Domenico Savino
09/12/2005

ISRAELE - L'arresto, seppur temporaneo, di Israel Shamir deve fare pensare.
E' grazie a persone come lui che ancora è possibile sapere qualcosa di quello che sta accadendo «al di là del muro».
Con sgomento abbiamo appreso da tutti i giornali della strage nel centro commerciale Hasharon a Netanya, dove Lutfi Abu Saada, 20 anni, membro delle Brigate al-Quds, l'ala militare della Jihad islamica si è fatto esplodere, provocando oltre alla sua, la morte di cinque civili innocenti e una quarantina di feriti, tra cui molti gravi o gravissimi.
Tutti i giornali hanno riportato la notizia nelle prime pagine, ma dei morti e dei feriti dell'altra parte chi ne parla?
Per giorni, prima dell'attacco suicida a Netanya, Nablus è stata sotto attacco e i combattenti palestinesi hanno denunciato il rapimento di giovani e giovanissimi da parte dell'esercito israeliano che, sotto la minaccia dei cani, li avrebbero sottoposti poi a duri interrogatori per farsi rivelare i luoghi dove si nascondono i combattenti.
Un bambino di 12 anni è stato azzannato da un cane dell'IDF (Israel Defense Forces) a Jenin, durante le operazioni di ricerca di un militante della Jihad.
L'IDF ha porto le sue formali scuse per l'accaduto. (1)

Cronache quotidiane di uno stillicidio fatto di vittime anonime, per la quali non c'è pagina di giornale, esecrazione pubblica, denuncia o condanna.
Se va bene, tre righe di qualche agenzia di stampa minore, poi l'oblio.
E' Shamir tra i pochi a raccontare scene come questa, altrimenti destinate semplicemente a non essere mai accadute: «Una donna palestinese partoriente arrivò al checkpoint, accompagnata da suo marito. I soldati lasciarono passare lei e poi aprirono il fuoco. Il marito rimase ucciso, la partoriente ferita, diede alla luce una bimba orfana, all'ospedale. I soldati non furono richiamati, ma l'esercito espresse 'condoglianze' ai superstiti».
E' Shamir a commentare così: «la preoccupazione principale dell'esercito israeliano consiste nel rendere la popolazione locale vulnerabile ed incapace di difendersi. La sua vittima preferita sono i bambini, e l'arma più usata è il fucile di precisione a lungo raggio. La sua idea di divertimento fu testimoniata da un esperto del 'lato oscuro dell'esercito israeliano', l'ex-capo dell'ufficio per il Medioriente del New York Times, Chris Hedges: i soldati si divertono a tormentare i bambini dei campi profughi, attirandoli come gatti in trappola, sparando loro e menomandoli». (2)



Quel «lato oscuro dell'esercito israeliano» venne vergognosamente alla luce durante il massacro di Jenin.
Jenìn è una città a maggioranza palestinese della Cisgiordania, che ospita (o forse è meglio dire ospitava) alcune decine di migliaia di abitanti.
C'era lì un campo profughi ufficiale delle Nazioni Unite.
La sua notorietà è tragicamente venuta alla ribalta nell'aprile 2002, dopo oltre due settimane di assedio da parte dell'esercito israeliano.
Il campo di Jenin era una roccaforte della resistenza palestinese, qui caratterizzata da una forte autonomia politica nei confronti della stessa ANP.
Per Israele il campo profughi di Jenin era semplicemente un covo di terroristi.
Fu così che, il 3 aprile 2002, dopo cinque giorni dall'inizio di uno dei molti attacchi contro le città palestinesi della Cisgiordania, la cittadina venne invasa dall'esercito con la stella di Davide.
Ottanta carri armati, obici lanciati dai tank, missili sparati dagli elicotteri Apache e centinaia e centinaia di soldati hanno vomitato senza sosta bombe e proiettili sui profughi palestinesi del campo, decisi a non arrendersi e valorosi al punto da costringere la stampa a parlare di Jenin come della «Masada palestinese».(3)
Fin da subito le intenzioni israeliane sono apparse chiare.



