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    Predefinito Il pensiero neoconservatore

    La persuasione neoconservatrice

    di Irving Kristol

    Weekly Standard, 11 agosto 200


    Il presidente Bush è una persona affascinante, ma penso che per qualche ragione sia stato conquistato dai neoconservatori che lo circondano.- Howard Dean


    Cos’è di preciso il neoconservatorismo? I giornalisti, e ora anche i candidati alla presidenza, parlano con un’invidiabile confidenza di chi o cosa sia un «neoconservatore», e sembrano supporre che il termine stesso sveli tutto il suo significato. Quelli di noi che vengono etichettati come «neocons» sono, a seconda dei casi, tirati per la giacchetta, adulati o respinti. Perfino io, che spesso vengo definito come il «padrino» di tutti i neocons, ho i miei momenti di stupore. Alcuni anni fa dissi (e, già, scrissi) che il neoconservatorismo aveva maturato le sue peculiarità nei suoi primi anni di vita, ma che ormai era stato assorbito dal conservatorismo americano mainstream. Mi sbagliavo, e la ragione era che, fin dalle sue origini tra i disillusi intellettuali di sinistra negli anni Settanta, quello che chiamiamo neoconservatorismo è stata una di quelle correnti intellettuali che si affacciano alla superficie solo di tanto in tanto. Non è un «movimento», come i teorici della cospirazione pretendono. Il neoconservatorismo è ciò che lo storico dell’America jacksoniana, Marvin Meyers, chiamò una «persuasione», qualcosa che si manifesta nel tempo, ma saltuariamente, e il cui significato si può comprendere solo in retrospettiva. Se si guardano le cose in questo modo, si può dire che la missione storica e l’obiettivo politico del neoconservatorismo sembrerebbe questo: convertire il Partito repubblicano, e il conservatorismo americano, contro le loro rispettive volontà, in un nuovo genere di politica conservatrice adatta a governare la democrazia moderna. Che questa nuova politica conservatrice sia tipicamente americana è fuori discussione. Non v’è nulla di simile al neoconservatorismo in Europa, e la maggior parte dei conservatori europei sono molto scettici verso la sua legittimazione. Il fatto che il conservatorismo negli Stati Uniti sia tanto più in salute che in Europa, tanto più politicamente efficace, di certo ha qualcosa a che fare con l’esistenza del neoconservatorismo. Ma gli europei, che ritengono assurdo aver qualcosa da imparare dagli Stati Uniti in merito all’innovazione politica, si rifiutano risolutamente di considerare questa possibilità.

    Il neoconservatorismo è la prima variante del conservatorismo americano del secolo scorso ad avere la «tempra americana». È speranzoso, non cupo; guarda avanti, non rimpiange il passato; e il suo tono in generale è cordiale, non torvo o irato. I suoi eroi del Ventesimo secolo tendono a essere Teddy Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan. Su repubblicani e conservatori di valore come Calvin Coolidge, Herbert Hoover, Dwight Eisenhower e Barry Goldwater si sorvola educatamente. Naturalmente, su questi uomini di valore non sorvola affatto un’ampia, e forse la più ampia, fetta del Partito repubblicano, col risultato che la maggior parte dei politici repubblicani non sa nulla e non potrebbe essere meno interessata al neoconservatorismo. Nondimeno, essi non possono essere ciechi al fatto che le politiche neoconservatrici, avendo superato la tradizionale base politica e finanziaria, hanno consentito di rendere l’idea stessa del conservatorismo più accettabile per una maggioranza di elettori americani. Né è stato notato che sono le politiche neoconservatrici, e non quelle tradizionali dei repubblicani, a far guadagnare popolarità ai presidenti repubblicani. Una di queste politiche, la più visibile e controversa, è di tagliare le tasse per stimolare una vera crescita economica. Questa politica non è un’invenzione dei neocons, né essi sono particolarmente interessati alla riduzione della pressione fiscale in sé e per sé; piuttosto, si concentrano sulla crescita economica. I neocons conoscono la storia intellettuale e sanno che è solo negli ultimi due secoli che la democrazia è diventata un’opzione rispettabile tra i pensatori politici. Prima, la democrazia implicava un regime necessariamente turbolento, coi «possidenti» e i «non possidenti» col coltello tra i denti in una lotta di classe perpetua e alla fine distruttiva. Fu solo la prospettiva di una crescita economica grazie alla quale tutti avrebbero prosperato, anche se non in egual misura e allo stesso tempo, che diede alle moderne democrazie la loro legittimazione e durevolezza. Il costo di questa enfasi sulla crescita economica è un atteggiamento verso la finanza pubblica che è assai meno avverso al rischio di quanto lo sia quello dei conservatori tradizionali. I neocons preferirebbero non avere grossi deficit di bilancio, ma è nella natura della democrazia - come sembra essere nella natura umana - che la demagogia politica divenga sovente noncuranza economica, sicché talvolta bisogna sobbarcarsi un deficit di bilancio, come costo (temporaneo, si spera) della crescita economica. È un’ipotesi di base del neoconservatorismo che, come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutti i ceti sociali, una popolazione di proprietari e contribuenti diventerà, col tempo, meno vulnerabile alle illusioni ugualitarie e agli appelli demagogici e più sensibile alle esigenze fondamentali dell’economia.

