di Carlo Bertani - 12/11/2005

“Ma che canto, giudicate voi, ci può essere, se non è possibile aprir la bocca, ch'è tutta gonfia, scusate, e la notte non s'è dormito?...”
Anton Cechov, Chirurgia

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non perde occasione per lanciare invettive contro Israele, e lo fa con una cadenza quasi regolare, sincronizzata con gli appuntamenti della grande politica internazionale: il che – a chi conosce un po’ il linguaggio del perenne suk medio-orientale – infonde qualche sospetto.
Se avessimo osservato un aumento degli attacchi di Hezbollah contro la frontiera nord d’Israele, forse potremmo ritenere che ci sia la precisa volontà di far seguire alle parole i fatti – e cercare, in questo modo, di “rubare la scena” ad un’invadente Al-Qaeda – ma così non è: nel Libano meridionale avviene sì qualche scaramuccia, ma niente di diverso dal solito tran tran di contrapposizione armata.
Siccome Hezbollah è il braccio armato di Teheran in Libano, quale valore attribuire alla parole di Ahmadinejad?
Tutta la vicenda nasce e muore all’interno dei confini iraniani, per mere questioni di bottega: lo strisciante confronto che continua da decenni fra l’ala conservatrice iraniana – il clero, i pasdaran ed alcuni settori economici – ed i progressisti, ovvero i discendenti di una linea di pensiero che parte da Mossadeq, passa per Bani Sadr, e giunge (con qualche distinguo) fino a Khatami e Rasfanjani.
Un lungo percorso, non privo di spunti interessanti e necessari per illuminare l’oggi.

L’Iran, nel periodo fra le due guerre mondiali, non fu direttamente colonizzato, ma ebbe sempre due potenti “protettori” che “garantivano” per le scelte politiche iraniane: la Gran Bretagna – che aveva importanti concessioni petrolifere – e l’URSS, che difendeva in quel modo – eterno e secolare leitmotiv della grande Russia – i confini meridionali.
Il punto di rottura dell’equilibrio fu l’avvento al potere come Primo Ministro di Mohammad Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò le compagnie petrolifere ed estromise gli inglesi. Non si giunse alla rottura dal nulla: Mossadeq chiese più volte una più equa ripartizione dei proventi petroliferi, che prevedevano una curiosa suddivisione degli introiti: il 6% allo stato iraniano ed il 94% alle compagnie inglesi.
Mossadeq non era certo un rivoluzionario – aveva studiato in Francia ed in Svizzera, e potremmo oggi definirlo un economista “socialdemocratico” – ma, la semplice richiesta di fissare a 50 centesimi il giorno il salario minimo per le maestranze iraniane, condusse alla frattura con gli inglesi.
In quegli anni, le compagnie inglesi estraevano e commercializzavano 112 milioni di dollari l’anno di petrolio dai giacimenti iraniani, che attualizzati potrebbero corrispondere a circa 2-3 miliardi di dollari: proprio una bella sommetta. L’Iran riceveva soltanto 7 milioni di dollari rispetto al totale di 112 milioni, e Mossadeq ritenne che si dovevano ri-definire gli accordi, altrimenti – vista la crescita demografica – il paese, pur ricchissimo di ricchezze minerarie, sarebbe precipitato nella miseria.

Nella sua battaglia, Mossadeq fu sempre appoggiato dal potere religioso – rappresentato all’epoca dall’ayatollah Kashani – mentre lo Scià Reza Phalavi II mostrava d’appoggiare il suo ministro, mentre in realtà tramava con Washington per liberarsene.
In quegli anni – non dimentichiamo – l’impero britannico stava disgregandosi: nel 1947 l’India aveva raggiunto l’indipendenza, in Egitto stava nascendo la rivoluzione di Nasser e molte ex colonie africane mordevano il freno.
In sintesi, gli inglesi non erano più in grado di difendere con la forza gli impianti iraniani, ma nel 1952 l’ex generale Eisenhower (repubblicano) sconfisse i democratici e s’installò nello Studio Ovale, che era stato regno dei democratici sin dai tempi di Roosevelt.
Proprio da quei lontani eventi nacque una sorta di velato “accordo” fra inglesi ed americani che – ancora oggi – li vede pattugliare insieme le strade dell’Iraq per difendere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere: sangue in cambio di petrolio.
Il primo tentativo di defenestrare Mossadeq andò a vuoto grazie all’astuzia del Primo Ministro – che aveva provveduto ad epurare gli alti gradi dell’esercito dalle figure a lui ostili – ed all’appoggio offerto dall’ayatollah Kashani: lo Scià si limitò ad accettare la sconfitta, ma proprio dal monarca era partito l’ordine di rovesciare Mossadeq.

