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    SENATORE di POL
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    Predefinito La Stagnazione dell'Europa

    Il DECLINO FRANCESE

    dal sito di EMPORION

    " Francia
    Altro che grandeur, qui siamo al declino

    di Pascal Bruckner

    La Francia di oggi è caratterizzata da un conservatorismo che adotta il linguaggio della rivoluzione. Dai partiti di estrema destra a José Bové, tutti coloro che non vogliono minimamente modificare lo stato attuale delle cose, tutti i partigiani dell’immobilismo, attingono dalla retorica del movimento. Come il fascismo contemporaneo è antifascista nella sua oratoria e sostiene di lottare contro la peste dell’estremismo di destra – basti considerare l’Eta basca, Milosevic o la maggior parte dei nazionalisti corsi –, così questo neo-bolscevismo reazionario, piuttosto sconcertante a prima vista, mostra più di ogni altra cosa un odio feroce per il progresso, un vero e proprio terrore di fronte all’avanzare della storia di cui ancora non conosciamo appieno la misura. Contrariamente ai nordamericani, che continuano a voler colonizzare quello sfuggente territorio che è il futuro, i francesi sembrano aver completamente perso la fiducia nei poteri del tempo, che, da fattore fecondatore, in grado di migliorare ed arricchire, si è trasformato in vettore di degradazione, capace di sconvolgere, minacciare le posizioni acquisite. Ogni innovazione viene accolta con diffidenza, come se recasse in sé il marchio del diavolo.

    Due avvenimenti illustrano questa mentalità meglio di mille discorsi. La reazione francese alla seconda guerra del Golfo è andata ben oltre una professione di fede pacifista, di per sé del tutto legittima. Il clima di isteria che si è impossessato del paese, la quantità impressionante di insulti rivolti a George W. Bush, paragonato, di volta in volta, e dalle menti più brillanti, a bin Laden, a Saddam Hussein, a Stalin e a Hitler, ha lasciato intendere che Washington, mobilitatasi contro Baghdad, fosse un Terzo Reich deciso a cancellare dalla carta geografica la pacifica Svizzera. L’apocalisse incombeva: senza alcun dubbio eravamo alla vigilia della quarta guerra mondiale. In poche parole, la Francia, soprattutto per quanto riguarda le sue élite intellettuali, ha reagito in modo decisamente eccessivo con un’unanimità di opinioni raramente verificatasi in passato: come se il crimine principale degli americani fosse quello di voler demolire lo status quo in Medio Oriente, modificando il modello mentale in cui abbiamo richiuso questa regione ed il mondo arabo-musulmano nel suo insieme.



    Sentirsi sminuiti

    La Francia, maestra ormai da mezzo secolo nell’arte di sopravvalutarsi, si trova oggi a doversi brutalmente confrontare con una realtà che mal sopporta: la sua importanza sul piano internazionale è diminuita. E’ come se il paese transalpino, in passato faro di civiltà per il mondo intero, nazione illuminata e patria degli illuministi, si fosse improvvisamente reso conto di essere ormai tagliato fuori e di non poter più stabilire le regole del gioco planetario. Qualcosa gli è sfuggito: è invecchiato senza rigenerarsi. I francesi vivono di glorie passate come quelle vecchie famiglie rovinate che si rifiutano di ammettere lo sperpero del loro patrimonio. Accumulano una vanità senza eguali, legata al ricordo della Rivoluzione e dell’Impero, con una mancanza di fiducia tipica delle nazioni indebolite. Decisamente, è il peggiore dei casi: alla Francia manca quella fierezza di sé così lampante in America, senza la quale non si compie niente di grandioso (quello francese è un popolo di dileggiatori più che di imprenditori), e quella curiosità verso gli altri che è segno di modestia ed intelligenza. Da qui nasce una duplice tentazione: voler addottrinare il mondo intero e dare alle proprie debolezze l’apparenza di una scienza superiore. E da qui derivano anche l’uso smodato di capri espiatori e la consuetudine di far ricadere la colpa sugli altri, di accusare Bruxelles, gli Stati Uniti, la “mondializzazione”, il neo-liberalismo di tutti i mali che ci affliggono.



    Un’emigrazione volontaria

    Ultimo punto: i francesi, forse per la prima volta nella loro storia, iniziano ad emigrare volontariamente. Innanzitutto per motivi economici: mancanza di opportunità sul territorio nazionale, situazione sinistrata della ricerca di un impiego, carico fiscale insostenibile inducono i giovani più brillanti a partire per Londra, New York, Bruxelles, San Francisco, mete dalle quali certamente non ritorneranno senza forti incentivi materiali ed allettanti prospettive di carriera. Buona parte del capitale intellettuale del paese si dilegua in questo modo. Ma ci sono anche ragioni politiche: parlano di lasciare la Francia, per stabilirsi in Israele o negli Stati Uniti, numerosi ebrei francesi, scioccati dalle sevizie e dagli insulti con cui i magrebini li tormentano nelle scuole e per le strade. Senza voler drammatizzare all’eccesso un fenomeno che ha poco a che vedere con gli avvenimenti degli anni Trenta, si tratta comunque di un fatto emblematico: ogni qual volta attraversa un momento critico della sua storia o si trova in difficoltà con la propria identità, la Francia se la prende con i suoi ebrei, sebbene oggi questo accada attraverso lo specchio deformante del conflitto israelo-palestinese. La scandalosa apatia della sinistra in occasione degli incendi alle sinagoghe e delle aggressioni antisemite del 2000 e del 2001 è stata, per fortuna, sostituita dall’atteggiamento più offensivo del nuovo governo. Tuttavia non basteranno semplici operazioni di polizia a ristabilire la serenità e l’armonia tra comunità infiammate dalla propaganda del Fronte nazionale, che è riuscito ad istillare la giudeofobia in molti immigrati nordafricani e il razzismo antiarabo in buona parte degli ebrei. E’ anche vero, però, che se un giorno, come teme Jacques Attali, le elezioni presidenziali dovessero contrapporre Marine le Pen e Olivier Besancenot, eredi proclamati dei due totalitarismi del Ventesimo secolo, per molti francesi l’esilio diventerebbe l’unica scelta possibile. Grazie a Dio, non siamo a questo punto!