    Questo solleva la questione sul ruolo dello Stato. I neocons non apprezzano la concentrazione di servizi nello Stato sociale e sono lieti di studiare metodi alternativi per l’erogazione di questi servizi. Ma non soffrono l’idea hayekiana sulla «via della servitù». I neocons non provano quel senso d’allarme o d’ansietà per la crescita dello Stato nel secolo scorso, la vedono come naturale, anzi inevitabile. Poiché tendono a interessarsi più di storia che di economia o sociologia, sanno che l’idea tipica del Diciannovesimo secolo, proposta in maniera così forte da Herbert Spencer nel suo L’uomo contro lo Stato, era un’eccentricità storica. La gente ha sempre preferito il governo forte al governo debole, per quanto non abbia mai provato simpatia per un governo eccessivamente intrusivo. I neocons si sentono a casa nell’America di oggi a un livello a cui i conservatori tradizionali non arrivano. Sebbene esprimano molte critiche, tendono a cercare una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville, piuttosto che nella nostalgia Tory di un Russell Kirk. Ma è solo in un senso che i neocons si sentono a proprio agio nell’America moderna. Il rapido declino della cultura democratica, l’oscillare verso nuovi livelli di volgarità, unisce i neocons ai conservatori tradizionali, anche se non a quei conservatori libertari che sono conservatori in economia ma non si preoccupano della cultura. L’esito è un’alleanza, piuttosto inedita, tra i neocons, tra cui vi è una discreta quantità d’intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Essi sono uniti su questioni come la qualità dell’istruzione, le relazioni tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e simili; in tutto ciò, essi vedono l’oggetto delle attenzioni del governo. E dacché il Partito repubblicano ha oggi una sostanziale base religiosa, questo dà ai neocons una certa influenza e perfino del potere. Poiché il conservatorismo religioso è così debole in Europa, il potenziale neoconservatore là è di conseguenza debole.