Il secondo tentativo, nel 1953, vide l’ingresso in campo del generale americano Norman Swarzkopf, che aveva comandato per sei anni la guardia imperiale iraniana. Ricordate un altro Norman Swarzkopf, che comandava la prima alleanza contro Saddam nel 1991? Ebbene sì: era il figlio di tanto padre; evidentemente, alla dinastia dei Bush corrispondono precise connotazioni dinastiche anche in campo militare. Probabilmente, Norman Swarzkopf III comanderà in futuro un attacco in Corea sotto Bush III[1]: speriamo che la profezia non s’avveri.
Mossadeq fu obbligato a dimettersi e riuscì fortunosamente (grazie all’appoggio dell’ayatollah Kashani) a salvare la pelle, giacché il piano ordito dallo Scià e dagli americani prevedeva anche la “sparizione” del Primo Ministro.
Nel 1953, quindi, Mohammad Reza Phalavi II riuscì in un sol colpo a centrare tre obiettivi: liberarsi dell’ingombrante Mossadeq, assicurarsi l’appoggio americano come “custode” del Golfo Persico e “limare le unghie” al potere del clero. Questi tre eventi diverranno, nel 1979, le corrispondenti cause della sua fine.
Trascorsero ben 26 anni, decenni nei quali l’alta borghesia iraniana s’arricchì con la corruzione all’ombra dello Scià, che divenne sempre più “occidentale” e meno legato alle tradizioni del suo paese, mentre le condizioni di vita degli iraniani peggioravano.
Nel 1979, vivevano a Parigi due esuli: l’ayatollah Khomeini e Abolhassan Bani Sadr, un giovane e promettente politico di formazione marxista; anche l’URSS, in tanti anni di protettorato strisciante, aveva generato degli effetti. Khomeini discendeva direttamente – nella “linea” degli ayatollah – da Kashani, mentre Bani Sadr – per le sue aperture in senso democratico e di maggior equità sociale – aveva molti punti in comune con Mossadeq.

La terza causa della rivoluzione iraniana del 1979 era invece profondamente radicata in Iran: complici la corruzione dilagante, le enormi spese militari e l’asservimento alle compagnie occidentali, le condizioni di vita della popolazione erano diventate insopportabili, al punto che scoppiò la rivolta.
Come nel 1953, anche il primo tentativo fallì e lo Scià – con una sanguinosa repressione – riuscì a rimanere in sella, ma la saldatura che nacque a Parigi fra il tradizionalista Khomeini ed il progressista Bani Sadr fu il mix che avrebbe scatenato la seconda rivolta, alla quale Reza Phalavi non riuscì ad opporsi: il sovrano e l’intera famiglia reale fuggirono in Egitto.
Il ritorno a Teheran dell’ayatollah Khomeini e di Bani Sadr sancì un instabile equilibrio fra le fazioni conservatrici e quelle progressiste – con il comune obiettivo di defenestrare lo Scià – un bilanciamento dei poteri che fu solo apparente: l’alleanza fra il Diavolo e l’Acqua Santa.
Al ritorno in Iran, Khomeini assunse la nuova carica di “Suprema guida della rivoluzione islamica”: una posizione apparentemente super partes, una specie di Presidente che non rispondeva – in pratica – a nessuna legge, ma soltanto alla sua interpretazione del Corano.
Per Bani Sadr era pronta la poltrona di Primo Ministro – per accontentare i settori progressisti della società iraniana – ma sotto costante controllo delle autorità religiose.

