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    Predefinito Gli editoriali di Notizie Radicali

    Carceri: continua la strage-suicidi. Il 25 % dei detenuti risulta positivo al test TBC, il 15% in fase di AIDS conclamato


    di Valter Vecellio

    La strage continua, in quell’inferno che, a detta dello stesso ministro della Giustizia Angiolino Alfano, sono la stragrande maggioranza delle carceri italiane. Il 26 marzo, a Poggioreale, il carcere napoletano. Francesco Esposito, un giovane di 27 anni, ha atteso che i suoi compagni di cella uscissero per la “passeggiata”; una volta rimasto solo, si è annodato al collo un lenzuolo e si è tolto la vita. Esposito era finito in carcere per rapina e spaccio di stupefacenti il 17 febbraio scorso. E’ il terzo suicidio che si verifica nel carcere di Poggioreale dall’inizio dell’anno.



    Caso analogo quello che si è consumato il 28 marzo. Un ragazzo di vent’anni, se ne hanno solo le iniziali, C.C., recluso nella casa circondariale di Catania, si è ucciso impiccandosi nella sua cella. Il ragazzo era in carcere appena da una settimana. Sufficiente per fargli preferire alla detenzione la morte. Secondo l’accusa, assieme a due complici, avrebbe rapinato una tabaccheria. Le immagini della telecamera lo avevano immortalato, lui si era difeso sostenendo che si trovava casualmente nel negozio. Non importa qui stabilire se C.C. era o no innocente. Conta che sette giorni di detenzioni lo hanno fatto crollare, e ha preferito suicidarsi, dopo appena sette giorni di detenzione.



    Una settimana prima il presidente della commissione per i diritti umani del Senato Pietro Marcenaro aveva effettuato un sopralluogo presso tre penitenziari siciliani: l’Ucciardone di Palermo; la casa di reclusione di Favignana e il carcere di Catania. Hanno confermato, al termine della visita, quello che più volte ha denunciato la parlamentare radicale Rita Bernardini: gravissimi problemi infrastrutturali, organizzativi e di sovraffollamento; condizioni di vita disagiate, carenze di personale.



    In particolare, all’Ucciardone si segnala la “scarsa presenza di attività rieducative, circostanza questa che rende difficile ogni azione di recupero e reinserimento sociale”. La situazione di

    Favignana “costituisce un esempio di come non debba essere un carcere in una società civile…le celle si trovano sotto il livello del mare, sono umide, prendono luce solo dalla porta, non dispongono di finestre e l’attività della magistratura si sorveglianza appare del tutto insufficiente e approssimativa soprattutto per quanto attiene al trattamento degli internati, nei confronti dei quali si opera alla stessa stregua dei detenuti, privando gli stessi di attività lavorative adeguate”.



    E veniamo alla situazione catanese, definita semplicemente e brutalmente “drammatica”: “Nonostante i lavori di ristrutturazione, puntualmente eseguiti dalla direzione, nelle celle vivono fino a tredici reclusi, alcuni costretti a dormire per terra per mancanza di adeguati spazi. E’ urgente che si dia rapida attuazione alle recenti disposizioni varate dal Parlamento in materia di edilizia penitenziaria, così come è urgente che la regione siciliana recepisca le norme in materia di sanità carceraria, al fine di evitare il pericolo della sospensione delle cure mediche”.



    Nel frattempo, la situazione incancrenisce. Entro la fine della settimana, denuncia l’OSAPP, l’organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, i detenuti nelle carceri italiane raggiungeranno quota 61.000, a fronte di una capienza di 43.000 posti. “E’ inammissibile”, si legge in una nota dell’OSAPP, “che tutto sia rimandato a maggio, quando il Commissario straordinario presenterà il piano per l’incremento dei posti letto negli istituti di pena. Nel frattempo non si muove nulla, e il numero dei detenuti cresce”.



    Viene fatto un esempio emblematico, quello della casa circondariale Lo Russo-Cotugno di Torino: sono presenti 1.600 detenuti, quando in realtà le strutture ne possono ospitare solo 923: “Qui si pratica la carcerazione ginnica, che consiste nel tenere i reclusi in palestra, costretti con un materasso a dormire per terra. E’ uno dei tanti casi dove le condizioni igieniche sono estreme e i carichi di lavoro per tutto il personale delle sezioni detentive, della matricola, del casellario, della sala avvocati e così via, si sono praticamente quadruplicati”.



    Prima di finire, una notizia allarmante: la tubercolosi, insieme all’HIV e alle epatiti virali, è tra le malattie più diffuse in carcere. Gli ultimi dati sulla presenza di questa e delle altre patologie in carcere sono stati diffusi – ma da tutti ignorati – dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, che ha stimato che sulla popolazione presente nelle carceri sono circa tremila i detenuti affetti da HIV e ben il 15 per cento in fase di AIDS conclamata, il 38 per cento dell’intera popolazione detenuta è colpita dall’epatite virale da HCV e il 25 per cento risulta positivo al test per l’infezione da tubercolosi.


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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali di Notizie Radicali

    Una mostruosità italiana: la storia contemporanea viene studiata quasi esclusivamente sulle carte di polizia
    Fini e Schifani: liberalizzate l’accesso agli archivi delle Commissioni parlamentari d’inchiesta


    di Salvatore Sechi

    Le condizioni degli archivi italiani sono da Terzo Mondo. Per passare una manciata di giorni negli Uffici storici del Ministero della Difesa, degli Affari Esteri, dei Carabinieri, della Fondazione Gramsci è necessario prenotarsi mesi prima. L’ora di apertura è intorno alle 9,45, la chiusura intorno alle 17. Il sabato incombe la santissima festa del week end. Non c’è un battente che si schiodi, per la felicità degli studiosi che vengono da regioni e Stati lontani da Roma e anche dall’Italia.



    Il servizio più esteso è fornito dall'Archivio Centrale dello Stato, che è aperto dalle 9 fino alle 19 del pomeriggio, compresa la mattinata di sabato.



    Purtroppo questo archivio soffre di un limite gravissimo. Mette a disposizione degli studiosi quanto scartano (ma non tutto quel che dovrebbero scartare) i principali ministeri. Soprattutto esso si alimenta di quanto gli destina quello degli Interni.



    Questo significa una cosa molto precisa: nel nostro paese le ricerche di storia contemporanea si svolgono quasi esclusivamente sulle carte di polizia. Poichè gli Interni sono un Ministero molto sensibile alle preoccupazioni politiche del ministro e del governo in carica, il fatto che sia il principale fornitore di documentazione ai nostri archivi non è una bella immagine che la democrazia antifascista e repubblicana offre di sè.



    Non possono essere condotte, com’è indispensabile per un elementare studio a carattere scientifico, ricerche a carattere comparativo, dal momento che le altre fonti presentano limiti di fruibilità ancora più gravi.



    Infatti, le carte dell'Arma dei carabinieri (esiste dal 1814, ed è presente in ogni città e paese, mentre polizia e prefetture hanno un radicamento solo provinciale) cominciano solo da pochissimo - grazie al colonnello G.Barbonetti e al maresciallo G. Salierno - ad essere messe a disposizione e sono comunque impoverite da una scellerata politica di mancata conservazione. Mi riferisco alla licenza attribuita alle singole stazioni dei carabinieri di cestinare le loro carte,invece di trasferirle e centralizzarle in un luogo unico a Roma. Penso, però, anche alla consultazione centellinata come avviene nell'Archivio della Difesa.