    Perplessità

    Non esiste posto migliore in cui vivere di un paese in declino, quando la vitalità smorzata di un popolo raddoppia la dolcezza delle sue tradizioni. Anche se dovesse precipitare, la Francia rimarrebbe pur sempre ciò che in parte è già: un magnifico museo ed un’impareggiabile meta turistica per villeggianti agiati. In altre parole, un terzo mondo di lusso. Ma come fare a rassegnarsi ad un destino del genere? Caratteristica delle grandi nazioni è di commettere errori e di superarli, uscendone ancora più grandi. Non esistono basi sulle quali affermare che l’attuale declino francese, del resto comune a tutta Europa, sia il segno di una decadenza irreversibile o rappresenti il preludio di una metamorfosi solo vagamente intuibile al momento attuale. Combattere le proprie fragilità significa innanzitutto riconoscerle, accettare l’esattezza, se non addirittura la crudeltà, di una diagnosi che costituisce l’unica opportunità di ripresa della nazione. La Francia è un paese lirico: quando cade, cade anche nell’enfasi, nello sproloquio, riempiendosi la bocca di belle parole sulla propria grandezza, sulla sua missione universale. Queste impennate retoriche non sono altro che semplici coprimiserie: non si è mai parlato tanto dell’ascendente della Francia come da quando è iniziato il suo declino. Ecco perché, in un momento in cui la sinistra ufficiale rifiuta di aggiornarsi e si cimenta in gare di demagogia, la situazione ci obbliga a sostenere l’attuale governo, per quanto titubante esso possa mostrarsi e a prescindere dall’opinione personale sulle sue scelte in fatto di politica estera, che lo vedono allontanarsi dall’atlantismo per corteggiare l’autocrate Putin. Se in Francia si dovesse verificare un cambiamento positivo, sarà opera di questa formazione e di nessun’altra. E’ lecito, ahimè, essere perplessi, ma non è permesso accontentarsi di belle parole.



    (traduzione dal francese di Sarah del Meglio)

    - Commentaire e, per l’Italia, Ideazione. Estratto dal numero 1/2004 della rivista Ideazione dove è stato pubblicato con il titolo originario “Considerazioni sul declino francese”.
    "
    http://www.enel.it/magazine/emporion/

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  2. #2
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    " Germania
    La locomotiva non corre più

    di Pierluigi Mennitti

    Alla fine, dopo numeri e numeri inutilmente dedicati a evidenziare la crisi strutturale dell’economia tedesca, il settimanale Der Spiegel, bibbia incontrastata dell’intellighenzia socialdemocratica, ha rifilato ai suoi lettori – tra i quali non manca mai il cancelliere Gerhard Schröder – una copertina choc: su uno sfondo istituzionale rosso porpora ha ripreso pari pari i caratteri storici della testata per comporre una parola di otto lettere: Reformen. Come dire: da qui non si scappa, o si riforma il sistema o si muore. Il governo ha avuto alla fine dello scorso anno un piccolo sussulto: tagli ai sussidi dei disoccupati, accordo bipartisan fra maggioranza e opposizione sul varo del travagliato Reformpaket, un complesso di tagli fiscali e riforme al welfare. Poi più nulla. E oggi il Cancelliere vive l’ennesimo momento travagliato del suo secondo mandato che coincide con un’interminabile stagione di declino.

    Le cifre dell’economia restano sullo sfondo con la loro crudezza. Ce ne occupammo oltre due anni fa (Emporion, febbraio 2002) snocciolando i segni meno al fianco dei tanti settori trainanti del comparto industriale tedesco. Di quei segni meno, nessuno s’è tramutato in valori positivi. La disoccupazione coinvolge ancora oltre 4 milioni di cittadini, la ripresa dell’export è limitata dall’euro forte e dal costo del lavoro troppo alto che appesantisce i costi dei prodotti tedeschi. La salvezza arriverà solo da un intenso piano di riforme strutturali che il governo aveva pure avviato ma che poi si sono arenate per le ripetute bocciature elettorali: i votanti dell’Spd non gradiscono le riforme del cancelliere. La verità è che le crisi economiche possono essere cicliche e passeggere, il declino della Germania è invece inscritto nel dna del suo modello economico-sociale: quel Modell-Deutschland passato alla storia come capitalismo renano fatto di crescita lenta ma costante, concertazione nelle decisioni industriali, assistenzialismo diffuso ed efficiente, pace sociale.

    Un modello che non regge la concorrenza delle aggressive e dinamiche economie globalizzate del ventunesimo secolo. L’Europa sognava di strutturare il proprio sistema economico attorno al modello sociale di mercato tedesco. Riteneva di aver trovato la terza via dorata fra le frenesie del turbo-capitalismo americano e le rigidità dei sistemi statalisti. Ma l’ascesa delle giovani tigri asiatiche, il peso crescente di due giganti mondiali come Russia e soprattutto Cina, le sorprendenti performance degli ex parenti poveri dell’Est europeo hanno rimesso in dubbio l’essenza stessa del progetto europeo basato sul Modell-Deutschland. La Germania deve subire l’onta dei richiami della Commissione di Bruxelles per aver sforato il tetto del 3 per cento di deficit del Pil; richiede deroghe a quel patto di stabilità che con sicumera aveva voluto fissare quando furono stabiliti i criteri che portarono all’adozione dell’euro; deve affidarsi ai bizantinismi dell’Ecofin per schivare le multe dell’Ue. Un esercizio di equilibrismo che il cancelliere compie con disinvoltura non apprezzata dal suo elettorato che nelle rigidità dell’economia ha sempre visto (forse a torto) un binario sicuro per non deragliare. L’asse franco-tedesco è stato per cinquant’anni il motore dell’Europa: oggi risulta ingrippato. Ne soffre l’intero continente che non è riuscito a trovare un’alternativa altrettanto solida.