L’equilibrio a tre degli anni ’50 – lo Scià, Mossadeq e Kashani – si era trasformato in una partita a due – Khomeini e Bani Sadr – che ammetteva pochi compromessi: difatti, al primo contrasto Bani Sadr scoprì di non avere più l’appoggio del clero.
Nel 1980 scoppiò la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, che era sorretto dagli stati sunniti del Golfo e dagli occidentali: i gas che furono usati nella guerra contro l’Iran provenivano dagli arsenali USA, i sistemi antiaerei erano francesi, i cacciabombardieri russi; i soldi – tanti – giunsero dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. L’ultima “rata” per la guerra contro l’Iran – non onorata dal Kuwait – scatenò l’occupazione irachena del 2 agosto 1990.
Sapendo che le forze armate iraniane non avrebbero retto a lungo, Bani Sadr intavolò immediatamente trattative con Saddam Hussein e, già nel 1982, era pronto un piano d’armistizio, ma il Primo Ministro non aveva fatto i conti con gli ayatollah.
Per Khomeini, Saddam cascava a fagiolo, proprio come sarebbe accaduto molti anni dopo per un Presidente USA: Saddam Hussein è l’archetipo del dittatore violento ed opprimente, e giustifica qualsiasi guerra. Tipi come lui sono una vera benedizione per giustificare qualsiasi azione strategica: se non esistessero, bisognerebbe inventarli (!).

La “patriottica” guerra contro l’Iraq fu l’occasione cercata dagli ayatollah per fomentare l’odio contro il nemico, per far passare in secondo piano le difficoltà economiche e liberarsi dei progressisti come Bani Sadr, che venne detronizzato.
Per reggere lo scontro contro l’Iraq, si fece leva sulla forte vocazione al martirio presente nell’Islam sciita (anche i martiri Alì ed Hussein, caduti un millennio prima, tornarono utili): schiere di civili si lanciarono nei campi minati, e saltarono in aria per indicare ai carristi come evitare le mine.
La fine della guerra contro l’Iraq lasciò un paese dissanguato, ma saldamente nelle mani degli ayatollah: come in tutti i dopoguerra, per un po’ l’epica riempì lo stomaco, ma dopo qualche anno i morsi della fame tornarono a farsi sentire.
Saldamente al comando, l’ayatollah Khamenei – succeduto a Khomeini dopo la morte della “Suprema Guida” – tornò a cercare equilibri con la fazione moderata: Khatami divenne Primo Ministro e si tornò al “solito”, ovvero a qualche manifestazione repressa nel sangue oppure a “decimare” le liste elettorali cancellando semplicemente dagli elenchi i nominativi degli avversari più combattivi.

Nel frattempo, la situazione economica era leggermente migliorata: anche l’isolamento dell’Iran – con il crollo dell’URSS – ebbe fine. Il presidente Putin comprese subito le opportunità che l’Iran offriva: dollari in cambio d’armi e tecnologia; non a caso, la tecnologia nucleare iraniana è completamente di provenienza russa.
La costruzione d’impianti nucleari, consentirebbe all’Iran di continuare a vendere petrolio e gas all’estero (soprattutto alla Cina) e d’utilizzare l’energia elettrica di fonte nucleare per alimentare le industrie nazionali: ovviamente, non c’è modo di sapere se le stesse installazioni sarebbero usate a scopi bellici, giacché un reattore nucleare può soddisfare entrambe le esigenze.
Oggi, il paese sta marciando verso la modernizzazione: il più grande altoforno esistente nel pianeta si trova proprio in Iran; inoltre, Teheran ha acquistato la licenza di produzione dei missili Nodong coreani, ed oggi costruisce in proprio delle versioni migliorate, denominate Sharab III e IV.
Dove non possono arrivarci da soli, gli iraniani acquistano all’estero: ecco allora la Russia fornire i micidiali missili antinave Mosquit, od i sistemi contraerei Tor-M1; con i primi Teheran può bloccare la navigazione nel Golfo Persico, con i secondi cercare di proteggere le installazioni nucleari.

