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Discussione: Nuova "unione"

  1. #1
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    Predefinito Nuova "unione"

    Il finanziere Carlo De Benedetti, che come industriale allo Stato ha preso molto e al sistema economico ha restituito quel che poteva, ha annunciato anche formalmente la sua discesa in campo. Mentre al convegno fiorentino di quegli onesti lavoratori della politica che sono i Ds si discuteva sotto lo slogan berlusconiano “l’Italia è il paese che amo” (e paghino almeno i diritti, a Silvio e a chi scrive), CDB ha organizzato un preconvegno lobbista per rivendicare la tessera n° 1 del futuro partito democratico. E’ un suo diritto segnalare che Prodi è vecchio, e che si dia da fare nell’amministrazione del condominio italiano mentre i veri leader scaldano i muscoli; è legittimo che indichi in Veltroni e Rutelli due campioni della politica da sponsorizzare con la maglietta della Cir; è fantastico che CDB offra al nuovo partito tre ricette berlusconiane (la Tav, la flessibilità del lavoro, la riforma delle pensioni) da eseguire in fretta nella cucina di palazzo dei dati per vincenti alle prossime elezioni; ed è ovvio, sebbene stilisticamente anomalo, che l’editore del secondo giornale italiano dettasse ieri il suo manifesto politico al primo giornale italiano (come ha notato Sandro Bondi, il segretario del nostro partito): ma sarebbe curioso che fossimo i soli a notare quale sia il lieto fine dell’avventura del conflitto di interessi.
    Siccome, per usare il linguaggio dei sepolcri imbiancati “de sinistra”, rovesciandolo, è per lo meno tollerabile che i ricchi facciano politica, che si comprino virtualmente i prossimi possibili presidenti del Consiglio e mettano sotto tutela quello incidentalmente in corsa, e che i loro interessi nei settori dell’editoria e dell’energia e molti altri siano adeguatamente rappresentati da una tessera n°1 del partitone di maggioranza nei possibili futuri governi; siccome sul piano giudiziario la vera differenza tra CDB e il Cav. è che il primo i suoi conti con i tribunali li ha già risolti nella disattenzione di Travaglio, Biagi, Luttazzi, Economist e compagnia bella, il secondo quasi risolti; siccome e siccome eppoi siccome, che cosa resta da dire? Resta da dire questo: che i conflitti trasparenti possono non piacere alla gente che piace, ma quelli coperti non piacciono a noi. Ci sembrano perfino più pericolosi. CDB è un cittadino, e può fare quel che le leggi non gli vietano, cioè mettere le mani sulla politica senza candidarsi. Ma i suoi cortigiani devono piantarla di frignare sul conflitto di interessi e di minacciare la roba del nostro principale in caso di vittoria elettorale.
    La tessera n° 1 di CDB, oltre che la decenza, non glielo consente.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    A Montecitorio raccontano che i rapporti tra il direttore di Europa Stefano Menichini e il presidente della Margherita Francesco Rutelli non siano affatto buoni. Eppure è stato proprio l’ex sindaco di Roma (con cui Menichini aveva collaborato al Campidoglio) a caldeggiare la nomina di Menichini quando Nino Rizzo Nervo ha lasciato il giornale per andare al consiglio d’amministrazione della Rai. Ma adesso i rapporti tra i due si sono incrinati (del resto si erano già rovinati quando, dopo l’esperienza capitolina, Menichini, che è un ex del Manifesto, passò con l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato grazie ai buoni uffici di Massimo D’Alema – di cui era grande amico). A provocare il gelo tra i due è stato il progressivo mutamento di linea del direttore di Europa, che si sta man mano spostando su posizioni prodiane e che ha lanciato anche qualche punzecchiatura nei confronti del presidente della Margherita.

    Una giornalista brillante come Maria Laura Rodotà lo ha insinuato in un divertente articolo sul Corriere della Sera domenica scorsa. Lo ha fatto per ironizzare sul Piero Fassino che lacrimava alla conferenza programmatica dei Democratici di sinistra. Ma è proprio vero: la commozione è stata studiata dall’ottimo staff del segretario per renderlo più umano e per fornirlo così di maggior appeal in vista delle elezioni politiche del 2006. E infatti anche durante la trasmissione di Maria De Filippi, quella con l’anziana tata, Fassino si era commosso con tutto che l’incontro non era inaspettato e che già dal giorno prima, a via Nazionale, si conoscevano tutti i dettagli della trasmissione.
    Lacrime alla conferenza programmatica, lacrime in tv: la lunga marcia di Fassino, grazie ai preziosi consigli di Klaus Davi, è cominciata, e, c’è da starne certi, prossimamente vedremo altri aspetti molto molto umani del carattere del leader dei Democratici di sinistra.

    Alcuni giornali hanno scritto che Massimo D’Alema vorrebbe Pierluigi Bersani come coordinatore unico della segreteria dei Democratici di sinistra. Quel che però i giornali non scrivono e che di certo fornirebbe più di un motivo di preoccupazione al segretario dei Democratici di sinistra Piero Fassino è che questa operazione del presidente della Quercia sarebbe concertata con la minoranza del Correntone. La minoranza, infatti, che non sembra avere più agibilità politica dentro e fuori il partito, visto che perde e ha perso pezzi, cerca di rimettersi in gioco lavorando di sponda con D’Alema.

    Ancora a proposito di Massimo D’Alema: il presidente dei Democratici di sinistra e il segretario organizzativo della Margherita Franco Marini puntano ad acquistare il pieno dominio dei loro rispettivi partiti perché sono convinti che né Fassino né Francesco Rutelli possano essere in grado di affrontare il grande gioco politico che si aprirà con Romano Prodi, in vista della formazione del nuovo soggetto unitario.

