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  1. #1
    Totila
    Ospite

    Predefinito Quarantennale del Concilio Vaticano II°

    Il Concilio di Ratzinger
    Domenico Savino
    13/12/2005
    30 novembre 2005 - Un'immagine suggestiva di Papa Benedetto XVI mentre indossa il mantello rosso (Reuters)Ancora una volta sia benedetto Benedetto XVI!
    Ha di nuovo spiazzato tutti!
    Scriveva Sandro Magister: «c’è grande attesa per quello che Benedetto XVI dirà nell’omelia della messa dell’8 dicembre in San Pietro, a quarant’anni giusti dalla fine del Concilio Vaticano II».
    Attesa delusa, signori!
    Questo Papa non ama il protagonismo, non recita per le televisioni, non ama dare spettacolo.
    Per il quarantennale nessuna celebrazione trionfalistica.
    Saremmo quasi indotti a dire: nessuna celebrazione.
    Di certo nessuna enfasi.
    Tutto il discorso, pronunziato nel giorno dell’Immacolata, per l’appunto 40° anniversario della chiusura del Concilio, ha quasi volutamente ignorato l’evento in sè.
    Si sarebbe potuto indulgere non dico alla retorica, ma almeno alla rievocazione da parte di uno che del Vaticano II fu indubbio protagonista!
    E invece nulla.
    Nessuna rivisitazione del dato storiografico e del dibattito che ne è seguito.
    Neppure un minimo accenno di sottolineatura dei decantati meriti del Concilio e nulla di nulla sul presunto «nuovo inizio» nella storia della Chiesa che esso avrebbe determinato, o sul fatto - per citare ancora l’articolo di Magister - che secondo taluni interpreti «dogmi, leggi, strutture, tradizioni siano entrati grazie ad esso - grazie al suo ‘spirito’ più che alla lettera dei suoi testi - in una fase di riforma permanente».
    Niente, zero assoluto.



    Il professor Alberto Melloni, uomo di punta della nuova generazione dell’«officina bolognese» di Alberigo & C., tre anni fa, dalle colonne del Corriere, suonava la carica, preparando la successione di Wojtyla: «i 40 anni che ci separano dal Concilio segnano un tempo biblico, che separa le generazioni. Eppure con il Vaticano II si misurano tutti, ancora oggi, mentre la guerra che ritrova dignità, le ideologie soppiantate dai fondamentalismi, i ‘mai più’ infragiliti della generazione dell’Olocausto ci fanno chiedere se davvero veniamo da quella temperie. In una Chiesa sazia di record e stanca di trionfi, indivisa e non concorde, il Vaticano II continua a distinguere chi ne raccomanda fedeltà da chi lo evade…».
    E più avanti: «per questo il Concilio resta. A dispetto di chi ulula ai bei tempi andati (siano i bei tempi del progressismo o della tradizione, che differenza fa?), c’è nella Chiesa sete di Concilio, sete di conciliarità».
    A parte che fa differenza tra i bei tempi della tradizione e quelli del progressismo, di certo Ratzinger non ha accontentato il professor Melloni, che oggi abbozza, con toni più sottili e diplomatici, ma non meno insinuanti: «la Roma di Benedetto XVI (non la Chiesa, si noti!) ha celebrato il 40° anniversario del Vaticano II con parsimonia. Il Papa s’è limitato ad espressioni di circostanza, senza entrare nella questione che Giovani Paolo II fissò con la folgorante riga del suo testamento che profetizzava il significato di quell’evento anche per chi non l’ha vissuto […] il Vaticano II non è un compendio (si noti anche qui il tono polemico e di sufficienza verso il recente compendio catechistico voluto da Ratzinger!), ma un atto forte e creativo, ‘dono dello spirito’ nel linguaggio cristiano».
    Tralascio il resto dell’articolo, tutto teso a dimostrare ovviamente che la dimensione del cattolicesimo al quale il professor Melloni si ispira «è ciò che il Concilio profetizza, ciò che vuole fare germinare e che germina silenziosamente (mica troppo in verità!) nonostante i ritardi, le contraddizioni, i limiti, le intemperanze, le manchevolezze».



