente, come noi facciamo, al momento stesso del lavoro. Quando la orticultura assumesse ancora un maggiore sviluppo e crescesse proporzionalmente il numero degli orticultori, è probabile che questi, per intendersi e accordarsi meglio, o s'aggrupperebbero per sezioni di terreno coltivato, o, più razionalmente, per le speciali culture alle quali vogliono dedicarsi, come Fourier ha già previsto. Quando la coltivazione della vigna sarà più largamente sviluppata, anch'essa avrà i suoi volontari, che tanto meglio si intenderanno, quanto meno saranno artificiosamente organizzati.
Questo metodo non è applicabile solamente al lavoro agricolo, ma anche a quello industriale. Prendiamo ad esaminarare la nostra fabbricazione di barili da imballaggio.
È una industria che si presta egregiamente a servire di esempio, perchè cominciamo dal preparare noi stessi la materia prima nel bosco e terminiamo col consegnare la merce manufatta.
Ogni mattina in cui il tempo sia buono, due giovinotti amici si recano nel nostro bosco. Scelgono un grosso pino, che abbia le fibre del legno diritte, lo atterrano a colpi di scure, ne segano il tronco in pezzi della lunghezza che devono avere le doghe o i fondi dei barili, e coi cunei, col coltello e col mazzuolo fendono questi tronchi e ne fanno tavoline strette, che poi diverrano doghe di barili. Per lo più al sabato sera mentre si mangia, i due volontari del bosco avvertono la comunità che sono pronte duemila, duemilacinquecento, tremila tavoline, quelle che hanno potuto fare. Alla domenica mattina, dopo colazione, vanno al bosco i volontari del facchinaggio, che sono la maggior parte della popolazione mascolina, e trasportano a spalla queste tavoline fino sulla strada carreggiabile. Intanto i volontari dell'aratro hanno attaccato i buoi al carro, scendono nel bosco a caricare le tavoline e le trasportano al laboratorio dei bottai.
Questo laboratorio è inorganizzato. Malgrado ciò, e forse perciò, non avviene che chi sa meno non chieda l'insegnamento di chi più sa, o che questo si rifiuti di darlo; non avviene che chi ha imparato soltanto a scavare le doghe pretenda di mettere insieme i barili; non avviene che vi sia squilibrio e sproporzione tra i diversi compartimenti di lavoro. Continuandosi nel laboratorio la divisione del lavoro che è stata applicata nella fornitura della materia prima, i meno abili lavorano al banco, trasformando le tavoline in doghe di barili. I ragazzi mantengono la pulizia del laboratoio e accatastano le doghe fatte, perchè abbiano tempo di stagionare. Gli operai più abili mettono insieme i barili, ed il più abile di tutti loro gli dà l'ultima mano. La mattina del lunedì, se il tempo non è piovoso, un volontario dell'aratro carica i barili fatti sopra un carro, e li trasporta a Palmeira, consegnandoli al nostro cliente; ne ritira l'importo, e con questo denaro compra le derrate occorrenti alla comunità.
Tutto questo è così semplice, così elementare, così naturale, quasi direi così infantile, che sembra perfino impossibile.
Qual'è la forza che fa muovere così armonicamente tutti gli elementi della produzione? E' il buon senso, che conosce i bisogni e il modo di soddisfarli; in grado minore è la paura della critica, che certamente colpirebbe i restii al lavoro.
La nostra vita materiale è ora molto misera, assai più misera di quella che in questo paese fanno gli operai sotto il regime capitalistico. E si comprende che deve essere così, perchè noi dobbiamo creare tutto col nostro lavoro, mentre nella vita borghese si usufruisce largamente del lavoro accumulato dalle generazioni passate, sotto forma di capitale, di comodità private, di servizi pubblici e via dicendo.
Per quanto riguarda l'edilizia, il nostro villaggio Anarchia è misera cosa. Una ventina di casotti in legno, simmetricamente disposti lungo una strada e attorno un piazzale. Questo villaggio è abitato esclusivamente da noi. Ogni casotto, che noi chiamiamo col nome pomposo di casetta, ha sei metri di fronte, per quattro di fondo e tre di altezza. Alcuni di questi casotti hanno il pavimento di tavole, mentre altri non l'hanno che di terrra battuta. Il mobilio di questi casotti consiste tutto nei letti più o meno soffici, meglio o peggio coperti; in alcune case un piccolo tavolo, panchette e sgabelli.
Il nostro vestiario è ancora quello che portammo dai nostri paesi, ed oggi variopinto di rappezzature; la biancheria deficiente; non così le scarpe, che i calzolari della colonia procurano di ripararci e rifornirci a tempo opportuno.
Ci alziamo presso a poco al sorgere del sole; alcuni un pò prima, altri un pò dopo. Una volta avevamo una specie di sveglia, perchè urgendo certi lavori, avevamo pregato il compagno più mattiniero di chiamarci. Ed egli passava davanti alle casette chiamando a mezzavoce «Oh turchi!»; ma poco dopo risuonavano nel paesetto altre voci più clamorose: «Alla vigna! Alla vigna!» Uscendo di casa, ciascuno si reca al suo lavoro, e intanto le donne preparano la colazione nella cucina comune. Dopo un'ora o due di lavoro mattutino, alla spicciolata, a gruppi, tutti forniti di ottimo appetito, accorriamo al refettorio, ove si prende caffè e latte - un pò lungo ma abbondante - con polenta arrostita e con pane di segale. Torniamo al lavoro verso il mezzogiorno; a quell'ora altra visita al refettorio per il minestrone - anche questo poco saporito ma abbondante - e poi ci prendiamo un paio d'ore di riposo, tanto da fare il chilo e da fumare una sigaretta. Torniamo poi al lavoro fino al tramontare del sole, e la nostra cena consiste in polenta con insalata, con legumi, e qualche rara volta con ragù di pollastro o di carne suina. Non beviamo alcoolici di nessun genere; prima perchè le nostre finanze non ce lo permettono, poi perchè turbando i cervelli si turba la pace sociale.
La nostra vita intellettuale è povera cosa. Le conversazioni durante il lavoro e durante i pasti, le riunioni serali, la lettura di giornali socialisti e politici o di qualche libro, la scuola per i bambini aperta un pò saltuariamente. Istruzione, musica, teatro, balli, passatempi di varie specie li desideriamo ardentemente, ma non ci sono stati ancora possibili. Il lavoro produttivo ci ha assorbiti intieramente. Non abbiamo ancora potuto provvedere neppure alla ornamentazione del nostro villaggio, che assumerà aspetto ben più simpatico quando sarà fronteggiato da boschetti e da aiuole fiorite.
La nostra vita morale non è tutta latte e miele, e anche questo si capisce. Siamo usciti ieri dalla vita borghese, dove per reggersi un pò in piedi bisognava esercitare tutte le nostre attitudini più anti-sociali: l'ego-egoismo, la violenza, la simulazione, l'avarizia, la prodigalità, tutti i settanta peccati mortali, che procurano il paradiso in questo mondo, e, secondo alcuni, l'inferno in quell'altro. Queste qualità che i nostri avi ci hanno trasmesso generandoci ed educandoci, che noi abbiamo dovuto attivamente esercitare nella lotta per l'esistenza, non potevamo deporle sui confini della Cecilia come uno straccio immondo. Il pettine e l'acqua bollente ci liberano presto dai parassiti, ma contro i pregiudizi, contro le storture morali non c'è rimedio che nell'azione lenta e continua di un ambiente sociale moralmente igienico, come il nostro è indiscutibilmente.
Nè per questo crediate che noi della Cecilia siamo mostri di perversità; no davvero; ma non siamo neppure angeli di mansuetudine. In cucina troverete tra le donne la ghiottoneria, l'invidiuzze, le alterigie, i pettegolezzi. Su i campi un pò di testardaggine e un pò di risentimento contro quelli che hanno meno volontà di lavorare; nei laboratori qualche episodio di rivalità, nelle famiglie molto egoismo domestico; in tutti, un certo spirito di malcontento, di diffidenza, di combattività. Di quando in quando un lamento, un rimprovero, un'accusa; delle simpatie e delle antipatie, delle tendenze a parteggiare.
L'occasione a molti di questi malumori la vediamo nella miseria contro la quale dobbiamo ancora combattere; nelle privazioni materiali che dobbiamo ancora subire. Ma scomparse quelle occasioni, rimarranno ancora queste due cause vere, intrinseche, ma, per fortuna nostra, transitorie: le abitudini contratte in una società affatto opposta alla nostra, e le ho già accennate; poi la vita di famiglia, che è la genitrice più feconda di egoismi e di rivalità.
Ma quantunque la nosta vita morale non sia un idillio sentimentale, possiamo riternerla già un poco superiore alla vita morale del mondo borghese. Il saperci liberi ed eguali ha impresso una maggiore franchezza ai nostri caratteri; la vita in comune ci ha cominciato ad abituare un pò al compatimento reciproco delle nostre debolezze; la solidarietà degli interessi, se da una parte fa pesare sopra uno il controllo di tutti, e sopra tutti il controllo di ciascuno, d'altra parte interessa ciascuno di noi al benessere di ciascun altro; finalmente l'applicazione pratica del concetto di libertà, ha portato maggior rispetto nel modo reciproco di trattarci, ed è riuscito anche a diminuire notevolmente gli atti di prepotenza che ordinariamente si compiono nelle relazioni di famiglia.
I nostri diverbi non sono mai finiti in percosse. E non siamo angeli; tutt'altro!
Molte persone hanno abbandonto la Cecilia, dopo un soggiorno più o meno lungo. Le cause di questi abbandoni sono note e svariatissime.
Dalle famiglie che si ritirarono a mano armata portando via il bestiame della comunità, al giovinetto che abbandona la Cecilia, perchè la donna del suo cuore l'abbandonava; dallo spagnuolo, ospitato ladruncolo di mestiere, che fuggiva vuotando la cassa comune aperta a tutti, al marito che se ne andava per timore che gli conquistassero la moglie, c'è una tale varietà di cause, che tutte è impossibile enumerarle. Molti non hanno saputo abituarsi ai lavori faticosi della campagna, e moltissimi non hanno saputo abituarsi alla insufficienza nutritiva degli alimenti. Alcuni hanno pensato di andare e far fortuna fuori della comunità ed altri, partendo, hanno inteso di tornare alle loro abitudini di alcoolisti. Ma mi sembra sicuro che nessuno abbia abbandonata la Cecilia per avversione ai fondamentali principi economici e politici sui quali posa; e i più non sarebbero partiti, se il possesso di macchine e di strumenti da lavoro, l'esercizio di svariati mestieri e un più lungo periodo di esistenza avessero già creato un'agiatezza non inferiore a quella che trovavano nei centri di vita borghese. Per la tendenza al possesso individuale della terra, non si sono separati dalla comunità che alcuni contadini.
Capitolo II
Le nostre fatiche, le privazioni, i tormenti morali che ci procurava il timore dell'insuccesso, hanno giovato a qualche cosa? Hanno aggiunto un dato positivo al patrimonio scientifico della sociologia, un esempio agli argomenti della propaganda?
