Intervistato dal settimanale Le Point, il ministro degli Interni francese, Nicolas Sarkozy, fa un bilancio della crisi delle banlieus. La definisce come “momento della verità” di fronte al quale “la Repubblica ha detto: ora basta” e dice che “a essere importanti non sono quei venti giorni di disordini, quanto la reazione che hanno provocato da parte dello Stato, in nome del popolo”. Parole che calzano a pennello (fatte le dovute distinzioni sull’intensità delle violenze) alla vicenda della Tav, la crisi italiana che, come quella francese, chiama in causa il principio di sovranità della Repubblica e la sua capacità di far rispettare decisioni prese e ratificate da tutti coloro che, per mandato democratico, sono a questo autorizzati.
Dopo quei venti giorni di violenza urbana, dice Sarkozy, i francesi “chiedono di ritrovare i valori dell’equità, del rispetto delle regole, del buon senso. Vogliono che le istituzioni esercitino le loro responsabilità, che siano rispettati i professori a scuola e i poliziotti per la strada, così come i genitori e le persone anziane. Che la società funzioni secondo le regole. L’impunità e la scusante culturale esasperano ben al di là di quella che comunemente si chiama destra tradizionale.
Quello francese è un popolo generoso, come è sempre stato, che però non concepisce la generosità a senso unico. I francesi si rendono conto come non mai della necessità di una politica di rottura. Il nostro modello sociale, i nostri dispositivi di integrazione, la politica della città: a tutto questo non credono più, vedono solo un sistema sul punto di tracollare. Il nostro dovere è quello di riallacciarci agli ideali che hanno fondato queste politiche, di restituire loro realtà”.
Sono importanti la battaglia della comunicazione e la scelta delle parole, perché “siamo nella situazione del medico che dice al malato che ha il raffreddore per paura di dirgli che ha un cancro. Bisogna dire la verità se si vogliono risolvere i problemi che abbiamo di fronte”.
Secondo Sarkozy, la crisi delle banlieues ha agito come cartina di tornasole “per le élite e per i media. Ancora una volta, si è potuto percepire il divario tra paese reale e paese virtuale, come nel referendum (sulla Costituzione europea, ndr), dove le élite erano certe della vittoria. Ai francesi viene raccontata una storia che non corrisponde a quello che pensano, mentre loro rifiutano il pensiero unico, la predica socialdemocratica che spiega la delinquenza con la povertà e che, in modo eccessivo, privilegia i territori rispetto all’individuo. Sono convinto che stiamo finalmente per uscire dal maggio del ’68 e dai suoi slogan. Non è più vietato vietare”.
Quando nel fine settimana del 6 novembre le macchine bruciate sono passate da 700 a 1.400, racconta Sarkozy, “mi sono detto:
‘O la loro legge o quella della Repubblica’… Chi difende, oggi, quello che è diventato il modello sociale francese? Nessuno. Quando parlavo di discriminazione positiva, ero minoritario; oggi, quell’idea è maggioritaria”.
Rispetto all’obbligo per i comuni di dotarsi di almeno un venti per cento di alloggi popolari, Sarkozy, critico con quella prescrizione, sostiene che “il problema non è il numero delle case popolari, ma l’assenza di mobilità sociale. E’ per questo che voglio favorire l’accesso dei meno abbienti alla proprietà. Ciascuno deve poter realizzare il sogno di diventare proprietario”.
E all’intervistatore che gli chiede se il paese non stia vivendo una “deriva di destra”, il ministro replica:
“Deriva? Contesto una parola usata per stigmatizzare tutto quello che non è conforme al pensiero unico. Preferisco parlare di riequilibrio in favore dello sforzo, del merito, della promozione, a scapito del livellamento, dell’assistenzialismo, dell’egalitarismo”.

Su il Foglio

saluti