    Ho anche potuto constatare come le stesse questure delle principali città (Genova, Torino, Reggio Emilia, Bologna, Milano ecc.), in assenza di regolamenti autorizzativi dall'alto (cioè da parte del Ministero dell'Interno), tengono a muffire in sottoscala e buggigattoli decine di migliaia di carte. Volentieri le destinerebbero agli archivi provinciali dello Stato. Ma i ministri, di destra (Giuseppe Pisanu) e di sinistra (Giuliano Amato e Arturo Parisi) , ai quali ho segnalato questa disponibilità, hanno fatto orecchioni da mercante.



    Dove, come all'Archivio Centrale dello Stato, non si è sottoposti al cilicio della prenotazione, la li-bertà di accesso si paga con la più assoluta inefficienza. A parte le condizioni disastrose dei servizi igienici e dell’assenza di un bar interno, come sanno gli studiosi, il numero dei faldoni (o buste che dir si voglia) che si possono ricevere in un intero giorno è di appena 4.

    Siamo tornati alla media di quando ero studente, cioè negli anni Sessanta.



    Per rendersi conto di ciò che questo significa, ricordo al lettore che presso The National Archives di Washington e di Londra la consegna dei faldoni avviene a un ritmo continuo, e dura praticamente tutto il giorno, fino al sabato.



    In secondo luogo, in Italia nelle 4 buste che riceve lo studioso sfortunato può trovare poco o nulla di quanto ricerca, e quindi in una manciata di minuti il suo lavoro è bello che esaurito.Può consultare i cataloghi per predisporre degli ordini di altri 4 faldoni per il giorno dopo, ma intanto è sulle spese vive di albergo, trasporti, pasti in una città non più a buon mercato come Roma.



    Mi pare corretto denunciare la politica malthusiana del Ministero per i beni culturali, le miserrime risorse (a cominciare dagli spazi fisici e dalle attrezzature) che i Comandi delle nostre Armi riservano agli archivi,la scarsità di personale (per la verità non di rado mal distribuito e utilizzato, quando non scarsamente qualificato) e di strutture (macchine per fotocopie, microfilm ecc.),e in generale il disinteresse dei governi per la ricerca storica.

    Ma a questo risultato deplorevole concorrono i treni persi dai sovrintendenti degli archivi statali. Infatti, quando in saccoccia c’era qualche soldo non hanno provveduto nè a microfilmare il materiale nè a digitalizzarlo.



    Si è trattato di decisioni semplicemente irresponsabili. In primo luogo si sarebbe evitato lo stato attuale di distruzione (per consunzione della carta) della documentazione raccolta. In secondo luogo si sarebbero potuti vendere i microfilm ai singoli studiosi, e ai numerosi istituti e centri di ricerca in Italia e all’estero, evitando viaggi e soggiorni nel nostro costosissimo paese.



    E' la politica che da molti decenni hanno invece seguito, con successo, gli Stati Uniti.

    Una mano imprevista, ma decisiva, a questa devastazione della possibilità di una ricerca storica seria (cioè fondata sul confronto di fonti diverse) la fornisce il parlamento. I presidenti Fini e Schifani ignorano che le commissioni parlamentari d’inchiesta invece di de-secretare le carte di cui sono destinatari nel corso dei lavori di indagine, le trasmettono all’Archivio Storico del Senato con tre micidiali vincoli.



    Il primo: recependo passivamente la richiesta di non consultabilità disposta dagli enti erogatori (eppure un organo bi-parlamentare sovrano come una Commissione parlamentare non può essere assoggettata ai vincoli disposti, spesso oltre 50-60 anni fa, da ministeri, dell’intelligence, delle Armi ecc. , a meno che non si tratti di documenti contenenti elementi di comprovata e attuale “sensibilità”). Il secondo: stabilendo,comunque, un periodo di 20 anni,una volta trasmessi all’archivio del Senato, per la loro consultabilità. Il terzo: imponendo (come fa il Ministero della Difesa) un controllo ulteriore nei confronti anche su documenti non secretati.



    Il principio dello Stato etico, a ragione contrastato da Gianfranco Fini nella pessima legge sul testamento biologico, deve essere stroncato anche quando si applica al diritto di accesso degli studiosi alla documentazione archivistica.

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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali di Notizie Radicali

    Perché i radicali debbono chiudere (i motivi per cui debbono resistere)


    di Michele Rana

    Mi inserisco, in punta dei piedi, nel dialogo tra Guido Biancardi e Valter Vecellio.

    Comprendere il perché i radicali e i Radicali, nelle loro diverse forme organizzate, debbono chiudere credo ci aiuterà a comprendere anche come e meglio resistere, conservare la vitalità, anche ambigua, che da più di cinquant’anni continua a contraddistinguerci.



    “Il non essere riconoscibili” è sicuramente nei mezzi e nelle modalità di approccio alla vita politica: il fine, l’obiettivo ultimo, la cifra della nostra azione è stata sempre quella della “vita del diritto”, della vita dello “stato di diritto”, della legalità democratica esistente quale piattaforma, anche inadeguata ma necessaria, dalla quale far maturare e vivere anche ipotesi di riforma.



    Se c’è una ragione determinante per dare, infatti, seguito ad una nostra esclusione è davvero proprio questa. Prima ancora di ogni routine imposta dall’agenda setting dei media - quale presupposto ineludibile per il gioco democratico e per il concreto esercizio di ogni libertà - abbiamo costantemente richiamato il potere, i massimi organi costituzionali, all’osservanza della Costituzione (non quella materiale, quella vivente) ma quella scritta e vigente, alla legalità.



    Insomma questo assetto oligarchico, produttore del consolidamento delle premesse esplicite di uno stato etico e di uno stato di polizia, abbisogna, oggi più di ieri, a livello dell’introduzione e della non applicazione delle regole fondamentali e costituzionali, dell’assenza dell’occhio vigile e delle lotte radicali e dei Radicali.



    La reintroduzione di leggi elettorali proporzionali, al cospetto invece di chiari esiti referendari, la restrizione del godimento dei diritti civili e politici mediante la possibilità di realizzare una totale esclusione di intere opzioni politiche organizzate (il Parlamento dei nominati frutto di sbarramenti, premi e liste bloccate, l’informazione totalmente e fuori da ogni regola controllata dall’assetto partitocratrico) oggi si accompagna con un movimento franoso – travolgente - che sempre di più, contro Costituzione, esclude il Parlamento e l’azione del singolo parlamentare dall’iter legislativo e che mette in discussione l’esercizio libertà individuali frutto delle conquiste dei due secoli precedenti.



    E’ vero che solo noi Radicali continuiamo ad imprecare e lavorare - dopo aver tentato una dialogo nei primi anni novanta - contro il fare, come fa da quasi venti anni a questa parte, di chi predica la “rivoluzione liberale” di Gobetti e la “religione della libertà” crociana, di chi invoca fasi costituenti e riformatrici ma poi razzola malissimo nella più ostinata conservazione delle regole costituzionali che vi sono e, nei fatti, a produrre la vigenza di prassi (magari presidenzialiste) non scritte in alcuna Carta.