Amnon Kapeliouk, giornalista israeliano (autore di «Sabra et Chatila, enquête sur un massacre»), ha riferito di come i giganteschi bulldozer D-9, per aprire la strada ai tank corazzati, che non potevano penetrare nei vicoli stretti del campo, hanno demolito sistematicamente le case.
Quattro giorni dopo l'inizio delle operazioni l'esercito di Israele ha letteralmente distrutto la zona centrale del campo, che comprendeva abitazioni fino a tre piani.
La battaglia è stata durissima.
I palestinesi hanno subìto pesantissime perdite, ma il 9 aprile, in un'imboscata sono stati uccisi 13 soldati israeliani.
Questo, agli occhi dei militari israeliani, giustificava la punizione collettiva del campo.
Ciò che è successo dopo è stato di una tale crudeltà che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU decise di creare una commissione di inchiesta sul massacro di Jenin, mentre - pensate - la stessa Corte Suprema israeliana ordinò all'esercito di non toccare i corpi dei palestinesi uccisi, fino a quando non fosse stata presa una decisione sul ricorso presentato da due deputati arabo-israeliani, insieme con due associazioni per i diritti umani.
I morti sarebbero stati centinaia, ma il numero esatto resta sconosciuto, perché si dice che i cadaveri siano stati ammassati in enormi fosse comuni, riempite coi detriti delle case distrutte e ripianate dai bulldozer.



Il delegato di Amnesty international, Javie Zuniga, invano richiese che venisse fornita assistenza ai sopravvissuti: «è una delle peggiori scene di devastazione che abbia mai visto... c'è la possibilità che sotto le rovine vi sia ancora qualcuno in vita...eppure non c'è alcun tentativo coordinato per cercare e salvare eventuali sopravvissuti».(4)
Amnon Kapeliouk ha parlato di «una visione da day after. Case totalmente distrutte, muri diroccati, rottami di cemento e di ferro, grovigli di fili elettrici. Le auto polverizzate dai tank o dai missili aggiungono una dimensione barbarica a questo atroce spettacolo. Un odore aspro di cadaveri fluttua sulle macerie. Delle infrastrutture non è rimasto nulla. In mezzo al campo profughi, un terreno abbandonato a forma rettangolare. Era il quartiere di Hauashin, quasi 150 case (su un totale di 1.100 per tutto il campo profughi). I bulldozer giganti hanno demolito questo quartiere dalle fondamenta, poi sono ripassati per spianare la superficie».
«Donne, vecchi, bambini, uomini, vagano alla ricerca dei loro cari, sepolti sotto le macerie. Un uomo di trenta anni scava la terra con un badile, mentre il figlio spazza via i detriti a mani nude. Sperano di ritrovare i loro familiari, che sono stati sepolti vivi sotto le macerie. A poche decine di metri di distanza, tre uomini recuperano il cadavere sfigurato del padre fra i resti di quella che era la loro casa. Altri cercano di tirar fuori qualche oggetto da quello che era il loro focolare in quello che è uno dei campi profughi più poveri della Cisgiordania. In un angolo di un edificio semidistrutto, una donna di una quarantina d'anni in lacrime grida: 'Allah! Vendicaci e fa morire Sharon!'». (5)



Phil Reeves del «The Indipendent» ha parlato di «un mostruoso crimine di guerra che Israele ha cercato di coprire per una quindicina di giorni. Le sue truppe hanno devastato il centro del campo di Jenin...dove migliaia di persone vivono ancora tra le rovine. ... Il dolce e agro sapore di corpi umani in decomposizione è ovunque, prova che si tratta di una grande tomba. ... in un edificio semidistrutto, annerito dal fumo, giace il corpo rigonfio di un uomo coperto da una stuoia. In un altro troviamo i resti del ventitreenne Ashraf abu Hejar sepolto sotto le rovine... In un terzo edificio cinque uomini, morti da lungo tempo, giacciono sotto delle coperte».(6)
Taluni reportage del «The Independent» sono riportati nell'ultimo libro di Michel Warschawski, uscito in Italia con un titolo significativo: «A precipizio».
Warschawski non è un pericoloso «antisemita» e non è neppure un ebreo convertito come Shamir.
E' un ebreo, figlio di uno dei più famosi rabbini europei e condirettore dell'Alternative Information Center di Gerusalemme, che ha sede a Ben Yehuda.