Non è possibile rispondere a queste domande, se prima non si mette bene in chiaro quale scopo si proposero gli iniziatori della Cecilia. Finora il loro scopo è stato frainteso.
Alcuni hanno creduto che noi siamo venuti qua a fabbricare il campione, lo specimen della società futura, per presentarlo poi, brevettato o no, all'umanità, onde all'indomani della rivoluzione sociale non avesse altro fastidio che ordinarne la fabbricazione all'ingrosso. E ci hanno ammonito con tutte le ragioni che conoscevano già da un pezzo, perchè sono pure le nostre ragioni. Che, cioé, una organizzazione sociale non è il prodotto arbitrario di volontà individuali o collettive, non è l'attuazione di un ideale filosofico nè l'amplificazione di un saggio parziale, ma la trasformazione spontanea di tutta l'umanità, che in sè trova la necessità, i mezzi e i modi di trasformarsi.
Ma noi non siamo venuti a fabbricare il puerile specimen.
Altri hanno supposto che noi volessimo mostrare anticipatamente le magnificenze dell'avvenire sociale. Così Montorgueil scrive di noi nel Paris :
«Ci sarebbe da disperare di vedere giammai l'alba radiosa, se non sapessimo che solo gli adolescenti possono credere che una società si faccia in riduzione. Ciò che è possibile in grande, non lo è necessariamente in piccolo, o reciprocamente. Fu l'errore di Cabet, di Fourier, di Considérant aver creduto alla sperimentabilità razionale di un'idea, che richiede, per essere realizzata, la rifusione morale di tutta la vecchia società».
Ma noi non siamo venuti a sperimentare l'anarchia, nè a tentare la miniatura della nuova società.
E neppure gli amici sono stati fortunati nel capire l'oper nostra. Dalla Révolte che ci crede «disperati dell'avvenire» alla Critica Sociale che ci saluta «Robinsonni dell'ideale» siamo generalmente considerati come un manipolo di poeti impazienti; mentre i malevoli ci rassomigliano a quel tal sorcio che, disgustato dalle nequizie del mondo, si ritirò a fare vita romita in una gran forma di cacio.
Nessuno di questi propositi fu ed è il nostro. Fate il favore di non attribuirceli più.
Ci siamo trovati a questo momento storico dell'agitazione socialista. La produzione stimolata e dominata dall'interesse personale, ha unico mezzo ed unico scopo la proprietà individuale. Alle sue conseguenze disastrose, i socialisti oppongono la produzione volontaria, col mezzo del capitale collettivo, stimolata dal buon senso. Ma a queste proposte dei socialisti, il proletariato conservatore oppone la incapacità dell'uomo al lavoro, se non è stimolato da un interesse esclusivamente personale. Quindi, la necessità, o almeno la convenienza, per noi, di studiare sperimentalmente e in questo senso le capacità umane, per applicarne poi la esatta conoscenza alla determinazione dei probabili mutamenti sociali nel campo dell'attività economica.
Ci siamo trovati di fronte alla estrinsecazione politica del privilegio economico, vale a dire ci siamo trovati in faccia allo stato, opprimente, assorbente, invadente; ai suoi ordinamenti gerarchici, ai suoi mostruosi ordigni giuridici, alla compagine delle sue iniquità punitive. Quanto più viva, esuberante, espansiva abbiamo sentita in noi la tendenza alla libertà nei nostri sentimenti e nei nostri atti, tanto più abbiamo sentito pesare asfissiante sul nostro petto il principio di autorità in tutte le sue manifestazioni. Il movimento socialista moderno contrappone allo stato l'anarchia, ma il proletariato conservatore risponde che l'uomo non saprebbe vivere onestamente se la legge non incombesse sopra di lui come una permanente ingiunzione, come un'eterna minaccia. Da ciò la convenienza per la propaganda di cercare sperimentalmente come gli uomini convivrebbero, sulla semplice scorta di liberi patti.
Ecco dunque che il nostro proposito non è stato l'esperimentazione utopistica di un ideale, ma lo studio sperimentale - e per quanto ci fosse possibile rigorosamente scientifico - delle attitudini umane in relazione a quei problemi.
Chi ha poca dimestichezza coi metodi delle ricerche scientifiche, penserà che su pochi individui non si possono studiare le qualità di tutto il genere umano, o, in lingua povera, che quanto è possibile tra pochi, non lo è sempre tra molti.
Questo dubbio deriva dalla confusione volgare che si fa tra il fenomeno e le leggi che reggono il fenomeno. Il metodo sperimentale cerca queste leggi e poi le applica alla spiegazione del fenomeno.
Per studiare l'arcobaleno, il fisico non ascende con l'areostato in mezzo alle nubi, ma prende nel suo gabinetto un raggio di luce solare e lo frange sulla faccia di un prisma. Studia il fulmine nella scintilla di una macchina elettrica. Determina i caratteri di un solo individuo. Studia i meccanismi della vita quali si esplicano in miliardi di soggetti con la vivisezione di un solo organismo. E mostrandovi allo scoperto un cuore palpitante negli spasimi dell'agonia, non vi dice: «Ecco la vita», ma vi dice: «Ecco le leggi che reggono i fenomeni della vita».
Altrettanto abbiamo voluto fare per la ricerca delle leggi che reggono i fenomeni della vita sociale. Per il nostro assunto, rigorosamente parlando, sarebbe esperimento sufficiente quello che potessimo fare sopra un solo uomo qualora fosse sottratto allo stimolo dell'interesse personale, all'influenza dell'autorità, all'imperio della legge.
Noi invece abbiamo potuto esperimentare sopra oltre trecento persone, che per un tempo più o meno lungo hanno soggiornato alla Cecilia. Tra queste persone si trovavano non solo i rappresentanti delle due classi sociali più numerose, quella dei contadini e quella degli operai, ma c'erano anche persone uscite dalle classi medie, come professionisti e impiegati. Per il grado d'istruzione abbiamo avuto tutte le varietà, dall'analfabetismo all'istruzione superiore. Per le qualità morali: egoisti ed altruisti; credenti, indifferentisti e scettici; benevoli e intolleranti, spregiudicati e superstiziosi; miti e violenti; ottimisti e maligni... si sono trovati sempre associati nella loro vita quotidiana. Per le attitudini tecniche abbiamo avuto gente di operosità varia e di varia abilità. Per le precedenti abitudini di vita abbiamo avuto operai liberi ed operai salariati, cittadini e campagnoli ammogliati e celibi. Insomma, la popolazione della Cecilia è stata sempre delle più variate, tanto da rappresentare fedelmente la media della popolazione italiana.
Tutte queste persone hanno vissuto all'infuori dello stimolo proprio alla società borghese, che è l'interesse esclusivamente personale. Infatti la proprietà della Cecilia è comune, ed ogni minima tendenza a dividerla un giorno è vivamente combattuta tanto che nessuno può nutrirne seria speranza. I prodotti dell'attività collettiva non sono mai stati attribuiti secondo la capacità produttiva dei singoli individui, ma secondo i bisogni generali; degli alimenti più grossolani ma più abbondanti ciascuno ne ha preso a sazietà; degli alimenti più saporiti e più scarsi si è fatto il razionamento in parti eguali; i cibi e le bevande più delicate sono stati forniti ai malati, in proporzione dei mezzi che ha avuto la comunità. La cassa sociale è sempre stata aperta a tutti, ed uno solo ne ha abusato, saccheggiandola. Finalmente tutti sappiamo che, uscendo dalla comunità, non possiamo reclamare parte alcuna della sua ricchezza.
Resulta evidente per ciò, che la produzione alla Cecilia non ha avuto altro stimolo all'infuori del desiderio di acquistare un benessere collettivo nel quale il nostro benessere particolare è compreso. L'attività produttiva si è quindi svolta malgrado e contro gli egoismi ristretti, e specialmente contro l'egoismo domestico, che ogni utilità vorrebbe far convergere nel seno della famiglia, e dalla famiglia vorrebbe respingere ogni equa parte di sacrifici e di privazioni.
Eppure senza il sussidio dei moderni strumenti di produzione, senza altro stimolo che il buonsenso, malgrado la incapacità generale, sono stati eseguiti lavori di ogni specie. Lavori faticosissimi, come l'atterramento dei boschi, i movimenti di terra, i trasporti a schiena, l'escavazione di pozzi. Lavori pazienti, come le sarchiature, le seminagioni, i trapianti. Lavori pericolosi, come quasi tutti i lavori agricoli, nella esecuzione dei quali si incontrano non di rado serpi velenosissimi che muovono a ribrezzo. Lavori intellettuali, come ingrandimenti artistici di ritratti, manipolazioni di medicamenti, insegnamento scolastico, redazione di corrispondenze, registrazioni amministrative. Lavori industriali, come la fabbricazione di barili da imballaggio, la calzoleria, la fabbricazione dell'aceto artificiale. Finalmente lavori domestici collettivi, come la preparazione degli alimenti in comune e la pulizia del vasellame.
Hanno lavorato gruppi di soci sotto il controllo reciproco, come hanno lavorato persone isolate, libere e sicure da qualunque controllo; e, in generale, chi ha lavorato da solo, non si è risparmiato perciò, ma piuttosto ha prodotto di più, per la sola ragione che non ha perduto tempo in conversazioni.
Sono stati eseguiti lavori di utilità immediata, come i lavori industriali, quelli domestici e quelli relativi alla cultura di piante annue; ma si sono fatti anche lavori, dei quali si sarebbe sentita l'utilità a più o meno lunga scadenza, come l'impianto della mandioca, quello della vigna, la preparazione di vivai.
Gli abitanti della Cecilia hanno vissuto liberi da ogni legge e da ogni autorità. Infatti, le leggi punitive del paese nel quale viviamo, non avevano alcuna influenza sopra di noi; perchè, se negli attriti della nostra vita sperimentale fosse occorso disgraziatamente un delitto, nessuno l'avrebbe denuciato e tutti avrebbero concorso a farne scomparire le tracce, finchè i legislatori di questo paese, compresa l'importanza scientifica di questo gremio sperimentale, non gli concedano la più larga immunità giuridica. Per quanto riguarda i rapporti interni, l'autorità non vige sotto nessuna forma. Non leggi, né regolamenti, nè statuti, nè liberi patti, non supremazia di maggioranze, nè comizi popolari, nè organi di governo o di amministrazione; tutt'al più influenze, energicamente contrastate, di parentado e di capacità.
All'infuori di questo, libera iniziativa personale, accordo volontario, azione equivalente del criticismo e della tolleranza.
In tali condizioni, ciascuno si abitua a salvaguadare facilmente il suo diritto, senza doverlo far dipendere dalla benevolenza altrui. E questo è l'essenziale.
Della libertà si è usato e si è abusato, senza che gli abusi fossero tanto gravi da compromettere l'esistenza della comunità.