    Il segretario regionale dei Democratici di sinistra siciliani, Angelo Capodicasa, sembra destinato a cedere il passo. Prima i risultati non buoni di Catania, ora quelli pessimi di Messina: la Quercia pare destinata a un inarrestabile declino nell’isola. E’ il momento di correre ai ripari.

    Ciriaco De Mita sta già valutando i possibili candidati alla successione di Rosa Russo Jervolino (la quale ieri annunciato ufficilamente che non intende correre di nuovo per la poltrona di sindaco di Napoli) e ha già scelto una rosa composta da un politico e da due esponenti della società civile. Intanto i Ds stanno progettando di prendersi loro il futuro sindaco di Napoli. Come? Usando le primarie. E’ indubbio infatti che con questo strumento, grazie al fatto che l’elettorato della Quercia è più militante ed anche più numeroso di quello della Margherita, il candidato sostenuto dai Ds avrà sempre la meglio.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da mustang
    ..............
    Intanto i Ds stanno progettando di prendersi loro il futuro sindaco di Napoli. Come? Usando le primarie. E’ indubbio infatti che con questo strumento, grazie al fatto che l’elettorato della Quercia è più militante ed anche più numeroso di quello della Margherita, il candidato sostenuto dai Ds avrà sempre la meglio.

    saluti
    Infatti Prodi e Borsellino, e a suo tempo Vendola, sono diessini e i militanti dei DS sono 4 milioni.



    Questi che credono di screditare le primarie riescono solo a screditare se stessi.

  4. #4
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    Predefinito Prodi Romano, colui che...

    ...vinse le "primarie" senza aver un partito

    Roma. “I cinque sì di Romano Prodi alle domande di Francesco Giavazzi rappresentano un fatto politico di enorme importanza”.
    Così Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani che hanno dato vita con lo Sdi alla Rosa nel pugno, commentava all’inizio della settimana le parole del candidato premier dell’Unione al Big Talk milanese della Margherita.
    “Prodi ha aderito allo spirito invocato dall’economista Giavazzi”, avevano sottolineato ambienti vicini al Professore bolognese sintetizzando l’intervento di Prodi alla manifestazione rutelliana.
    Ma nel documento finale, che il Foglio è in grado di rivelare, elaborato dal principale tavolo economico dell’Unione, non c’è traccia delle proposte giavazziane che il prossimo governo dovrebbe approvare nella prima riunione del Consiglio dei ministri.
    Non c’è, ad esempio, alcun riferimento al modello danese (più possibilità di licenziamenti e maggiori indennità di disoccupazione).
    Si parla della Svezia, e non della Danimarca, ma a proposito delle politiche commerciali: “Si può pensare a norme procompetizione come quelle adottate in Svezia” che impongono “ai centri commerciali realizzati su aree pubbliche l’esercizio all’interno di ciascuno di essi di due supermercati di analoga dimensione gestiti da imprese in diretta concorrenza tra loro”.
    Sul lavoro, non ci sono indicazioni di maggiore flessibilità in uscita, come in Danimarca. Si evidenzia solo che, “pur essendo il livello del salario unitario italiano più basso di quello di altri paesi economicamente avanzati, la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto dell’industria manifatturiera italiana è cresciuta negli ultimi anni molto di più di quella francese e tedesca”.
    L’editorialista del Corriere della Sera, inoltre, aveva auspicato per accelerare le privatizzazioni lo scioglimento della Cassa depositi e prestiti (Cdp) e la vendita in Borsa delle sue partecipazioni in Eni, Enel e Poste.
    Nelle 43 pagine della relazione frutto del tavolo dell’Unione sullo Sviluppo economico la Cassa depositi e prestiti non è mai menzionata, e nessuna delle 19 schede per “la ripresa economica e sociale del Paese” è dedicata alle privatizzazioni.
    Così come un’altra delle richieste di Giavazzi, l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, non fa capolino nei programmi del centrosinistra.
    Idem per il “licenziamento per decreto” del governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, invocato dall’economista della Bocconi.
    Il documento dell’Unione prevede un’ampia riforma dell’istituto di via Nazionale articolato in cinque punti, tra cui il mandato a termine per il governatore e “il trasferimento delle azioni possedute dalle banche in una fondazione pubblica ad un prezzo dato dal valore attuale del flusso scontato dei dividendi futuri”.
    Non è presente neppure l’abolizione degli albi professionali. Ci sono però cinque misure per una “liberalizzazione dei servizi professionali”. Si va dal “consentire che le attività meno complesse siano svolte liberamente anche da non iscritti”, “all’abolizione delle tariffe minime e del divieto di
    pubblicità”, fino al “consentire la fornitura di servizi multidisciplinari e interprofessionali da parte di professionisti associati o di società di professionisti”. Niente abolizione, dunque, il testo prevede piuttosto di “affidare agli ordini professionali le funzioni di formazione dei loro associati e la fissazione di standard di qualità dei servizi”.

