Il DECLINO FRANCESE
dal sito di EMPORION
" Francia
Altro che grandeur, qui siamo al declino
di Pascal Bruckner
La Francia di oggi è caratterizzata da un conservatorismo che adotta il linguaggio della rivoluzione. Dai partiti di estrema destra a José Bové, tutti coloro che non vogliono minimamente modificare lo stato attuale delle cose, tutti i partigiani dell’immobilismo, attingono dalla retorica del movimento. Come il fascismo contemporaneo è antifascista nella sua oratoria e sostiene di lottare contro la peste dell’estremismo di destra – basti considerare l’Eta basca, Milosevic o la maggior parte dei nazionalisti corsi –, così questo neo-bolscevismo reazionario, piuttosto sconcertante a prima vista, mostra più di ogni altra cosa un odio feroce per il progresso, un vero e proprio terrore di fronte all’avanzare della storia di cui ancora non conosciamo appieno la misura. Contrariamente ai nordamericani, che continuano a voler colonizzare quello sfuggente territorio che è il futuro, i francesi sembrano aver completamente perso la fiducia nei poteri del tempo, che, da fattore fecondatore, in grado di migliorare ed arricchire, si è trasformato in vettore di degradazione, capace di sconvolgere, minacciare le posizioni acquisite. Ogni innovazione viene accolta con diffidenza, come se recasse in sé il marchio del diavolo.
Due avvenimenti illustrano questa mentalità meglio di mille discorsi. La reazione francese alla seconda guerra del Golfo è andata ben oltre una professione di fede pacifista, di per sé del tutto legittima. Il clima di isteria che si è impossessato del paese, la quantità impressionante di insulti rivolti a George W. Bush, paragonato, di volta in volta, e dalle menti più brillanti, a bin Laden, a Saddam Hussein, a Stalin e a Hitler, ha lasciato intendere che Washington, mobilitatasi contro Baghdad, fosse un Terzo Reich deciso a cancellare dalla carta geografica la pacifica Svizzera. L’apocalisse incombeva: senza alcun dubbio eravamo alla vigilia della quarta guerra mondiale. In poche parole, la Francia, soprattutto per quanto riguarda le sue élite intellettuali, ha reagito in modo decisamente eccessivo con un’unanimità di opinioni raramente verificatasi in passato: come se il crimine principale degli americani fosse quello di voler demolire lo status quo in Medio Oriente, modificando il modello mentale in cui abbiamo richiuso questa regione ed il mondo arabo-musulmano nel suo insieme.
Sentirsi sminuiti
La Francia, maestra ormai da mezzo secolo nell’arte di sopravvalutarsi, si trova oggi a doversi brutalmente confrontare con una realtà che mal sopporta: la sua importanza sul piano internazionale è diminuita. E’ come se il paese transalpino, in passato faro di civiltà per il mondo intero, nazione illuminata e patria degli illuministi, si fosse improvvisamente reso conto di essere ormai tagliato fuori e di non poter più stabilire le regole del gioco planetario. Qualcosa gli è sfuggito: è invecchiato senza rigenerarsi. I francesi vivono di glorie passate come quelle vecchie famiglie rovinate che si rifiutano di ammettere lo sperpero del loro patrimonio. Accumulano una vanità senza eguali, legata al ricordo della Rivoluzione e dell’Impero, con una mancanza di fiducia tipica delle nazioni indebolite. Decisamente, è il peggiore dei casi: alla Francia manca quella fierezza di sé così lampante in America, senza la quale non si compie niente di grandioso (quello francese è un popolo di dileggiatori più che di imprenditori), e quella curiosità verso gli altri che è segno di modestia ed intelligenza. Da qui nasce una duplice tentazione: voler addottrinare il mondo intero e dare alle proprie debolezze l’apparenza di una scienza superiore. E da qui derivano anche l’uso smodato di capri espiatori e la consuetudine di far ricadere la colpa sugli altri, di accusare Bruxelles, gli Stati Uniti, la “mondializzazione”, il neo-liberalismo di tutti i mali che ci affliggono.