Ciò che principalmente interessa ad una collettività umana qualunque, è che nel suo seno non si commettano reati. Nessuna collettività riuscì mai a conseguire intieramente questo scopo; alla Cecilia non si è avuto caso di violenza contro le persone, e siamo tutti convinti - ottimisti e pessimisti - che se anche fosse più popolosa e vivesse per un numero indefinito di anni, non vi si verificherebbe mai un omicidio.
La vita morale della comunità non è, e non può essere ancora, in rapporto col suo ordinamento economico e politico. Le facoltà antisociali sviluppatesi necessariamente nella vita borhese, sono ancora attive; mentre non hanno avuto ancor tempo di svilupparsi e consolidarsi le facoltà morali correlative alla nuova vita sociale. A questa contradizione tra le capacità personali e lo schema della vita collettiva, bisogna aggiungere l'azione irritante della miseria e quella micidiale dei rapporti di parentado.
In causa della miseria si è costretti tutto il giorno alla schiavitù del lavoro; sempre per la miseria, non ci è possibile esser liberi nella scelta delle cose che concorrono a costituire il benessere. Non può godersi, uno, la libertà di procacciarsi il superfluo, mentre a tutti scarseggia il necessario. Questo stato di cose, per quanto naturale, non può fare a meno di inasprire e stancare, perchè non si può pretendere che tutti, e sempre, siano eroi del sacrificio.
Ma peggio è per la famiglia. Le donne, che per l'arretrato sviluppo intellettuale sono energicamente conservatrici e poco accessibili agli ideali di rinnovamento umano, in generale rappresentano nella Cecilia l'egoismo domestico. Installate nella cucina e nel magazzino, hanno sempre fatto a gara nel profittare della cosa comune. Le donne tra loro parenti hanno cercato di monopolizzare le povere cose, delle quali potevano disporre. Hanno visto di mal animo l'arrivo di nuove persone, che sembrava loro venissero a diminuire i pochi mezzi di esistenza. Ed hanno accolto le nuove compagne con freddezza, prodigando loro sgarbi di ogni modo. Queste maltrattate, hanno portato nelle loro famiglie i loro risentimenti, ed hanno così indispettito i respettivi mariti.
Quando poi sono riuscite a ribellarsi e ad abbattere la vecchia oligarchia, allora il malcontento è passato nelle famiglie del ministero caduto. Nel seno della parentela ordinariamente si tollerano difetti, che, viceversa, si biasimano acerbamente negli altri. Chi ha una famiglia intorno a sè, teme tanto la povertà da rendersi importuno agli altri, che sempre gli pare non producano abbastanza o troppo consumino. I celibi, non li ho mai visti contaminati da tanto egoismo.
Voi, Umano, pretore milanese, dovete avere intuito in un lampo queste scene della nostra futura vita domestica, quando mi diceste: «Baruffe chiozzotte». Ma baruffe non ci sono state; e malgrado, molto malgrado, l'organizzazione della famiglia, comunismo ed anarchia funzionarono come narrai.
E voi, accademico Francesco Coppée, che temete si voglia tornare alla promiscuità primitiva, dovete sapere, giacché siete dotto, che i popoli promiscui erano anche comunisti ed anarchici. Saprete certamente che al matriarcato corrispose la proprietà del clan; che al patriarcato andò unita la comunità domestica; che la famiglia monogamica ha come termine correlativo la proprietà individuale. Converrete probabilmente che, come le vecchie forme di famiglia si sfasciarono, anche la famiglia cristiana va morendo, e mille segni annunciano l'agonia. Quello che voi temete, non si desidera; e in questo centro di sperimento ci siamo convinti, che solo quando la molecola domestica si sarà scomposta nei suoi atomi costituenti, la proprietà dei mezzi di produzione tornerà al clan; ma il clan dell'era nuova sarà il genere umano; solo allora, senza contrasti, all'amorfia nei rapporti sessuali, alla completa autonomia individuale corrisponderà necessariamente la solidarietà economica e la libertà politica; il che, per noi, è quanto dire: il comunismo e l'anarchia.
L'esperimento della Cecilia ha durato ormai tre anni, ed in quanti vi hanno più a lungo partecipato, ha costituita una forte convinzione che il comunismo e l'anarchia sono oggi praticabili in tutta la vecchia società borghese.
Non mi pare che sia indispensabile continuare l'esperimento, in mezzo alle difficoltà estrinseche dalle quali è circondato. Ottone di Guericke non passò tutta la vita a far tirare i famosi emisferi sulla piazza di Magdeburg; come Galileo non si indugiò ad osservare ogni giorno l'oscillazione di una lampada nella cattedrale di Pisa. L'uno aveva già dimostrato la pressione atmosferica, l'altro aveva scoperto l'isocronismo delle piccole oscillazioni. Gli emisferi di Magdeburg passarono alla storia e ai gabinetti di fisica, ma la strada alle applicazioni industriali era aperta; la lampada della cattedrale tornò all'immobilità ma l'orologio a pendolo era scoperto.
Io sò che, per il popolino intellettuale, e a questo popolino appartengono anche persone di toga, se la Cecilia avesse a scomparire, la dimostrazione non sarebbe persuasiva, perchè non continua. Ma per gli uomini intelligenti e di buona fede, che hanno apprezzato la sincerità di questa narrazione, ove nulla di bene è ingrandito, ove nulla di male è pietosamente velato, spero che la nostra convinzione diverrà la loro.
Luigi Contratti, gentile scultore torinese, che ci auguravi di poter noi dire presto una grande parola, il tuo augurio si compie.
Ecco le parole che dalla Cecilia si possono dire, con la più serena coscienza.
L'umanità d'oggi, malgrado tutti i difetti che possiede congeniti, e che ha sviluppato nella vita sociale, può vivere in comunismo e in anarchia se, all'indomani della rivoluzione sociale, una minoranza intelligente ed operosa darà buone iniziative in tutti i rami della produzione.
La nuova vita sociale non sarà, sul principio, che un semplice rapporto di interessi ed una reciproca difesa di diritti. Oggi la bontà è una piccola frazione della psiche umana, e non bisogna contarci sopra gran cosa.
È falsa la propaganda che tende a mostrare il nuovo mondo sociale puro da ogni attrito maligno. Non seminiamo illusioni, se non vogliamo raccogliere disinganni.
Dalla pratica della nuova vita, che necessariamente e involontariamente chiamerà in esercizio le qualità socievoli degli uomini, è probabile che si sviluppi, per effetto di questo esercizio, una morale correlativa a quello schema materiale di vita.
Il disfacimento progressivo e spontaneo della famiglia monogamica prepara il terreno al trionfo dei nostri ideali.
Arduo, e spesso vano, è strologare il futuro.
Cosa avverrà della Cecilia?
Forse morrà. Ma di qual malattia?
Generalmente si muore per mancanza di fiato; e quasi nessuno guarda più in là. Ma a noi giova guardare.
L'egoismo di famiglia potrebbe svilupparsi a tal punto da distruggere quanto si è fatto finora, e da spezzare la collettività, o da ridurla alle forme di una volgare cooperativa. Ma questo niente proverebbe contro l'applicabilità dei nostri principî; perché in una vastissima organizzazione sociale, comprendente una gran parte dell'umanità, l'egoismo di famiglia -finché famiglia ci sarà- non avrà la grande influenza che ha mostrato in una collettività ristretta.
Cecilia potrebbe cadere per opera del governo brasiliano, o per la demoralizzazione che vi portassero gli agenti provocatori del governo d'Italia. E tra le cose possibili, perché abbiamo già da fonte sicurissima che il Ministero degli Esteri d'Italia ha raccomandato al governatore di questo Stato che sorvegli la Cecilia. Sperava forse che questa raccomandazione fosse sufficiente a farci sciabolare dalla cavalleria negra? Questa volta il governo di qui ha avuto maggior tatto e maggior umanità dell'italico governo.
Fra le altre probabilità di futuro, c'è anche quella che la comunità nostra continui a sussistere malgrado tutti gli ostacoli; adattando le sue disposizioni organiche all'ambiente eccezionalmente sfavorevole nel quale si svolge. In questo caso, credo che riuscirà sempre più a confermare le osservazioni fatte finora; e continuerà a dare notizie sincere della sua esistenza.
Avvertenza. - Questa relazione è stata letta agli abitanti di Cecilia, che l'hanno trovata conforme alla verità delle cose.
Un episodio d'amore nella colonia «Cecilia»
Se la verità ti fa paura, non leggere; perché
questo libricino, per te, è pieno di paure.
Fu una sera del Novembre 1892 che Elèda ed Annibale arrivarono alla Colonia. E fu un arrivo poco allegro. I nuovi compagni erano stanchi dal viaggio, mal prevenuti contro la colonia, che i dissenzienti -chiamiamoli così- stabiliti a Curityba, avevano loro descritto come più povera e meno socialista del vero. Anche da parte mia c'era un po' di freddezza, perché credevo che avessero esitato a venire, il che poi non era vero. Così, quella sera, l'Elèda non mi fece altra impressione che di personcina stanca e un po' triste.
Eppure, questi nuovi compagni meritavano tutta la mia simpatia.
Avevo conosciuto l'Elèda un anno prima***, in una conferenza pubblica, dove avevo spiegato alcune idee sul libero amore. Rammento che, avendola interrogata privatamente, mi rispose con molta semplicità che le ammetteva. La vidi, pochi giorni dopo, in un ospedale di quella città, infermiera coraggiosa, devota, infaticabile presso il letto di morte di quel valoroso giovinetto socialista, che per cinque anni le fu carissimo compagno. E gli amici mi dissero che la vita dell'Elèda era stata una continua e modesta abnegazione; una lotta penosa, ma intelligente e forte, per il suo amico, per i comuni ideali.
Di lei, della sua semplicità, della sua mestizia, della sua forza d'animo, portai con me un certo sentimento di simpatia e d'ammirazione; ma non il più piccolo desiderio della donna. Era per me una figuretta nobile e delicata, che s'imponeva per il suo carattere, che m'impacciava per la sua bontà, che mi piaceva come piace un compagno gentile. I momenti nei quali conobbi l'Elèda a*** furono rari, brevi e dolorosi; ma queste impressioni riuscirono chiare, precise e così le comunicai alla buona amica Giannotta.
Annibale è un buon compagno, di quelli che nell'agitazione socialista si sono abituati a perdere molto ed a guadagnare niente. È di mente non volgare, ma ha il cuore più grande della mente. Sotto un'apparenza ruvida, cela un delicato sentire. Fu dei primi e dei pochi che appoggiarono decisamente l'iniziativa di questa colonia socialista, e l'aiutò grandemente, venendo poi a farne parte. Annibale è uomo che amo, che stimo e che tratto con ogni riguardo. Nei primi giorni del suo arrivo alla colonia ebbi agio di conoscere meglio l'Elèda.
È una donnina di trentatrè anni, ma quando è tranquilla e si sente bene, non ne dimostra venticinque. Anzi, ha negli occhi e nella faccetta delicata qualche cosa di bambina. L'espressione del suo volto è quasi sempre seria, di una mesta serietà. Cominciò a interessarmi, e spesso mi compiacevo a domandarle se non si abituava a questa solitudine di praterie e di boschi, a questa monotonia e a questa povertà di vita. Mi rispondeva che procurava di farlo, che vi sarebbe riuscita; ed io ritrovava in lei la socialista intelligente, coraggiosa, buona, che avevo intraveduta a***. Così, una simpatia, un'affezione delicata e riguardosa crebbe in me, ed era l'alba dell'amore.