    E poi, naturalmente, c’è la politica estera, il settore della politica americano in virtù del quale il neoconservatorismo è stato recentemente posto sotto i riflettori. Ciò è sorprendente, dacché non v’è alcuno specifico credo neoconservatore sulla politica estera, solo un insieme di attitudini derivate dall’esperienza storica. (Il testo sugli affari esteri preferito dai conservatori, grazie ai professori Leo Strauss di Chicago e Donald Kagan di Yale, è Tucidide e la guerra del Peloponneso). Queste attitudini possono essere riassunte nelle seguenti «tesi» (come direbbe un marxista): primo, il patriottismo è un sentimento naturale e salutare e dovrebbe essere incoraggiato dalle istituzioni pubbliche e private. Proprio perché noi siamo una nazione d’immigrati, questo è un forte sentimento americano. Secondo, quella del governo mondiale è un’idea terribile perché può condurre a una tirannide globale. Le istituzioni internazionali che mirano all’instaurazione di un governo mondiale dovrebbero essere guardate col massimo sospetto. Terzo, gli uomini politici dovrebbero avere, prima di tutto, la capacità di distinguere gli amici dai nemici. Ciò non è facile come sembra, come la storia della guerra fredda ha evidenziato. Il numero degli uomini in gamba che non vedeva l’Unione Sovietica come un nemico, sebbene essa stessa si definisse tale, era assolutamente sbalorditivo. Infine, per una grande potenza, l’«interesse nazionale» non è un problema geografico, tranne per materie abbastanza prosaiche come le regolamentazioni sul commercio e l’ambiente. Una nazione più piccola potrebbe giustamente pensare che l’interesse nazionale cominci e finisca ai suoi confini, sicché la sua politica estera sarebbe quasi sempre difensiva. Una nazione più ampia ha interessi più estesi. E le grandi nazioni, la cui identità è ideologica, come l’Unione Sovietica di un tempo e gli Stati Uniti di oggi, inevitabilmente hanno interessi ideologici oltre a preoccupazioni più materiali. Tranne che in casi eccezionali, gli Stati Uniti si sentiranno sempre in dovere di difendere, se possibile, una nazione democratica sotto attacco di forze non democratiche, interne o esterne. Questa è la ragione per cui fu nel nostro interesse nazionale soccorrere Francia e Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale. Questa è la ragione per cui riteniamo così necessaria la difesa di Israele oggi, quando la sua sopravvivenza è minacciata. Non serve alcun complicato calcolo geopolitico dell’interesse nazionale.

    Tutto questo poggia su un fatto: l’incredibile superiorità militare degli Stati Uniti rispetto alle nazioni del resto del mondo, in qualunque combinazione immaginabile. Questa superiorità non è stata pianificata da nessuno, e anche oggi molti americani la negano. In larga misura, essa è il risultato della nostra sfortuna. Nei cinquant’anni successivi alla seconda guerra mondiale, mentre l’Europa era in pace e l’Unione Sovietica faceva affidamento sui suoi vassalli per condurre la propria battaglia, gli Stati Uniti sono stati coinvolti in una lunga serie di guerre: la guerra di Corea, la guerra del Vietnam, la guerra del Golfo, il conflitto in Kosovo, la guerra afghana e la guerra in Iraq. Il risultato è stato che le nostre spese militari sono cresciute più o meno di pari passo con la nostra crescita economica, mentre le democrazie europee hanno tagliato le loro spese militari a favore dei programmi dello Stato sociale. L’Unione Sovietica ha speso molto ma male, sicché il collasso militare è arrivato con quello economico. Improvvisamente, dopo due decenni in cui «declino dell’impero» e «ipertensione imperiale» furono parole d’ordine accademiche e giornalistiche, gli Stati Uniti sono emersi come l’unica potenza. La «magia» dell’interesse complessivo lungo mezzo secolo ebbe un effetto sul nostro bilancio militare, come fece il grosso della ricerca scientifica e tecnologica delle nostre forze armate. Col potere vengono le responsabilità, che piaccia o no, volute oppure no. Ed è un fatto che se uno ha tutto il potere che abbiamo noi, o trova il modo di usarlo oppure il mondo lo farà al posto suo. Gli elementi più vecchi, tradizionali del Partito repubblicano stanno difficilmente venendo a patti con la nuova realtà di politica estera, dacché non possono conciliare il conservatorismo economico col conservatorismo sociale e culturale. Ma per uno di quei casi che fanno riflettere gli storici, il nostro attuale presidente e la sua amministrazione si sono rivelati a proprio agio in questo nuovo ambiente politico, sebbene sia chiaro che non hanno anticipato questo ruolo più di quanto abbia fatto il loro partito. Di conseguenza, il neoconservatorismo ha cominciato la sua seconda vita, proprio quando i necrologi venivano pubblicati.

    (Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)

    Titolo originale italiano: Ma noi preferiamo Tocqueville...
    © liberal -



    liberal
    Ultima modifica di Florian; 21-11-09 alle 21:18
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Il pensiero neoconservatore

    Prima dell'avvento del neoconservatorismo il Partito Repubblicano era in America la casa del liberalismo classico, in cui convivevano un'ala più fedele all'economia di mercato, detta conservatrice e un'altra, maggioritaria, più aperta all'intervento dello Stato detta liberal.