    Rispetto a questo tanto “i capaci di tutto” – che a sentire ben due passaggi di Berlusconi alla convention di Roma del PDL si preparano a modificare i Regolamenti Parlamentari come se vigesse un presidenzialismo che invece non si rinviene nelle norme vigenti – quanto “i buoni a niente” – complici della pessima gestione dell’affaire della Commissione di Vigilanza ancora inerte ai suoi adempimenti, ai suoi obblighi – per portare a casa le loro convenienze, la loro occupazione, hanno sempre più bisogno di annichilire la “cicala radicale” (e con essa anche la Radio) capace ancora di far venire fuori questa strage, sempre più grave, di legalità istituzionale e costituzionale.



    Temo che anche il buon riflesso dell’attuale Segretario del PD Franceschini nel denunciare che, per le regole vigenti di incompatibilità, costituisce un inganno nei confronti dei cittadini elettori che l’attuale Presidente del Consiglio si presenti come capolista ovunque e in ogni circoscrizione – verrà presto messo nel dimenticatoio, sottovalutato.



    Invece, di contro, c’è da giurarci che l’invito di D’Alema e dei suoi accoliti ad una nuova Commissione bicamerale “costituente”, al cospetto invece delle chiare procedure previste dall’art. 138 della Costituzione, verrà ben alimentato dagli organi di informazione nei prossimi giorni, poiché necessita dell’accordo e del dialogo tra le segreterie e non all’interno della sede propria, il Parlamento.



    Se, insomma, il fine radicale è (deve continuare ad essere) sempre lo stesso, esso è il filtro con cui soprattutto guardiamo anche le prossime scadenze elettorali, in primis quella europea, ma anche la nostra stessa r-esistenza organizzata che questo regime, sempre meno implicitamente, vuole mettere in discussione.



    E’ la scelta del mezzo (e non la messa in discussione del fine) che deve divenire l’ennesima riprova di una ambiguità vitale; non un mezzo qualsiasi ma un mezzo che renda giustizia al fine, che gli sia coerente e non costituisca la sua contraddizione.



    Certo è sempre più difficile immaginare un esserci politico che non divenga oppure venga fatto leggere come una forma di complicità, di compromissione (e non semplicemente una legittima difesa) con il regime antidemocratico che occupa l’Italia; come d’altronde il tentare di esserci partendo da noi, con le nostre lotte di legalità, giustizia e diritto – oggi più di ieri – ci espone alla mannaia di coloro non vedono loro, al di qua e al di là del Tevere, di ridurci all’irrilevanza se non all’annientamento mediante quella che verrà esposta come l’ennesima sconfitta di chi, proprio radicale, non si rassegna a questo bipartitismo.



    La nostra situazione non solo non è semplice ma è grave per le sorti dei brandelli di democrazia che residuano, proprio perché esplicitamente ci poniamo la lotta contro questo regime partitocratrico che ci opprime.



    Di certo - per chi ci circonda e per chi conta sulla nostra esistenza per dare corpo alle sue speranze ma senza aver dato mai un sostegno economico, mai un voto, senza averci mai garantito un riconoscimento pubblico e politico ovvero aver sostenuto i nostri diritti – sempre più costituiamo un alibi alla loro inazione, se si vuole al loro parassitismo.



    Gli esiti di Chianciano e del post- Chianciano così come l’esperienza della Rosa nel Pugno ne sono un esempio.



    Una forma di astensione, di “mutismo organizzato” della galassia radicale, compresa la Radio nella parte non relativa al servizio pubblico potrebbe, di certo, portare con sé il rischio di un aggravamento e di una precipitazione della frana antidemocratica e anti-legalitaria ma potrebbe far coagulare, in un tempo breve, attorno a noi chi è effettivamente non solo preoccupato ma consapevole di dover fare qualcosa per e con i Radicali.



    Far scontare un’anticipazione della nostra assenza, fin da ora, non credo lascerà inerti molti di quelli che ora confidano in noi pur non muovendo nemmeno un dito per le nostre urgenze, per l’urgenza dello stato democratico e di diritto (che manca).



    In questo caso ne vivrebbero, consapevolmente, gli effetti, essendovi ancora margini per mandare a casa gli occupanti; nel caso in cui il regime, per restrizione definitiva dei margini di agibilità democratica, chiuda ai radicali e i Radicali organizzati potrebbe essere troppo tardi, persino per la nonviolenza per uno scivolamento vissuto come ineluttabile, a cui non si è capaci e non ci si vuole opporre.

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  4. #4
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    Che laico, quello Stendhal. Sembra quasi Barney*


    di Angiolo Bandinelli

    Scopro, tardi, i “Souvenirs d’egotisme” di Stendhal. Ci ritornano in una nuova e accattivante veste ma ancora nella traduzione di Silvia Croce, buona e fresca come quando apparve nella grigia BUR, la collana di Rizzoli che consentì agli italiani, immiseriti dalla guerra, di leggere i classici di tutto il mondo. Non conoscevo queste pagine, nella presunzione della gioventù pensavo di dovermi spendere solo sulle opere cosiddette maggiori di un autore, non sulle minori o meno citate dai critici. Le scorro ora con il fiato sospeso, ne sono travolto e decido di dedicar loro l’odierna colonnina laica. Sì, perché poche altre pagine conosco che mi cantino, come queste, le virtù, o anche le debolezze se non le nefandezze dell’io (del soggetto, dell’individuo). Siamo continuamente sballottati qua e là tra le ondate di testi filosofici, economici, politici, moralistici, religiosi, ecc., che esaltano l’io (il soggetto, l’individuo) o affondano spietatamente il coltello nelle sue viscere. Non se ne può più, ad ogni affermazione corrisponde il suo controcanto; c’è l’elogiatore e c’è il denigratore, inquisitivo contro questa figura, fiore all’occhiello - o sottoprodotto - dell’illuminismo. Al filosofo scettico, materialista, cinico, laicista, segue il moralista, il credente, il devoto (anche ateo, non fate caso all’antinomia, il mondo oggi vive di antinomie). Impossibile dare retta all’uno o all’altro, le loro ragioni, benché in conflitto, si somigliano e si sovrappongono.



    L’io invano cercato nelle opere di filosofi e moralisti lo troviamo invece, integro, in questo Stendhal: un impasto profondamente vitale di densi e variopinti ingredienti. Chi di quei pedanti oserà puntare il dito, condannare le pagine deliziose nelle quali un cinquantenne ripercorre e ripensa la sua vita? Nella “Vie d’Henry Brulard”(ahimè, non l’ho letta, correrò a comperarla) Stendhal aveva scritto: “Ah!…Je vais avoir cinquante ans, il serait bien temps de me connaître”… E lo fa, con il candore di una Maddalena dagli occhi liquidi rivolti al cielo; lei offre al lubrico ammiratore le tette candide e fragranti, Stendhal ci apre un cuore “mis a nu”, schietto nella sua voglia di mostrarsi, senza reticenze, spudorato, libertino, infantile e leggero, anche o soprattutto quando ci racconta i suoi intrighi amorosi, veri o immaginari, fortunati o, spesso, infelici e delusi. No, per favore, non tirate in ballo l’agape cristiana o l’eros pagano. Qui non c’è agape e non c’è eros, c’è solo la follia eterna dell’amore, della gioia e dei tormenti irreparabili del cuore. Certo, Stendhal non ci sarebbe stato senza Agostino e senza Rousseau, ma lasciateci dire che di fronte a Stendhal Agostino è un barboso pedante e Rousseau un bugiardo svergognato. Stendhal è, per quel che oggi mi si chiarisce, l’uomo, l’individuo consapevole di quanto sia effimera, tormentosa e turbolenta la vita, ma attento a goderla come dono prezioso, senza volgarità o eccessi ma anche nella più assoluta libertà. Stendhal non avrebbe concesso ad un prete di confessarlo, la confessione è, in lui, una prerogativa esclusiva del borghese al top della sua fenomenologia storica; è un laico che vive la propria antropologia come un mistero, forse come una condanna irredimibile, ma anche con tutta la passione e l’energia che ne è il misterioso motore.



