LITURGIA:LA STORIA
Dal veronese la storia di uno dei «decani» di questo compito essenziale per la vita di ogni parrocchia. Ha iniziato giovanissimo e a 94 anni sistema ancora pissidi, paramenti e lezionari

«Io sacrista da 80 anni con la gioia di servire»

Il racconto di Gino Vicentini,classe 1911, da Nogara: «Più che un lavoro è una vocazione. Sono stato accanto a cinque parroci e mai un rimbrotto. Nemmeno quando per la foga il braciere del turibolo è finito in mezzo alla chiesa...»«Distribuivo i ceri della Candelora e ne approfittavo per aggiornare l’anagrafe Rimpianti? Il concerto di campane sostituito dall’elettronica. E pensare che a mano suonavamo anche il Tantum Ergo»


Da Verona Alberto Margoni

L'idea di elevare a 68 anni l'età pensionabile lo fa sorridere. Gino Vicentini, conosciuto come «Gino el campanar», è un arzillo signore, classe 1911, che da 80 anni svolge l'attività di sacrista a Nogara, centro di ottomila abitanti nella bassa veronese. Come segno di riconoscimento per il prestigioso traguardo raggiunto la parrocchia gli ha donato una piccola campana dorata e finemente decorata che egli ha posto all'ingresso della sua abitazione. «Più che un lavoro la mia è una vocazione - precisa - visto che non ho fatto altro che proseguire l'attività già svolta da mio padre e dal nonno prima a Caselle, sede della primitiva parrocchia, poi dal 1959 nella chiesa nuova costruita in un solo anno da una ventina di muratori». Ancora oggi, da pensionato, affiancato da un sacrista più giovane, non manca mai alle celebrazioni domenicali, alla Messa vespertina nei giorni feriali e non si perde neppure un funerale. Prepara i paramenti per il celebrante, dispone i vasi sacri sulla credenza nel presbiterio, accende luci, amplificatori, riscaldamento e durante la celebrazione intona pure i canti con la sua voce che non abbisogna del microfono. In questi primi 16 lustri ha collaborato con 5 parroci e 25 curati, come qui sono chiamati i vicari parrocchiali. «Ho servito con gioia e con cura tutti quanti i sacerdoti succedutisi in parrocchia e non ho mai avuto rimbrotti o discussioni, anche se qualche volta - si schernisce - il braciere con dentro i carboni ardenti per il turibolo mi è finito in mezzo alla chiesa per l'eccessiva foga nel movimento circolare». Il lunedì era il giorno dedicato alla pulizia dei pavimenti della chiesa che svolgeva da solo con segatura e scope di saggina, oggi sostituite da più pratiche macchine lavapavimenti. Per non parlare degli addobbi floreali e degli archi realizzati in occasione delle feste di Natale e Pasqua, con la velatura delle immagini dei santi in Quaresima.
In occasione del compimento dei 90 anni è stato insignito del titolo di «Cava liere dell'Ordine di San Silvestro Papa» e gli è stata consegnata una pergamena con indicato il numero delle celebrazioni alle quali aveva assistito sino a quel momento (era il 2001) come sacrista: 5.975 battesimi, 2.377 matrimoni e 3.885 funerali. In pratica ha visto nascere, morire e sposarsi un intero paese! Ma la sua attività preferita è sempre stata quella di suonare le campane che, nella vecchia chiesa, avevano anche una funzione di servizio meteorologico oltre che liturgico. «Alle quattro della mattina dopo l'Ave Maria - ci spiega - quando i bovari si recavano nelle stalle per la mungitura delle mucche, il suono della campana più grossa indicava loro le condizioni atmosferiche. Un botto indicava bel tempo, due segnalavano cielo nuvoloso, tre la neve e quattro la pioggia. Poi tornavo in chiesa a preparare per la prima Messa che iniziava alle 6. D'inverno, quando c'era molto freddo, tirare le corde mi aiutava a scaldarmi». Ora nella nuova chiesa il suono dei sacri bronzi, rigorosamente virtuali in quanto non c'è nemmeno il campanile, è affidato all'elettronica e a Gino basta premere un bottone. «E pensare - ricorda - che con mio fratello ed altri avevamo formato una squadra campanaria per suonare diverse melodie sacre quali l'Ave Maria, la Salve Regina, il Tantum Ergo… Salivamo a metà campanile e ognuno aveva in mano un foglio nel quale le note erano sostituite dai numeri da uno a cinque, ciascuno dei quali corrispondeva al suono di una determinata campana. Quando arrivava il proprio turno si tirava la corda quel tanto che bastava a produrre il rintocco, stando attenti a mantenere la campana in equilibrio altrimenti se si rovesciava… fine della melodia».
Facendo il sacrista non è certo diventato ricco «anzi, qualche volta abbiamo dovuto aiutarlo», interviene Gabriella, una delle tre figlie. «Una volta, prima di percepire a partire dagli anni '60 un regolare stipendio - continua Gino Vicentini - la mia unica fonte di sostentamento era costituita, con il benes tare del parroco, da una parte delle offerte che raccoglievo andando contrada per contrada, famiglia per famiglia a distribuire le candele benedette in occasione della festa della Presentazione del Signore, detta appunto "la candelora". E così avevo anche modo di aggiornare l'anagrafe parrocchiale annotando le modifiche su un libro che portavo con me». Qualche uovo lo riceveva pure dai contadini in cambio del riso raccolto al termine dei matrimoni che serviva come alimento per le galline. Insomma una vita che richiama alla memoria L'albero degli zoccoli, il famoso film di Ermanno Olmi ambientato nella bassa padana di fine '800.
Pentito di aver scelto questa mansione che l'ha costretta a trascorrere in chiesa le domeniche e le feste? «Nemmeno per sogno - afferma con decisione -. Se dovessi rinascere rifarei ancora questa attività che ho svolto e tuttora porto avanti con grande passione, fino a quando il Signore vorrà».


Avvenire - 13 dicembre 2005