    Con l'avvento di Goldwater il conservatorismo americano venne considerato una sorta di eccentricità in un mondo occidentale che considerava inevitabile l'avvento della pianificazione. Il Goldwaterismo mescolava elementi eterogenei quali il libertarismo economico, la difesa dei diritti degli Stati (che al Sud significava un implicito appoggio alla segregazione), e l'anticomunismo spinto. La sua sconfitta alle presidenziali del 1964 ne evidenziò tutti i limiti e la distanza dall'americano medio.

    Il neoconservatorismo che mosse i suoi primi passi a cavallo degli anni settanta, aveva contenuti ben diversi. Nato a sinistra, all'interno del Partito Democratico, se ne distaccò in seguito alla radicalizzazione di tale partito dovuta all'avvento della controcultura sessantottina. I neoconservatori, presi in una morsa tra un conservatorismo interessato solo all'economia e che non pensava filosoficamente e un liberalismo infettato dal nichilismo della Scuola di Francoforte, cercarono di mantenere in vita gli ideali di libertà e democrazia che avevano sorretto gli Stati Uniti in tutta la loro storia. Quella dei neoconservatori si caratterizzò perciò come una battaglia eminentemente culturale ed ebbe come obiettivo della sua polemica le èlites culturali liberal che orientavano la cultura contemporanea.

    I neoconservatori riuscirono a indirizzare la presidenza Reagan in senso non libertario e nemmeno prettamente tradizionalista. A differenza di Goldwater, infatti, il reaganismo ottenne la fiducia della maggioranza degli americani perchè si scrollò di dosso l'impronta estremista che lo aveva contrassegnato. In economia l'attenzione dei neoconservatori si preoccupò di contrastare l'impianto della Great Society di Lyndon Johnson, senza toccare il New Deal roosveltiano che era stato l'obiettivo polemico della Vecchia Destra. I neocons si preoccuparono di combattere l'ideale socialista con quello tipicamente americano della prosperità. Per questo la loro attenzione, in economia, si appuntò sulla crescita economica e non sul pareggo di bilancio o sul taglio delle tasse.

    Ma l'operazione più rilevante operata dai neoconservatori fu certamente quella di supportare il fenomeno del populismo religioso, che era cresciuto specularmente al montare della controcultura. I neocons, prevalentemente ebrei, erano convinti che la giustificazione morale del capitalismo stesse in quell'etica protestante che aveva sostenuto la cultura americana dalla fondazione delle prime colonie e che era stata messa all'indice dai nuovi "mandarini". Per questo motivo Kristol & Co. si adoperarono per incanalare questo vasto movimento popolare, che in precedenza aveva la sua casa naturale nel Partito Democratico, tra i repubblicani, i quali dopo il Watergate erano completamente in disarmo e in cerca di una nuova identità.

    Grazie ai neoconservatori e alla destra religiosa cambiò di fatto tanto la filosofia politica quanto la base sociale del GOP. Il quale divenne più "sudista" e più "populista". Parte della retorica libertaria rimase, ma il reaganismo si impose rubando paradossalmente ai democratici le loro armi migliori: la fede nel "common man", il modello di un capitalismo "democratico" e la forza morale delle Chiese.
    Ultima modifica di Florian; 21-11-09 alle 19:58
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Il pensiero neoconservatore

    Un aspetto molto interessante del neoconservatorismo è che esso si presenta all'attenzione come un fenomeno tipicamente americano, che non ha eguali nelle restanti nazioni occidentali.

    Dal secondo novecento il classico partito conservatore è attento al bilancio dello Stato, pragmatico e fondamentalmente laico sul piano sociale. In America questo genere di conservatorismo europeo è riscontrabile facilmente nell'ala moderata del Partito Repubblicano e in Presidenti americani come Bush Senior. Non c'è infatti molta differenza tra questi e un Kohl o uno Chirac. Il neoconservatorismo è assai diverso da questi esempi e non c'è da stupirsi se sia stato visto in Europa come un estremismo di destra.

    Nel nostro continente non c'è infatti un movimento politico organizzato di natura religiosa. Gli stessi evangelical inglesi sono una piccola fazione all'interno della Chiesa anglicana, non organizzata politicamente e piuttosto moderata.