    Delizie dell’egotismo! Meraviglie dell’introspezione! Aveva scritto: “J’ecris, je me console, je suis heureux”. Vorrei poterlo imitare. Mi pare sia stato Goethe a scrivere che la profondità è nella superficie, e credo si possa dire che in Sterne il soggetto, l’io narrante, non compie, non completa mai un percorso, un progetto, che gli viene sempre spezzato e disperso dalle ondivaghe occasioni cui l’io si piega. In Sterne, e forse in questo Stendhal, cosa - se non il caso, o quantomeno il capriccio - fa girare l’io qua e là come una banderuola leggera? Baudelaire definisce Constantin Guys come il prototipo dell’artista moderno, “flaneur” nella contemporaneità. Anche Stendhal vive nella sua contemporaneità, trasvolando tra le mille figurine di una società pulsante di frivolezze settecentesche e di passioni romantiche. Non trovate che somigli già un po’ a Barney?



    Il moralista mi rimprovera perché esalto l’egoismo? No, io non esalto l’egoismo, mica sono un liberista, ammiro invece la pianta delicata dell’egotismo. L’egoismo è torbido, non gli interessa ed evita di conoscersi, occupato com’è a riempire il ventre. L’egotista stendhaliano è tutto intento a conoscere se stesso, apre e chiude i mille specchi del suo io, della sua vita. Non provate a inseguirlo, a trattenerlo, voi preti, confessori, politicanti, moralisti. Di questa specie d’uomo ce n’è in giro troppo poca, forse è per questo che il mondo potrà pure essere laicista, ma è scarsamente laico.


    --------------------------------------------------------------------------------

    NOTE



    (*) Da “Il Foglio”
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  5. #5
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    4 aprile. Da occasione di piazza a occasione di idee di riforme che servono al paese, ai lavoratori


    di Michele Rana

    Nell’imminenza della manifestazione del 4 Aprile della CGIL la tentazione sarebbe di aggiungersi alla schiera - c’è da giurarci - del milione, poco più o poco meno, di persone che imprecheranno, giustamente, contro la pochezza demagogica delle misure prese da questo Governo contro la crisi.

    Ma qualche migliaio di radicali italiani (questi sono i numeri a cui ci ha ridotto quest’infame regime partitocratico), unici volontari della politica nostrana (che si sarebbero pagati comunque di tasca propria anche la trasferta a Roma) di certo non avrebbero aggiunto nulla al colpo d’occhio, alla folla colorata di lotta (?) che vi sarà.

    Quello che si ritiene più utile è provare ad instaurare un dialogo, un interlocuzione possibile con la CGIL, di più con le ansie dei suoi lavoratori iscritti.

    Si è già detto anzi scritto, in merito all’Accordo separato, dell’apparente scorciatoia percorsa nel provare a scaricare i costi della crisi sempre sui soliti noti: i lavoratori dipendenti; come di quella più pericolosa di ingabbiare le rivendicazioni sociali che comunque vi saranno annullando, di fatto, il diritto individuale allo sciopero.

    Al Circo Massimo, ne sono sicuro, ci saranno rivendicazioni giuste, lavoratori prossimi alla cassa integrazione o già cassa integrati, atipici e lavoratori a tempo determinato a cui non verrà rinnovato il contratto, lavoratori dipendenti che non ce la fanno proprio ad arrivare a fine mese.

    Il tema centrale, la lotta da non rinviare, proprio in questo momento di crisi - dura, vera e si teme prolungata – anche il 4 Aprile, dovrebbe essere quello della riforma del welfare, di un sistema di protezione degli individui che in Italia raggiunge poco più del 30 % dei lavoratori che perdono il loro lavoro e che affrontano periodi, più o meno lunghi, di non lavoro.

    La lotta dovrebbe essere per una riforma complessiva verso un sistema davvero universalistico: l’abbandono dell’iniqua cassa integrazione, pensata e peggio ancora attuata in favore degli “imprenditori amici” che la chiedono ad ogni piè sospinto per statalizzare il loro rischio di impresa o le loro incapacità, in favore di un’indennità di disoccupazione, non solo per questo periodo di emergenza, reale e concreta, che raggiunga, come avviene nei paesi nord europei, la stragrande maggioranza delle persone senza lavoro.

    Passare da un sistema di welfare particolaristico ad uno universalistico consentirebbe, inoltre, di affrontare anche l’altra piaga, quella dei precari tra i precari e cioè dei lavoratori in nero – costretti all’illegalità dallo stato di necessità in cui versano - che non si può pensare di sconfiggere solo con la repressione, con gli Ispettori del Lavoro, i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza.

    Gli ultimi degli ultimi, i lavoratori in nero (oggi in stragrande maggioranza stranieri) spesso sono dimenticati o, di fatto, abbandonati dalle rigidità ideologiche della confederazione di Guglielmo Epifani.

    E’ davvero necessario tornare a discutere sul come far emergere questo incredibile fenomeno, questo sommerso - oggi escluso da ogni forma di welfare - che di certo cospira, a tutto vantaggio dei padroni, con le tutele di questi lavoratori; lavoratori che proprio non esistono né per lo Stato ma nemmeno per le confederazioni sindacali.

    C’è da sperare, invece, che il 4 Aprile tutto non si riduca alla mera invettiva, peraltro giustificata, contro il “capace di tutto” magari al fine ottenere, con la convergenza già realizzata anche di UIL, CISL e Confindustria, l’allungamento del periodo di cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane; costituirebbe l’ennesima occasione rinviata per lottare per le riforme strutturali di cui il paese avrebbe bisogno e per muoversi verso l’obiettivo del 100% dei lavoratori raggiunti dall’assistenza dello Stato; peggio diverrebbe l’ennesimo concorso col padrone per tutelare, con i soldi di tutti, le solite grosse famiglie di imprenditori amici.

    In favore dei più deboli, dei miserabili e contro le oligarchie parassitarie delle risorse statali, mutuando molto se non tutto dall’ “Abolire la miseria” di Ernesto Rossi, al nostro paese servono idee autenticamente riformatrici, serve un confronto di idee, a partire da quelle di Marco Biagi che, al di là di ogni retorica celebrativa, questo Governo sembra aver proprio dimenticato.

    Noi radicali al dialogo ci teniamo e ci terremo; ed Epifani ?

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  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali di Notizie Radicali

    I possibili terreni per una riscossa democratica. A partire da una riflessione di Salvati
    Se il Vaticano vuole aiutare il paese autoriduca prebende e finanziamenti


    di Valter Vecellio

    Michele Salvati, in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” del 25 marzo (“Ritorno a sinistra”), conclude il suo articolato ragionamento sulla crisi dei “liberal” e le prospettive dei riformatori (a dire il vero Salvati parla di “sinistra riformista”), sostenendo che “se vuole tornare a vincere, è probabile che il centrosinistra, se è all’opposizione, deve sfruttare in questa fase gli errori e l’impopolarità dei governi o argomenti locali, diversi da Paese a Paese. Una strategia unificante, com’è stata quella della Terza Via di Tony Blair e Tony Giddens alla fine degli anni Novanta, sembra in un momento sembra fuori dalla sua portata”.



