La banalità del male
di Furio Colombo
Ha parlato il nuovo presidente dell’Iran, il capo di Stato che aveva esortato alla cancellazione dello Stato di Israele. Forse anche in quella occasione c’è stato chi ha pensato che un conto è annunciare intenzioni di aggressioni a Israele, e un altro conto è essere contro il popolo ebraico. Dopotutto, avranno detto e sostenuto alcuni, Israele è una potenza importante, e rientra nei fatti della vita che un’altra potenza importante si ponga il problema di contrastarla. Ho usato una versio e mite, ma sto cercando di mettermi nei panni di coloro che a tutti i costi cercano di separare nel punto sbagliato le componenti di ciò che essi definiscono «il problema di Israele a confronto col mondo arabo». Invece di distinguere tra governo e Paese (ovvero di criticare eventualmente le decisioni o l’atteggiamento di un governo, senza mettere in discussione la sopravvivenza e sicurezza di quello Stato) ti dicono che la giusta linea di demarcazione è tra Paese ed ebrei.
Precisano che non hanno nulla contro gli ebrei, anzi (seguono indicazioni e prove di buoni sentimenti e buone relazioni). Ma considerano non solo la politica di Israele, ma la sua esistenza, una “occupazione” che inizia nel 1948, quando le Nazioni Unite (Unione Sovietica inclusa) ne hanno deciso la nascita, insieme a uno Stato arabo che, tragicamente, non si è mai voluto far nascere. Come sappiamo si tratta di una opinione diffusa nel nostro Paese, più che in ogni altro Paese europeo, a destra (ricordo ancora gli universitari del Msi in kefiah) come a sinistra, e persino tra coloro che, mentre si battono per la pace, considerano Israele, da solo, un problema per la pace.
Ieri Mahmud Ahmadinejad ha parlato di nuovo e ha chiarito bene come si deve intendere il problema Israele. Si deve intendere legato ai problemi degli ebrei nel mondo. Essi non sono stati perseguitati, certo non in quel numero. Ma se gli europei insistono nel credere alla favola della Shoah, allora se li tengano questi ebrei, e diano loro come patria un po’ della loro terra, dove vogliono e come vogliono. Ma via dalla Palestina.
L’affermazione è ovviamente grave dal punto di vista della politica internazionale e del precario equilibrio di ciò che resta della pace, minata dall’azione spaventosa del terrorismo e dalla guerra sbagliata in Iraq che, invece di combattere il terrorismo lo sta rinforzando.
L’affermazione è grave per Israele, che dovrà raccogliere tutte le sue risorse per fronteggiare una dichiarazione che, data la potenza dello Stato presieduto da Ahmadinejad, non è fatta solo di parole.
L’affermazione è grave per i Palestinesi, sbalzati fuori da ogni possibile progetto di pace a causa del vistoso incoraggiamento alle più violente e peggiori organizzazioni di terrore con questa visione tragica e ultimativa che dice: Israele non ha diritto di esistere, non ha mai avuto diritto di esistere, perché il Sionismo, più che una favola, è un imbroglio (dunque un complotto).
Ma l’affermazione, nella sua tragica chiarezza, pone un problema drammatico per chi ritiene di poter continuare a distinguere tra Stato di Israele - su cui far pesare la condanna quasi in ogni circostanza di conflitto, in cui è sempre visto come l’unico agente e la sola causa, eliminando capitoli interi delle stragi di bombe umane - e il popolo ebraico, a cui si continua a confermare rispetto e solidarietà e anzi ripetendo che la Resistenza e l’antifascismo ne sono la prova, ma a patto di non sostenere Israele.
Ahmadinejad precisa: non c’è Israele (lo Stato) senza una questione ebraica. La questione ebraica (uso l’espressione nazista, perché è la stessa che trapela dalla dichiarazione che stiamo esaminando) è una questione europea. La persecuzione è una invenzione, o almeno una grossolana esagerazione. In ogni caso se la vedano loro, e sgomberino al più presto le terre del mondo arabo.
Questa brutale chiarezza, che elimina una infinità di contraddizioni intorno al rapporto verso Israele, non ci consola, perché scarica su Israele, sui Palestinesi, sul Medio Oriente, su tutti noi il peso di una minaccia gravissima. Suona come un folle ultimatum a un mondo che, in questo momento, è fuori equilibrio e povero di consenso, più incline alla tragedia che alla saggezza. Però rappresenta con lucidità, la stessa lucidità del nazismo, il senso di una visione: non ci può essere pace senza una soluzione finale.
Ahmadinejad nega che una «soluzione finale» ci sia stata e invita a fare adesso ciò che, a suo tempo, è stato proclamato «per vittimismo» ma non è mai avvenuto. Il negazionismo trova la sua squallida voce al vertice di un grande, ricco e potente Paese del mondo, stringendo alla gola del mondo un nodo di angoscia. Infatti, non sarà tanto facile recuperare e negare, dopo affermazioni del genere.
Ai più giovani vale la pena ricordare che il nazismo si è sempre divertito, mentre arrestava e deportava e sterminava, a inventare luoghi e nomi di Paesi sempre diversi (per esempio il Madagascar) in cui gli ebrei sarebbero stati mandati per farsi uno Stato. Ma c’è un altro fatto che sfugge quasi sempre a chi pensa a Israele come “occupazione”: tutti i Paesi arabi che confinano con Israele hanno una data di nascita che precede di pochi anni la decisione dell’Onu di stabilire, in una terra che non era Stato, due nuovi Stati, uno ebreo e uno palestinese. Purtroppo lo Stato palestinese è stato rifiutato, ma speriamo che nasca presto.
Quanto a Israele, è il solo creato da una istituzione del mondo, in rappresentanza del mondo. Giordania, Libano, Siria, Iraq, Egitto, sono stati disegnati, fino ai dettagli dei confini, pochi anni prima, dal colonialismo usando frammenti dell’impero Ottomano, spostando popoli, forzando la sottomissione o il dominio di etnie su altre (per esempio sacrificando i Curdi), inventando dinastie e soffocando per decenni con la violenza ogni dissenso, o aspirazione nazionale.
Ma solo Israele sembra avere creato scandalo e Ahmadinejad ne spiega la ragione. Il presidente iraniano ha ristabilito e reso di nuovo evidente il rapporto con il mondo e le ideologie con cui è nata la più grave tragedia del nostro mondo. Dice di volere la soluzione finale che - da negazionista - dichiara “un falso”. E apre una pagina paurosa nella storia contemporanea.
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