Caro Massimo,

ho atteso sino ad oggi per inviarti la seconda puntata riguardante l’ineffabile Tonino Di Pietro. Aspettavo, infatti, che si concludesse il processo sui fondi neri dell’Eni nel quale era imputato il “banchiere un gradino sotto Dio” - al secolo Pierfrancesco (Chicchi) Pacini Battaglia – e che si definisse la diaspora dall’ “Italia dei Valori” di gran parte della dirigenza e della base dal Partito di Di Pietro.

Per quanto riguarda Chicchi il 27 ottobre la Suprema Corte ha reso definitiva la condanna a sei anni di reclusione. Pura archeologia: i guai giudiziari del banchiere ebbero inizio nel 1993, quando costui venne incriminato insieme a Cusani e a Gabriele Cagliari. Sfuggito in qualche modo alla giustizia, Chicchi venne di nuovo travolto nel 1996 da Mani pulite due. In quell’occasione venne messa in discussione – come dovresti ricordare – la “limpidezza” di Di Pietro che, incriminato, venne salvato dai magistrati di Brescia che, pur riconoscendo la fondatezza delle accuse, decisero di archiviarne (e più volte!) la posizione. Ma si sa: cane non mangia cane.

Comunque Tonino decise di dimettersi dalla magistratura rifugiandosi sotto l’ombrello di protezione della politica. Arruolato dal PDS venne fatto eleggere nel collegio blindato del Mugello. Di lì iniziò la nuova travolgente carriera di Di Pietro, autoproclamatosi paladino della legalità della politica.

Poi cominciò ad essere mollato dai suoi più fedeli collaboratori. Alcuni nomi? Pietro Mennea, Elio Veltri, e Valerio Carrara. E poi ancora Rino Piscitello, Claudio Demattè, Federico Orlando e Milly Moratti. E proprio nei giorni in cui l’ex poliziotto lanciava il codice etico al resto dell’Unione vi fu l’addio beffardo di Giulietto Chiesa che ebbe a dichiarare la sua “totale incompatibilità etica e politica” con il padrone dell’ “Italia dei Valori”.

Infine la dura contestazione di Beniamino Donnici (assessore al Turismo alla Regione Calabria), già rautiano di ferro ed animatore negli anni ’90 con Antonio Carli della rivista eretica “Tabula Rasa”. Il 27 ottobre Donnici, insieme ad un centinaio di “scissionisti”, ha tenuto una conferenza sul marciapiede davanti alla sede nazionale del Partito fatta chiudere dal superdemocratico Di Pietro. “L’ “Italia dei Valori” – ha spiegato Donnici -* è diventata un’associazione personale che fa capo a Di Pietro, un partito-bottega del quale lui ha le chiavi. E non è un caso che ci ha fatto trovare la sede chiusa”. Si è, insomma, alla resa dei conti tra la corrente “Partecipazione” del combattivo uomo politico calabrese e la dirigenza del Partito. E ancor prima che per motivi politici per motivi etici. C’è di mezzo la faccenda del finanziamento pubblico al partito. “E’ strano – insiste Donnici* -* che colui che sostiene di aver scardinato il sistema del finanziamento illecito ai partiti, oggi gestisca in maniera autonoma i cinque miliardi all’anno di vecchie lire che* spettano di diritto ai candidati e alle sedi regionali. A me e alla Calabria spettano di diritto novemila euro di contributo. Il rimborso, invece, lo incassa la direzione nazionale”.

Storie che ci ricordano i regalini che* Ninì riceveva da Chicchi e dai suoi amici Gorrini e D’Adamo, come ti vado a ricordare con l’articolo che allego a questa mia lettera.

Caro Massimo, proprio perché riconosco la tua intelligenza politica, la tua completa autonomia a fronte delle menate partitiche, la tua inconciliabile posizione di ribelle nei confronti del sistema usurocratico* ti espressi ieri – quando decidesti di appoggiare alle primarie Antonio Di Pietro - la mia perplessità su un’operazione incomprensibile e squalificante. Torno, comunque, a rinnovarti l’adesione che in molti abbiamo dato al tuo Manifesto che continuiamo a ritenere un punto fermo per la ripartenza contro il merdaio liberal-democratico del quale è parte (come dimostrato per tabulas) il furbastro molisano del “che c’azzecca”.

Buon lavoro e in alto i cuori!************************ Paolo Signorelli*