    Al declino economico, in Germania si somma una perdita di ruolo geopolitico che ha dell’incredibile. Perché essa non è dovuta ai rivolgimenti epocali che hanno scombinato gli equilibri della Guerra Fredda, come è accaduto per la Francia, ma all’insipienza strategica che muove la politica estera dell’esecutivo. In sei anni la Germania è stata ricacciata au bout de l’Europe, al fondo del continente, proprio mentre tutte le condizioni l’avrebbero dovuta spingere a svolgere il ruolo di pivot della riunificazione. All’indomani del crollo del muro di Berlino sembrò aprirsi per l’Europa un inevitabile destino tedesco. Per contenere e guidare questo processo, che alla memoria di tanti europei faceva balenare inquietudini legate alle tragiche esperienze del Novecento, i leader degli altri paesi occidentali accelerarono l’unificazione europea, imbrigliarono il marco nella rete monetaria che avrebbe prodotto l’euro, fecero in modo che la riunificazione tedesca e l’inevitabile Drang nach Osten della Germania coinvolgesse tutto l’apparato della Vecchia Europa.

    La Germania di Schröder ha invece smarrito questa missione, l’ha ripudiata, rinunciando di fatto a percorrere l’unica strada che avrebbe dotato il suo paese e l’Europa tutta di un ruolo strategico nel mondo globalizzato. Il ritrovato asse franco-tedesco ripropone, in uno scenario del tutto mutato, la vecchia dicotomia degli anni della Guerra Fredda: leadership economica alla Germania e leadership politica alla Francia. Ma attorno tutto è cambiato. Le giovani democrazie dell’Europa centro-orientale si sono trovate spiazzate dal vuoto che improvvisamente si è aperto ad Ovest. Non hanno più trovato ad attenderle una Germania consapevole del proprio ruolo storico ma un paese dubbioso e distratto che si è rifugiato nel mito conservatore della Framania (la versione aggiornata dell’Europa carolingia). Oggi questo vuoto, economico e geopolitico, pesa su tutta l’Europa. Non occorre molto altro per spiegare la crisi di un continente.

    pmennitti@hotmail.com
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  3. #3
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    " Italia
    Il rischio di perdere la sfida competitiva

    di Giuseppe Pennisi

    L’utopia – scrive il premio Nobel V.S. Naipaul – è il peggio dell’uomo. Guai a farsi troppe illusioni rispetto ai segni di ripresa suggeriti dai dati Istat sulla crescita italiana del Pil nel primo trimestre – un fragile e traballante 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2003 – e su quelli non molto più esaltanti (lo 0,6%) pubblicati per l’insieme dall’area dell’euro. Tra i paesi europei di grandi dimensioni solo la Gran Bretagna (che ha scelto di restare fuori dalla moneta unica) segna un tasso di aumento del Pil relativamente sostenuto (il 3% negli ultimi 12 mesi). Le prospettive non sono incoraggianti: nell’ultima tornata di previsioni econometriche, diramata il 21 maggio, i 20 maggiori istituti di ricerca macro-economica applicata (tutti privati, neanche uno italiano) indicano che quest’anno l’area dell’euro crescerà appena dell’1,2% e la Gran Bretagna del 3,2, mentre Stati Uniti e Canada trotteranno a tassi attorno al 4% l’anno ed il bacino del Pacifico galopperà verso il 7% l’anno. Nel 2005, per l’area dell’euro si prevede una crescita ancora esangue (1,6%) rispetto al 2,7% della Gran Bretagna, al 5% del Nord America ed al 6% dell’Asia (in seguito alla strategia di rallentamento attuata dalla Cina al fine di calmierare le tensioni inflazionistiche).

    Dunque, il ciclo economico internazionale è in pieno slancio. Dopo un rallentamento nel 2002, l’export mondiale sta crescendo a tassi annui del 7-8%, trainato dall’espansione delle economie del Nord America e dell’Estremo Oriente. Per l’area dell’euro e, in particolare, per l’Italia, il nodo di fondo non è tanto come stimolare una crescita “endogena”, ossia dall’interno, ma come agganciarsi al veloce carro degli altri. Le esportazioni italiane hanno subito una flessione del 3,9% nel 2003; stanno ora aumentando del 2,8% ed i modelli econometrici parlano di un incremento del 5,5% l’anno prossimo, un’espansione inferiore a quella mondiale e, quindi, foriera di ulteriore perdita di quote di mercato. Se non ci agganciamo adesso al ciclo mondiale, rischiamo di farlo quando il ciclo mondiale non è più espansivo e di perdere l’autobus per sempre. A prezzi costanti del 1995, la quota dell’Italia sul commercio mondiale è passata dal 4% nel 1997 al 3,2% del 2003 e nel 2004 farà fatica a sfiorare il 3%. Negli ultimi anni sette anni, la quota di mercato mondiale della Francia è rimasta stabile e quella della Germania è addirittura cresciuta. Sotto il profilo merceologico il colpo non riguarda solo i settori tradizionali ma anche l’elettronica e nicchie in cui proprio l’Italia vanta, o vantava, una leadership di settore: tra il 2002 ed il 2003, ad esempio, l’export italiano di beni delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione si è contratto del 13%. I maggiori paesi dell’area dell’euro stanno rivedendo le loro politiche strutturali per rimettere al passo la crescita delle loro economie. Francia e Germania puntano su un riordino dello Stato sociale e su una manovra di finanza pubblica moderatamente espansionista. Nel nostro paese, si conta sulla rimodulazione delle aliquote dell’imposta sul reddito per dare la scossa all’economia italiana.

