….poteri forti
Roma. Si va verso una direzione temuta ma prevedibile, la soluzione finale giudiziaria, le manette di oggi che alludono a quelle che potrebbero scattare domani. I giornali di oggi che preparano le mosse di domani. E’ lo stile di gioco di dodici anni fa, solo un po’ imbolsito e reso meno urgente dall’abitudine di una mezza rivoluzione inutile e già vista.
Se i poteri che si stanno scontrando senza esclusione di colpi sul riassetto del sistema economico finanziario avessero scelto di fermarsi un po’ prima, forse non si sarebbe creato il varco che ha permesso martedì sera a Clementina Forleo di firmare gli ordini di custodia cautelare per Gianpiero Fiorani, Gianfranco Boni, Fabio Conti, Silvano Spinelli e Piero Marmont.
Del resto, la storia un po’ romanzesca di Gianpiero Fiorani è così schematica da contemplare la possibilità di un simile finale, con la Banca popolare italiana (il cui cambio di nome fu festeggiato alla presenza di una lombardissima soubrette), raccontata dall’ordinanza come la scena di un saccheggio.
Naturalmente, la storia vera nasce prima. E’ la storia di una lunga guerra di posizione.
Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia, geloso delle sue prerogative, rimasto dominus del mondo finanziario dopo la morte di Enrico Cuccia, organizza una trama di riassetto del sistema del credito italiano. Ma piano piano viene prima tradito dai banchieri del Nord che vogliono riorganizzare il sistema a modo loro (a cominciare dal silenzioso tessitore Giovanni Bazoli), e poi mollato da Cesare Geronzi che non vuole correre rischi con i suoi potenti azionisti olandesi di AbnAmro che da anni vogliono espandersi in Italia, e minacciano di allargarsi in Capitalia se non gli si permetterà di prendersi Antonveneta.
Così Fazio si accomoda con il giovane banchiere Fiorani e lo protegge. Per irrobustire la sua trama, asseconda e incoraggia la costituzione di una rete di rapporti che mette insieme un gruppo di outsider affamati di denaro, di proscenio e di potere. Ci sono gli immobiliaristi come Stefano Ricucci. C’è un intelligente pasticciere siciliano dagli abiti di buon taglio che decide di portare sulle barricate le sue legioni di commercianti. C’è una pattuglia di parlamentari amici del governatore per lo più ex democristiani che parlano per suo conto e non vengono mai smentiti; e forse si scoprirà, stando agli omissis nell’ordinanza della Forleo, che accanto a questi ce n’erano degli altri, collegati alla rete messa su da Fiorani da un meccanismo di elargizioni in denaro.
C’è un pivot che s’è già fatto le ossa in una prima operazione di svecchiamento del sistema economico italiano, Emilio Gnutti, detto Chicco, capitano coraggioso della scalata Telecom; il quale Gnutti è da una parte una testa di ponte nel salotto buono (è azionista di Olimpia, società chiave nella catena di comando Telecom), dall’altra fa da pontiere con la finanza rossa di Mps (che si sfila perché a Siena gli ex comunisti sanno come flirtare con il potere vero) e con l’Unipol di Giovanni Consorte.
Ci sono anche rapporti di sponda con altri outsider: un banchiere d’affari, amico anche del Cav., per esempio, che dà una mano a Ricucci nella scalata al Corriere della Sera (“insensata”, ha ragione Peppino Turani; e non perché il Corriere sia intoccabile, ma perché di solito si vince una battaglia per volta). C’è infine il re degli outsider nei fatti di denaro: un padre nobile, un politico abile e sotto sotto ingenuo, che ha già vinto una volta come sponsor principale dell’operazione Telecom e che ci ha preso gusto, si chiama Massimo D’Alema.
Egli è il simbolo dell’impossibilità per la classe politica di mettere i piedi nel piatto degli affari, di unificare soldi e consenso. Non riuscì a Bettino Craxi, e Silvio Berlusconi che personifica la duplicità del potere – denaro e politica – è tenuto sotto scacco da una parte dal peso del suo conflitto d’interessi, dall’altra dall’occhiuta vigilanza dei poteri neutri cugini di quelli forti.
Il concerto incriminato
Il resto è cronaca. Alla fine dell’estate 2004 il numero uno della Popolare italiana, Gianpiero Fiorani inizia a rastrellare scientificamente il titolo della banca di Padova convincendo imprenditori e politici locali, oltre agli amici di una vita Gnutti e Ricucci, della bontà del suo piano di aggregazione.
Le indagini degli inquirenti iniziano il 2 maggio, pochi giorni dopo la denuncia della banca olandese AbnAmro. Emerge il network tra imprenditori lombardoveneti e l’allora Popolare di Lodi. L’ipotesi è che prestiti milionari venissero garantiti a personaggi fidati a un tasso sostanzialmente nullo, in cambio dell’acquisto di titoli della Lodi o di Antonveneta. Un sistema che sarebbe già stato utilizzato da Fiorani in passato. I primi prestiti per Antonveneta vengono concessi a fine novembre, la prassi continua anche nei mesi di gennaio e febbraio quando è chiaro che gli olandesi intendono lanciare un’offerta pubblica.