    Su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Sembrava un’OPA, è stata una sconfitta

    Roma. Tutto comincia da una normale operazione di espansione finanziaria. Gli azionisti di riferimento stranieri di due medie banche italiane decidono di allargarsi. E nel marzo scorso avanzano le loro proposte al mercato.
    Bbva, il Banco di Bilbao Vyczaia Argentaria fa un’Opas, offerta pubblica di acquisto e scambio, sulla Banca nazionale del lavoro; l’AbnAmro, dodicesima banca europea, con forti radicamenti di potere che partono dall’Olanda, fa un’offerta pubblica d’acquisto su Antonveneta.
    Il dominus degli equilibri bancari, il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, il quale persegue legittimamente un suo disegno di riassetto del sistema creditizio in Italia, non vede di buon occhio questa espansione straniera anche perché non crede nell’Europa, e siccome ritiene
    che l’euro abbia scatenato una durissima competizione tra i sistemi paese, pensa che ogni sistema industriale nazionale debba poter contare su banche nazionali amiche.
    Per organizzare la sua difesa cerca alleati dove ne trova. Riesce alla fine a mettere insieme una congregazione di interessi diversi che condividono un obiettivo: cambiare gli equilibri economico- finanziari italiani.
    E’ un partito trasversale, un fritto misto, un tuttifrutti: immobiliaristi, finanzieri d’assalto che scalarono Telecom a suo tempo e che si sentono cavalli di Troia, banchieri di provincia con un tratto alla Bel Ami, il capo dei commercianti italiani che è amico di un bravo giovane intraprendente e gli compra per cinque volte il valore di partenza un immobile ai Parioli; infine un ingegnere di Chieti, già comunista e attualmente diessino, che è diventato un bravo assicuratore. Si chiama Giovanni Consorte. In mancanza di altri pretendenti – perché l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone azionista di spicco di Bnl non se la sente di guidare il sì di massa all’offerta di Opas del Bilbao e di costituire una cordata italiana che diventerebbe il primo azionista della banca spagnola e perché la Banca popolare di Verona e Novara non si accorda con gli azionisti di Bnl per un centesimo – l’ingegner Giovanni Consorte si fa avanti.
    La sua piccola ma ordinata società assicuratrice, Unipol, che al tempo della lunga e onorata carriera di collateralismo aveva fornito i servizi di Rc auto ai compagni di tutta Italia, successivamente messa in linea con i criteri contabili della modernità, adesso si candida a comprare la Bnl. Unipol, controllata dalle cooperative rosse, è alleata del gruppo di potere (a cominciare dalla Hopa di Chicco Gnutti) che sta cercando di mettere le mani su Antonveneta e di attaccare il Corriere della Sera.
    Ma è proprio questo il punto cruciale su cui lo scontro per il potere bancario si allarga e diventa una trappola. Quando Stefano Ricucci – forte di una linea di credito che arriva da Deutsche Bank, le cui attività italiane sono guidate da un uomo vicino a Masimo D’Alema, del denaro ottenuto cedendo alle banche amiche di Consorte la sua quota in Bnl e in attesa del denaro che arriverà dalla cessione della sua quota Antonveneta – comincia a rastrellare azioni Rcs, si presenta uno scenario difficile da decifrare nel dettaglio, ma abbastanza chiaro nel suo complesso. Tutti coloro che per decenni sono stati esclusi dal sistema di potere economico Milanocentrico, e cioè i grandi partiti di massa e gli imprenditori outsider, sostengono il tentativo di forzare il patto di sindacato Rcs.
    D’Alema, che non parla con il Corriere, dice in un’intervista al Sole 24 Ore che gli immobiliaristi sono linfa nuova e ricorda che Gnutti (uno dei capitani coraggiosi della eroica scalata Telecom del compagno ragionier Roberto Colaninno) è lui stesso un nuovo arrivato piuttosto buono, visto che è un socio importante della Telecom di Marco Tronchetti Provera, gamba fondamentale del patto di sindacato Rcs.
    E sempre D’Alema convince Fassino dell’opportunità di sostenere la legittimità dei nuovi protagonisti della finanza.
    A un certo punto la strategia di accerchiamento degli attaccanti sembra destinata ad andare in porto. Il 28 aprile il Tribunale amministrativo del Lazio respinge il ricorso di AbnAmro contro il provvedimento della Banca d’Italia che autorizza la Banca popolare di Lodi a salire fino al 29,9 per cento in Antonveneta.
    Il primo luglio Stefano Ricucci annuncia di essere al 20 per cento di Rcs, il 18 luglio il cosiddetto contropatto formato dagli alleati di Caltagirone, contrapposto al patto di sindacato Generali-Della Valle-Bbva, cede le sue quote in Bnl agli amici di Consorte.
    Ma la controffensiva è già scattata. Singoli pezzi del potere costituito, poteri neutri come la Consob (e la Commissione di Bruxelles, in parte sollecitata dal forte sistema lobbistico degli olandesi di AbnAmro), il potere dell’informazione, schegge di potere giudiziario stanno intervenendo per contrastare il tentativo di reshuffle.
    E’ come un riflesso condizionato. Il 26 luglio sul Giornale di Paolo Berlusconi esce un articolo di Gianluigi Nuzzi che contiene il testo di alcune intercettazioni telefoniche: Gianpiero Fiorani (l’amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi poi Popolare Italiana) che vorrebbe dare un bacio in fronte al governatore Fazio. Il giorno dopo il Corriere della Sera pubblica ampi stralci dei verbali in cui si accenna anche a Unipol: “Manca solo Consorte”, recita il mattinale riportato.
    Basta avere pazienza. L’11 agosto il compagno Consorte fa il suo esordio, al telefono con Francesco Frasca, capo della vigilanza di Banca d’Italia. Il 13 agosto nuova roncolata di intercettazioni da cui risulterebbe che Consorte è in relazione con alcuni politici.
    Tutti smentiscono, non Piero Fassino: come potrebbe?
    Monta l’operazione contro i Ds dentro il centrosinistra. L’uomo più vicino a Romano Prodi, Arturo Parisi, rilascia una tempestiva intervista al Corriere della Sera il 5 di agosto, paventando il ritorno della questione morale. Si crea un asse formidabile, super-efficiente, politicamente avvertito e con moltissimo uso di mondo: Corriere della Sera (cioè istinto politico di Paolo Mieli + Luca di Montezemolo, Piergaetano Marchetti, Gabriele Galateri e altri pezzi sparsi di patto Rcs) + Margherita + banche assediate contro i diesse (D’Alema in testa), contro Fazio e solo in subordine contro Silvio Berlusconi, il quale a queste avventure è allenato e con il sistema del potere costituito dopotutto sta quasi imparando a convivere: il presidente del Consiglio viene tirato in ballo per il coinvolgimento di Ubaldo Livolsi, banchiere d’affari molto vicino al Cav., nella questione Rcs, ma se ne sgancia presto, l’istinto gli suggerisce che questa storia è un pericolo.