Una sera mi dette a leggere una lettera che le aveva scritto Giannotta, augurandole il buon viaggio per la colonia. «Se vai sola, accompagnati là al mio Cardias; sarete una coppia gentile; e in ogni caso, portagli per me un abbraccio e un bacio».
- E così, Elèda, quando farà la commissione della Giannotta? Quando lo paga quel debito? - le domandai, scherzando, il giorno dopo.
- Prima o poi - rispondeva sullo stesso tono.
Passarono alcuni giorni.
- Senta Elèda - le dissi una sera nella sua casetta. - Lei è una donnina seria, e si deve parlarle senza artifici.
Mi guardò e comprese.
- Perché non vorrebbe bene un pochino anche a me?
- Perché temo di far troppo dispiacere ad Annibale.
- Gliene parli.
Ci separammo senza un bacio.
Elèda parlò ad Annibale, come una compagna affettuosa, ma libera e sincera, deve parlare al compagno che ama e che stima. Annibale rispose come un uomo che sopra alle sue passioni pone lo scrupoloso rispetto per la libertà della donna.
- Soffre - mi disse Elèda.
- Si poteva prevedere - risposi. Ma credi che soffra in lui la parte migliore o quella peggiore del cuore? Questo dolore è umano, è socialistico, è indistruttibile? È il dolore del pugnale che uccide o è quello del coltello chirurgico che guarisce?
- È questo che bisogna sapere - mi rispose Elèda. E ci lasciammo ancora senza un bacio.
E Annibale stesso lo disse ad Elèda e a me.
- È il pregiudizio, è l'abitudine, è un po' d'egoismo, è quello che volete; ma la libertà deve precedere su tutto e innanzi tutto. Amo Elèda, e non c'è ragione perché non debba amarla più. Soffrirò, ma sarà bene. Tu vivi triste, senz'amore. Elèda farà bene a confortare la tua vita.
- Hai del risentimento per Elèda o per me?
- Niente affatto.
Quel giorno Elèda ed io ci scambiammo il primo bacio. Quella notte Elèda venne nella mia casetta, e Annibale pianse nella tristezza dell'isolamento.
Così, maledettamente, è oggi ancora la vita. La felicità di uno è scontata dal dolore di un altro.
Pochi giorni dopo, i compagni seppero la nostra iniziativa di amore libero; con quanta delicatezza, con quanta lealtà, con quanta abnegazione si era trionfato sopra uno dei più sentiti e feroci pregiudizi sociali!
Nella colonia Cecilia, fino dal suo inizio, si era fatta la propaganda teorica del libero amore, inteso non come unione illegale - o divorziabile maritaggio senza prete e senza sindaco - ma come possibilità di affezioni diverse e contemporanee, come vera, palese, pratica e possibile libertà d'amore, così per l'uomo come per la donna; si erano discusse le ragioni e le opportunità di questa riforma nei costumi, tali quali, press'a poco, riassumerò nella fine di questo scritto. E, in generale, si ammetteva teoricamente questa riforma; ma, in pratica, la si rimandava alle calende greche, per il dolore che ne paventavano i mariti, per i pregiudizi delle mogli, per i rapporti domestici da lungo tempo stabiliti e che sembrava duro spezzare, per il timore che - sciogliendosi la colonia - donne e fanciulli potessero essere abbandonati a lori stessi, e forse, un poco, per deficiente intraprendenza dell'elemento celibe; ma più di tutto mi sembra, per quella forza ostinata, brutale, irragionevole dell'abitudine, che contrastò sempre e sempre contrasterà il progresso umano.
Così essendo predisposti gli animi nella colonia, la notizia del fatto avvenuto fu accolta con sentimento di gradita sorpresa, turbato solo dal timore che Annibale, malgrado la sua intelligenza e la sua bontà, avesse a soffrirne. Le donne, in generale, non cambiarono il loro contegno verso l'Elèda, e mi pare certo che non avessero alcun sentimento - interiore e celato - di disistima per lei.
Quando poi si vide il modo rispettoso col quale tratto l'Elèda, il contegno dell'Elèda stessa che non cessò un momento di essere affettuoso verso Annibale e riservato verso di me, l'affetto fraterno che unisce Annibale e me nello scopo comune di rendere lieta la vita alla nostra Elèda; quando si vide insomma che il libero amore non è volgarità animalesca ma la più alta e gentile espressione della vita affettiva, scomparvero anche le ultime esitazioni, e il caso nostro - senza essere stato finora imitato- fu considerato però come un fatto normale della vita.
Più ancora, mi pare che il vecchio edificio dell'amore unico ed esclusivo, della paternità pretesa o reale, sia qui discrepolato nei muri maestri , dall'attico alle fondamenta, prossimo a crollare se qualche altra mazzata viene a colpirlo. Dell'ente famiglia mi pare che qui ormai sia morto lo spirito, e non ne rimanga in piedi che il corpo, per esprimermi come i vecchi metafisici si esprimevano.
Il fatto che ho narrato succintamente è troppo complesso, troppo intimo, troppo finamente intessuto di sentimenti diversi, perchè possa essere facilmente compreso, non solo dagli estranei, ma dai suoi attori medesimi. Per cui mi è sembrata necessaria una specie di analisi psicologica, alla quale Annibale ed Elèda hanno aderito con assoluta sincerità, rispondendo ai due questionari che qui riproduco:
Cardias prega l'amato compagno Annibale a voler rispondere accuratamente alle seguenti domande, allo scopo di precisare alcuni dati psicologici sulla questione del libero amore. Un bacio affettuoso dal
tuo Cardias.
Rispondo volentieri alle tue domande, osservandoti però che se il libero amore fosse generalizzato, molti sì dolorosi diverrebbero no. Ti rendo di cuore il bacio che tu mi mandasti,
tuo aff.mo Annibale
Ammettevi nella donna la possibilità di amare nobilmente più uomini? Sì, ma però non in tutte le donne. - Le riconoscevi il diritto di fare ciò? Sì. - Ritenevi il libero amore utile al progresso della morale socialista e della pace sociale? Sì, lo credevo e lo credo sempre, perchè senza questo, dov'è la libertà e l'uguaglianza? - Credevi che la pratica del libero amore avrebbe addolorato qualcuno dei partecipanti? Sì. - Quale specialmente? forse ambedue, credo. - Ritenevi che il compagno della donna avrebbe subito dispiacente la nuova affezione della sua compagna per un altro? Sì, se l'ama veramente. - Che l'avrebbe accettata con indifferenza? Sì, se non ama, o se è un farabutto. - Con gioia? quasi mai; però potrà goderne, se conosce di fare un'opera consolatrice e degna de' nostri principi. - Che l'avrebbe desiderata, suggerita, favorita? Idem.
Quando l'Elèda ti raccontò la mia domanda, sentisti dolore? No. - Sorpresa? No, perchè l'avevo già manifestato in Italia e c'ero già preparato. - Sdegno? No, mai. - Umiliazione? No. - Risentimento verso di me? non risentimento, ma compassione per te. - Fu vanità offesa? No. - Istinto di proprietà ferito? Non pensai mai di essere proprietario dell'Elèda; ciò sarebbe un affronto per lei. - Egoismo o desiderio di bene esclusivo? Non egoismo, ma piuttosto paura che diminuisca il suo affetto per me. - Timore di ridicolo? Un pochino. - Idea di lesa castità coniugale? Fui casto io? - Fu spontaneo il tuo consenso? Assolutamente si. - Fu per coerenza ai principi di libertà? Un pò per compassione di vederti soffrire, ed anche per coerenza. - Fu per pietà di me, che da tanto tempo vivevo senza amore? Risposi già. - Se si fosse trattato di un altro compagno, supponi che avresti provato le stesse sensazioni? Non potrei precisarlo; ma, se si, avrei sofferto maggiormente. - Se si fosse trattato di un proletario; non compagno nostro? Idem. - Di un borghese? Avrei compianto l'Elèda e sofferto molto, senza poter affermare se l'avrei lasciata.
Hai sofferto maggiormente pria di sapermi con Elèda? No. - La prima volta? Sì. - O quale altra? Sempre, più o meno. - Hai pianto? Sì. - Nel tuo dolore c'era risentimento contro Elèda? No. - Contro di me? No. - Timore di ridicolo? Risposi. - Tristezza d'isolamento? Un pochino. - Paura di una deviazione negli affetti della compagna? Conosco abbastanza Elèda per dire no. - Timore che io la trattassi volgarmente? No. - Che la trattassi gentilmente? Si.
Desiderio che ella godesse di un altro affetto fisiologico ed intellettuale? Non saprei. - Dispiacere di ciò? Se fosse, non avrei dispiacere. - Paura che ti tornasse meno pura? Conosco abbastanza Elèda per dire no. - Meno affettuosa? Sì. - Istinto irragionevole e involontario di egoismo? Sebben tutti, attualmente, siamo egoisti, non credo che il mio dispiacere sia stato prodotto da egoismo. - Combattendo il tuo dolore, hai provato la soddisfazione di chi fa bene? Per certo. - Hai vagheggiato l'idea della fuga? Non fondato però su questo motivo solo. - L'apprezzamento degli altri influisce sopra i tuoi sentimenti? Spregiai sempre li apprezzamenti degli altri; pur tuttavia mi avrebbe recato dispiacere sapermi ludibrio degli imbecilli. - La stima per la tua donna è eguale a quella di prima? Sì. - L'affetto per lei è eguale, maggiore, minore? È eguale, ma forse maggiormente sentito. - Il ripertersi delle assenze della tua compagna alterna il tuo dolore? Sì. - Lo inasprisce piuttosto? No. - Ti sono più dolorose le assenze brevi? No. - Quelle lunghe? Sì. - Sarebbero più dolorose assenze di alcuni giorni? Qui c'entra l'egosimo, poichè queste assenze lunghe farebbero di me un paria dell'amore, come tu lo eri. - Soffri maggiormente vedendo la compagna restare presso di me? Prima sì. - O vedendola partire dalla tua casetta per la mia? Ora mi è indifferente. - Ti sarebbe più accetto che la compagna vivesse da sè e ci invitasse a sua volontà? Sì, per la tranquilità e la libertà di tutti.
Ti fa dispetto ch'io l'ami? No. - Credi che il libero amore si generalizzerà per la ribellione delle donne? Sì. - Per il consentimento degli uomini? Anche se gli uomini non lo vorranno, quando le donne si ribelleranno seriamente, si effettuerà; e tutti, dopo, ne saranno contenti. - Per disinteressata iniziativa di questi ultimi? No, salvo poche eccezioni, che potranno dare il buon esempio.
Ecco quest'altro documento umano.
