Vorrei con questo messaggio - che, mi scuso, sarà forse un po' lungo (se però non avete voglia, smettete pure di leggere qui) - provare a esaminare l'ampio spettro di significato della parola 'cavaliere'. Lo scopo è anzitutto quello di mostrare la difficoltà di coglierne l'essenza: abbiamo a che fare con una parola problematica e assolutamente non univoca nel senso.
In conclusione - e sommessamente - aggiungerò alcune considerazioni personali.
In primo luogo mi sembra da sottolineare che, nelle lingue neolatine, questa bizzarra parola ha a che fare con un animale: rispettabile, simbolico anche, ma pur sempre un animale. Cavaliere - oibò - è anzitutto colui che ha a che fare con un equino. Più saggiamente i sassoni usano - per nominare il medesimo oggetto - altri lemmi (ad esempio l'inglese knight) che invece rinviano al ginocchio, all'atto di genuflettersi e alla natura del servo.
[Non voglio in questa sede però esaminare la storia della parola (la classe equestre nella società romana, eccetera) ma solo tentare la numerazione dei significati attualmente associati a questo vocabolo.]
Cavaliere è chi va a cavallo. Negli ambienti equestri si dice così, infatti: a un concorso ippico partecipano, non so, dieci cavalieri. Anche un militare appartenente all'arma di Cavalleria (un Lanciere di Montebello, o un Cavalleggero del Savoia o del Nizza) viene detto genericamente 'cavaliere', per quanto spesso non conosca che blindati e mezzi corazzati leggeri: ma la radice del senso è sempre l'animale che nitrisce.
Cavaliere è spesso una metonimia per essere umano di genere maschile. Sulle porte delle latrine spagnole l'omino stilizzato ha sotto la scritta 'caballeros'. E alla ragazza che va al ballo della scuola si chiede: 'Chi ti farà da cavaliere?' Ossia: 'Chi sarà l'uomo maschio che ti accompagnerà e danzerà con te?'
Cavaliere è anche un modo per indicare un individuo maschio di natura cortese (qui il significato comincia a diventar più denso) soprattutto nella relazione col genere femminile. Cavaliere è chi si alza per far sedere la signora sull'autobus, chi le apre la portiera della macchina, chi - insomma - mette in atto dei comportamenti dal sapore dolce e desueto.
Poi c'è la questione del cavalier-ato come onorificenza. Territorio delicato. Cavaliere è chi si è distinto in certi campi, è colui che ha meritato. Ci sono cavalieri del lavoro e cavalieri della Repubblica. Berlusconi è il Cavaliere per antonomasia. Si tratta di una questione complessa perché in certi casi l'onorificenza si colora di spiritualità. I Cavalieri del Santo Sepolcro, con i loro mantelli rossocrociati, sono persone che hanno ricevuto un'onorificenza? Forse sì: ma è un riconoscimento in qualche modo spirituale. Lo stesso penso valga per i gradi più bassi ed esterni del Sovrano Militare Ordine di Malta e per i principali Ordini dinastici.
Veniamo agli ‘esoterici’. Questi personaggi un po’ bizzarri sembrano ritenere che i cavalieri custodiscano e si trasmettano attraverso un’investitura un segreto di natura spirituale che la cristianità – concentrata esclusivamente sul piano essoterico – ha smarrito, o (peggio) ha rinnegato. Essi sono ovviamente invisi alla gerarchia ufficiale. La versione più squallida degli esoterici è composta da quei buffi neotemplaristi pseudomassoni impegnati a rivendicare ridicoli lignaggi storici.
I vanesi. Quelli affascinati dal medioevo e dal suo stile, da spade, blasoni, mantelli, vessilli, croci e decorazioni. Forse innocui, ma fanno compassione.
Poi ci sono gli Ordini Cavallereschi legittimi, i cui membri - a volte perfino nella professione dei conslgli evangelici - testimoniano l'adesione a una forma spirituale - quella monastico-militare - che apparentemente non ha più alcuna ragione di esistere, non esistendo nessuno che 'combatta' (fisicamente parlando) per la cristianità. Per quanto ne so rimangono l’Ospedale (SMOM) e – credo ormai completamente clericalizzati – i Teutonici. Questa forma di essere cavaliere pone evidentemente il problema di quale sia – e se vi sia – una spiritualità tipicamente cavalleresca.
Infine ecco quei cristiani ferventi che pensano di aver riscoperto la spiritualità cavalleresca, la ritengono valida anche per il terzo millennio, e – non dispondendo, per esempio, dei necessari quarti di nobiltà generosa, oppure non riuscendo a riconoscersi in strutture che tendono al decrepito – formano pie unioni, confraternite o altre forme di vita associata. Inserisco in questa categoria i Templari di Poggibonsi, i Templari di san Bernardo – che non so se esistano ancora – i Chevaliers Notre-Dame, e così via. Per questi signori il problema della spiritualità cavalleresca – quale e se vi sia – è ancora più cruciale, dal momento che è l’unico dato che li qualifica come Cavalieri. Un Cavaliere di Malta ha secoli di storia, comunque sia, che lo confortano; un Templare di Poggibonsi ha dietro di sé poche decine di anni (anche se forse si ritiene erede di un patrimonio antico: ma è appunto questo che deve essere dimostrato).