Ma, esiste veramente un’opzione bellica nei confronti dell’Iran, da parte degli USA o di Israele?
I fatti sembrerebbero affermarlo, mentre le analisi strategiche parrebbero negarlo.
Nel 2004, Israele ricevette dagli USA due squadriglie di F-15 opportunamente modificati per missioni a lungo raggio: non è difficile immaginare a cosa potrebbero servire, ovvero a raggiungere l’Iran e bombardare le installazioni nucleari.
Anche alcune esercitazioni aeronavali americane, avvenute fuori del Golfo Persico, sembrerebbero indicare che gli USA preparino la sorpresa, ma la situazione politica non lo consente.
Queste esercitazioni non sono altro che la consueta prassi americana di preparare anzitempo le mosse – così come la cessione degli F-15 ad Israele – ma non è assolutamente certo che i piani saranno messi in pratica.
Per come stanno andando le cose in Iraq, è molto improbabile un attacco all’Iran: basti pensare che sono state “inglobate” nelle nuove forze armate irachene anche le milizie del leader sciita Muqtada al Sadr, legatissimo all’Iran.

In caso d’attacco all’Iran, gli USA vedrebbero precipitare nel caos l’Iraq (come se non bastasse ciò che già avviene!), giacché l’appoggio della fazione sciita – cercato affannosamente, per usarla contro i sunniti – verrebbe meno.
Inoltre, l’attacco a Teheran sarebbe soltanto aereo, giacché oggi gli USA non hanno sufficienti forze per controllare il solo Iraq: figuriamoci per un’avventura dentro i confini iraniani! Anche un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, però, diventerebbe una miccia per l’esplosiva situazione irachena, giacché il legame fra gli sciiti iracheni e quelli iraniani è fortissimo.
Considerati questi aspetti, che significato attribuire alla vittoria di Ahmadinejad nelle recenti elezioni?
Dopo anni di equilibrismi, gli iraniani sanno che il potente nemico americano è impantanato in un secondo Vietnam, proprio sull’uscio di casa, e possono nuovamente permettersi di fare la voce grossa: ma, attenzione, solo ad uso interno, per frenare nel patriottismo qualsiasi richiesta di riforme sociali.
Le stesse, bellicose affermazioni, consentono al governo di non mostrarsi timoroso per avere alla frontiera occidentale il più potente esercito del mondo – ma lo ricordano come monito – così da avere “mano libera” nei confronti degli oppositori. Insomma: il solito trucco di pubblicizzare un nemico esterno a fini interni, condito però con quel tanto di roboante retorica che consente di non perdere la faccia.
Addirittura, Khamenei è intervenuto per moderare le affermazioni contro Israele di Ahmadinejad, in un gioco delle parti che mostra un potere politico aggressivo, mentre quello religioso si può permettere il lusso d’agitare qualche ramoscello d’ulivo: un escamotage per confondere ancor di più le acque.

Tutto – in definitiva – nasce dalla situazione irachena: le velleità espansionistiche degli USA in Oriente e verso la Russia sono state arrestate dalla guerriglia irachena, ed i generali – al Pentagono – stanno iniziando a far sentire la voce dei militari, attraverso uomini politici come il senatore Mc Cain (repubblicano), il quale avverte che il morale delle truppe USA in Iraq è giunto a livelli troppo bassi.
Insomma, la pericolosa “sindrome del Vietnam” è oramai dietro l’angolo, al punto che un modesto Ahmadinejad può permettersi d’agitare velleitari proclami di guerra dal pulpito dell’ONU, e tanto da far scrivere ad un noto storico inglese – Niall Ferguson, in Colossus – una frase sintomatica: «Gli americani, come imperialisti, sono proprio inadeguati. Mancano del necessario spirito di sacrificio, di vocazione, dell'opportuna cast of mind, disposizione della mente».
In sostanza – afferma Ferguson – prima d’andare per il pianeta a creare pasticci, leggetevi qualcosa su come gestiva un impero la Gran Bretagna, altrimenti anche i “galletti” come Ahmadinejad potranno cantare tutto ciò che vorranno ovunque, indisturbati. Ed i media italiani – fessacchiotti – ci cascano come polli.

Carlo Bertani [email protected] www.carlobertani.it


--------------------------------------------------------------------------------

[1] Le curiose similitudini fra le vicende odierne ed il passato non terminano qui. Per chi desiderasse approfondire l’argomento, posso rimandare al libro che ho pubblicato sull’argomento: Carlo Bertani – Al Qaeda, chi è, da dove viene, dove va – Malatempora – Roma – 2004.