Elèda,
Per lo studio esatto dell'episodio affettivo al quale tanto nobilmente hai partecipato, mi occorrono alcune notizie sulle tue intime sensazioni. Te le chiedo con la certezza che me le affiderai sinceramente, perchè tu conosci l'importanza che può avere questo studio psicologico, e perchè la schiettezza è nella tua indole. Perdonami se alcune domande saranno indiscrete; perdonami e procura di rispondere, perchè hanno una mira scientifica. L'amico Cardias.
Fosti educata alla morale ortodossa? Sì, e fino ai vent'anni. - Nell'amore primo di giovinezza ti sentivi assorbita esclusivamente in un solo affetto? Sì. - Nel tuo secondo amore, che fu il più lungo e il più intenso, amasti alcun altro contemporaneamente al tuo adorato e compianto compagno? No. - Avesti qualche nascente simpatia? Sì. - La coltivasti? No. - Coltivarla, ti sarebbe sembrata colpa? No. - Ti mancò l'occasione? Sì. - La cercasti? No. - La tua affezione per L..., che fu la più breve e la meno profondamente sentita, fu esclusiva? Ebbi in quel tempo un'altra simpatia; ma, come si suol dire, innocente. - E la tua affezione per Annibale fu esclusiva? Sì, finchè non ti conobbi. - È da tempo che ammetti la possibilità di amare contemporaneamente più persone? Sì. - Fosti mai gelosa? Qualche volta, ma le mie gelosie furono di brevissima durata. - Ti dasti mai senza amore? Mai, senza simpatia. - E per sola sensualità? Mai. - Tollerasti mai violenze morali? No.
Ti sorprese la mia domanda d'amore? Un poco. - Ti spiacque la forma breve e diretta che adoperai? Anzi, mi piacque assai. - Promettesti per pietà? Un poco. - Per simpatia? Sì. - Il timore di addolorare il tuo compagno era veramente il solo ostacolo? L'unico. - Ti tentò l'idea di amarmi, inconsapevole il tuo compagno? No. - Quando gli riferisti la mia domanda, esprimesti pure il pensiero di soddisfarla? Sì. - Lo facesti con serenità d'animo? Sì. - Con vergogna? No. - Soffristi, indovinando il dispiacere del compagno? Sì. - Soffristi per lui? Sì. - Per te? Anche per me. - Per me? Soprattutto per te. - Considerasti il suo dolore come prova d'amore per te? Su questo non so dare un guidizio. - Quando ti dasti a me, l'assenso del tuo compagno era completo? Sì. - Precipitasti un poco con gli avvenimenti? No. - Il dolore del tuo compagno lo considerasti ragionevole? Lo considerai come il resultato dei pregiudizi che , volere o no, pesano su di noi. - Destinato a sparire? Sì. - La nostra condotta di fronte al tuo compagno ti sembrò corretta? Sì.
Venisti a me con coscienza sicura? Sì. - Accrebbi io di un pochino la felicità della tua vita? Sì. - Mi ami sensualmente? Intellettualmente? Per cuore? Un pochino in tutti e tre i modi? Sì, in tutti e tre i modi. - Dal primo giorno, mi ami un pochino più? Assai di più. - Ami Annibale di più? Sì. - Questi due affetti contemporanei ti hanno reso più buona? Sì. - Più sensuale? No. - La contemporanea molteplicità degli affetti, questo che noi chiamiamo libero amore, ti sembra naturale? Sì. - Socialmente utile? Più che tutto, socialmente utile. - Ti dispiacerebbe non conoscere la paternità di un figlio che tu avesse ora a generare? No.
Non si creda Elèda una donna dai facili amori, e tanto meno uno di quei fenomeni patologici, nei quali è inutile cercare le leggi fisiologiche della vita. Essa rappresenta piuttosto il tipo medio delle operaie intelligenti nelle grandi città, affinate dall'ideale socialista, chiaramente e intimamente compreso. E che sia un tipo normale di donna, lo prova il non essere nè volgare nè romantica; è delicata, è gentile, ma è positiva.
La sua giovinezza affettiva fu triste, quasi drammatica, ed ha lasciato in lei quell'impronta di mestizia vera, che raramente l'abbandona.
Giovinetta inesperta, amò il cognato, che la ebbe quasi di sorpresa. E fu un amore infelice quello, come tutti gli amori clandestini, sbattuto tra un affetto immenso, irresistibile per l'amico e una tenerezza indicibile per la sorella. Catastrofe straziante: la morte della sorella , e poi la morte dell'amico.
Quattro anni dopo, quando il cuore di Elèda potè schiudersi un'altra volta ai sorrisi d'amore, fu suo compagno un giovine ardito e intelligente, il più operoso, il più efficace socialista che abbia agitato le masse operaie di ***. Ma le contrarietà delle famiglie, le persecuzioni della polizia, che più volte imprigionò l'amato compagno, le strette della miseria contristarono un amore che durò cinque anni, ed ebbe il suo epilogo sotto le volte di un ospedale, dove la vita del fiero giovinettto si spense.
Un anno dopo, Elèda incontrò un dolente solitario della vita, e, un pò per pietà, un pò per noia di vedovanza, un pò per simpatia, si dette a lui.
Fu il periodo meno bello nella sua vita affettiva, e gli avvenimenti lo troncarono dopo tre mesi.
Venne infine la libera unione con Annibale, stretta per raggiungere insieme la colonia Cecilia.
Che le donne oneste studino questa biografia di Elèda, nella quale non un segreto è celato; e dicano a loro stesse se questa donna è biasimevole, se seguirne gli esempi sarebbe vergogna!
*
E ora tenterò la mia propria analisi psicologica, avvertendo che neppure io sono eccezione di intelligenza o di bontà; non sono che un uomo cresciuto, come tanti milioni di miei fratelli, a quella scuola educatrice del dolore, che poi, in conclusione, è la vita; un pò scettico, un pò pessimista, ma anche un pò ottimista, quando penso all'avvenire; - ottimista della scuola positiva - uomo di contradizioni, come del resto mi pare siamo un pò tutti in questo periodo di palingenesi sociale.
Amo Elèda, o, piùttosto, le voglio bene - come preferisce dire, con acutezza di raziocinio, la nostra compagna. Per noi, l'amore, secondo che è vero o che è simulato, è la forma o patologica o donchisciottesca dell'affetto; è quella forma congestionale che innalza l'adolescente tra le nubi luminose dell'adorazione platonica, dove Dante vede passare Beatrice
benignamente d'umiltà vestuta.
Oppure è lo straziante martirio del Leopardi, è il suicidio, è il delitto dei mille ignoti; quando non è la simulazione di alti sentimenti, la profanazione di una nobile follia in una volgare commedia, che tende a conquistare un corpo, una dote, una posizione sociale.
Voler bene, è la forma fisiologica, normale, comune dell'affetto. Voler bene, sta tra 20° e 80° del centrigrado d'amore; più in giù c'è il capriccio; la simpatia di un giorno, di un'ora, che - gentile e leggiera - arriva, bacia e passa; più in su c'è la pazzia sublime o la ridicola stupidaggine. Voler bene, è una miscela riuscita e appetitosa di voluttà, di sentimento e d'intelligenza, in proporzioni che variano, secondo gli individui che si vogliono bene. In conclusione? «Voler bene» ci pare che dovrebbe bastare alla felicità affettiva della povera specie umana.
Dunque, voglio bene a Elèda. Le voglio bene in modo soggettivo e oggettivo, cioè le voglio bene per me e per lei.
Se le volessi bene solo per me, per le gioie che mi dà, per il tepore che ha portato ne' miei sentimenti, per la luce blanda e chiara che ha sparso tra i miei pensieri, dovrei dire più esattamente che «mi voglio bene». Sarebbe un affetto, nobilissimo finchè si vuole, ma suistico, come l'affetto che si porta ai nostri polmoni, al nostro stomaco, alla nostra pelle per i servigi che ci rendono, per il bisogno che ne abbiamo; come l'affetto che si ha per i fiori, recisi dallo stelo e messi in fresco sul nostro tavolo; come l'affetto che si dice di aver per i canarini, quando cantano bene nella loro gabbiuzza. Sono amori soggettivi; non vogliamo bene, ma «ci vogliamo bene», vogliamo bene a noi stessi.
Voglio bene, oltre che a me, anche a Elèda, e desidero perciò che trovi in questo mondo - giacchè all'altro abbiamo rinunciato - tutti quei fugaci momenti di felicità e tutti quei giorni sereni, che è possibile trovare. E siccome non sono tanto presuntuoso, il che sarebbe come dire tanto imbecille, da credere di esser io nè tutta nè grande parte di felicità per Elèda, mi compiaccio dei suoi affetti passati, di quelli presenti e di quelli futuri. Lungi dal tormentarmi con gelosie retrospettive, parlo volentieri con lei dei due amori che hanno occupato tanta parte della sua vita; procuro di conservare viva la memoria, di resuscitarne le emozioni. Amo quei due estinti che tanto amarono la mia amica, e tanto furono amati da lei. Con chi ho una piccola punta, è con quel terzo, che rapidamente passò nella vita affettiva di Elèda. Ce l'ho , perchè non era degno di lei, perchè non l'amò abbastanza, perchè abbastanza non fu riamato. Perchè, insomma, portò pochi centesimini di felicità nella vita dell'amica.
Amo Annibale, perchè so che Elèda le è profondamente affezionata ed è lieta dell'amor suo. Ecco perchè - prima di cominciare la nostra relazione - quando si temeva che il dolore di Annibale potesse essere insanabile, io gli dissi con sicurezza:
- Senti, se la mia affezione dovesse spezzare la tua, preferirei lasciare le cose come sono.
Ecco perchè, la sera, accompagno spesso alla loro casetta, dal nostro luogo di riunione, Annibale ed Elèda, e auguro loro affettuosamente la buona sera.
Ecco perché son lieto che quando Elèda dice ad Annibale: «Vado da Cardias» gli dia e ne riceva un bacio.
Ecco perchè mi torturavano gli scoppi di disperazione che, sul principio, vincevano Annibale, quando abbracciava e baciava la nostra Elèda, sussurandole tra le lacrime:
- Quanto soffro, quanto son pazzo! Lo so che mi vuoi sempre bene, che mi vuoi più bene di prima. Ma ho paura; ho paura che amerai Cardias più di me, perchè è più intelligente di me. Ti voglio troppo bene, e sono ingiusto contro il compagno. Faccio male: lo vedo, lo sento; diverrò cretino, diverrò pazzo; vorrò morire. Voglimi bene, perchè io te ne voglio tanto.
Ecco perchè sono lieto ora, che tra Annibale, Elèda ed io c'è una perfetta equazione di affetti, e le premure dell'uno, o per l'uno, non turbano la serenità dell'altro.
Pensa qualcuno che questo annientamento della gelosia sia carattere e segno di una psiche fiacca, linfatica o adiposa? Che questa quiete dell'animo sia il sonno del ghiro ibernante? Che questo episodio d'amore si svolga fra tre amici del quieto vivere? Se qualcuno pensa così è nell'errore, perchè in noi freme oggi il sangue dell'umanità moderna, formicola nel nostro cervello il pensiero dei nostri tempi; scorrono nei nostri nervi le sensazioni equilibrate e forti della virilità.