Un’emigrazione volontaria
Ultimo punto: i francesi, forse per la prima volta nella loro storia, iniziano ad emigrare volontariamente. Innanzitutto per motivi economici: mancanza di opportunità sul territorio nazionale, situazione sinistrata della ricerca di un impiego, carico fiscale insostenibile inducono i giovani più brillanti a partire per Londra, New York, Bruxelles, San Francisco, mete dalle quali certamente non ritorneranno senza forti incentivi materiali ed allettanti prospettive di carriera. Buona parte del capitale intellettuale del paese si dilegua in questo modo. Ma ci sono anche ragioni politiche: parlano di lasciare la Francia, per stabilirsi in Israele o negli Stati Uniti, numerosi ebrei francesi, scioccati dalle sevizie e dagli insulti con cui i magrebini li tormentano nelle scuole e per le strade. Senza voler drammatizzare all’eccesso un fenomeno che ha poco a che vedere con gli avvenimenti degli anni Trenta, si tratta comunque di un fatto emblematico: ogni qual volta attraversa un momento critico della sua storia o si trova in difficoltà con la propria identità, la Francia se la prende con i suoi ebrei, sebbene oggi questo accada attraverso lo specchio deformante del conflitto israelo-palestinese. La scandalosa apatia della sinistra in occasione degli incendi alle sinagoghe e delle aggressioni antisemite del 2000 e del 2001 è stata, per fortuna, sostituita dall’atteggiamento più offensivo del nuovo governo. Tuttavia non basteranno semplici operazioni di polizia a ristabilire la serenità e l’armonia tra comunità infiammate dalla propaganda del Fronte nazionale, che è riuscito ad istillare la giudeofobia in molti immigrati nordafricani e il razzismo antiarabo in buona parte degli ebrei. E’ anche vero, però, che se un giorno, come teme Jacques Attali, le elezioni presidenziali dovessero contrapporre Marine le Pen e Olivier Besancenot, eredi proclamati dei due totalitarismi del Ventesimo secolo, per molti francesi l’esilio diventerebbe l’unica scelta possibile. Grazie a Dio, non siamo a questo punto!
Perplessità
Non esiste posto migliore in cui vivere di un paese in declino, quando la vitalità smorzata di un popolo raddoppia la dolcezza delle sue tradizioni. Anche se dovesse precipitare, la Francia rimarrebbe pur sempre ciò che in parte è già: un magnifico museo ed un’impareggiabile meta turistica per villeggianti agiati. In altre parole, un terzo mondo di lusso. Ma come fare a rassegnarsi ad un destino del genere? Caratteristica delle grandi nazioni è di commettere errori e di superarli, uscendone ancora più grandi. Non esistono basi sulle quali affermare che l’attuale declino francese, del resto comune a tutta Europa, sia il segno di una decadenza irreversibile o rappresenti il preludio di una metamorfosi solo vagamente intuibile al momento attuale. Combattere le proprie fragilità significa innanzitutto riconoscerle, accettare l’esattezza, se non addirittura la crudeltà, di una diagnosi che costituisce l’unica opportunità di ripresa della nazione. La Francia è un paese lirico: quando cade, cade anche nell’enfasi, nello sproloquio, riempiendosi la bocca di belle parole sulla propria grandezza, sulla sua missione universale. Queste impennate retoriche non sono altro che semplici coprimiserie: non si è mai parlato tanto dell’ascendente della Francia come da quando è iniziato il suo declino. Ecco perché, in un momento in cui la sinistra ufficiale rifiuta di aggiornarsi e si cimenta in gare di demagogia, la situazione ci obbliga a sostenere l’attuale governo, per quanto titubante esso possa mostrarsi e a prescindere dall’opinione personale sulle sue scelte in fatto di politica estera, che lo vedono allontanarsi dall’atlantismo per corteggiare l’autocrate Putin. Se in Francia si dovesse verificare un cambiamento positivo, sarà opera di questa formazione e di nessun’altra. E’ lecito, ahimè, essere perplessi, ma non è permesso accontentarsi di belle parole.
(traduzione dal francese di Sarah del Meglio)
- Commentaire e, per l’Italia, Ideazione. Estratto dal numero 1/2004 della rivista Ideazione dove è stato pubblicato con il titolo originario “Considerazioni sul declino francese”. "
http://www.enel.it/magazine/emporion/
Saluti liberali




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