Eccoli alcuni dei reportage su Jenin: «Fathi Shalabi vegliava il proprio figlio morto. Due uomini si trovavano l'uno a fianco dell'altro, con le mani in alto, quando i soldati israeliani hanno aperto il fuoco nella loro direzione. Il figlio del signor Shalabi, Wadah, e un altro uomo che era con loro, sono morti sul colpo. Ma il signor Shalabi, di 63 anni, è sopravvissuto. Creduto morto, giaceva al suolo, mentre il sangue di suo figlio si spandeva intorno a lui. Il signor Shalabi racconta quel che è accaduto: 'dei soldati hanno ordinato alla sua famiglia e al signor el-Sadi di recarsi in una stradina. Nascosti dietro una svolta c'erano quattro soldati. I due uomini che mi accompagnavano avevano in braccio dei bambini piccoli, e i soldati non hanno sparato su di loro'. Wadah portava in braccio il suo bimbetto di quattro anni, Mahmud. I soldati hanno ordinato agli uomini di passare i bambini alle loro madri, e alle donne e ai bambini di entrare nella prima casa vicina... I soldati si trovavano a circa tre metri di distanza. Ho udito i nomi di due di loro: Gaby e David. Hanno visto che Abdel Karim aveva una fasciatura sulla schiena. D'un tratto, Gaby ha urlato: 'uccidetelo!'».

Non è stato un caso isolato. Kamal Zghair era un invalido.
Durar Hussein spiega: «quella mattina è venuto a trovarmi come al solito. Ho lavato i suoi indumenti e li ho messi ad asciugare. Verso le 16, ho spinto la sua carrozzella fino alla strada. Ha continuato da solo verso la stazione di servizio. Avevo appeso una bandiera bianca alla sua carrozzella per essere sicuro che fosse possibile vederlo arrivare da lontano. Ho aspettato una decina di minuti, perché gli occorre un po' di tempo per arrivare in fondo al terreno. Ho sentito dei carri armati arrivare da ovest. Mi sono preoccupato per lui che era per strada. E' stato in quel momento che hanno cominciato a sparare dai carri armati. Sapevo esattamente dove lui si trovava, e gli spari venivano di là. Ho pensato dapprima che fossero spari di intimazione. I carri si avvicinavano e diventava troppo pericoloso restare fuori di casa, per cui sono rientrato ... (La mattina dopo) ci sono andato a piedi. Ho visto la carrozzella, ma non lui. Sono corso alla stazione di servizio dove lui dormiva, sono entrato in camera sua, ma non c'era nessuno. Sono tornato nel luogo dove avevo trovato la carrozzella e ho cercato dappertutto. Ho trovato il suo corpo nell'erba. Era irriconoscibile: la faccia e le gambe erano completamente schiacciate. Ho capito che era lui perché indossava i calzini che gli avevo lavato il giorno prima».



La sorella di Jamal Fayid, un'altra delle vittime di Jenin, racconta: «abbiamo supplicato i soldati, dicendo loro che c'era un portatore di handicap in casa. Abbiamo mostrato loro anche la sua carta di identità. Quelli che erano in strada ci hanno detto di andarcene. Allora siamo andati a trovare altri soldati in un'altra casa e abbiamo detto loro la stessa cosa. Li abbiamo supplicati e supplicati. Alla fine, hanno permesso a cinque donne di entrare in casa per cercare di portarlo via. La madre, la sorella, la zia di Fayid e due vicine sono entrate nella casa. Dall'interno hanno sentito un bulldozer che si avvicinava. 'È arrivato e ha cominciato a demolire la casa'. Sentivamo di fuori la gente che gridava: 'fermatevi! Ci sono delle donne nella casa! Fermatevi!' I soldati sapevano benissimo che noi eravamo nella casa, perché proprio loro ci avevano autorizzato a entrare per prendere Jamal. Nonostante le grida, il bulldozer ha continuato. Le donne sono uscite dalla casa che crollava intorno a loro, seppellendo Fayid, paralizzato, sotto le macerie. Il soldato nel bulldozer le insultava, le trattava da puttane...».
Afaf Disuki è stata dilaniata da una bomba.
Sua sorella Aicha Disuki, di 37 anni, ricorda: «eravamo in casa e abbiamo visto del fumo. I soldati ci chiedevano di aprire la porta. Mia sorella è andata ad aprire, e in quel momento è esplosa la granata. Allora ci siamo messi tutti a gridare per chiamare un'ambulanza. I soldati ridevano. Abbiamo visto che Afaf aveva la parte destra del volto completamente asportata, e che era ferita alla spalla e al braccio sinistro... Ashaman Abu Murad, che era fuori con i soldati, conferma: dopo l'esplosione, ho sentito le sorelle di lei gridare e chiamare un'ambulanza. I soldati ridevano...». (7)