    Per quel che riguarda gli errori (non l’impopolarità) l’opposizione in Italia ha solo l’imbarazzo della scelta: ogni giorno ce ne sono in quantità industriale, l’incredibilità della situazione è data da due elementi: che ci sia un presidente del Consiglio ed un esecutivo che riesca a commetterne di gravissimi ogni giorno, da una parte; dall’altra un’opposizione che non sa e non riesce sfruttarli, e anzi spesso gioca a favore dell’avversario. Per quel che riguarda gli “argomenti locali”, anche qui si nutre un certo pessimismo: nelle regioni del nord del paese è più che probabile che la Lega di Umberto Bossi mieta ulteriori successi. Un fenomeno che meriterebbe analisi più accurate di quanto finora sia accaduto di leggerne: il personale politico della Lega sembra essere uno strano mix: da una parte protagonista di un’azione demagogica e populista che fa esplicitamente leva sulla pancia degli elettori, e gli istinti peggiori dei cittadini. Al tempo stesso sarebbe opportuno che un centro studi o un istituto di ricerche realizzasse inchieste sul modo di amministrare la cosa pubblica nei comuni e negli enti locali gestiti dalla Lega. Se ne ricaverebbero – è un’impressione a pelle – delle sorprese. Evidentemente si può essere demagoghi, populisti e insieme buoni amministratori. E questo senza che vada in conflitto con una politica di “occupazione” esplicita (e rivendicata) di ogni postazione occupabile. Un metodico, programmatico assalto alla diligenza con piena soddisfazione dei passeggeri, insomma.



    Se a questo dato si somma la pessima prova data dagli amministratori del centro-sinistra nelle regioni meridionali, il quadro è completo; e il PD su questo fronte ha poco o nulla da sperare. Pagherà in modo drammatico le scelte e le non scelte in Campania, in Calabria, in Basilicata. E’ indicativa, al riguardo, la lettera degli oltre mille amministratori e dirigenti locali della Basilicata che annunciano di abbandonare il PD; si aggiunga la spregiudicata, populista campagna di Antonio Di Pietro, cui uno dei giornali del PD, “l’Unità”, continua a dare masochisticamente spazio, se ne ricava abbastanza per poter fare la facile e semplice profezia: andrà male.



    E dire che esiste un terreno su cui il fronte progressista potrebbe agevolmente risultare vincente, solo che lo volesse. Due sondaggi di queste ore forniscono dati inequivocabili. Tenato Mannheimer sul “Corriere della Sera” osserva che in materia di Bio-testamento tre italiani su quattro auspicano la possibilità di richiedere liberamente l’interruzione delle cure qualora ci si trovasse in una situazione di coma irreversibile: “Questa opinione risulta più diffusa tra chi si dichiara laico, ma coinvolge anche il 55 per cento – vale a dire la maggioranza assoluta – di chi si professa credente e frequenta regolarmente le funzioni religiose”.



    Anche sulla questione più spinosa, la possibilità di interrompere la nutrizione l’idratazione nel caso di coma irreversibile, il 68 per cento auspica di poter decidere liberamente in merito al testamento biologico: “Ancora una volta questo desiderio è espresso anche dalla gran parte dei cattolici praticanti: tra costoro il 47 per cento è favorevole, il 24 per cento contrario, ben il 29 per cento dichiara di non riuscire a formarsi un’opinione precisa al riguardo”. Come sia, nell’insieme, “emerge come il 68 per cento degli italiani auspichi una piena libertà di scelta, comprese la nutrizione e l’idratazione, nel testamento biologico”.



    L’altro sondaggio significativo (sarà per questo che è scivolato via tra l’apparente indifferenza di tanti e la certa irritazione di qualcuno?), è quello curato dal professor Ilvo Diamanti per “Repubblica”: “Bio-testamento e preservativo: gli italiani bocciano il papa”. Anche qui, risultati in equivoci: l’80 per cento dei cittadini dice sì al testamento biologico e alla fecondazione assistita. Sull’utilizzo e l’utilità dei preservativi solo 2 italiani su 10 sono d’accordo con Ratzinger. Insomma, se ne ricava: più Pannella, Bonino, radicali, meno Binetti, Roccella, Quagliariello teo-dem, curia vaticana. Insomma, l’opposto di quanto accade. Una riflessione di Salvati su questo sarebbe probabilmente utile e preziosa e certamente benvenuta.



    Per inciso: qualcuno consigli Sandro Bondi di dedicare più tempo alle sue liriche, e di non avventurarsi su terreni per lui accidentati, come compiti e prerogative della Corte Costituzionale. E ancora: possibile che nessuno abbia osservato che la CEI invece di istituire fondi con cifre risibili di assistenza a bisognosi, meglio avrebbe fatto ad annunciare anche una riduzione dell’10, del 5, dell’1 per cento di quel fiume di denaro che il Vaticano e tutte le articolazioni ecclesiastiche incassa dallo Stato, dalle regioni, dalle province?

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  7. #7
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    Quando la responsabilità può uccidere

    di Guido Biancardi

    Si santificano gli embrioni e si eternizza la non-vita di una donna bianca che vegeta mentre non si vogliono vedere le carrette del Mediterraneo che scaricano i loro rifiuti umani nella tomba del mare.



    Si dà (su “la7”) spazio (da Bruxelles!) a Beppe Grillo che insolentisce e denuncia, assieme tutti coloro che non siano giovani della società civile che operano con, nel e per la Rete e si sequestrano in Francia, per ora, i manager delle multinazionali, guarda caso, straniere; ed a Londra viene la notizia della tragica morte di un manifestante noglobal anti G20. Grillo chiama tutti i finanzieri ed i componenti dei consigli d'amministrazione delle aziende italiane “criminali” (e senza bisogno che ce ne siano, con loro, di “accertati”), ma è una populistica invettiva che fa accenno ad una differente caratterizzazione identitaria, quasi genetica, sociale (remember “le classi”?) e non il richiamo al crimine come mancato rispetto del dettato della legge.



    Non è una denuncia solo dell'illegalità come causa e fonte dell'assenza di garanzie civili, ma anche di una “responsabilità oggettiva “dei politici di mestiere dovuta alle differenze (di censo , di status, di ruolo, di posizione sociale e potere insomma) pretese e conquistate da ceti che si sono ritagliati postazioni di privilegio che intendono difendere con le unghie ed i denti per perpetuarsi. L'analisi non è così distante dalla nostra ma ne differisce sostanzialmente nel merito delle soluzioni Come fare a far lasciare loro la presa, infatti? Il passaggio fra l'invettiva, l'agitazione sociale e la soluzione violenta, lecita in quanto “ giustizialista”, è quasi inavvertibile quando il bollore della condizione socioeconomica raggiunge l'intensità eccezionale delle grandi crisi. Questa “responsabilità sociale” può uccidere con o senza sostegno delle tricoteuses. L'ha già fatto anche in tempi non lontani, quelli degli anni di piombo in Europa. Che si riaffacciano in Grecia ed in altri paesi in difficoltà.