Se di qualche centimetro siamo déplacés, non lo siamo al di sotto dell'umanità ma al di sopra, a quel vicino disopra, che presto la società umana deve raggiungere, perchè sua legge eterna non è il discendere, ma il salire.
Come dal pensiero degli altri prendo gli elementi che insieme alle mie proprie osservazioni finiscono col costituire le mie idee, così dalla coscienza degli altri prendo buona parte di ciò che costituisce i miei sentimenti. Ma per i miei sentimenti e per le mie idee, nè pavento il biasimo, nè bramo la lode degli altri. Quando posso constatare in me stesso che sentimenti ed idee si corrispondono perfettamente, la mia coscienza vive modestamente sicura, dovesse anche essere contro la coscienza di tutta l'umanità. Con questa sicurezza, chiamatela pure ingenua sicurezza, confido al pubblico ipocrita e bigotto le mie confessioni.
*
Narrato l'episodio, vorrei segnare la teoria nel pensiero e nella morale socialistica.
Corre tra la gente ed è accettato ed indiscusso il dogma che più persone allo stesso tempo non si possono amare.
Se dogma non fosse, e non fosse neppure opinione generalmente accettata, quanta fatica ci vorrebbe a dimostrarne la verità? Allora, la verità - naturalmente, spontaneamente accettata - sarebbe che eccezionalmente si può amare una persona sola.
Ma quando tutti, o i più, credono una bestialità, non hanno bisogno di dimostrarla; tutt'al più la suffragano con qualche proverbietto volgare, giacchè di proverbietti l'asineria popolare non ha mai sofferto penuria. Tocca agli eretici la confutazione del dogma, la dimostrazione che il contrario è la verità.
Amare più persone contemporaneamente è una necessità dell'indole umana.
Ecco la tesi che una legione di dotti protrebbe sviluppare in una collezione di volumi. Io non sono dotto; non che di sviluppare, sono appena capace d'intuire. Ma anche il popolo è più atto ad intuire che ad analizzare, e forse le basteranno le poche pagine che posso dedicare a questa tesi.
Fisiologicamente l'amore è la ricerca della voluttà, cui conseguenza involontaria è la perpetuazione della specie. Fisiologicamente un maschio gradisce, nei limiti delle sue forze, quante femmine incontra disposte all'accoppiamento; ed ogni femmina, all'epoca dell'evoluzione, gradisce quanti maschi trova. Tra le piante fanerogame - ove i sessi sono meglio distinti - la promiscuità è la legge, la monogamia è l'eccezione. Il casto giglio chiude nella nivea corolla cinque stami intorno ad un solo pistillo, e la stessa regina dei fiori accoglie intorno all'unico genulario un reggimento di maschi, che rappresenta molte volte il mutiplo di cinque. Ma se volete considerare li stami di un fiore, come i molti organi sessuali di un medesimo maschio, pensate alle tante specie di piante che portano fiori maschi sopra alcuni individui e fiori femmine sopra altri. Pensate alle conifere delle Alpi, alle palme dei tropici. Sono nubi di polline provenienti da miliardi di maschi, che il vento trascina turbinando lontano a baciare i fiori femmine aspettanti. I granuli di polline di una medesima antera, chi sa su quanti pistilli si posano? Chi sa dire da quante antere un genulario rimane fecondato? Se molte varietà di piante appartenenti ad una medesima specie vanno seminate vicine, avvengono innumerevoli imbastardimenti?
I loro fiori negarono la fiaba della monogamia e della fedeltà coniugale. Anche tra gli animali la monogamia è un'eccezione, quasi tutta racchiusa negli ordini degli uccelli, ove l'opera dell'incubazione e le cure della nidiata la rendono necessaria.
Nella storia primitiva dell'umanità incontriamo il matriarcato; molto più tardi, e sotto l'influenza di ragioni economiche e politiche, viene il patriarcato poligamico e poi il maritaggio monogamico.
Ma scuole filosofiche, sette religiose e ribellioni personali affermarono in ogni tempo, fino a noi, il libero amore, come protesta della natura e della ragione.
Quello che più conta è che la donna ha sempre amato, qualcuno, oltre a suo marito; e l'uomo ha sempre amato qualcuna, oltre a sua moglie. Raramente, eccezionalmente il nuovo affetto ha ucciso l'antico; se fosse diversamente, nessun marito sarebbe amato da sua moglie, e nessuna moglie sarebbe amata da suo marito. Il più delle volte, i due affetti vivono in pace nello stesso cuore, ed anzi l'uno rende l'altro più tenero e più espansivo; è il libero amore meno la lealtà, o più la menzogna, la gradita menzogna; è la sofisticazione del libero amore; è l'aldulterio.
E come il libero amore può fare a meno d'imporsi?
Si ama una persona per certe sue qualità: la bellezza, lo spirito, la bontà, l'intelligenza, la forza, il coraggio. E quante gradazioni, quante sfumature, quanti modi di essere vi sono per ciascuna di queste qualità! Amerete la persona che possiede tra queste qualità, quelle che a voi sono più gradite. Ma poi non potrete fare a meno di incontrarne un'altra, più altre, che le stesse qualità, lo stesso fascino possederanno in grado maggiore o minore, e non potrete fare a meno di amarle. L'ipocrita morale qualche volta riuscirà a condannarvi ad un ridicolo martirio, ma il più delle volte distruggerà la costanza della monogamia e ne salverà solamente la forma.
L'amore è unico ed esclusivo negli organismi inferiori, perchè si riassume tutto in un accoppiamento che uccide gli amanti e dà vita alla prole.
Ma la specie umana elevandosi, per certi aspetti, al di sopra dell'animalità, raffinava, procedendo dal semplice al composto, le sue sensazioni primordiali, i suoi primordiali bisogni. Ormai, e da oltre tutto il ciclo storico, non è più il primo maschio venuto che la donna desidera tra le sue braccia. La sensazione primordiale si è fatta policroma, dacchè tanti scintillii di bellezza - di bellezza plastica, di bellezza morale, di bellezza intellettuale - sono lampeggiati fuori del ricco poliedro umano. Dacché nell'amplesso la specie umana si è detta dolci e misteriose parole, dacché la tenerezza e la bontà brilla nell'occhio della donna, l'intelligenza e la poesia nell'occhio dell'uomo, l'amore non fu più il bisogno semplice e primordiale di un accoppiamento purchessia; - tra un solo maschio ed una sola femmina non si potereno più scambiare tutti gli elementi dell'amore.
Così, l'amore potrebbe essere ancora uno ed esclusivo solamente in questi due casi: quando nella persona amata non si desidera altra cosa che il sesso, e bisogna vivere sui gradini più bassi della scala umana, perchè questo possa avvenire; o quando nella persona amata è compresa, tutta la bellezza, tutta la bontà, tutta l'intelligenza, in una parola, quando vi sono comprese tutte le attrattive dell'altro sesso, e bisogna essere ben cretini per supporre che questo sia. Ma siccome di queste attrattive non ce ne possono essere che una minima parte, il sentimento corre involontario a cercare le altre.
Infatti, nelle classi sociali più ricche, dove - sotto certi aspetti - l'indole umana si è elevata, il sentimento dell'amore ha assunto una forma più complessa, più ricca di linee, di colori, di sfumature, di penombre, che sempre più difficilmente può realizzare in una sola persona il tipo vagheggiato, e le relazioni affettive, in quelle classi sociali, sono più delicate, più alte, più numerose e - malgrado l'ostilità dell'ambiente sociale - indiscutibilmente più libere, di quello che non lo siano nelle classi artigiane e campagnole.
Sento di non aver data la dimostrazione inconfutabile della tesi che ho posto:«Amare più persone contemporaneamente è una necessità dell'indole umana».
In una controversia pubblica, dove coi cavilli più stupidi e coi paradossi più brillanti si usa sostenere e far trionfare le cause più spallate, il pubblico - feroce di pudore e di onestà convenzionale - probabilmente fischierebbe me e plaudirebbe qualunque mio contradittore. Ma tu che mi leggi, completerai la mia dimostrazione e la renderai inconfutabile, se avrai il coraggio di interrogare la tua coscienza, a quattr'occhi, s'intende - perchè probabilmente tu le temi le fischiate - e domandarle:
«Coscienza mia, nessuno ci sente e nessuno ci vede. Coscienza mia, puoi giurare, senza menzogna, la mia fedeltà? Non ti sei accorta che quell'unico affetto non bastava a riempire il mio cuore? Non ti sei accorta di quell'altro amore, che non ha ucciso il primo? Non hai sentito la mia fantasia volare attorno leggiera, avida di bellezza, di spirito, di tenerezza, di sapere? Non hai sentito le feroci battaglie, le battaglie inutili ed ingloriose, che in te hanno combattuto amore e dovere, desiderio e paura, tenerezza e vergona? Non li hai veduti i germi novelli che a primavera s'inturgidivano sul tronco del mio cuore? Erano pieni di foglioline e di fiori, quei germi novelli; chi sa quale splendore di verde, quale delicatezza di profumo e che dolcezza di frutti potevano dare alla triste mia vita? E io li ho distrutti, perchè distruggerli era dovere, perchè rispettarli era peccato. Dimmi, dimmi coscienza mia - siamo soli e nessuno ci sente - se al mondo non ci fosse nè il dovere nè il peccato, non avrei io bisogno di amare qualcun'altro, senza far torto alla persona che amo? Coscienza mia rispondimi una volta la verità».
E se la cosienza ti risponde la verità, per te, che mi leggi, questo libricino è bell' e finito.
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Il diritto alla piena libertà d'amore mi pare indiscutibile. Infatti, tutti i codici e tutte le religioni lo negano alle persone maritate, la morale di parata del secolo tartufo lo nega ai giovani. La libertà d'amore appartiene alla categoria delle libertà corporee , che sono le più essenziali, le più necessarie, le più difficilmente sopprimibili. Finchè non sia restaurato il principio giuridico della schiavitù - e come dire: giammai - sarà impossibile negare il diritto e la facoltà di disporre liberamente della propria persone, così del proprio corpo come del proprio sentimento. E non tiratemi fuori la restrizione che una libertà, un diritto finisce, dove lede un'altra libertà, un altro diritto. Se quando il mio diritto passa, qualcuno soffre e piange, io ne potrò essere addolorato, e forse potrò rinunciare al mio diritto; ma se pretendete negarmelo, allora tanto vale dichiarare menzogna la libertà.
Il diritto di amare liberamente potrà essere cancellato dalla promessa di fedeltà coniugale? Se questo fosse, bisognerebbe ristabilire la indissolubilità dei voti monastici, che sono pronunziati con tanta imprevidenza, quanta se ne mette ordinariamente nel pronunziare i voti matrimoniali o semplicemente le promesse di esclusivo e libero affetto. In un caso come nell'altro, è sulla conoscenza delle condizioni, dei sentimenti di un giorno che si ipoteca tutta la vita; la vita, che sarà piena di circostanze ben diverse da quelle prevedute. Una promessa di fedeltà è molto deplorevole, perchè molto fatua o poca sincera. Ma una sciocchezza non può distruggere un diritto naturale, imprescrittibile e inalienabile.