    Non solo, il populismo europeo differisce da quello americano sotto molti punti di vista, essendo in primo luogo xenofobo e generalmente antisemita. Al contrario la religious right non solo non è razzista - vi si ritrovano infatti vari predicatori e attivisti neri - ma è anche fortemente sionista, cosa che la mette assolutamente in sintonia con il neoconservatorismo.

    Nel complesso il binomio destra religiosa-neocons riesce ad incanalare le pulsioni dell'americano medio che ha visto progressivamente mutare i valori della società in cui vive a causa di un ristretto ma assai influente circolo di intellettuali liberals. Questi, attraverso le università, i media e la politica, in pochi decenni hanno radicalmente mutato la realtà americana e gli stili di vita. Il vantaggio della destra USA è stato che l'organizzazione federale ha evitato che gli influssi del liberalism potessero estendersi a macchia d'olio su tutto il territorio nazionale, localizzandoli finora lungo la costa est e la costa ovest: New York e la California, innanzitutto.

    I conservatori odierni, di fatto, non hanno granchè a che fare con i conservatori del primo novecento o addirittura dei secoli passati. Gli antenati dei repubblicani di oggi non sono gli aristocratici bostoniani, i cosiddetti "bramini", ma piuttosto i populisti "jacksoniani": sudisti, democratici, religiosi, nazionalisti e militaristi.

    Cosicchè la storia americana ci presenta un particolare avvenimento: la destra originaria, liberale ed elitaria, si è sempre più spostata a sinistra; mentre la sinistra plebea e democratica dei primordi l'ha sorpassata a destra. Quel che è successo, in pratica, agli stessi neocons.
    Ultima modifica di Florian; 21-11-09 alle 21:20
    SADNESS IS REBELLION

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il pensiero neoconservatore

    E' vero: ciò che rende davvero differenti il GOP statunitense da qualsiasi altra formazione di destra conservatrice, è fondamentalmente quel rapporto così diverso che c'è nella società americana tra religione e politica.

    In Europa nessun conservatore (purtroppo) si sognerebbe più di fare appello direttamente a Dio come al fondatore della nostra morale, e nessuno oserebbe esporre nel proprio ufficio di governatore i Dieci Comandamenti.
    Negli USA invece ciò avviene, e basta leggere qualcosa di Kagan, piuttosto che di Weigel o del nostro Pera per capire di cosa si sta parlando.

    Il punto è che non è sempre stato così, anzi! Don Sturzo, pace all'anima sua, non lesinava certo riferimenti metafisici, e ancora De Gasperi di certo non si vergognava a dire le cose come stavano. Poi però, con la fase del compromesso storico, in Italia come altrove le cose cambiarono, e anche gli esponenti politici più vicini alla Chiesa si "laicizzarono" in modo tale da escludere totalmente l'ambito religioso dal dibattito.
    A dire il vero non fu solo il mondo politico il responsabile di questo fenomeno (che col senno di poi è facile etichettare come altamente tossico per l'intera nostra società), ma fu anche la stessa Chiesa locale, e il pernicioso "spirito del post-concilio" a favorirlo.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il pensiero neoconservatore

    Lo scorso mese durante il corso di Storia dell'America del Nord ho dovuto riassumere un capitolo del libro "La parabola di Ronald Reagan" a cura di Marco Sioli e scelsi il saggio scritto da Giovanni Borgognone "I neoconservatori e l’eredità di Reagan". Qui sotto riporto il mio riassunto.


    Christian Rocca su Il Foglio del 22 settembre 2009, nello speciale dedicato alla morte di Irving Kristol (Medal of Freedom 2002), ha scritto: “Il neoconservatorismo non è nato a destra, ma ha trasformato la destra”. Il saggio di Giovanni Borgognone ha analizzato da vicino proprio i rapporti intercorsi tra una delle presidenze americane e repubblicane in particolare più importanti come quella di Ronald Reagan e il movimento neoconservative, visto come corrente e serie di politiche ben precise: da questo ci si potrà fare un’idea più dettagliata di come i neocon abbiano trasformato e inciso sulla politica americana e su quella del partito dell’Elefante.