    E la “nostra” responsabilità ? Quella di essere già stati quel filone di contenimento-deviazione della violenza di più di una generazione richiamando i massimalisti al dovere del rispetto e della difesa dell'individuo e dei suoi diritti civili garantitigli solo da uno Stato di diritto liberale in Democrazia. Con il “dovere” di disobbedienza civile e l'impegno trasnazionale per il riconoscimento di una formale oltre che sostanziale eguaglianza fra le persone ( senza preclusione per sesso età condizione sociale, credo religioso e politico...); e contro i proibizionismi di tutte le intolleranze verso comportamenti che non vengano subìti da alcuna vittima, quindi” non criminalizzabili”.



    Questa responsabilità può uccidere come l'altra; ma, senza violenza, il suo oggetto è stavolta proprio il soggetto agente e responsabile che può non essere in grado di reggere il peso di tale responsabilità sino a soccomberne, fisicamente e psichicamente.



    Gran parte della sofferenza che i Radicali percepiscono in questo momento di tragedie annunziate (la morte del diritto è prima forma della morte di persone) e che li attanaglia anche nelle scelte apparentemente più “normali” quale la presenza alle elezioni e la presa di posizione negli schieramenti è da attribuire ad essa: dobbiamo salvare la speranza democratica della pace non solo nel nostro paese “esistendo”; ma per non contraddirci e con questo rendere impossibile il riconoscimento delle istanze di civiltà di cui ci sentiamo latori, siamo di fronte ad un dilemma irresolubile. O resistere in solitudine fatti oggetto di persecuzione da parte di un Regime di occupazione antidemocratica sia“con strumenti legali”, quali ad es. i regolamenti parlamentari e le leggi elettorali , ed allo stesso tempo con un uso disinvoltamente illegale delle istituzioni di garanzia democratica ( della comunicazione in primis), oppure accettare di condividere parte di quel sistema di sopravvivenza che permette alla partitocrazia in veste oligarchica di costituirsi in monopartitismo (più o meno) perfetto sotto vesti democratiche qualunque sia la formula istituzionale assunta (parlamentare o presidenziale o...).



    Nel primo come nel secondo caso la conseguenza più probabile è la morte dei Radicali rispettivamente a mezzo di suicidio politico rituale o di un 'eutanasia procurata da una reazione autoimmune (sarebbe proprio “il corpo Radicale” a produrre le tossine contro sé stesso riconoscendolo come corpo estraneo).



    Dobbiamo resistere alla tentazione pur così seduttiva di un depressivo “cupio dissolvi” allo stesso tempo in cui non possiamo fingere un'impossibile, pur se generoso, fideistico e cieco, ottimismo.



    Con quale stratagemma? Rivendicare la non limitatezza delle nostre posizioni (vedi Englaro, la legge 40, il Tibet, Israele e la patria Europea...) nella prudenza del rifiuto di autocensure opportunistiche ed agire su tutta l'ampiezza del ventaglio delle nostre responsabilità politiche: cioè “essere nel e non di questo PD” e, contemporaneamente, non negarci al riconoscimento di proposte di partecipazioni personali altamente simboliche di “discriminati” nelle liste di nuovi raggruppamenti in formazione in una sinistra che è alla ricerca di un solido e credibile punto di attracco democratico e carente del relativo marchio di garanzia; o, addirittura, di offerte, a destra, di ospitalità “ riconoscente“ per una contiguità culturale antitotalitaria ed antinazionalista offerta ed alfine conquistata attraverso una lunga e faticosa, ma felice, traversata.

  8. #8
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    Consumare meno suolo: la sfida del nuovo secolo*
    Uno strumento per limitare i danni ambientali

    di Igor Boni

    La strategia tematica per la protezione del suolo, emanata dalla Comunità Europea nel settembre del 2006, indica le principali minacce che incombono sui nostri terreni. Tra queste, non vi è dubbio che l’impermeabilizzazione (la cementificazione) è quella che maggiormente grava sulla realtà italiana. Una riduzione della superficie disponibile per l’agricoltura, i pascoli e le foreste, conduce infatti inevitabilmente ad una riduzione della capacità di infiltrazione delle acque, con il progressivo ridursi della ricarica delle falde idriche; impedisce o limita le principali funzioni ecologiche del suolo: stoccaggio di carbonio, capacità di filtraggio degli inquinanti, spazi di vita per i numerosissimi organismi che vi abitano. A tutto questo, com’è ovvio, si aggiunge una graduale perdita di superficie per le produzioni agrarie, con una contemporanea diminuzione delle capacità produttive dell’intero comparto. Ma per comprendere appieno il livello di degrado a cui stiamo assistendo occorre fornire qualche dato. L’Apat (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici) nel 2008 ci dice che quasi il 7% del territorio nazionale è urbanizzato o coperto da infrastrutture di varia natura e genere. In alcune regioni tale dato sfiora il 10% (Lombardia, Puglia, Veneto e Campania). Questi valori, occorre sottolinearlo, fanno riferimento all’intera superficie nazionale e regionale, che comprende aree collinari e montane meno intensamente urbanizzate e altrettanto meno sfruttate dall’agraricoltura. Concentrandosi su superfici attualmente in produzione, di pianura, è facile notare come lo sviluppo infrastrutturale (industriale e commerciale innanzitutto) sia in una fase espansiva molto accentuata in tutte le aree periurbane e nei pressi dei principali assi di trasporto e di comunicazione viaria. Fa impressione rilevare come in alcuni territori provinciali della Lombardia in 6 anni (dal 1994 al 2000) si sia visto un incremento dell’impermeabilizzazione dell’ordine del 5-6% a Mantova e Cremona fino al 9-10% a Pavia e Lodi. Il tutto in una regione che ha numerosi comuni con la maggioranza assoluta del proprio territorio che è attualmente cementificato. Analoga situazione si verifica nei comuni delle cinture di Napoli, Roma, Bologna e Torino.

    Questi dati sono un segnale rosso d’allarme che dovrebbe illuminare i Governi nazionali e gli amministratori locali. Malgrado questo ad oggi la situazione sta peggiorando e rischia di peggiorare ancor più nel futuro. Molti degli oltre 8000 comuni italiani (dei quali addirittura 1207 sono concentrati nel solo Piemonte), di fronte all’abolizione dell’Ici, senza alcun coordinamento, stanno utilizzando le varianti ai piani regolatori per lottizzare nuovi territori e fare cassa. Nascono così, con una velocità ancor maggiore degli ultimi anni e senza razionale programmazione, numerosissimi e giganteschi capannoni e nuove unità abitative, che vedranno ulteriore incentivo dal “piano casa” dell’attuale Governo. Si distrugge, per sempre e in modo miope, un valore paesaggistico che è una delle principali ricchezze del paese. Quindi che fare? In Italia come altrove già accade, occorre una normativa sulla protezione del suolo. Una legge, che seguendo la strategia europea, riconosca al suolo le sue funzioni produttive, protettive e naturalistiche, che imponga a chi propone nuove infrastrutturazioni di considerare le potenzialità dei terreni che si eliminano per sempre. Occorre mettere in stretta relazione il suolo e l’ambiente con le leggi urbanistiche. La metodologia è quella della “Capacità d’uso dei suoli”, elaborata e utilizzata da decenni negli Stati Uniti d’America. Un metodo che consente di classificare i terreni a seconda delle loro capacità produttive agro-silvo-pastorali e che può (che deve) essere utilizzato e confrontato con i nuovi progetti che si promuovono. Ad oggi esiste una proposta di legge in tal senso che è ferma in Parlamento, presentata dai Deputati radicali. Sarebbe opportuno discuterne, confrontarsi e giungere all’approvazione di un testo che possa farci fare un passo in avanti nella direzione qui brevemente evocata. Stiamo assistendo, impotenti e in parte complici, ad uno scempio ambientale progressivo che deve vedere un’inversione di rotta nel più breve tempo possibile. Tra pochi anni è probabile che la diffusa consapevolezza di quanto accaduto modificherà le politiche urbanistiche e di pianificazione del territorio; se non forniremo oggi strumenti adeguati e se non sapremo da subito arginare questa deriva, probabilmente sarà però troppo tardi.