    Viviamo di onorabilità
    Alla fine delll’estate è evidente che la partita comincia a prendere un’altra piega. A ottobre si chiude il round Antonveneta vinto dagli olandesi di AbnAmro. Restano in piedi le incertezze sulla questione Unipol, agevolate anche da un elemento fattuale: la compagnia assicurativa è troppo piccola per acquisire Bnl, rischia di portarsi dietro un indebitamento eccessivo. Ma non è a questo che pensa Marco Travaglio sul numero di ottobre di MicroMega, che pubblica un’inchiesta a quattro mani con Gianni Barbacetto. Il moralismo molto informato di Travaglio, armato a suo tempo per denunciare craxismi e berlusconismi, oggi si abbatte sul poker d’assi Fiorani-Gnutti-Ricucci-Consorte e sull’eccesso di telefonate tra i leader diessini e gli uomini di finanza. E’ una nemesi.
    Massimo D’Alema fallisce dove anche Bettino Craxi fallì: sommuovere il sistema del potere economico.
    Al setacccio della stampa finiscono anche i vertici di Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, circa i legami con Fiorani e i conti personali aperti presso la Popolare di Lodi e i movimenti sui medesimi tra il 2001 e il 2005. Sul Sole 24 Ore Claudio Gatti colpisce durissimo. Chiede conto a Consorte di operazioni di trading su azioni e derivati transitate su un suo conto. Il Corriere ieri ha riferito che a seguito dell’articolo di Gatti e dei “presunti arricchimenti personali” adombrati, il popolo cooperativo – lontano dalle stock-options e da altre diavolerie retributive – vuole dei chiarimenti, perché “viviamo di onorabilità”.
    Come l’onore perduto dei socialisti.
    Così oggi, intorno alla notizia di Giovani Consorte e Ivano Sacchetti indagati, e con loro Unipol come società, si ritrovano tutti insieme pezzi di potere – (Carlo De Benedetti e Repubblica avversari di Prodi), i grandi giornali del nord, e poi magistrati amici e le lobbies che lavorano dentro l’amministrazione pubblica, una parte dell’opposizione che si lecca i baffi nella speranze di macerie diessine da saccheggiare e anche pezzi di maggioranza, forse pure il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Tutti insieme, costoro, i quali pur divisi tra loro sanno come si fa a sostenere una classe dirigente economica che da sola semplicemente non ce la fa più a esistere.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito D’Alema in trappola