    Molti esponenti neoconservatori firmarono nel 1997 il manifesto “Project for the New American Century” (PNAC), nel quale individuarono in tre i tratti della presidenza Reagan andati dimenticati troppo in fretta negli anni e da recuperare per costruire una nuova America: un forte apparato militare, una politica estera che promuovesse all’esterno i principi americani, una leadership che accettasse le responsabilità globali dovuta alla forza e al potere degli Usa stessi. Principi ricalcati in un articolo del 2003 di Irving Kristol, il quale parlava di quattro pilastri per una politica estera americana di successo: patriottismo come elemento sano dell’America; scetticismo su governo unico mondiale (da cui deriva tirannia globale); capacità di distinguere buoni dai cattivi, amici dai nemici (Urss anni ’70-’80); interesse nazionale non solo geografico ma ideologico (obbligo morale per gli Usa difendere, fin dove possibile, democrazie e libertà minacciate nel mondo).

    Per Stefan Halper (ex collaboratore Casa Bianca e Dipartimento di Stato) e Jonathan Clarke (ex funzionario britannico), come si evince da un loro articolo apparso su “The American Spectator” (Would Ronald Reagan Have Attacked Iraq?, 2004), nel tempo è stata esercitata erroneamente una sorta di memoria selettiva di Reagan, ricordando solo gli investimenti nel campo della difesa o la retorica dell’Evil Empire, ma dimenticando tra le altre cose il no all’embargo economico a danno della Polonia in reazione alla legge marziale proclamata nel 1981 (attirandosi così gli strali di un neocon come Norman Podhoretz) o l’opposizione pragmatica all’annessione da parte di Israele di Gaza e Cisgiordania (un “carterismo senza Carter”). Secondo questi due Reagan fu più un conservatore che un neoconservatore, più pragmatico che ideologico (aldilà della retorica messianica americana), mentre il verbo neocon si sarebbe trovato a più agio con le successive presidenze di George H. Bush e Clinton, raggiungendo il suo apice con il doppio mandato di George W. Bush; i neocon si sarebbero così resi colpevoli agli occhi di Halper e Clarke di aver mitizzato la presidenza Reagan per sostenere la loro linea che resta quella dell’interventismo democratico wilsoniano (tanto da farli dei wilsonians with guns) per l’esportazione della democrazia globale (in contrasto con il comune sentire di gran parte dei conservatori tradizionali, generalmente scettici ad avventure militari fuori dai confini nazionali).

    Anche da parte dei paleocon dell’Old Right come Pat Buchanan si è cercato di sfatare quello che viene considerato un mito: Buchanan qualifica come cavalli di troia liberal i neocon, infiltratisi nella destra a stelle e strisce e traditori del vero messaggio tradizionale di Reagan facendosi promotori con l’amministrazione di Bush jr. di politiche volte alla realizzazione di guerre preventive e di un’espansione del big government, fumo negli occhi ovviamente per l’Old Right classica, isolazionista e conservatrice in materia fiscale.