Queste cose la gente le sà molto bene, e le mette in pratica ogni giorno; solamente che il diritto viene esercitato nel mistero, come la frode, e quello che dovrebbe essere il libero commercio, assume il carattere gradito e provocante - ma poco dignitoso - del contrabbando.
Del resto, quando noi anarchici parliamo con gente adulta e sana di mente, «fa' quello che vuoi» è la forma semplice, ma reale e comprensiva, sotto la quale intendiamo il diritto.
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Quanti pochi sono però i caratteri energici di ribelli! E tanti, che sanno sfidare tutto, - dal ridicolo alla morte - esitano, e piegano fiaccamente dinanzi alla paura di addolorare la persona amata. Per introdurre questa riforma nei nostri costumi, non basta generalizzare la convinzione che l'assoluta libertà d'amore è necessità naturale e diritto personale. Non basta che uno dei due amanti dica: «segui il nuovo affetto; libertà per libertà, io ti abbandono». Oppure, con più intelligenza e con più bontà: «Il tuo nuovo affetto è gentile al pari del nostro; non sei diversa da quello che eri, e perciò ti amo ancora; non ti disistimo nè ti abbandono, ma soffro». Non basta insomma cullarsi nei mezzi termini, nelle mezze soluzioni del pregiudizio e dall'egoismo peggio inteso; bisogna risolutamente gettarsi da una parte o dall'altra. Se ci pronunziamo per la libertà, sarà necessario aiutare gli altri a farsi liberi, come noi abbbiamo bisogno di essere aiutati. Se crediamo di avere la santa libertà nella nostra casa, solamente perchè abbiamo detto alla compagna: «Fa' quello che vuoi», o non avremo capito nulla della vita, o ne avremo capito abbastanza per essere ipocriti come tutti. La compagna affezionata, in realtà, non fa mai quello che vuole, ma quello che deve - cioè quello che crede di dover fare - per risparmiare al compagno un dolore, che ella comprende tacitamente minacciato. Dirà il lettore che cado nell'esagerazione e nell'assurdo, mentre in fatto seguo la logica e cerco la verità, mandando al diavolo i pregiudizi e quelle serie buffonate che sono oggi la morale e la dignità.
Bisogna amare profondamente la nostra donna, per noi, per la nostra felicità, ma soprattutto per lei e per la felicità sua. Bisogna sinceramente desiderarle altri affetti, che più vicino alla felicità la conducano; e di questo nostro desiderio bisogna farla ben sicura.
Dobbiamo aiutare la nostra compagna a studiare quei piccoli germi di simpatia che, trascurati o combattuti, mai avrebbero preso completo sviluppo; di quei germi di simpatia, bisogna, insieme a lei, scegliere ed educare i più gentili, finchè le simpatie non siano divenute amori, vale a dire elementi nuovi di gioia, di bontà, di educazione personale e di sociale progresso.
Su queste formazioni geologiche dell'adulterio, che sono i nostri tempi, mi pare si possa ormai essere uomini nuovi. Vorrei che mi impiccassero, se non dico il vero. Quando non vi fossero ragioni estranee alla mia volontà, direi ad Elèda:
- Senti: io desidero che un frullo di giovinezza rallegri il meriggio della tua vita. Quale piccola simpatia hai in cuore? Confidamela. È piccina? Crescerà. È sbiadita? Presto assumerà contorni più precisi e colori più smaglianti. È quello il giovinetto che più ti piace? Amalo serenamente, perchè è uomo.
E vorrei annunziare al timido giovinetto la buona fortuna e invitarli a scambiare il primo bacio di caparra; e ornare di fiori il mio lettuccio per il loro primo incontro; e ricevere il giovinetto sulla soglia di casa, baciandolo sulle guance come fratello; e tornare a trovarli abbracciati nel mio lettuccio, e baciarli in fronte ambedue, come bimbi felici. Tuttte queste diavolerie vorrei fare; e sento che le farei contro una puntina di gelosia, ma sotto una corazza di bontà, d'affetto e di ragione.
Se procuro di strappare il libero amore - che per me significa quasi sempre amore multiplo e contemporaneo - dalle ragioni dell'adulterio, della vergogna, del ridicolo, dove l'hanno esiliato, per ricondurlo,
radiante di giustizia e di pietà,
alta e pura la fronte, l'occhio sereno e ridente, il cuore forte e sicuro; insomma, sano, giovine e bello, in mezzo alle genti che l'hanno rinnegato, con questo non vagheggio solamente il trionfo delle sante leggi di natura, l'affermazione energica del diritto; miro anche ad un altro scopo, che è forse più alto e più grande: miro alla distruzione della famiglia.
I ciarlatani della morale, gli impostori della religione, i bugiardi dell'arte, i bugiardi dell'amore, i cretini della scuola, e tutta la numerosa marmaglia che ha rimbestialito il carattere umano, ha opposto alla nauseante realtà delle famiglie, l'astrazione poetica, gentile e santa della famiglia. Ci hanno tirato su, sognando un ideale irrealizzato e irrealizzabile, mentre la realtà delle nostre famiglie ci affogava nel dolore e nell'infamia. Ci hanno tradito, mostrandoci lucciole per lanterne, promettendoci vino, mentre sapevano benissimo che la botte non conteneva, e non poteva contenere che aceto. Meriterebbero che spezzassimo anche il loro ideale bugiardo; avesse pure il valore artistico di una madonna del perugino; ma disgraziatamente siamo ancora troppo imbevuti di estetica morale, e l'astrazione, la finzione, la fiaba della famiglia santa e pura lasciamola tra le creazioni dell'umana fantasia.
Ma per la famiglia reale, per la famiglia che esiste nella dolorosa realtà della vita, nessun riguardo, nessun rispetto; ogni calcio che si può darle è un'opera buona.
Credo anch'io che la specie umana abbia delle reminiscenze canagliesche; ma l'ambiente domestico mi pare quello che più amorosamente lo educa e meglio coopera a resuscitare la bestia umana.
Se la famiglia potesse vivere in piazza, sotto il controllo severo della società o, come fu detto una volta, in una casa di cristallo, potrebbe forse attenuare un poco la sua ferocia, la sua viltà, la sua corruzione. Ma la coppia umana stretta in famiglia tende ad isolarsi nella caverna, nella capanna, nel tugurio, nel palazzo, dove può. E il sacrario domestico, l'inviolabile santuario della famiglia, il segreto gineceo diventa il sotterraneo della santa inquisizione, la cella segreta della Bastiglia. Le peggiori brutture umane sono là dentro, perchè celate e impunite.
È nel santuario della famiglia che il marito forza la moglie a sozzure da cortigiana; è in quest'arca santa intangibile che si consuma l'incesto, la forma più repugnante dell'amore; che si pratica la sodomia, la più abbietta delle infamie umane, che si incretinisce nella masturbazione, il vizio della virtù. È nella monarchia assoluta della famiglia, che la mano del vigliacco percuote la guancia della donna, che i giovinetti crescono alle tristi abitudini di obbedienza, di simulazione, al desiderio di potere un giorno, a loro volta, comandare. Fu nelle tragiche contese tra i genitori che i bambini - parteggiando o per il padre o per la madre - appresero a odiare. Fu nelle parzialità, nelle predilezioni per l'uno o per l'altro di loro, che i fratellini appresero l'invidia e la gelosia. Fu nei primi insegnamenti materni che appresero l'egoismo, la superstizione, la menzogna. Nella famiglia, la prole ripete e perpetua lo stupido clichèes dei genitori.
Non venite a sostenermi che le famiglie abbiette sono l'eccezione; numeratele, se potete, e troverete che sono la regola. Nè può essere diversamente, perchè nella famiglia l'impunità di ogni atto reo è quasi assicurata, per cui rigorosamente si potrebbe sostenere che - data la malvagità attuale della specie umana, da nessuna messa in dubbio - tutte le famiglie, più o meno sono corrotte, e quelle che sembrano oneste o felici, devono questa civile apparenza alla simulazione ed all'ipocrisia.
Non mi contrapponete alla famiglia la libera unione dei socialisti, la loro libera famiglia, è famiglia come tutte le altre; di libertà non ha e non può avere che una larva teorica, perchè famiglia e libertà sono termini contradittori.
È lontano da me il pensiero di fare il processo alla vita di famiglia e di scriverne la requisitoria. La famiglia si processa da sè ogni giorno; ogni minuto si decompone e decade.
Le cronache delle gazzette sono i suoi bollettini sanitari, che accennnano sempre al peggiorare del male; i romanzi e le commedie sono gli episodi della immensa catastrofe; Balzac e Zolà sono ingegneri che segnano le crepte del vecchio edificio; l'arguto giornalista che pupazzetta mariti e mogli, padri e figliuoli, suocere e nuore, è lo scettico sagrestano che suona a morto.
Per me, sono tanto convinto che la famiglia è il più grande focolaio di immoralità, di cattiveria, di asinagggine, che se mi fosse dato distruggere a scelta uno dei grandi flagelli umani: la religione o le cavallette, la proprietà individuale o il colera, la guerra o le zanzare, il governo o la grandine, i parlamenti o le fistole, la patria o la malaria, senza esitare, sceglierei di distruggere la famiglia.
Ma la famiglia non è di quelle istituzioni che si possono distruggere dal di fuori, e tanto meno con la violenza. La resistenza, la reazione sarebbe immediata, generale, irresistibile. È una di quelle istituzioni che prima devono essere distrutte nella coscienza popolare, e poi crollare materialmente per auto-distruzione interiore.
Lo so anch'io che quanto finora fu messo al posto della famiglia, non vale un centesimo più di lei. Che gli asili di bastardi sono scannatoi, che i collegi-convitti sono case immonde, che gli amori di un'ora sono fatui e venali.
Ma so anche che quando l'aristocrazia intellettuale e morale degli uomini, la massa interessata delle donne, con la pratica palese del libero amore, avranno cancellato dalla faccia del mondo la menzogna della paternità, la famiglia sarà per metà distrutta e dovranno necessariamente emergere, spontanei, i rapporti sociali chiamati a sostituirla.
Anche l'instinto di maternità è transitorio e destinato a sparire. Si è sviluppato parallelo al bisogno naturale di allevare la prole, così che non esiste in quegli ordini animali che possono abbandonare la prole appena nata; e si attenua nelle classi sociali, che danno a crescere i figli fuor di casa. Se un giorno la società potrà offrire alle madri qualcosa che valga raelmente assai più del loro allattamento e della loro opera di prima educazione, scomparso il bisogno individuale di allevare i figli, anche l'istinto materno grado a grado dovrà scomparire, e i fortunati di quel tempo tireranno un sospiro di sollievo, pronunziando il finis familiares.
*
Come la famiglia è attualmente la principale ragion d'essere ed il principale sostegno del regime capitalistico, per le medesime ragioni è incompatibile con la vita socialistica.