    NOTE

    * da "L'Opinione"

  9. #9
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    Punto economia. Questa è l’ora delle regole non della caccia alle streghe

    di Piero Capone

    Appariva molto soddisfatto il segretario dei vetero comunisti Oliviero Diliberto nel constatare lo svilupparsi in diversi paesi di una nuova forma di lotta sindacale: il sequestro dei dirigenti d’azienda. Come al solito, il nostro “caro leader” (come direbbero i compagni nord coreani) non ha capito niente delle cause profonde e vere della crisi, per aderire ad una nuova “caccia all’untore”. Che, come accade in questi casi, spesso non c’entra per niente.



    Il problema è che Diliberto e molti esponenti della sinistra “antagonista” (a parole) hanno omesso di utilizzare (ma poi, l’hanno mai fatto?) – il metodo marxiano dell’analisi della struttura del capitalismo. Che, nelle grandi corporazioni, soprattutto finanziarie, si è molto avvicinato – quanto ad assetti di potere – al sistema del capitalismo monopolistico di stato, caratteristico dei paesi del cosiddetto socialismo reale, così caro a Diliberto & Co.

    La questione di fondo è la trasformazione dei massimi dirigenti di una compagnia, da grandi manager super pagati, ma sempre “dipendenti”, in veri “detentori” del capitale. Ovvero capitalisti senza capitale proprio, e senza rischi. Proprio come erano gli oligarchi delle grandi società statali sovietiche.



    La “proprietà” dal punto di vista strettamente giuridico è di altri: degli azionisti – nelle corporazioni capitalistiche – era dello Stato nel socialismo reale. Ma le due classi oligarchiche detengono (e detenevano) il vero controllo dei mezzi di produzione. Nel socialismo “realizzato” era inevitabile: la ristretta classe di potere (espressione del Partito), in assenza di alcuna forma di libertà economica e politica, si veniva a trasformare in monopolista assoluto del potere politico ed economico. Di qui i grandi conflitti sociali che si sono avuti in quei paesi tra classe operaia (sfruttata) e classe politica ed economica del Partito (sfruttatrice).



    L’enorme differenza sta però nel fatto che questi fenomeni nel capitalismo hanno riguardato una parte dei grandi gruppi, ma non la generalità del mercato. E la presenza di governi democraticamente eletti, di parlamenti funzionanti, di serie autorità di controllo e di vigilanza, possono fare da “contraltare” a questi poteri eccessivamente forti. Basti pensare al rispetto della concorrenza o della trasparenza; sempre però che tutti questi meccanismi non vengano ad essere inceppati e che le istituzioni siano rispettose del mandato avuto.

    Che ciò non accada può succedere, come è avvenuto in questa fase; ma non è detto che sia inevitabile.



    Indubbiamente occorrono una serie numerosa e complessa di fattori concomitanti, fortunatamente non verificabili con facilità. Per quanto attiene all’odierna “caccia al manager” poi bisogna distinguere tra i “detentori del capitale”, che non sono stati oggetto di alcuna violenza (se non di critica feroce), e i dirigenti di aziende industriali coinvolti in una crisi che certamente non è avvenuta per loro responsabilità; e che invece sono oggetto di azioni violente di sequestro di persona.



    Ma anche nei confronti dei primi (quelli che di fatto controllano il capitale) la “demonizzazione” ha riguardato soltanto la “punta dell’iceberg” del fenomeno: i loro profitti stratosferici. Uso questo termine appunto perché il suo significato è quello di partecipazione agli utili d’impresa e non sotto forma di “retribuzione” – seppur altissima, della loro prestazione di lavoro.

    I discorsi che abbiamo sentito son stati tutti di tipo “etico”: l’orrida ingiustizia di avere compensi dell’ordine di 500 o 1000 volte di quelli di un qualsiasi funzionario della società!

    Ma in un’economia capitalistica non valgono i discorsi “etici” o moralistici: vale il rispetto o meno delle regole che sovraintendono al buon funzionamento del mercato. E, in caso di violazione, se questa abbia danneggiato, e in che misura, la società.



    Ma se queste regole (per esempio la trasparenza, la concorrenza, il non conflitto di interessi, la non assunzione di rischi “sistemici” troppo elevati, ecc.) vengono “allentate”, se non addirittura dismesse, dagli organi preposti alla “regolarità” del mercato, o comunque della superiore autorità politica, saranno poi questi super oligarchi i responsabili veri? Oppure sono soltanto il portato di una politica criminogena delle autorità? I super oligarchi hanno interpretato quello che lo spartito del “potere economico e politico” aveva loro assegnato.



    Ovviamente con normali regole di buon funzionamento del mercato, l’ideologia dello “shortismo”, ossia della logica di massimizzare in maniera spropositata il profitto nel più breve termine possibile, anche a costo di rischi assolutamente non sopportabili, non avrebbe avuto alcuno spazio.



    Quindi il super manager della banca che “gioca” con capitali altrui, senza rischiare nulla, per avere dei profitti a brevissimo termine, e poi, incassato il “dividendo”, andarsene senza rendere conto di niente e, come qualsiasi lestofante, “scappare col malloppo”, è certamente persona moralmente riprovevole, ma non merita una “caccia all’untore”. Perché, casomai,

    gli “untori” risiedono in ben altre istituzioni e in altri poteri dello stato.



    Ma il momento è così grave che più di “prendersela” con i responsabili (veri o presunti), sarebbe assolutamente necessario, prioritariamente, dettare quelle regole rimosse o violate, e far sì che vi siano gli strumenti per farle sempre rispettare. In modo tale che non ci siano più spazi per “untori” e per crisi così devastanti. Che fare quindi?



    Molti spunti positivi sono venuti, e da diverso tempo (purtroppo) dalle elaborazioni del Financial Stability Forum, presieduto dal Governatore Draghi. Per esempio, posto che è strutturalmente dannoso e pericoloso affidarsi ad una visione di brevissimo termine, i compensi dei super manager (peraltro da ridimensionare notevolmente, comunque, proprio per la buona gestione dell’impresa) dovrebbero essere legati a risultati di medio periodo, e assolutamente improponibili laddove si verifichino perdite per l’azienda. Cioè tutto il contrario di quello successo finora. Il medio termine da solo potrebbe scoraggiare avventure troppo rischiose. Ma, se non bastasse, si dovrebbe porre dei più adeguati “paletti di garanzia” (nel settore finanziario) tra erogazioni e mezzi propri.