    Se da una parte i neocon stessi eccedono in memoria selettiva, forse lo stesso si può dire di Harper&Clark secondo Borgognose: in ogni caso per valutare attentamente i rapporti e i riflessi dell’incontro tra Reagan e i neocon bisognerà andare ad analizzare le politiche concrete di quegli anni confrontandone approcci e iniziative. Non prima di un breve excursus storico: innanzitutto, perché nuovi conservatori? Nuovi perché nascono in quegli anni ’60 e ’70 di crescita della cosiddetta New Left e di una controcultura che un gruppo di intellettuali liberal non riusciva più a sentire come loro: il profilo del neocon originario è quello di un ex militante di sinistra, anticomunista, capitalista, contrario all’eccessiva invadenza dello stato ma favorevole a un welfare minimo senza rinnegare Franklin Delano Roosevelt e senza dover arrivare a quelli che consideravano gli eccessi di un Hayek, qualcuno orgoglioso della propria patria e fiducioso nell’uso del potere della forza per promuovere e difendere gli ideali americani di democrazia e libertà in giro per il mondo. In quei primi anni settanta, Irving Kristol fu il primo a compiere un passo inaudito per molti, cioè votare, pur turandosi il naso, per Richard Nixon, invece che per il radicaleggiante demagogo democratico George McGovern (gli altri della cerchia di liberal delusi si sono convinto a votare repubblicano soltanto al secondo mandato di Ronald Reagan, se non più recentemente con Bush). Kristol, scomparso proprio nello scorso settembre all’età di 89 anni, era considerato il padrino, the godfather, del movimento neoconservatore americano. È stato il primo intellettuale liberal, con un lontanissimo passato addirittura vagamente trotzkysta, ad accettare tra lo sconcerto di amici e colleghi la definizione non proprio benevola di “neoconservatore” coniata nel 1973 dal sociologo Michael Harrington sulla rivista di sinistra Dissent e nata per etichettare quel gruppo di intellettuali liberal newyorchesi, riuniti intorno alle riviste Public Interest e Commentary e capitanati da Kristol e Norman Podhoretz, accusati di eccedere nella polemica contro la piega illiberale che stava prendendo la sinistra americana, al punto da essersi trasformati di fatti in conservatori, anzi in nuovi conservatori. Liberal che vedevano i propri riferimenti nei due Roosevelt del ‘900, in Wilson, poi in Reagan, ma non in Eisenhower e nemmeno in Goldwater, padre spirituale invece di Reagan stesso; liberal che un welfare minimo non lo discutevano (uno dei libri di Kristol si intitola “Two cheers for capitalism” – due hurrà invece dei canonici tre per il capitalismo – perché è vero che non gli piaceva affidare allo stato tutti i servizi pubblici, ma riteneva naturale e inevitabile che esso garantisse la sicurezza sociale dei suoi cittadini); liberal che non disdegnavano l’interventismo estero. Liberal lo era stato in principio anche Ronnie, che negli anni ’50 si fece portavoce di una singolare richiesta: chiedere a “Ike” Eisenhower di correre per i Democrats. Poi si avvicinò al mondo repubblicano, con il quale condivideva un sentimento anti-tasse e anti-comunista piuttosto vigoroso; il resto è storia, da The Speech alla Casa Bianca, passando per la California.

    Borgognose è poi passato ad analizzare le singole tematiche dell’azione politica reaganiana.

    TASSE E STATO – Incontro tra il taglio ideologico (meno Stato, meno oppressione fiscale sui cittadini vecchio cavallo di battaglia repubblicano: “In this present crisis government is not the solution to our problem, government is the problem”, Reagan Inaugural Address 1981) e sviluppista (Supply-side Economics neocon): meno tasse, più investimenti, più lavoro, più sviluppo, più gettito (curva di Laffer), più crescita più stabilità democratica. Tagli portarono aliquota massima da 70% a 33% (diminuita la progressività), tagli a sussidi e assistenza (mantenuto welfare I, ma cancellato welfare II johnsoniano) nell’agenda repubblicana venne inserita la Supply-side neocon.

    PATRIOTTISMO E TRADIZIONE – Reagan a sostegno di morale e patriottismo, recupero valori, anche per liberal delusi degli Usa ‘60s, persa certa morale, più deboli è pericoloso per sicurezza della nazione, difesa civiltà americana e no a multiculturalismo (Irving Kristol), Reagan si oppose ai New Radicals anni ’60, nel ’69 in California mandò Guardia Nazionale contro l’occupazione di People’s Park a Berkeley, opposizione a controcultura e New Left trovò sulla stessa barricata Reagan e i neocon.

    RAZZA E DIRITTI CIVILI – contatto Reagan-Neocon, giustificazione disuguaglianze razziali, 1964 Reagan si oppose al Civil Rights Act federale, da presidente sostenne Sudafrica e sue nomine spostarono Corte Suprema a destra (presidente Rehnquist, avvocato vicino a Goldwater al quale consigliò la contrarietà al Civil Rights Act), neocon pur in origine a tutela dei diritti civili propugnatori poi di un razzismo più sofisticato, culturale e sociale, no a egualitarismo fine a se stesso della New Left, immigrati e neri più % di delinquenti e dipendenza troppo elevata dall’assistenzialismo federale non spiegabile solo con la “scusa” del razzismo.