    Implacabilmente stroncato sull’Osservatore Romano per i suoi cinque volumi della «Storia del concilio Vaticano II» diretta da Giuseppe Alberigo e dopo che il cardinal Ruini, presentando come contrappunto al suo lavoro il volume di monsignor Marchetto , lo aveva bacchettato, affermando che il Concilio Vaticano II è ancora in attesa di una sua storia «non di parte ma di verità»,
    il professor Melloni bacchetta a sua volta dalle colonne del Corriere della Sera Papa Ratzinger, per non avere adeguatamente celebrato quello che evidentemente secondo lui è l’evento - per antonomasia - della Chiesa.
    Si sa che spesso, quando uno si innamora dei propri interessi, ritiene poi che siano il cuore della storia.
    Invece il professor Ratzinger, che per fare il Papa ha dimostrato di non dover prendere ripetizioni né all’Istituto di scienze religiose di Bologna, né all’Università di Modena e Reggio, sa evidentemente che riprendere la discussione del Concilio significa accentuare divisioni che già lacerano il corpo della Chiesa.
    E quindi ha saggiamente preferito una celebrazione dell’evento conciliare di basso profilo, ma di inequivocabile significato.



    Tutta l’omelia di Ratzinger nella solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria di giovedì 8 dicembre 2005 è stata infatti incentrata su Maria.
    Di certo ai criptoprotestanti ricopertinati di pseudocattolicità, alle teologhe che già accusavano beffardamente e ingiuriosamente Woityla di essere un «ma-donnaiolo», questo richiamo a Maria nell’anniversario del Concilio deve essere stato assai poco gradito.
    Infatti tutta l’enfasi nel discorso del Papa è posta sulla figura forse più «tradizionale e popolare» della Chiesa.
    Maria, la Madonna, la Regina del rosario, la Consolatrice degli afflitti è da sempre invocata dal popolo di Dio, umile, magari ignorante, sudato e in canottiera, in marcia lungo gli infiniti itinerari di pellegrinaggio e devozione popolana che percorrono il mondo intero.
    Nulla a che vedere con la «fede adulta, raffinata e scritturale» dei salotti buoni della Bologna che conta.
    Invece - con buona pace di questi - l’unico rimando storico all’evento conciliare che il coltissimo Ratzinger ha fatto, riguarda proprio Lei, la Madonna, in piena sintonia con quel popolo semplice che Lei prega ed a Lei si affida: «resta indelebile nella mia memoria il momento in cui, sentendo le sue parole: ‘Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae’ – ‘dichiarammo Maria Santissima Madre della Chiesa’, spontaneamente i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio, a nostra Madre, alla Madre della Chiesa. Di fatto, con questo titolo il Papa riassumeva la dottrina mariana del Concilio e dava la chiave per la sua comprensione».



    Come debba essere inteso il Vaticano II, Ratzinger lo dice con limpida determinazione: «il Concilio intendeva dirci questo: Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull'anima».
    Chi immaginava di sentire da Ratzinger qualcosa che potesse consentire di immaginare una «ripresa organica» del Vaticano II - per usare l’espressione della rivista «Il Regno» - è servito: «Papa Paolo VI, nel contesto della promulgazione della Costituzione sulla Chiesa, ha messo in luce tutto questo mediante un nuovo titolo radicato profondamente nella Tradizione, proprio nell'intento di illuminare la struttura interiore dell'insegnamento sulla Chiesa sviluppato nel Concilio».
    Altro che «nuovo inizio»! Maria mater ecclesiae è - come dice il Papa - un titolo profondamente radicato nella tradizione.
    Viene alla mente l’enciclica «Ad diem illum laetissimum» promulgata da san Pio X il 2 febbraio 1904 e scritta in occasione del 50° anniversario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione: «che appartenga alla Vergine, a Lei soprattutto, di condurci alla conoscenza di Cristo, non si può dubitare, se si considera che […]nessuno al mondo quanto Lei ha conosciuto a fondo il Cristo; nessuno è migliore maestro e guida per conoscere Cristo».
    Radicare profondamente il Concilio nella tradizione!
    Eccolo il Concilio di Ratzinger!
    Certo egli non potrà e non vorrà rinnegare il Concilio, ma non permetterà che di esso si usi ancora ideologicamente contro la Chiesa.