    La partita è stata bruciante, rapida, brutale, e a quanto pare l’hanno vinto loro, il primo tempo che forse è anche l’ultimo. Loro sono la Rcs, cioè la galassia nordista proprietaria del Corriere e la direzione del Corriere che compie giusto un anno, i trecento giorni di Paolo Mieli.
    Antonio Fazio si è salvato provvisoriamente, perché quello del governatore è un potere irresponsabile, lo vollero così i progenitori dei nuovi Cuccia di via Solferino: non si può espugnare una casamatta, un potere neutro che ha sempre fedelmente servito la causa del grande capitalismo, ieri industriacentrico oggi bancocentrico, finita in mano a un cattolico ciociaro, piuttosto la si lascia lì, ai margini, sotto assedio perenne come la Fortezza Bastiani di Buzzati.
    Ma per il resto, per Consorte e D’Alema e altri outsider del potere (ci vanno di mezzo anche il filosofico Bersani, l’ottimo e candido Fassino), siamo al traguardo o dalle sue parti. Mentre fioccavano gli avvisi di garanzia milanesi per il banchiere del popolo di sinistra, il duro di via Stalingrado esaltato dall’Unità quando era un supervincente, l’Unità pubblicava pettegolezzi dalemiani sullo stipendio del direttore del Corriere, risposta letteralmente povera alla grande offensiva dei letteralmente ricchi.
    Quando sfuma l’Opa, torna la boria. Ma la boria rende meno dell’Opa.
    Strano. In politica D’Alema non sarebbe un parvenu, tutt’altro, vecchia Repubblica e vecchio Pci. Ma in finanza, l’altra faccia della politica, il capo vero della sinistra italiana è condannato a convivere con situazioni di “gregantismo”, micro e macro. (Gregantismo: dal nome onorato di Primo Greganti, colui che seppe opporre il gran rifiuto alle domande dei pm che sono all’origine di tutta la storia, anche di quella in corso, e la suggellano nella nuova alleanza media & procure che si abbatte come nemesi su vecchi amici, reperti delle inchieste anni Novanta, nuovi nemici.)
    In finanza, bianca laica o rossa, se non sei del giro grosso, è sempre così. Ti esponi, fai la faccia allegra e feroce, sei a un passo dalla meta, ti allei anche con il diavolo, ti incunei nelle galassie come una nuova stella che arde dalla voglia di ardere, selezioni i buoni e i cattivi dell’altra parte, blandisci e minacci con la cosiddetta forza del voto popolare, con la prospettiva ipotetica ma ravvicinata dell’insediamento al governo, e poi, tac, qualcuno ti intercetta duro, i giornali che contano si unificano, quello che si sente aggredito reagisce con l’orgoglio dei forti (sempre temibile nel suo guanto elegante di seta), e quell’altro (Repubblica) chiede una strana tessera n° 1 di uno strano partito che ti esclude in casa tua, e picchia, gli altri (Stampa, Sole 24 Ore) si muovono avidi e professionalmente impeccabili tra le carte che definiscono i contorni dell’accusa ai tuoi vecchi amici e compagni, cooperatori e banchieri, conti personali, società che insospettiscono il pm e la Consob, tra concerti, concertini e prime della Scala, parole tenorili e soffuse come aggiotaggio, insider trading, addirittura “arricchimenti personali”, e c’è chi ti porta la guerra moralista nel tuo popolo, c’è anche lui, credevi di avere un Travaglio in casa all’Unità e te lo ritrovi in casa del nemico, i suoi bananas sono per Anna La Rosa ma i suoi occhiuti mattinali passano da MicroMega al Corriere (perfino al Foglio del lunedì, così, per documentazione), e Rizzoli gli dà giù con l’Inciucio.
    E arrivano gli olandesi, magari domani i baschi di Bilbao o chissà chi.
    Così si finisce nel girone dei Billé, dei Ricucci, dei Fiorani e degli altri intercettati e avvisati, un purgatorio con un macigno in testa che preme per l’inferno, mentre Prodi e Rutelli e Veltroni e la tessera n° 1 – divisi su tutto – ora guardano stupiti come transita la gloria del mondo.
    D’Alema, che piace tanto perché è un uomo di mondo, appunto, ora è costretto all’inginocchiatoio dalla grande chiesa dei denari antichi e veri, il suo apparato ecclesiastico di funzionari e tesserati è assediato da un laicato prestigioso, con editori raffinati biblisti, cronisti e opinionisti che sentono già il fiato grosso della preda.
    Se D’Alema avesse capito quel che aveva capito Craxi, o meglio se avesse avuto il coraggio di riconoscere quel che aveva capito ma per tattica autolesionista si ostinava a negare, non si troverebbe oggi nelle peste, in compagnia della compagnia di Consorte.
    E che cosa aveva capito Craxi?
    Che la legge del potere in Italia è una sola: soldi e politica devono restare separati, al contrario di quanto avviene nelle vere democrazie all’americana, perché così, nel confronto, diciamo, i soldi sapranno sempre come difendersi e la politica sarà costretta alle sue dimensioni e ambizioni di forza importante ma minore.
    A far saltare questa legge Craxi ci provò, e lo fulminarono con tutta una Repubblica, ci si è provato Berlusconi alla sua maniera, e anche lui è costretto a difendersi dalla caccia grossa.
    Non è che adesso i soldi e le loro sentinelle di procura e di carta, di poteri neutri da Bruxelles alla Consob, spalancano la porta a un D’Alema, con le sue sentinelle coop o finanziarie di varie latitudini, per dirgli cortesemente: onorevole, si accomodi.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

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    Predefinito

    Tessera n° 1 parla. “Meglio non sorvolare”.
    Tessera n° 1 parla e vuole anche “il Ponte di Messina”. E la Tav. E i telefonini e anche i bruscolini. E porterà il mare a Lugano: “E ci arriverò – io che sono fisicamente residente in Italia – a bordo dell’Itaska.
    Volevo dirlo al Corriere ma debbo comunicarlo a Repubblica. Spesso i miei giornali sbagliano previsioni, ma questa volta renderò chiaro il significato politico”.
    Nove Colonne si pregia di offrire ai propri lettori l’anticipazione dell’intervista che l’Ing. Carlo de Benedetti, un imprenditore cui rinnoviamo stima e amicizia, ha rilasciato al giornale di Ezio Mauro per dire quello che avrebbe voluto dettare al Corriere:
    “Nei tanti anni da quando ci conosciamo e stimiamo mi sono fatto intervistare pochissime volte”.
    L’intervista non verrà pubblicata perché – spiega tessera n° 1 che ne è editore – “solitamente i miei giornali sbagliano le analisi”, Nove Colonne però ce l’ha, e la fa leggere ai propri lettori.
    Tessera n° 1 parla. Di politica ha già detto:
    “Romano Prodi si faccia da parte, se vuol fare l’amministratore straordinario generale del centrosinistra, faccia pure, gli organizzo anche una fondazione e ne prendo la tessera, la numero 2 ovviamente, ma la politica la deve far fare a Walter Veltroni e a Francesco Rutelli, giovani intelligenti e moderni”.
    L’Ingegnere – che è un imprenditore cui tutti rinnovano stima e amicizia, tessera n° 1 del futuro governo dell’Itaska – si fa intervistare da Concita De Gregorio mentre è accomodato su un sedile del tram n° 8.
    Il vettore che a Roma collega con puntualità democrats Monteverde con Largo di Torre Argentina: “Delizioso questo tramvetto di Walterino, è un modo intelligente e moderno di attraversare con un ticket tutta la città”.
    Si allude al ticket Veltroni-Rutelli?
    Tessera n° 1 a domanda risponde: “Apprezzo l’ironia e figurarsi se non capisco lo spirito ma col tir di Prodi non si può fare questo percorso. Si rischierebbe solo di scatenare insolite animosità e alcuni riferimenti offensivi da parte degli automobilisti. Volevo dirlo al Corriere perché spesso i miei giornali sbagliano le analisi, ma lo dichiaro proprio su Repubblica: qualcosa da rottamare c’è”.
    Tessera n° 1 parla. “Meglio non sorvolare.
    Volevo dire tante cose al Corriere perché non solo i miei giornali spesso sbagliano le analisi, ma perché ho molta stima di Paolo Mieli. Quando ci sarà il governo dell’Itaska, il governo del partito di cui ho già la tesseran° 1, dell’attuale direttore del Corriere non ne farò un semplice presidente della Rai, né uno stimato storico, ma il ministro degli Esteri.
    Su questo punto è meglio non sorvolare anche per non dare ulteriori argomenti ai brillanti corsivisti dell’Unità, indico Mieli (che è intelligente e moderno) alla Farnesina e non Massimo D’Alema per venire incontro alla richiesta del ficcante Bersani (che è intelligente e moderno) di dare vita a
    un cambio generazionale”.
    Tessera n° 1 parla: “Il simpatico timoniere di Ikarus 2 lo vedo bene al Quirinale, alla presidenza della Camera ci metto Franceschini (che è intelligente e moderno), alla presidenza della Rai ci metto Gianni Riotta (che è intelligente, moderno e parla le lingue)”.
    Tessera n° 1 parla: “Nel frattempo che mi si sguarnisce la direzione del Corriere ci metto Ezio Mauro. Anche su questo punto è meglio non sorvolare per via dei brillanti corsivisti dell’Unità, ma se spesso i miei giornali sbagliano le analisi è giusto uniformare tutte le più autorevoli testate a quest’impostazione, chi meglio di Antonio Polito (che è intelligente e moderno) per la direzione del quotidiano di Largo Fochetti?”.
    Veramente esplosiva l’intervista di CDB, tessera n° 1, alla sua Repubblica:
    “In tutto questo Prodi potrà egregiamente svolgere il suo ruolo di amministratore straordinario, faccia quello che vuole, di tutto ciò che farà, sin da ora mi onoro di prendermi la tessera. La numero 2 ovviamente”.