    Soffermiamo l’attenzione sul “caso Italia” (in quanto a noi più vicino) e sulla questione al centro del dibattito politico: è meglio favorire le fasce a tenore di vita più basso o quelle a tenore di vita più alto oppure tutto nello stesso modo? Guardando alle due fonti primarie di dati: l’indagine biennale della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie e l’inchiesta annuale Istat sui consumi degli italiani. La prima ha serie omogenee dalla metà degli anni Settanta e mostra un andamento ad U della disuguaglianza per il periodo 1977-2000: sino alla metà degli Ottanta, le disuguaglianze si sono ridotte per riprendere successivamente ad ampliarsi.

    L’indagine Istat è stata profondamente ristrutturata nel 1997; quindi, se ne possono raffrontare solo sei anni. Dai quali si evince che: a) la spesa media delle famiglie è diminuita di tre punti percentuali in termini reali; b) la spesa di beni alimentari resta, con qualche fluttuazione, attorno al 19% del reddito, mentre quella in tempo libero ed istruzione si contrae del 7%; c) il reddito lordo dei lavoratori dipendenti è cresciuto solo dello 0,8% l’anno e quello degli autonomi ancora di meno (attorno allo 0,6% l’anno). In questo quadro, una riduzione delle aliquote dell’imposta sui redditi tale da privilegiare le fasce basse e medie potrebbe riequilibrare una distribuzione dei redditi, che da circa quattro lustri peggiora, e sostenere l’aumento dei consumi già in corso. Ma non inciderebbe sulla competitività: potrebbe, anzi, accelerare l’import (sta aumentando del 2,6% nel 2004 e le stime sono di un aumento del 6,6% per il 2005) e aggravare i conti con l’estero dell’Italia. In breve, un riassetto tributario che miri anche alle competitività deve, da un lato, operare anche sull’Irap, non solo sull’Ire, per ridurre i costi di impresa e, dall’altro, prendere il bisturi, non l’ascia, per ridurre la spesa senza contenere gli incentivi all’innovazione ed alla ricerca. Occorre, poi, accelerare le misure per la promozione del “made in Italy” in discussione in queste settimane in Parlamento.



    gipennisi@agora.it
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    Saluti liberali

  4. #4
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    Politica estera
    In ordine sparso verso le sfide del nuovo secolo
    intervista a Massimo Teodori di Marta Brachini



    L’Europa si regge sostanzialmente su un’unione di carattere economico e monetario. A fatica cerca ora di darsi un’identità politica costituzionale comune. Se è possibile essere ottimisti riguardo la possibilità che questi due pilastri si consolidino nel tempo, ciò non vale certo per un terzo e non meno rilevante aspetto. Il terzo pilastro, ovvero il ruolo internazionale del nuovo soggetto politico Unione Europea, resta tuttora eclissato dietro un’immagine di grave disunione in politica estera. Ne parliamo con il professor Massimo Teodori, ordinario di Storia degli Stati Uniti alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Perugia, autore del libro “L’Europa non è l’America. L’Occidente di fronte al terrorismo” appena uscito per Mondadori.



    Professore, quali sono a suo avviso i motivi dell’incapacità dell’Europa a realizzare una politica estera unitaria di fronte alla situazione irachena?



    L’incapacità europea di intraprendere una politica estera comune dipende dal carattere originario dell’Europa unita stessa. Dipende dal fatto di non avere una identità politica, di non avere un assetto costituzionale unitario, di non volere una forte leadership. Ma soprattutto di non avere un’anima, cioè una missione da compiere intorno a cui 400 milioni di europei possano riconoscersi.



    Cosa intende quando scrive che il Trattato costituzionale europeo, tuttora in discussione, si fonda su un “falso principio democratico”?



    Non c’è nessuna istituzione europea prevista dal Trattato costituzionale con effettivi poteri politici, come quelli della Commissione e del Consiglio, che sia investita direttamente dal voto popolare. L’unico organismo eletto a suffragio diretto è il Parlamento europeo che tuttavia non ha sostanziali poteri legislativi né esecutivi.



    Esistono oggi i presupposti per la formazione di una forte identità europea?



    I presupposti esistono, ma tutt’ora permangono con forza le identificazioni dei popoli europei con i rispettivi Stati. Forse dovrà passare molto tempo perché il comune sentimento economico che lega gli europei possa trasformarsi in un sentimento basato sul riconoscimento di una “superpatria” comune. Se si svilupperà la coscienza del pericolo di un nemico terrorista probabilmente i popoli e gli Stati europei saranno costretti ad unirsi maggiormente contro la minaccia esterna.



    L’Europa, a differenza dell’America, si trascina dietro un passato pesante che non riesce a metabolizzare.



    Il passato che gli Stati europei si trascinano dietro è rappresentato dalle singole storie nazionali che negli ultimi due secoli hanno dato tragicamente vita ai nazionalismi e a due guerre mondiali.



    Che cosa è cambiato nei rapporti transatlantici dopo l’attentato dell’ 11 marzo a Madrid?