    Ma c’è un altro elemento non meno significativo che va evidenziato: «Maria, che rispecchia la Chiesa, l’umile donna di provincia che proviene da una stirpe sacerdotale e porta in sé il grande patrimonio sacerdotale d’Israele, è ‘il santo resto’ d’Israele a cui i profeti, in tutti i periodi di travagli e di tenebre, hanno fatto riferimento. In lei è presente la vera Sion, quella pura, la vivente dimora di Dio. In lei dimora il Signore, in lei trova il luogo del Suo riposo».
    E più oltre: «Maria è l’Israele santo; ella dice ‘sì’ al Signore, si mette pienamente a Sua disposizione e diventa così il tempio vivente di Dio».
    Non sono parole da poco e credo che a tanti «novatori» del facile dialogo ebraico-cristiano queste parole debbano aver fatto venire perlomeno l’orticaria.
    E infine c’è un altro aspetto non meno importante nell’omelia del Papa.
    E’ una cosa che ha già ripetuto più volte, da ultimo nell’omelia pronunciata per l’apertura della XI assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi, il 2 ottobre scorso.
    E’ un atteggiamento che contrasta solo apparentemente con la spietata analisi sulle condizioni drammatiche in cui versa la Chiesa, pronunciato nei suoi ultimi interventi da cardinale.



    Rispetto ad allora sarebbe sbagliato vedere oggi un Papa ottimista.
    Questa categoria cosi' umana e secolare, non sembra appartenere al cardinale Ratzinger.
    Non c’è ottimismo in Benedetto XVI.
    C’è, al contrario, una certezza, che deriva dalla Fede.
    Se già il 2 ottobre il Papa aveva ricordato che «Dio non fallisce e alla fine Egli vince», quattro giorni fa il suo è stato un vero e proprio bollettino della vittoria: «viene predetto che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l’uomo e il serpente, cioè tra l’uomo e le potenze del male e della morte. Viene però anche preannunciato ‘la stirpe’ della donna un giorno vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte; è preannunciato che la stirpe della donna - e in essa la donna e la madre stessa - vincerà e che così, mediante l’uomo, Dio vincerà».
    L’ammonimento - ripreso dalla stampa - e rivolto contro la mentalità corrente, secondo cui chi non pecca è noioso, sta tutto in questa certezza di sconfitta e di morte che attende coloro che non si lasciano riscattare dal peccato, coloro che non si fidano di Dio, che covano «il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato».
    La risposta alla modernità non sta affatto dunque nel blandire la modernità, quasi che - secondo la definizione che ne dà il professor Melloni - essa sia «una vocazione a volgersi verso Gesù e verso l’uomo in quanto tale e a scoprire che era la stessa cosa».



    Se Maria rispecchia la Chiesa, non è progettando una Chiesa a misura della modernità e delle sue false libertà che si fa la volontà di Dio, ma pronunziando come Lei ha fatto il «fiat voluntas Dei»: «solo l’uomo che si affida totalmente a Dio - ribadisce Benedetto XVI - trova la vera libertà, la vastità grande e creativa della libertà del bene. L’uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande […]. L’uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri, ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e perciò benevola ed aperta».
    «Più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa».
    «È in lei che Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa».