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    Predefinito Intanto.....

    Roma. Il forcing sui protagonisti dell’acquisto in corso di Bnl da parte di Unipol sta per spostarsi in via Nazionale, sede della Banca d’Italia, che a breve deve decidere se autorizzare o no l’Opa della compagnia assicurativa bolognese. Lunedì tutte le sigle sindacali dell’Istituto centrale (tranne gli autonomi della Fabi che incroceranno le braccia giovedì) scioperano. Il bersaglio è il governatore Antonio Fazio, accusato di voler mantenere in servizio per tre anni alti funzionari di Palazzo Koch in procinto di andare in pensione. I motivi della protesta sono stati conditi con dichiarazioni di stupore per le circostanze rivelate dal libro “L’intrigo”, scritto da Giovanni Pons (Repubblica) e Giuseppe Oddo (Sole 24 Ore), ossia che Fazio l’anno scorso ha ricevuto
    per Natale regali da Gianpiero Fiorani, ex numero uno della Popolare di Lodi che ha avuto da via Nazionale il via libera all’Opa su Antonveneta. I toni aspri dei sindacati di Bankitalia stanno fruttando nuove adesioni alle organizzazioni:
    il tasso di sindacalizzazione del personale di Palazzo Koch ha superato il 72 per
    cento, mai così alto negli ultimi dieci anni.
    Gli attacchi al numero uno di via Nazionale si acuiscono mentre da un lato l’Ue sta per concludere il supplemento di indagini sull’operato del governatore nelle Opa bancarie, dall’altro la Vigilanza della Banca centrale deve decidere se concedere il via libera all’offerta lanciata dalla compagnia legata al mondo delle cooperative rosse sulla Bnl presieduta da Luigi Abete, vicino alla Margherita.
    Un dissidio, quello tra Abete e l’amministratore delegato di Unipol, Giovanni
    Consorte, che potrebbe imboccare le vie legali. Da via Stalingrado, sede di Unipol, è già partita una diffida nei confronti dell’attuale vertice di Bnl, che non ha mai nascosto la preferenza per la prima Opa, quella degli spagnoli del Bbva. Gli avvocati della compagnia hanno diffidato Abete dal procedere a vendite come quella che Bnl ha in corso in America Latina.
    L’istituto di via Veneto sta per concludere la cessione della controllata Bnl Argentina. Ma i vertici della compagnia bolognese cercano di evitare che
    Bnl esca dal settore delle assicurazioni in Sudamerica dove ora l’ex banca del Tesoro è presente con Juncal, un gruppo concentrato sui rami a più alto valore aggiunto (vita, incendio e furto) e che può contare su 1,5 milioni di clienti, per lo più italo-americani.

    L’Arel e il versante senese
    La vicenda Unipol continua a far discutere il centrosinistra. Tra i Ds c’è chi ha notato che gli attacchi provenienti da settori centristi dell’Unione, in particolare dalla Margherita di Francesco Rutelli, verso il modello Unipol, si basano anche su elaborazioni come quelle realizzate dal centro studi Arel,
    coordinato da Enrico Letta, responsabile economico della Margherita. L’economista Franco Grassini, uno dei fondatori nel 1976 dell’Arel con Beniamino Andreatta e Umberto Agnelli, in un saggio in via di pubblicazione
    ha indicato in Unipol il principale esempio di “gruppo a controllo circolare con
    interconnessioni che finiscono per dare vita a sistemi autoreferenziali che sfuggono a qualsiasi forma di controllo e, talvolta, anche di conoscenza”. Anche nel mondo vicino ai Ds la volontà di crescere di Unipol ha provocato
    mugugni.
    Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha sottolineato fin dall’inizio la bontà dell’offerta del Bbva.
    L’operazione Unipol-Bnl? “E’ un’operazione pericolosissima, azzardata e sbagliata”, ha tagliato corto il segretario Fisac-Cgil in Bnl, Giorgio Romagnoli. Eppure negli stessi giorni in cui la confederazione stava maturando questo
    giudizio, il sindacato guidato da Epifani ha concluso un accordo-convenzione con il gruppo Unipol che garantisce agli iscritti alla Cgil una serie di condizioni favorevoli nei rapporti di assicurazione e di investimento.
    Le agevolazioni riguardano in particolare due settori: l’auto e la famiglia. Ripensamento o semplice coincidenza?
    Un interrogativo simile è anche al centro dei pour parler tra i dirigenti della Quercia dopo l’intervista al Sole 24 Ore del senatore Nicola Latorre, considerato vicinissimo al presidente dei Ds, Massimo D’Alema. Latorre, pur non volendo commentare l’ipotesi di un intervento in Bnl del Monte Paschi di Siena (storicamente legato al Pci e ora ai Ds, ma non sulla stessa lunghezza d’onda di D’Alema), ha però sottolineato: “L’idea che il Monte Paschi potesse essere protagonista di un grande conglomerato era ed è un fatto auspicabile”.
    Parole che hanno lasciato prefigurare l’auspicio per un’iniziativa di Mps a sostegno di Unipol nell’affare Bnl.
    Iniziativa implicitamente esclusa, invece, dal ds (non dalemiano) Franco Bassanini, su posizioni filo fondazione Mps: “Monte Paschi – ha detto l’ex ministro eletto a Siena – poteva acquistare Bnl due anni e mezzo fa, ma l’operazione fu stoppata dal governatore”.