    C’è una differente percezione della minaccia del terrorismo islamico. Ma a differenza degli Stati Uniti, che hanno mostrato dopo l’11 settembre una ipersensibilità al terrorismo, l’Europa non ha avvertito la stessa esigenza. Per gli americani la difesa della democrazia e della libertà può richiedere l’uso della forza alla quale l’intero paese è pronto. Per gli europei, invece, la guerra o comunque l’uso della forza sono stati messi nell’archivio della memoria, probabilmente perché in passato ne hanno subito le molte e tragiche conseguenze sul proprio terreno.





    mamuska17@libero.it
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    Saluti liberali

  5. #5
    Golia
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    In origine postato da Pieffebi
    " Italia
    Il rischio di perdere la sfida competitiva

    di Giuseppe Pennisi
    gipennisi@agora.it
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    Saluti liberali
    Il rischio di perdere in competitività è un rischio che non abbiamo mai corso e che di certo non corriamo con Berlusconi.

    Questa sinistra ha purtroppo la tendenza a voler tutto e subito: risanamento finanziario, diminuzione delle tasse e ripresa economica.

    Il Presidente Berlusconi ha chiarito a più riprese che solo tra dieci anni potremo dare un giudizio compiuto sull'operato di questo governo.

    Si tratta quindi di portare un minimo di pazienza e di aspettare il 2014.

    Saluti moderati.

  6. #6
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    aspetta e spera......


    dal sito di Emporion

    " Allargamento
    “I molti dubbi sull’Europa”

    intervista a Ernesto Galli della Loggia di Cristiana Vivenzio

    Quale sarà il futuro dell’Europa? E’ questo l’interrogativo che risuona nelle orecchie e nelle parole di molti osservatori e commentatori in questi giorni. A poco più di un mese dalla nascita di un’Unione a venticinque e alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, l’opinione pubblica si interroga su che cosa realmente rappresenterà l’Ue in versione allargata. E soprattutto su quali basi costruirà la propria identità. “Più che di interrogativi, mi sembra che ad emergere in questi giorni siano stati diversi dubbi sull’Europa”, afferma Ernesto Galli della Loggia, ordinario di storia contemporanea a Perugia e oggi direttore della rivista Global Fp.


    Dubbi di che tipo, professore?

    Prima di tutto: nel momento in cui molti sottolineano e auspicano la necessità di una costruzione politica europea, da realizzare attraverso un processo costituzionale compiuto, siamo davvero sicuri che esista una sufficiente omogeneità di culture politiche perché essa sia realmente realizzabile? L’Europa dell’Est è molto distante da quella dell’Ovest, soprattutto per tradizioni politiche. E’ vero che si è convertita alla democrazia, ma lo ha fatto in odio al totalitarismo sovietico. In quei paesi, però, vi è una forte, fortissima cultura dello Stato nazionale, che è nata proprio in contrapposizione alla cultura sovietica, e che non si concilia facilmente – almeno così mi pare di poter affermare – con l’aspirazione sovranazionale di un’istituzione come quella europea. Questi sono paesi, poi, che mostrano un legame fortissimo con gli Stati Uniti, proprio perché lo ritengono l’unico paese che si sia contrapposto ai russi e in qualche modo gli sono tributari.



    A proposito del rapporto Europa-Stati Uniti: si può considerare un dilemma per l’Unione?

    Credo che questo aspetto ponga ancora un altro problema all’Europa, un altro “dubbio”. Del resto, era facile andare d’accordo finché c’era la Unione Sovietica, ma dalla caduta del muro mi sembra che gli europei abbiano rimesso in discussione completamente tale rapporto.



    Altri “dubbi”?

    Uno a mio avviso piuttosto significativo. Le culture politiche dell’Europa finora si sono basate sul fortissimo spazio dato alla politica di assistenzialismo sociale. Oggi però tutti sono d’accordo nel sostenere che finché rimarrà il fardello fiscale l’Europa non riuscirà mai a riaversi dalla crisi economica. Ma le classi politiche europee hanno proprio costruito il loro consenso sul welfare, nel momento in cui dovranno farne a meno che cosa succederà? E ancora un altro dubbio: come si fa ad immaginare una democrazia che funziona non attraverso gli organi democratici ma attraverso gli organi di governo? Tutti pensano che il consenso alla costruzione europea debba necessariamente passare attraverso i governi: la sovranità nazionale viene ceduta dai governi all’Unione. Ma certo, mi sembra una forma bizzarra di democrazia.



    Molti ritengono che si andrà avanti con il processo di costruzione europea perché ormai non è più possibile tornare indietro, le che ne pensa?

    La nostra generazione è stata testimone di un evento come la disgregazione dell’Unione Sovietica, e nessuno immaginava appena pochi anni prima che sarebbe accaduto. Se Leningrado è ritornata a chiamarsi San Pietroburgo credo che tutto possa succedere…



    vivenzio@ideazione.com
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    Saluti liberali

  7. #7
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    dal quotidiano di Confindustria

    " Il Sole 24 ore del 08/06/2004


    --------------------------------------------------------------------------------
    Depressione dei consumi, bassi livelli di produttività e occupazione: Joachim Almunia, commissario Ue agli affari economici e monetari, indica le cuse della persistente debolezza economica europea

    «Leadership più forte per l'Unione»
    Adriana Cerretelli
    --------------------------------------------------------------------------------