La mia opinione è che non si può avere la certezza di diventare un autentico Cavaliere semplicemente entrando a far parte di una delle sopradescritte categorie. Con questo non significa che l’Ordine di Malta o il Reggimento Piemonte Reale Cavalleria non abbiano veri Cavalieri nelle loro file. Può essere che vi siano come può essere di no. Ma trovandomi davanti un Capitano di Cavalleria o un Commendatore del Santo Sepolcro non posso avere la certezza di avere a che fare con un Cavaliere nella pienezza del suo significato.
E’ come se ciascuna di queste categorie attingesse a un aspetto diverso, senza però esaurirne il senso.
Provo dunque – a titolo esclusivamente personale e dilettantesco, disordinato e chiaramente non esaustivo – a delineare otto punti (come le punte della croce ottagona) destinati a costituire dei lineamenti di spiritualità cavalleresca.
1. La spiritualità cavalleresca non appartiene a una specifica religione. Essa (esattamente come la spiritualità monastica) è una costante nelle varie tradizioni, e di volta in volta si manifesta all’interno di cornici di credenza differenti. Ciascuno di questi contesti, a sua volta, arricchisce la spiritualità cavalleresca con elementi specifici. Una conseguenza è che le nuove congregazioni cavalleresche, anziché affannarsi per ottenere riconoscimenti da questo o da quel vescovo, dovrebbero maggiormente preoccuparsi della loro legittimità tradizionale (la quale non coincide col riconoscimento ecclesiastico) che – mi pare – è piuttosto dubbia (almeno rispetto alle esperienze che conosco).
2. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità laica (in contrapposizione a quelle connesse con l’appartenenza a qualunque tipo di clero). Per usare le categorie vediche: il Cavaliere è uno ksattrya, non un brahmana. Insomma: non appartiene a un lignaggio sacerdotale (nel senso ministeriale-liturgico del termine). L’esperienza medievale dei monaci-cavalieri si configura precisamente come un’eccezione, per quanto nobile, e non va resa la regola. Anzi: preservare l’originalità dello spirito cavalleresco dovrebbe oggi orientare verso la separazione netta tra via cavalleresca e via religiosa o monastica (è assolutamente evidente l’incompatibilità col sacerdozio ministeriale).
L’accesso alla via cavalleresca è dato dall’investitura (non dalla professione religiosa), che è più un’iniziazione che un sacramento. La legittimità tradizionale dell’investitura non ha niente a che vedere con quella canonistica.
3. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità libera. Il Cavaliere rispetta le gerarchie civili e religiose e vi obbedisce, tuttavia non potrà accettare di diventare lo sbirro del Principe o del Papa. Non è in primo luogo il poliziotto di un’ortodossia: è piuttosto il custode di un Ordine.
4. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità virile (anche nel senso di maschile). Con le dovute eccezioni (penso a santa Giovanna d’Arco, solo per fare un esempio) i Cavalieri sono maschi. Le dame sono un orpello ridicolo, e una donna che si rispetti non accetterebbe mai di fregiarsi con questo titoletto. La Donna è – almeno in questo ordine di cose – situata in un luogo più elevato, non ha bisogno di alcuna ‘Cerca’. Non ha bisogno di essere implicata nella spiritualità cavalleresca.
5. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità diretta. Oltre le distinzioni fra livello essoterico e livello esoterico, essa punta a un contatto diretto con Dio e con il Divino (il grande simbolo di questo è la Cerca del Graal).
6. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità che mette in gioco il corpo. Nessuno può essere vero Cavaliere se il suo corpo non è rischiato nella Cerca. Un Cavaliere sarà alpinista, navigatore solitario, attraversatore di deserti.
7. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità della guerra. La lotta con il proprio peccato e col proprio limite, certamente. Ma anche la lotta (con i mezzi disponibili, oggi probabilmente culturali) con l’altro. Attenzione però: un Cavaliere ordinariamente sceglie di battersi con altri cavalieri. L’incrocio delle loro spade (fisiche o metaforiche) produce delle scintille (illuminazione e bellezza): sono queste il frutto del conflitto. Unione con l’altro attraverso il conflitto con l’altro. Altrimenti al più si tratta di un soldato. L’epopea di Tolkien – per esempio – è militare ma non è cavalleresca. In Tolkien non vi sono cavalieri: perché la lotta è del bene assoluto (anche se diversificato) contro il male assoluto (anche se diversificato). Gli elfi si battono con gli orchi: non vi è rispetto per l’avversario, non lo si stima, non lo si onora.
8. La spiritualità cavalleresca è una spiritualità che ha a che fare col ristabilimento della giustizia. L’aspetto morale della vita del Cavaliere è il suo agire (concreto) per il debole e l’oppresso contro il potente e l’oppressore.
Grazie a tutti. Mi piacerebbe che mettessimo insieme delle idee su questo.
Barsanufio




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