    E’ così che si sta nel mondo, senza essere del mondo.
    Solo radicandosi sempre di più in Dio si può partecipare del sacramento di salvezza, segno e strumento della comunione di Dio e degli uomini che è la Chiesa, società dei veri cristiani, cioè dei battezzati che professano la fede e dottrina di Gesù Cristo, partecipano ai suoi sacramenti e ubbidiscono ai pastori stabiliti da Lui.
    Altro che parlare - come fa il professor Melloni - di Chiesa madre e matrigna, paventando che se essa si «arroccasse sulla efficienza dell’autorità e rinunciasse a considerare la comunione come una risorsa, sarebbe il segno che è autunno per tutti».
    Altro che insinuare la paura della Chiesa «a riflettere su istituzioni di governo nate quando il mondo era piccolo così, e bisognose di essere vivificate dal criterio della comunione e non gestite riformando i mansionari».
    Se il professor Melloni anni fa titolava: «sì a un nuovo Concilio» e rammentava che il cardinale Martini (il 7 ottobre 1999) aveva anche «disegnato un’agenda e un timing a dieci anni per arrivarci», deve oggi rammentare due cose: anzitutto che il governo della Chiesa non è quello di un consiglio di amministrazione.
    In secondo luogo che lo Spirito Santo ha deciso diversamente e mi risulta trattarsi - a meno di smentite clamorose che non ho notizia esservi state - dello stesso Paraclito che suggerì l’elezione di Giovanni XXIII… (e qui ci sarebbe da domandarsi cosa ne penserebbe oggi Roncalli delle sortite dei seguaci dell’«officina bolognese»).



    E che ciò è accaduto è molto diverso dallo scenario delineato dal professor Melloni, che nel suo libro aveva già convocato un concilio Vaticano III, con tanto di indicazione «dei chi e dei che cosa», nonché dell’«agenda in attesa» e che aveva parlato del «tentativo osceno di trascinare la Chiesa fuori dal suo dibattito, dalle sue contraddizioni e discussioni, per usarla come collante di un’identità occidentale consunta dalle contraddizioni di una cultura che (è uno sconcertante aforisma di Ratzinger) ‘si odia’».
    Con buona pace degli improbabili profeti dell’«officina bolognese», lo Spirito soffia dove vuole e se ne infischia delle elaborazioni, seppure raffinatissime, dei docenti universitari.
    Conosco il professor Alberto Melloni e lo stimo.
    Dubito che la cosa sia reciproca.
    Poiché gli voglio pure bene, a lui e a tutti coloro che con sconsiderata ostinazione perseverano nella demolizione del recinto dell’«ovile», guadagnando il plauso del mondo e sembrano non accorgersi di chi siano le voci che li blandiscono, consiglio di rileggere la parola del Vangelo: «in quel tempo, Gesù disse: io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona
    le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore».
    Lo confesso: indocile pecorella del Signore, da quando Benedetto XVI guida la Chiesa, dormo sonni più tranquilli.

    Domenico Savino




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Il Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì a un nuovo concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è in gran parte frustrata», di Alberto Melloni.
    2) Questa la parte del testamento di Giovanni Paolo II riguardante il Concilio: «stando sulla soglia del terzo millennio ‘in medio Ecclesiae’, desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa - e soprattutto con l’intero episcopato - mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
    «‘In medio Ecclesiae’... dai primi anni del servizio episcopale - appunto grazie al Concilio - mi è stato dato di sperimentare la fraterna comunione dell’Episcopato. Come sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia avevo sperimentato che cosa fosse la fraterna comunione del presbiterio -il Concilio ha aperto una nuova dimensione di questa esperienza».
    3) Il Corriere della Sera, 9 dicembre 2005, «Le due anime del cattolicesimo dopo il Concilio», di Alberto Melloni.
    4) Il volume di monsignor Marchetto si intitola : «Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia»
    5) 40° anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II - omelia di sua santità Benedetto XVI - solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, 8 dicembre 2005.
    6) idem
    7) idem
    8) idem
    9) idem
    10) idem
    11) Il Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì a un nuovo concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è in gran parte frustrata», di Alberto Melloni.
    12) 40° anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II - omelia di sua santità Benedetto XVI - solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, 8 dicembre 2005.
    13) IL Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì a un nuovo Concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è in gran parte frustrata», di Alberto Melloni.
    14) Alberto Melloni, «Chiesa madre, chiesa matrigna», Einaudi, pagina 136.




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    Una cosa è certa: mi pare che questo anniversario sia passato sotto silenzio o quasi.

    •   Alt 

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  2. #2
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito

    40 anni è la durata dell'esodo degli ebrei nel deserto che forse prefigura i 40 anni di "traversata del deserto" che i cattolici hanno dovuto sostenere causa i disastri liturgici del vaticano II...dal 1965 al 2005 sono 40 anni...

 

 

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