    SAVANNAH - " Abbiamo bisogno di riforme e di fiducia, quindi di leadership politica molto più che di denaro pubblico ", avverte Joachim Almunia, il neo-commissario Ue agli Affari economici e monetari. Reduce dalla riunione dei ministri finanziari del G-7, alla vigilia del summit di Sea Island, Almunia enumera i gravi malanni all'origine della debolezza dell'economia europea rispetto ai competitori globali. Che si riassumono nella depressione dei consumi, dei bassi livelli di produttività e occupazione. Quindi di competitività.
    Forse mai come a questo vertice del G-8 l'Europa si presenta in posizione di grande debolezza politica ed economica. Il divario con gli Usa si accresce, la ripresa c'è ma sarà quest'anno meno della metà di quella americana e molto inferiore a quella giapponese, caro-petrolio permettendo . La globalizzazione dell'economia fa male all'Europa?
    È vero, l'economia europea oggi è debole. Se si mette a confronto la nostra crescita, attesa nell' 1,7%, con il 4% e oltre di Stati Uniti, Cina e India, per non parlare del 3,4%. del Giappone, non c'è dubbio che oggi siamo l'economia più debole del mondo . Però le nostre prospettive non sono cattive.
    Quanto buone sono secondo lei?
    Ci aspettiamo che la ripresa in corso si consolidi. E che il rilancio, attualmente trainato da export e investimenti, si ritrovi presto carburato dai consumi. Anche se la dinamica dei prezzi petroliferi non aiuta. Speriamo che le ultimi decisioni Opec bastino a calmierare il mercato.
    Tutto sommato quindi è ottimista?
    Non ad occhi chiusi. Dobbiamo attuare al più presto il processo di Lisbona, coniugare le riforme strutturali con politiche macro-economiche sane e consolidamento dei conti pubblici per affrontare le sfide del futuro, cioè invecchiamento della popolazione e recupero di competitività con massicci investimenti in formazione e innovazione tecnologica . Non basta.
    Che altro?
    Abbiamo bisogno di un'Europa politicamente più forte. Con l'allargamento a 10 nuovi Paesi siamo diventati la più grossa regione economica del mondo con enormi possibilità se riusciremo a centrare la scommessa del. integrazione. Per questo spero che al vertice del 17-18 giugno avremo l'accordo sulla Costituzione.
    Tornando all'economia, non teme che l'euro forte rappresenti un handicap per una ripresa tirata dall'export?
    Se non avessimo l'euro forte soffriremmo molto di più per il caro petrolio. Senza contare che l'euro ci garantisce la stabilità dei cambi. Agli attuali livelli rispetto al dollaro non fa male alle esportazioni.
    In Italia però non tutti la pensano come lei, anzi...
    I nostri problemi oggi sono altri.
    Quali?
    Sono i consumatori riluttanti a spendere in Germania, Francia e Italia. Il problema è come incentivarli senza mettere in difficoltà i bilanci pubblici. È una questione di fiducia, di chiarezza sulle riforme da fare e anche di leadership per spiegare alla gente perché bisogna farle affrontando cambiamenti nel nostro modo di vivere. Oggi in Europa abbiamo bisogno-di leadership politica molto più che di denaro pubblico.
    Rilanciare i consumi, lei dice. Poi?
    Il problema, ripeto, non è l'export ma l'aumento della nostra competitività. L'ultimo rapporto dell'Fmi afferma che la principale ragione del nostro divario con gli Usa deriva dai nostri livelli di occupazione molto bassi.
    Non e d'accordo con l'analisi dell'Fmi?
    Penso che l'Europa negli ultimi 20 anni ha anche perso la battaglia della produttività con gli Usa. Sono le nuove tecnologie che aumentano la produttività. Noi abbiamo bisogno di più istruzione e formazione, di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, di un miglior funzionamento del mercato europeo per poter utilizzare in modo più efficiente le nuove tecnologie.
    Quindi anche del ricorso alla golden rule, della sottrazione di questo tipo di -investimenti dal calcolo del deficit?
    La golden rule pub essere una cosa buona in certe situazioni e in certi Paesi. Gran Bretagna e Germania la usano e bene. Però non penso che sia possibile fare lo stesso in Europa.
    Perché no?
    Perché la golden rule scatenerebbe infinite discussioni teologiche su quali spese includere o escludere dal calcolo. Diventerebbe un incentivo alla finanza creativa. Molto meglio puntare su regole europee chiare.
    Per esempio?
    Accelerare il consolidamento delle finanze pubbliche quando l'economia va bene per avere più spazi di manovra per stabilizzare l'economia quando il ciclo si inverte. A ogni Paese il compito di decidere il mix tra investimenti e spese sociali.
    A quando la revisione del patto di stabilità?
    Il patto è necessario, tant'è vero che verrà incluso nella Costituzione. Però. negli ultimi 5-6 anni abbiamo imparato molto dalla sua applicazione concreta. Quindi?
    In attesa della sentenza della Corte di Giustizia, stiamo studiando come rafforzare la credibilità della disciplina di bilancio, come raggiungere il consenso su una serie di adattamenti del patto. Per esempio quali legami stabilire tra disciplina di bilancio da un lato e crescita economica, coesione sociale e competitività dall'altro . Come attuare insieme riforme di Lisbona e disciplina di bilancio.
    L'Europa al G-8 è impersonato dai suoi 4 Grandi che, chi più chi meno, non rispettano il patto. Un buon biglietto da visita sulla scena globale?
    Apprezzo le riforme nelle quali i Grandi si sono impegnati. Spero che presto daranno risultati positivi.
    Anche nel caso dell'Italia il suo giudizio sulle riforme è positivo?
    Nessuno è perfetto, tutti devono fare di più per attuare le riforme di Lisbona ma io sono ottimista.
    Non trova un po' paradossale l'attuale divario con gli Usa quando i fondamentali europei sono migliori?
    Abbiamo buone condizioni economico-finanziarie, il deficit medio è sotto il 3%, le pressioni inflazionistiche sotto controllo. Rispetto agli Usa però ci manca la domanda.
    Potrebbe aiutare a stimolarla un ribasso dei tassi?
    No, oggi non è una questione di politica monetaria perché non c'è stretta. Il fatto è che la gente preferisce risparmiare invece che spendere. Gli Usa hanno il problema opposto: vivono sopra le loro possibilità perché il mondo finanzia la loro crescita.
    Con il Giappone che torna a ruggire dopo un decennio di recessione, la Cina che impazza, l'India che le va dietro teme che l'Europa abbia perso la partita della globalizzazione?
    L'Europa è stata creata per garantire la pace tra Francia e Germania. Però ci fornisce ottimi strumenti per cavalcare la globalizzazione. Peccato che gli Stati siano stati finora molto timidi a usarli. Siamo incapaci di parlare, per questioni di interessi nazionali, con una sola voce all'Onu e all'Fmi nonostante l'euro. Per questo spesso è difficile capire che cosa dica l'Europa. Spero che la Costituzione possa cambiare le cose.
    Davvero? Dopo l'allargamento in Francia e Germania si è tornati a parlare di "campioni nazionali", a mostrare istinti protezionisti su aiuti di Stato e fiscalità....
    Dovremmo renderci conto che oggi si deve competere non con l'Estonia ma con la Cina. E per vincere abbiamo bisogno di strategia comuni a 25, non di guerre intestine
    "