    su il Foglio

    saluti

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    Roma. Il forcing sui protagonisti dell’acquisto in corso di Bnl da parte di Unipol sta per spostarsi in via Nazionale, sede della Banca d’Italia, che a breve deve decidere se autorizzare o no l’Opa della compagnia assicurativa bolognese. Lunedì tutte le sigle sindacali dell’Istituto centrale (tranne gli autonomi della Fabi che incroceranno le braccia giovedì) scioperano. Il bersaglio è il governatore Antonio Fazio, accusato di voler mantenere in servizio per tre anni alti funzionari di Palazzo Koch in procinto di andare in pensione. I motivi della protesta sono stati conditi con dichiarazioni di stupore per le circostanze rivelate dal libro “L’intrigo”, scritto da Giovanni Pons (Repubblica) e Giuseppe Oddo (Sole 24 Ore), ossia che Fazio l’anno scorso ha ricevuto per Natale regali da Gianpiero Fiorani, ex numero uno della Popolare di Lodi che ha avuto da via Nazionale il via libera all’Opa su Antonveneta.
    I toni aspri dei sindacati di Bankitalia stanno fruttando nuove adesioni alle organizzazioni: il tasso di sindacalizzazione del personale di Palazzo Koch ha superato il 72 per cento, mai così alto negli ultimi dieci anni.
    Gli attacchi al numero uno di via Nazionale si acuiscono mentre da un lato l’Ue sta per concludere il supplemento di indagini sull’operato del governatore nelle Opa bancarie, dall’altro la Vigilanza della Banca centrale deve decidere se concedere il via libera all’offerta lanciata dalla compagnia legata al mondo delle cooperative rosse sulla Bnl presieduta da Luigi Abete, vicino alla Margherita.
    Un dissidio, quello tra Abete e l’amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, che potrebbe imboccare le vie legali.
    Da via Stalingrado, sede di Unipol, è già partita una diffida nei confronti dell’attuale vertice di Bnl, che non ha mai nascosto la preferenza per la prima Opa, quella degli spagnoli del Bbva.
    Gli avvocati della compagnia hanno diffidato Abete dal procedere a vendite come quella che Bnl ha in corso in America Latina. L’istituto di via Veneto sta per concludere la cessione della controllata Bnl Argentina. Ma i vertici della compagnia bolognese cercano di evitare che Bnl esca dal settore delle assicurazioni in Sudamerica dove ora l’ex banca del Tesoro è presente con Juncal, un gruppo concentrato sui rami a più alto valore aggiunto (vita, incendio e furto) e che può contare su 1,5 milioni di clienti, per lo più italo-americani.

    L’Arel e il versante senese
    La vicenda Unipol continua a far discutere il centrosinistra. Tra i Ds c’è chi ha notato che gli attacchi provenienti da settori centristi dell’Unione, in particolare dalla Margherita di Francesco Rutelli, verso il modello Unipol, si basano anche su elaborazioni come quelle realizzate dal centro studi Arel, coordinato da Enrico Letta, responsabile economico della Margherita. L’economista Franco Grassini, uno dei fondatori nel 1976 dell’Arel con Beniamino Andreatta e Umberto Agnelli, in un saggio in via di pubblicazione ha indicato in Unipol il principale esempio di “gruppo a controllo circolare con interconnessioni che finiscono per dare vita a sistemi autoreferenziali che sfuggono a qualsiasi forma di controllo e, talvolta, anche di conoscenza”. Anche nel mondo vicino ai Ds la volontà di crescere di Unipol ha provocato mugugni. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha sottolineato fin dall’inizio la bontà dell’offerta del Bbva. L’operazione Unipol-Bnl? “E’ un’operazione pericolosissima, azzardata e sbagliata”, ha tagliato corto il segretario Fisac-Cgil in Bnl, Giorgio Romagnoli. Eppure negli stessi giorni in cui la confederazione stava maturando questo giudizio, il sindacato guidato da Epifani ha concluso un accordo-convenzione con il gruppo Unipol che garantisce agli iscritti alla Cgil una serie di condizioni favorevoli nei rapporti di assicurazione e di investimento. Le agevolazioni riguardano in particolare due settori: l’auto e la famiglia. Ripensamento o semplice coincidenza? Un interrogativo simile è anche al centro dei pour parler tra i dirigenti della Quercia dopo l’intervista al Sole 24 Ore del senatore Nicola Latorre, considerato vicinissimo al presidente dei Ds, Massimo D’Alema. Latorre, pur non volendo commentare l’ipotesi di un intervento in Bnl del Monte Paschi di Siena (storicamente legato al Pci e ora ai Ds, ma non sulla stessa lunghezza d’onda di D’Alema), ha però sottolineato: “L’idea che il Monte Paschi potesse essere protagonista di un grande conglomerato era ed è un fatto auspicabile”. Parole che hanno lasciato prefigurare l’auspicio per un’iniziativa di Mps a sostegno di Unipol nell’affare Bnl. Iniziativa implicitamente esclusa, invece, dal ds (non dalemiano) Franco Bassanini, su posizioni filo fondazione Mps: “Monte Paschi – ha detto l’ex ministro eletto a Siena – poteva acquistare Bnl due anni e mezzo fa, ma l’operazione fu stoppata dal governatore”.