    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE – Composizione staff, per Halper-Clarke maggioranza di repubblicani moderati come su tutti il Segretario di Stato George Shultz o quello alla Difesa Caspar Weinberger o il consigliere alla sicurezza nazionale William Clark, però i funzionari responsabili della sicurezza nella maggior parte erano più a destra (neocon come Elliott Abrams, coinvolto nel Contragate), rappresentanti linea dura in politica estera, ex “Jackson democrats” come Richard Perle (ufficio Difesa) e soprattutto Jeane Kirkpatrick (ambasciatrice all’Onu), collaboratori anni ’60-’70 del senatore democratico Henry Jackson (più cold warrior di molti repubblicani); Kirkpatrick, base dottrinale e ideologica, saggio “Dictatorships and Double Standards” (1979), dittature non tutte uguali, comuniste alla fine sempre ostili a Usa, di destra possibilità da mercato di ottenere buoni frutti e forse transizione democratica (amministrazione Reagan sostenne Pinochet, Marcos nelle Filippine, Sudafrica), Kirkpatrick poi rappresentante permanente a Onu, per lei taglio più ideologico dell’amministrazione Reagan perché ricca di intellettuali (neocon), ethos democratico-occidentale rafforzato, per lei Dottrina Reagan né contenimento né roll back, ma aiuti a paesi per proteggere se stessi senza, ove possibile, intervento diretto Usa, attività nell’oscurità ma efficace; già in California Reagan tese a marginalizzare estrema destra (atteggiamento ambiguo con i “birchers” della John Birch Society che spaventavano i moderati, accuse complotto comunista anche a Ike) favorendo altre componenti della destra americana come i neocon, reaganiani vs. pragmatisti (establishment Gop), nell’amm.ne Reagan molti membri del “Committee on the Present Danger” contrario a distensione (1976, prof. Rostow di Yale) come Paul Nitze, Richard Pipes (esperto di affari russi nel NSC) e altri neocon, 1979 Committee contro trattato Salt II, 1979 lo stesso Reagan ne divenne membro, costituì e fornì base per analisi politica estera.

    RETORICA – neocon e destra tradizionale si incontrarono soprattutto con il missionarismo patriottico reaganiano, The Speech ’64 “voi e io abbiamo un appuntamento con il destino” ultima speranza per i nostri figli o mille anni di tenebre, ’82 invocò una “crociata per la libertà”, apice retorica missionario-religiosa ’83 “Urss Impero del Male”, Evil Empire, per Norman Podhoretz (Commentary) retorica fu fondamentale per vincere WW3 contro comunismo (ora WW4 contro Islam militante), usare “male” diede nuovi stimoli a dissidenti, per liberal attenti ai mass media apprezzarono doti mediatiche di Reagan.

    BILANCIO – per Kristol a metà anni ’90 i neocon erano usciti dalla storia non perché sconfitti ma perché avevano vinto nella difesa dell’America e delle sue tradizioni contro la New Left; negli anni ’70 tre differenze tra neocon e destra, 1) welfare (neocon sì Fdr no Johnson, destra no tout court), 2) diritti civili (National Review vs. liberal su Civil Rights Act), 3) anticomunismo interno (McCarthy sì o no?); negli anni distanza ridotta con seconda generazione di neocon e definitiva unione con Reagan, neocon assorbiti nella corrente principale del conservatorismo americano, oggi destra intellettuale Gop orgogliosa, con Reagan Gop più conservatore, ma oggi? Tea Party vs. Rino e neocon, dopo Bush torneranno a dividersi? In eredità hanno comunque lasciato la riorganizzazione e managerializzazione del Partito Repubblicano (ex "partito stupido"), quadri, organizzato, collegato a territorio, neocon Newt Gingrich rivoluzione conservatrice 1994, vecchio sogno liberal riuscito nell’infiltrare intellettuali nei gangli del potere per riformare la nazione, nuova potente destra intellettuale e avanguardia neocon eredità diretta da Reagan. Dunque, il neoconservatorismo ha trasformato la destra americana negli anni: ma, domanda lecita in un Gop oggi alla ricerca della sua nuova identità per le imminenti sfide del 2010 e 2012, fino a quando?
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

 

 

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