    Saluti liberali

  8. #8
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    Predefinito

    dal quotidiano IL GIORNALE


    " il Giornale del 11/06/2004


    --------------------------------------------------------------------------------

    L'economia italiana torna a crescere
    Aumentano produzione, investimenti e consumi. La Bce e l'Istat: la ripresa si rafforzerà nel 2005
    Antonio Signorini
    --------------------------------------------------------------------------------

    In Europa l'economia rialza la testa e anche in Italia si riaccendono i motori della produzione, soprattutto grazie alle famiglie che consumano di più e agli investitori che sono tornati sui mercati. A documentare quella che potrebbe essere l'attesa inversione di tendenza dopo un lungo periodo di risultati al limite della recessione in tutto il Vecchio continente sono stati la Banca centrale europea e l'Istat. L'autorità monetaria di Francoforte nel bollettino di giugno ha richiamato gli Stati di Eurolandia a un maggiore rigore sui conti pubblici e ha rinnovato l'invito a fare le riforme. La Bce ha però anche previsto che la ripresa, della quale già ci sono precisi segnali, si intensificherà nei prossimi trimestri fino a un "più generalizzato e vigoroso rafforzamento nel corso del 2005" che potrebbe essere compromesso solo da un ritorno dell'inflazione per colpa del caro greggio.
    L'Istat ha invece confermato le previsioni di maggio che davano il Pil italiano in ripresa dopo lo stallo di fine 2003 e ha comunicato che nel primo trimestre 2004 la produzione è cresciuta dello 0,4 per cento congiunturale e dello 0,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Dati positivi, secondo il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. La dimostrazione che "solo adesso iniziano alcuni segnali di ripresa" in Europa. In termini congiunturali la crescita è stata dello 0,8 per cento in Francia, dello 0,6 per cento nel Regno Unito e dello 0,4 per cento in Germania. In termini tendenziali a crescere in modo più consistente è stato il Regno Unito con un più 3 per cento, poi la Francia con 1'1,7 per cento. Sotto l'Italia c'è la Germania con una crescita rispetto all'anno scorso dello 0,7 per cento. Nel complesso dell'Eurozona il Pil è cresciuto dello 0,6 per cento rispetto al trimestre precedente e dell'1,3 per cento tendenziale.
    Nel dettaglio, il merito va alla spesa delle famiglie che è aumentata dello 0,8 per cento rispetto all'ultimo trimestre del 2003 e dell'1,6 per cento se confrontata allo stesso periodo dell'anno scorso. In particolare è stata la domanda interna a trascinare il Pil, mentre è calata quella delle pubbliche amministrazioni e anche le esportazioni. Gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 2,5 per cento rispetto al trimestre precedente.
    Le previsioni e i dati sull'Europa "sono buoni, come sono buoni i dati italiani", ha commentato Tremonti. "Crescono la domanda e gli investimenti, scendono le scorte", ha osservato il ministro, ricordando come fuori dall'Europa le cose vadano ancora meglio: "Per l'economia è l'anno migliore negli ultimi quindici: è ottima in America, in Cina e perfino in Giappone. E' l'Europa che è rimasta ferma". La ricetta della Banca centrale europea per fare in modo che la crescita si consolidi è quella delle riforme e di un maggior controllo sui bilanci da parte degli stati, le cui prospettive sono però "deludenti". Nel mirino di Francoforte ci sono molti Paesi. Sei (Germania, Francia, Grecia, Olanda e Portogallo e anche l'Italia) nel 2004 rischiano di superare la soglia del rapporto deficit-Pil del 3 per cento, ma anche Stati più piccoli e fino a oggi virtuosi come Austria e Lussemburgo, secondo l'istituto, non dovrebbero centrare l'obiettivo del "quasi pareggio" di bilancio. In altre parole oltre l'80 per cento del prodotto interno della zona euro potrebbe essere "fuori-legge". In Italia continua a pesare anche il debito pubblico. Secondo Bankitalia a marzo è salito in marzo a 1.440.787 milioni di euro, con un aumento del 2,75 per cento rispetto allo stesso mese del 2003. Si tratta di un aumento che dipende da "fattori stagionali", ha assicurato il sottosegretario all'Economia Giuseppe Vegas, confermando l'ottimismo espresso dal premier Silvio Berlusconi in un'intervista rilanciata a Panorama. "Ciò che appariva incredibile - ha detto il presidente del Consiglio - è diventato realtà: i virtuosi siamo noi".
    "

    Saluti liberali

  9. #9
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    Predefinito i costi sociali della crescita

    [QUOTE]In origine postato da Pieffebi
    [B]dal quotidiano IL GIORNALE


    " [i] il Giornale del 11/06/2004


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    L'economia italiana torna a crescere
    Aumentano produzione, investimenti e consumi. La Bce e l'Istat: la ripresa si rafforzerà nel 2005
    Antonio Signorini
    --------------------------------------------------------------------------------