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    Roma. Se Unipol non dovesse farcela, Monte dei Paschi sarà chiamata a intervenire in qualche modo per aggiustare il pasticcio Bnl.
    Questo a Siena viene dato ormai per scontato.
    Mps ha ancora virtualmente una quota in Bnl di circa il 4,35 per cento. Questa quota è in prestito (compresi i diritti di voto fino a febbraio 2006) a Deutsche Bank, la solita DB le cui attività italiane sono amministrate da Vincenzo De Bustis, manager bancario vicino a Massimo D’Alema.
    Per Siena ritornare sui propri passi sarebbe una scelta molto difficile. Ad aprile ci sono le elezioni comunali, e il sindaco diessini uscente Maurizio Cenni non vorrebbe andare alle urne con Bnl sulle spalle. Cenni fa parte di quella componente diessina vicina alla Cgil (qui gli equilibri locali non corrispondono a quelli nazionali) che esprime un consigliere della banca, Fabio Borghi, e che è sempre stato sospettoso della palude Bnl.
    Ma per determinare le prossime mosse di Mps sarà decisiva la posizione del presidente della Fondazione Mps, Giuseppe Mussari. Questi è stato confermato alla guida della Fondazione anche grazie all’aiuto di Cenni. Ma in città ricordano che Mussari è un ragazzo intelligente quanto spregiudicato: era l’avvocato dell’allora sindaco Pierluigi Piccini quando quest’ultimo doveva diventare presidente della Fondazione, e da Roma arrivò il decreto Visco che stabiliva l’ineleggibilità nelle Fondazioni per gli amministratori locali che avevano contribuito a costruirle: quasi un provvedimento ad hoc, pensarono gli amici di Piccini, il cui posto in Fondazione fu preso proprio dall’avvocato Mussari, che era comunque uomo di partito.
    Che farà adesso Mussari? Rispetterà il patto con Cenni, oppure cercherà l’accordo con la segreteria romana del partito? Siccome la Fondazione dovrà scendere al 30 della banca, il presidente ritiene che sarebbe utile trovarsi un alleato forte in Europa (mesi fa si pensava a un fantomatico partner austriaco, ma in realtà il vero obiettivo potrebbe essere una specie di inciucio con gli spagnoli del Bbva, l’azionista straniero di Bnl).
    A Roma si preferirebbero probabilmente altre strade, per esempio un sostegno a Unipol attraverso la catena di controllo della compagnia. Ma se sotto la pressione delle inchieste giudiziarie l’operazione Unipol dovesse fallire, si riaprirebbbero tutti i giochi. A favore di un accordo tra Mps e BBva ci sarebbe un main sponsor, Franco Bassanini, senatore diessino eletto a Siena, ma soprattutto in ottimi rapporti con la Margherita. Tanto che alcuni pensano che se l’accordo Bbva-Mps andasse in porto, Bnl sarebbe il primo organo bancario del partito democratico in gestazione. Alcuni osservatori, però, fanno notare che se Unipol-Bnl dovesse saltare potrebbe succedere di tutto, persino un recupero dell’ipotesi Capitalia, che potrebbe essere interessata a sfruttare l’occasione:
    “Magari – nota un banchiere milanese – con Bbva che rileva la quota di Abn nella banca di Matteo Arpe e Cesare Geronzi”.

    Tra i movimenti della procura milanese
    Ma certo gli sviluppi della situazione dipendono in parte da quello che faranno i pm milanesi. Anticipazioni di stampa hanno preconizzato provvedimenti estremi. Ipotesi che segnerebbe inevitabilmente il dibattito politico preelettorale. E che assesterebbe un colpo durissimo ai Ds, in teoria a vantaggio della Margherita.
    Il partito di Francesco Rutelli (e Romano Prodi) sta assistendo alle difficoltà dei diessini con compassata freddezza, pronto a passare all’incasso una volta che la situazione dovesse precipitare. Rutelli non ha mai avuto un rapporto idilliaco con il mondo industriale, anzi.
    Molti rappresentanti di Confindustria ricordano ancora un intervento al convegno di Parma 2001 (quello del fidanzamento tra Antonio D’Amato e Silvio Berlusconi), al termine del quale Rutelli portò a casa solo dieci secondi di applausi.
    Da allora molte cose sono cambiate. Enrico Letta ha speso questi anni nel tentativo di accreditare il partito come un interlocutore valido per il mondo industriale e la transumanza di voti (e uomini) da Forza Italia alla Margherita, evidenziata nelle ultime elezioni, gli ha reso il lavoro molto più agevole. Secondo alcuni osservatori, le conseguenze del caso Unipol (se dovesse finir male) peserebbero anche sulla corsa al Quirinale. Ne uscirebbe indebolito Massimo D’Alema, sarebbe più forte l’opzione Giuliano Amato, le cui chances crescono –nel caso in cui dovesse vincere il centrosinistra – anche grazie a un buon rapporto con il Cav. e con Giulio Tremonti.

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