Se si tratterà di una forma collettivista e autoritaria, l'amore esclusivo della donna e della prole spronerà tutti alla conquista del potere e della ricchezza; e il mondo sociale tornerà ad essere un campo di battaglia. Se si tratterà di una forma comunista ed anarchica, ciascuno procurerà di accentrare intorno alla sua famiglia la maggiore quantità di benessere, anche a scapito degli altri. La solidarietà rimane una teoria, finchè l'uomo vede da una parte la moglie ed i figli, dall'altra parte l'umanità. E i padri di famiglia più intelligenti, più operosi, più energici crederanno nella comunanza sacrificati i loro figli, si stringeranno in alleanze reazionarie. Per quanto grande sia la produzione sociale, i genitori faranno a gara nello sperperarla, temendo che ai loro figli non ne tocchi abbastanza. Per quanto abbreviato e più geniale sia il lavoro, i padri avranno sempre paura di produrre troppo, dopo che non producono esclusivamente per i loro figli.
Gerolamo Boccardo giustamente scrisse nel suo dizionario universale di economia politica all'articolo Comunismo: «Dal cuore paterno non potrete estirpare giammai un possente istinto, l'amore della sua prole; egli lavorerà per loro, per loro accumulerà prodotti del suo lavoro, ed ecco che l'istinto della proprietà rinascerà... La logica vi sforza ad essere comunisti fino all'estremo, ad abbattere la famiglia con quel colpo istesso col quale distruggete la proprietà, oppure ad ammetterle e rispettarle entrambe».
Ben detto, perdio. Liberiamoci da entrambe.
E se non ci libereremo dalla famiglia, la famiglia distruggerà il comunismo. Probabilmente questo è avvenuto in molte colonie comuniste nord-americane fondate sul principio di famiglia, che caddero, o vissero anemiche, o doverono appoggiarsi al sentimento religioso; mentre prosperarono quasi tutte, quelle che stabilirono il celibato. Il celibato casto è un'aberrazione fisiologica e morale; eppure comunisticamente vale meglio della famiglia. Anche nella colonia Cecilia, quasi tutte le difficoltà di ordine interno provengono dall'egoismo di famiglia, e dovrebbero scomparire col libero amore. La intelligente popolazione comunista di Oneida visse floridamente trent'anni col libero amore, che chiamavano matrimonio complesso, e cadde, malgrado questo civile costume, per cause di altra natura.
Cambiate i riti ed i nomi quanto volete, sopprimete magari gli uni e gli altri; ma finchè avrete un uomo, una donna, dei figli, una casa, avrete la famiglia, vale a dire una piccola società autoritaria, gelosa delle sue prerogative, economicamente rivale della grande società. Avrete i piccoli territori tiranneggiati dai forti; avrete i circoscritti ambienti, ove l'amore si esplica in tutte le sue più erronee e dolorose manifestazioni, dalla gelosia al delitto. E siccome la vita collettiva risulta in parte dalla somma di tutte le vite individuali, e siccome le abitudini private influiscono grandemente sull'abitudine pubblica, sarà travagliata e poco sicura l'esistenza di una società che pretendesse reggersi contemporaneamente su due principi contradittori: l'egoismo della vita domestica e la solidarietà della vita collettiva. Nel duello formidabile che necessariamene si verrebbe ad impegnare, non è facile prevedere a quale principio combattente toccherebbe a soccombere.
L'armonia dei rapporti economici tra l'individuo e la società potrà essere naturale e spontanea, solamente quando tutte le donne saranno considerate come possibili amiche, e tutti i bambini come possibili figli. Allora l'affetto delle donne più belle e più gentili sarà il premio ambito da ogni uomo, sarà lo stimolo che sostituirà la ricchezza e la gloria nelle gare umane di talento, di operosità, di coraggio; la concorrenza sessuale - che è tanta parte nella lotta per l'esistenza e nel perfezionamento della specie - spezzerà le caselle artificiose per riespandersi nell'ampiezza naturale della vita. Gli individui migliori si incontreranno, a profitto della specie, perchè le virtù hanno il loro lato artistico, il loro fascino di bellezza, e , oggi ancora, malgrado tutta la fatuità del sesso e dell'educazione, spontaneamente, senza l'idea fittizia del dovere sociale, molte volte la donna s'interessa più all'uomo intelligente e buono, che al profumato e liscio fantoccio di Norimberga.
E mentre l'amore è così stimolo e premio di civili virtù, è anche per sè stesso elemento di educazione. A tutti avviene di divenire migliori, amando; di sentire l'influenza morale che reciprocamente esercitano, l'una sull'altra, due intelligenze innamorate. Amiamo dunque il maggior numero possibile di persone, riceviamo da ciascuna quello speciale elemento educativo che possiede e che può darci; assimiliamo tutti questi elementi al nostro proprio carattere, e così potremo dire che il libero amore ci completa, ci integra, ci migliora, ci rende atti a forme superiori di vita sociale.
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Si afferma che la prossima rivoluzione sociale, emanciperà economicamente anche la donna; che, operaia, essa di diritto parteciperà al possesso delle ricchezze prodotte senza essere più, apparentemente o realmente, mantenuta dall'uomo, che conseguenza necessaria della sua emancipazione economica sarà la sua emancipazione affettiva, e che, per tal modo, il problema dell'amore avrà la sua soluzione spontanea, logica e necessaria.
Queste previsioni mi sembrano poco sicure, anzi molto dubbiose nel punto dal quale muovono. Date le opinioni universalmente accettate, i costumi dominanti, i sentimenti ai quali s'inspira la coscienza popolare, non è piuttosto il caso di domandare: La rivoluzione sociale emanciperà economicamente la donna? E la donna economicamente emancipata, potrà emanciparsi, per ciò solo, dai pregiudizi morali, dalla dispotica supremazia affettiva dell'uomo?
Col vento che spira anche tra gli uomini più spregiudicati, tra molti anarchici che credono di essere i più fervidi fautori di libertà, ma che in fatto di amore sono ancora mussulmani o giù di lì, tanto che tengono le loro donne appartate dal movimento sociale, il dubbio s'impone. È vero che l'emancipazione economica della donna sta scritta in tutti i programmi socialisti, ma più come parte ornamentale che spensieratamente si mette e allegramente si abbandona, che quale parte essenziale e necessaria, recisamente, energicamente voluta, segno di battaglia per cui si vince o si muore. Ed è naturale che così sia, perchè il sesso corrisponde in grande alla classe sociale. Come ciascuna classe combattè sempre per i suoi interessi, non mai per emancipare una classe a lei soggetta, così gli uomini, che oggi si compiacciono nel possesso esclusivo delle loro donne, nè propugneranno, nè consentiranno una emancipazione economica, che metterebbe in pericolo quel possesso, che lo distruggerebbe addirittura. I pretesti, per negare dimani la emancipazione promessa oggi, non mancheranno, e avranno magari parvenza di ragione, perchè uomo e sofista sono un medesimo animale. Durando i sentimenti d'oggi sull'amore e sulla famiglia, il dissidio sarà portato sopra un campo ben più delicato e scottante, che non è quello sul quale oggi combatte la borghesia per i suoi privileggi economici; il più convinto anarchico d'allora, se combatterrà per la SUA donna, sarà così reazionario, così feroce, così implacabile come oggi è Alfonso Rostschild, se combatte per i suoi milioni. O le idee degli uomini sull'amore si addirizzano, e riescono ad addirizzare le idee delle donne; o la rivoluzione sociale non sarà che il trionfo del proletariato maschile; costumi nuovi sorgono nella coscienza popolare sui detriti dei vecchi costumi, o le donne costituirano il quinto stato della società che sta per sorgere, o gli uomini troveranno conveniente rinunziare nello stesso tempo alla MIA proprietà ed alla MIA donna per partecipare al possesso più grande, più ricco, più variato delle NOSTRE proprietà e delle NOSTRE donne; anzi, più esattamente dirò: o gli uomini troveranno più conveniente riunziare alla donna come a cosa appropriabile, per averla libera amica nei mutabili eventi della libera vita, o le donne - che ormai non possono più scendere ad essere animali graziosi e benigni - dovranno prepararsi a dare esse l'ultima battaglia, per integrare tutta l'umanità in una sola e libera associazione.
In un caso o nell'altro, come i rapporti economici furono la questione del secolo XIX, così i rapporti affettivi saranno forse la questione ardente del XX° secolo.
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Concludiamo. Non la promessa inattendibile di emancipare economicamente la donna e di offrirle una libera unione, che libera non è; ma la distruzione spontanea della famiglia dovrebbe ormai entrare coraggiosamente in ogni programma socialista; e nella morale socialista mi pare che si dovrebbe comprendere ormai il libero amore, come multiplo e contemporaneo intreccio di affetti, da tutti desiderato, da nessuno temuto.
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L'espressione «Amore libero», che ho adoperato in questo libretto non è molto conveniente, perchè con le stesse parole si designa spesso altra cosa, e perchè libero si può dire l'aggettivo necessario e sempre incluso nel concetto di amore. È utile trovare una espressione adatta a quel modo di rapporti effettivi che ho indicato, come quello che deve riuscire alla morte della famiglia sotto qualsiasi forma; è utile per brevità di linguaggio e per chiarezza d'idee. Escluso il termine di «unione libera» che significa altra forma di famiglia, escluso il termine «poliandria poligamica», che può essere semplicemente un matrimonio in quattro ed una famiglia più numerosa, resterebbero i termini di «matrimonio complesso», già usato a Oneida, e di «maritaggio comunale» adoperato da Morgan e da Kropotkin. Io però preferirei l'espressione «amplesso anarchista», o meglio quella di «bacio amorfista», che mi pare accenni chiaramente alla negazione di ogni forma domestica nei rapporti sessuali.
Sono lieto di poter soggiungere che la iniziativa del bacio amorfista raccontata in questo opuscolo, è stata ora seguita da un'altra donna coraggiosa. Questo secondo fatto è ancora più significativo del primo, perchè l'eroina è uscita appena due anni fa dalle incolte classi agricole d'Italia, era legata da diciotto anni di vita matrimoniale e da una corona di cinque figli. Eppure anche lei ha sentito un nuovo affetto sorgere a fianco dell'affetto antico; e nobilmente l'ha manifestato al padre de' suoi figli, ed è stata tanto affettuosamente eloquente nell'esprimere la necesità di procurare il trionfo delle nostre idee, dal principio di famiglie minacciate, che il suo compagno ha vuotato eroicamente l'amaro calice, e, in un ritrovo di ieri sera, ci ha dato lui stesso l'annunzio del fausto evento. Ci siamo tutti rallegrati con lui per la forza d'animo con la quale ha saputo compiere il suo dovere, e con la donna per lo spirito d'indipendenza e di lealtà che ha mostrato.
È un altro passo sicuro che la colonia Cecilia ha fatto; sopra i pregiudizi, verso il suo lieto avvenire.
COLONIA SOCIALISTA «CECILIA»
PALMEIRA, PARANÀ (BRASILE)
APRILE '93.
TUTTO E' DI TUTTI




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