    In Europa l'economia rialza la testa e anche in Italia si riaccendono i motori della produzione, soprattutto grazie alle famiglie che consumano di più e agli investitori che sono tornati sui mercati.etc-

    Caro PFB,
    non facciamoci illusioni:la questione è semplice da spiegare e difficile da risolvere:
    La teoria del commercio internazionale che andava per la maggiore negli anni 70(Esher-Holin) sostiene che se si consente la libera circolazione globale del capitale e del fattore lavoro si ottimizza l'espansione della crescita,quindi del mercato.
    La questione implicita e sott'intesa vorrebbe che non ci siano impedimenti politici alla circolazione;sappiamo che così non sarà mai nè ci sarà mai quella globalizzazione che gli anti-global combattono strenuamente e pacificamente al modo dei luddisti.
    Inoltre,allo stato dell'arte,teniamo presente che in Italia fra i costi finali del prodotto si scarica l'enorme costo improduttivo delle politiche sindacali che i nostri concorrenti più aggressivi non hanno o hanno in misura compatibile.
    Quindi ci dobbiamo rassegnare per qualche anno a vedere una stagnazione che sarà sempre più stagnante a causa del lievitare dei costi energetici e delle materie prime in generale e dell'incerta situazione politica mondiale.
    La soluzione? Io non la vedo ma auspicherei una meditata protezione del mercato europeo che significa anche dei prezzi perchè senza quelli non si proteggono i salari,Le sinistre non ci hanno ancora spiegato come possono farlo ma sarei contento d'imparare al modo di Socrate.

  10. #10
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    Predefinito

    Il capitalismo europeo (continentale) rispetto ad altri ha diverse debolezze, e quello italiano ne ha ancora di più (anche per il peso ancora gravissimo dell'apparato pubblico in relazione alla sua produttività), quindi......


    Interessante questo articolo tratto dal sito del quotidiano dei vescovi cattolico-romani d'Italia, che ha anche il pregio di indurci tutti a qualche riflessione....

    " Economie europee

    La stretta via tra crescita e conti pubblici



    Giorgio Ferrari

    Sembra che il 2004 finirà con l'essere un anno record per l'economia mondiale: speriamo, sarebbe un vantaggio comune. Da quindici anni non si registravano performance così robuste, tanto che a fine anno la crescita planetaria dovrebbe attestarsi al 4,6% con prospettive quasi identiche (4,4%) per il 2005. Ma se la percentuale mondiale è veicolata da Cina e India, gli Stati Uniti potranno chiudere verosimilmente l'anno in corso con stime analoghe: 4,6%, e un 3,5% nel 2005.
    Non si può viceversa parlare in termini altrettanto trionfali dell'economia europea. Le stime variano da un 1,7% (zona euro) a un 2% (intera Unione) di crescita, la metà o anche un terzo rispetto a Giappone e Stati Uniti. Ma rispetto alla stagnazione di questi ultimi due anni, un dato come quello che si prospetta è già di per sé strabiliante. Al suo interno vi sono a loro volta piccole o grandi realtà che fanno pensare: come quel 7% di incremento trimestrale del Pil registrato in Polonia o quello 0,8% che rappresenta la crescita tendenziale italiana dei primi tre mesi, il che testimonia del fatto che il motore tradizionale della crescita europea si sta spostando dall'Occidente ai Paesi della rinata democrazia.
    Certo, rispetto allo scadenzario dell'Agenda di Lisbona (il progetto è del marzo 2000 e mirava a fare dell'Europa l'economia più dinamica e competitiva del mondo entro il 2010), siamo in evidente ritardo. Le stime dicono che nel 2005 la locomotiva europea riprenderà davvero la sua corsa: 2,3% di crescita per Eurolandia e 2,5% per la Ue, ma nei dieci nuovi Paesi che sono entrati quest'anno la crescita sfiorerà il 4,2%, cioè sarà a livelli americani.
    Se la crescita dunque fa ben sperare, non così il settore dei conti pubblici. Sono ben dodici, come si sa, i Paesi finiti nel mirino di Bruxelles per aver superato la soglia del 3% nel rapporto deficit-Pil fissata dal Patto di stabilità: Germania, Francia, Portogallo, Gran Bretagna, Olanda, Grecia, Cipro, Malta, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Alla lista rischia di aggiungersi - lo sappiamo bene - anche l'Italia, insieme ad Austria e Lussemburgo . Il 5 luglio sapremo infatti se l'Ecofin accoglierà la richiesta della Commissione per un early warning al nostro Paese.
    Sullo sfondo, l'inconciliabile contraddizione fra stabilità dei prezzi e crescita : la Bce si occupa statutariamente dei primi, monitorando la massa monetaria e coltivando un ambiente a inflazione controllabile, anche in presenza - come sta accadendo ora - di un'impennata vistosa dei prezzi dei prodotti petroliferi. Per mantenere prezzi stabili la Bce (quella di Duisenberg, ma ora anche quella di Trichet) ha evitato di agire sui tassi, facendo però mancare il sostegno alla crescita. Ha preferito affidarsi alle politiche di risanamento dei conti pubblici per le quali invoca da sempre drastiche misure strutturali di riforma nei singoli Paesi.
    Ed è con questa dialettica fra crescita e stabilità che l'Europa continua a procedere. Non attendiamoci dunque tassi di sviluppo asiatici né performance americane nel Vecchio continente: semplicemente non le può avere. In cambio ha sanità e assistenza pubbliche che il resto del mondo continua nonostante tutto a invidiarci .
    "


    Saluti liberali

 

 
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