    In questi ultimi anni è andato fuori controllo (anche perché le “vigilanze” non funzionavano) il prudenziale livello del rapporto tra quelle due attività. E poi la necessità che per qualsiasi prodotto, in caso di cessione a terzi, vi sia sempre una adeguata quota di rischio che debba essere assunta dalla azienda emittente. Anche questo elementare principio non è stato rispettato in questi anni. In un mondo globalizzato non è possibile continuare ad operare con strumenti di controllo del rispetto delle regole a livello nazionale. Per noi occorrerebbe una “vigilanza europea” e per il mondo, l’attuale Financial Stability Forum , dovrebbe trasformarsi in una vera e propria Commissione per la Stabilità, collaborando con il Fondo Monetario Internazionale per assicurare un monitoraggio ed una capacità di intervento su tutte le situazioni di pericolo emergente.



    E tra i monitoraggi non possono sfuggire quei “mondi paralleli” rappresentati, per esempio, dalle enormi risorse degli “Hedge Funds”. Fortunatamente questi temi sono entrati nell’ agenda mondiale. Il G.20 di Londra ha fatto un ulteriore passo in questa direzione. La gravità della crisi potrebbe quindi trasformarsi in opportunità se riuscissimo a porre le basi di regole che facciano funzionare bene i mercati; regole serie ed efficaci ma non oppressive.

    In modo tale che vengano scongiurate, in futuro, situazioni come quelle che attualmente sconvolgono la vita di tanti paesi e di decine di milioni di lavoratori. Se pensassimo solo al pur necessario rilancio dell’economia, senza curare il male alla radice, avremmo sì un sollievo temporaneo, ma non estirperemmo il virus di una prossima grande crisi.

  10. #10
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    La rottamazione edilizia

    di Giovanni De Pascalis

    L’Italia ha un bisogno disperato di rottamazione edilizia. Negli ultimi 60 anni il nostro paese è stato letteralmente sommerso dal cemento. Si è costruito ovunque in modo selvaggio, indiscriminato, irresponsabile. L’interesse privato ha largamente prevalso sull’interesse pubblico, la speculazione fondiaria ed edilizia ha quasi sempre prevalso – nel Mezzogiorno la sua egemonia è stata pressoché totale – la corruzione del ceto politico locale si è tradotta, e si traduce, costantemente, nella svendita del territorio. Naturalmente, la qualità architettonica ed urbanistica media risultante è quanto mai bassa: nelle maggiori città del centro-sud e del sud la situazione urbanistica è quasi sempre vergognosa, indegna di un paese civile.



    Il risultato di tutto ciò è che nelle grandi aree urbane italiane la qualità della vita è oggi molto più bassa di quanto avrebbe potuto essere, anche a causa dell’esplosione della motorizzazione di massa e della drammatica insufficienza dei trasporti pubblici urbani e metropolitani. Il territorio appare complessivamente aggredito e soffocato dallo sprawl urbano, i paesaggi largamente sfregiati quando non irriconoscibili, le coste cementificate e privatizzate, il patrimonio storico-artistico in moltissimi casi assediato dalla marea dell’edilizia spazzatura. Ne deriva un’immagine – ma che è anche sostanza – complessiva del nostro paese assolutamente penosa. In questa situazione viene oggi a collocarsi il cosiddetto piano casa di Berlusconi.



    Concedere agli italiani che possiedono ville e villette la libertà di ingrandire i propri immobili in misura compresa tra il 20 e il 35 per cento, senza oneri per lo Stato e le Regioni, che significa concretamente? A me pare evidente: l’occasione sarà colta soprattutto dalla parte più ricca della popolazione, in particolare si rischia un’ulteriore drammatica colata di cemento sulle coste dei mari e dei laghi e in tutte le più rilevanti ed attrattive località turistiche. Ma, soprattutto, ci si muoverà in modo casuale, ciascun cittadino per proprio conto e la strutturazione urbanistica complessiva della nazione, oggi per lo più pessima, come già detto, non verrà in alcun modo modificata. Cosa dunque ha a che vedere tutto ciò con la rottamazione dell’edilizia spazzatura auspicata da Aldo Loris Rossi e da tanti altri architetti e urbanisti? Praticamente nulla. Non fosse altro perché la rottamazione edilizia è qualcosa che riguarda più i poveri che i ricchi, più le città che le campagne e perché non può essere immaginata senza un imponente apporto di risorse pubbliche che vadano ad affiancare i risparmi dei privati cittadini. Da parte del Governo si perde dunque un’occasione, l’ennesima occasione dopo quelle del 1967-68, del 1985 e del 1994-95-96.



    Cosa si dovrebbe fare, invece? E’ evidente: un piano straordinario e strategico di rottamazione edilizia e di ridisegno urbanistico del territorio. Un piano che dovrebbe, per almeno il 50 per cento, essere finanziato con denaro pubblico e dovrebbero essere lo Stato e le Regioni a pianificare e guidare l’operazione. Poiché siamo al culmine della peggiore crisi economica dalla seconda guerra mondiale e tutti gli Stati più ricchi e industrializzati del mondo stanno investendo enormi quantità di danaro pubblico in piani di stimolo economico e di sostegno alla nuova “green economy” non si vede perché proprio l’Italia non debba cogliere questa occasione per mettere mano, finalmente, al proprio orrendo disordine urbanistico ed iniziare, quindi, un’opera di restauro del territorio, di rigenerazione urbana, di riconquista della bellezza e della qualità della vita. Puntando anche, naturalmente, ad incrementare fortemente, per quanto possibile, l’efficienza energetica delle case e la mobilità sostenibile. Se l’investimento totale finalizzato a realizzare il piano di rottamazione edilizia qui ipotizzato fosse pari a 12 miliardi di euro all’anno e se la parte pubblica dovesse finanziare il 51% di tale spesa allora tale apporto pubblico sarebbe pari a 6 miliardi e 120 milioni. Il 31,65% della spesa totale sarebbe la parte assicurata dallo Stato: 3 miliardi e 800 milioni. Il resto delle risorse pubbliche verrebbero dai fondi per il Mezzogiorno, dalla tariffa A3 della bolletta elettrica (quella finalizzata a sostenere l’energia rinnovabile), dalla Cassa depositi e prestiti, dalle Regioni, dagli enti locali, dall’ENI (che potrebbe divenire lo sponsor dell’operazione), dalla Banca d’Italia, ecc.



    I proprietari immobiliari privati coinvolti parteciperebbero alla spesa totale nel limite di un 35-36 per cento. Gli aumenti di cubatura per gli immobili privati coinvolti nell’operazione potrebbero limitarsi ad un 15-16%. Più significativo sarebbe invece il ruolo giocato dal raggiungimento di livelli molto più alti di efficienza energetica e di qualità architettonica e urbanistica nelle nuove case ricostruite e nei nuovi quartieri. Se proviamo a immaginare cosa significherebbe tutto questo, un simile grandioso investimento in ciò che il nostro paese ha di più caro: le case, le città, i paesaggi, la bellezza, la ricchezza storica e artistica, possiamo facilmente prevedere le implicazioni, i vari soggetti coinvolti. Oltre ai singoli proprietari immobiliari e alle istituzioni pubbliche, le imprese di costruzione, le banche, le assicurazioni, gli interessi del settore turistico-alberghiero, ma anche l’industria e l’agricoltura di qualità. E, alla fine, in realtà, l’immagine e la credibilità complessiva dell’Italia.

 

 
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