Moshe Nissim, è un ebreo, che i suoi compagni di battaglione chiamano l'«orsacchiotto curdo», per via dell'origine ebraico-curda.
Era lui, che ha guidato per 72 ore di seguito l'enorme bulldozer D-9, che ha distrutto l'intero centro del campo profughi di Jenin: «difficile? Volete scherzare. Volevo radere al suolo tutto. Quando gli ufficiali mi davano l'ordine di distruggere una casa, io ne approfittavo per distruggerne varie altre... Credetemi, non se ne sono distrutte abbastanza. Per tre giorni ho raso al suolo, ho spianato tutto. Buttavo giù ogni casa da cui si sparava. Per buttarla giù, bisognava distruggerne, ogni volta, molte altre. I soldati avvertivano con un altoparlante gli abitanti perché abbandonassero la casa prima che io intervenissi. Ma io non ho lasciato a nessuno la possibilità di uscire».
«Non aspettavo... Davo alla casa un colpo fortissimo, in modo che crollasse il più rapidamente possibile. Altri forse sono stati meno radicali, o per lo meno è quello che dicono. Non credete a quello che raccontano... C'era molta gente nelle case quando abbiamo cominciato a distruggerle... Non ho visto nessuna casa crollare su persone vive, ma se la cosa è avvenuta, me ne frego. Sono sicuro che della gente è morta in quelle case […]. Ho avuto una grande soddisfazione, un vero piacere. Non riuscivo a fermarmi. Volevo lavorare in continuazione, senza sosta... Dopo la fine dei combattimenti, abbiamo avuto l'ordine di portar fuori il D-9; l'esercito non voleva che i giornalisti e i fotografi ci vedessero all'opera... Mi sono battuto contro di loro [gli ufficiali] perché mi lasciassero continuare a distruggere. Mi sono divertito moltissimo a Jenin».(8)



Michael Warschawski: ecco un ebreo a cui altri ebrei o filoisraeliani nostrani non perdonano di raccontare i fatti e di spiegare «L'impunità di cui gode Israele in seno alla comunità internazionale è una delle ragioni della degenerazione interna della società israeliana».
Lo stesso concetto che Amir Peretz, il nuovo capo del Partito Laburista israeliano, ha espresso nel suo discorso del 12 novembre scorso: «il Paese è pieno di violenza. Non siamo riusciti a isolarla. La violenza è traboccata oltre le zone di conflitto coi palestinesi, ha messo radici tra noi…Il nostro continuo dominio sui 'territori' è il motivo per cui affondiamo nella palude, e per cui Israele perde valori e moralità. Abbiamo bisogno di una 'roadmap morale', la cui stella polare deve essere il rispetto per la dignità umana».
Compratelo il libro di Warschawski, prima che anche lui magari si ritrovi costretto a commentarne il ritiro dagli scaffali, come toccò a Shamir in occasione della prima uscita del suo libro, per i tipi delle edizioni Blanche, casa editrice sussidiaria delle Edizioni Balland: «aggiornato alla decisione della casa editrice francese Balland di ritirare dal mercato e bruciare il mio libro 'L'autre visage d'Israel' dopo le minacce ricevute dai sionisti». (9)
Quando si dice libertà di stampa...

Domenico Savino




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Note
1) http://www.amiciziaitalo-palestinese...ino-di-12-anni
2) http://www.arabcomint.com/labattaglia.htm
3) Masada è una località sul Mar Morto, trasformata da Erode il grande in cittadella fortificata tra il 36 e il 30 avanti Cristo e passata alla storia per il suicidio in massa di circa mille ebrei zeloti che, nel 72 dopo Cristo, scelsero la morte piuttosto che arrendersi ai Romani.
4) il Manifesto, 18.4.2002.
5) http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo...05lm12.01.html.
6) il Manifesto, 18.4.2002.
7) Confronta Michael Warschawski – «A precipizio», Bollati Boringhieri, 2004, pagine 22-24.
8) Confronta. Michael Warschawski, idem, pagine 38-39.
9) Confronta l'articolo: «451 F», sul sito www.israelshamir.net.






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