Fiorani fa un passo falso, utilizza la sua controllata svizzera per erogare prestiti da utilizzare per conquistare Antonveneta. Presta a Ricucci 100 milioni di euro per comprare titoli Antonveneta. Lo stesso schema sarebbe stato utilizzato per altri finanziamenti. Fiorani e il suo direttore finanziario, Boni, continuano a garantire fidi a marzo.
L’amministratore delegato olandese va a Lodi l’8 marzo per ragionare su un’intesa. Fazio dice agli olandesi che il piano della banca lodigiana merita attenzione. Non si parla di difesa dell’italianità della banca o di interessi internazionali. Con il benestare della Banca d’Italia, Fiorani incrementa la sua quota in Antonveneta. Assieme ai suoi alleati supera il 30 per cento, motivo che avrebbe costretto la Popolare a lanciare un’offerta obbligatoria. Il braccio di ferro tra Abn e Fiorani prosegue. Ad aprile Fiorani vince l’assemblea. AbnAmro ricorre. Comincia la rimonta del potere vero. La lista di testimoni disposti a denunciare Fiorani si allunga ogni giorno. Ci sono i dirigenti di Bankitalia che riferiscono le pressioni di Fazio per approvare l’Opa di Lodi su Antonveneta. Il lato giudiziario comincia a prevalere su quello finanziario. I titoli degli alleati di Fiorani vengono sequestrati. Il 27 luglio una nuova assemblea Antonveneta ordinata dal tribunale di Padova rinomina il cda. In agosto Fiorani viene sospeso per due mesi dal suo incarico. Due interrogatori vengono secretati per eccesso di informazioni sensibili. A metà settembre un nuovo interrogatorio, Fiorani si dimette. In ottobre ammette di aver utilizzato la banca per scopi personali. Da martedì è in carcere.
Milano. La contestazione dell’associazione a delinquere, nell’ambito dell’inchiesta sulla scalata a Banca Antonveneta (che ormai si è allargata all’intera Banca popolare italiana), sarà il catalizzatore delle prossime mosse della procura di Milano, ma per potere indagare i cinque arrestati per questo reato i magistrati hanno atteso di verificare la sussistenza di un altra ipotesi di reato, ancora più grave, ovvero quella del riciclaggio. Il reato associativo da solo, infatti, avrebbe fatto correre alla procura il rischio di perdere l’inchiesta che avrebbe dovuto spostarsi a Lodi, sede della banca. Un po’ come accaduto all’epoca di Tangentopoli, quando il pool non contestò mai il reato di associazione a delinquere per i socialisti temendo che questo potesse comportare lo spostamento del processo a Roma, dove era la sede del Psi. Detto questo, l’associazione a delinquere si candida a essere il grimaldello per estendere l’inchiesta e le indagini a un numero di soggetti sempre più elevato, sulla scia di quanto accaduto con la contestazione del concerto nell’ambito delle indagini sul rastrellamento delle azioni della banca padovana. L’ordinanza firmata dal Gip Clementina Forleo lascia poco spazio all’immaginazione quando accusa Fiorani di avere diretto “una stabile, radicata e articolata organizzazione in Italia e all’estero dedita alla spoliazione della Bpl e di Bpi e all’occultamento dei proventi del riciclaggio”. La procura non ha puntato gli occhi solo sui vertici aziendali ma anche sugli organi che avrebbero dovuto controllare il management “nella presumibile complicità degli organi di controllo interni, esterni e soprattutto istituzionali”. Questa suona quasi come chiamata in correo del governatore.
L’ordinanza tocca anche Giovanni Consorte, Stefano Ricucci, Emilio Gnutti e il senatore Luigi Grillo, definito dallo stesso Fiorani, “un lobbista puro”. Il numero uno di Unipol viene accusato di avere partecipato anch’egli in concerto alla scalata Antonveneta; e insieme al suo vice Ivano Sacchetti sono accusati di avere ricevuto fidi per 4 milioni di euro senza garanzia per effettuare operazioni su titoli quotati. C’è la determinazione del procuratore aggiunto Francesco Greco a cancellare l’accusa di aver avuto un occhio di riguardo negli anni di Tangentopoli un atteggiamento benevolo verso i partiti di sinistra. Ciò rende più delicata la posizione degli uomini politici coinvolti nell’indagine. Greco vigilerà affinché nessun politico, di nessuna area costituzionale, possa ricevere un trattamento passibile anche del minimo appunto. Il suo atteggiamento, come quello dei pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, sarà – come si dice in questi casi – calvinista, anche se il rischio, come spiegato da un avvocato vicino alla procura “è che ad aprile non si saprà che votare”. Chi conosce bene Greco afferma che gli piacerebbe molto approdare alla Consob, al posto di Lamberto Cardia. Pertanto un approccio bipartisan all’aspetto politico della vicenda, oltre a essere doveroso da un punto di vista istituzionale, sarebbe perfettamente funzionale alle sue ambizioni. Milano ha anche servito un assist alla procura di Roma nell’indagine su Fazio, giacché sarebbe emerso da alcune dichiarazioni di un teste, che il governatore avrebbe garantito l’Opa sulla Popolare di Crema da parte di Lodi. Gli unici tranquilli in questo momento sono gli olandesi di Abn: gli arresti di Fiorani e Boni, giunti dopo le dimissioni del cda della ex Lodi, possono accelerare la cessione delle azioni Antonveneta della Popolare italiana attualmente sotto sequestro da parte della procura.
Da il Foglio
saluti




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