Fin da subito i leader europei avevano annusato l’aria, stando al gioco. Obiettivi vertiginosi, risultati miserrimi e riforme concrete da rinviare, tutte, al futuro. Il punto più alto raggiunto da Tony Blair nel suo semestre di presidenza europea è stato il vertice organizzato a fine ottobre ad Hampton Court, rendez-vous di potenti nei saloni del castello alle porte di Londra per parlare dei grandi scenari della sicurezza, dell’immigrazione, della ricerca, della scuola. Per rispondere insieme alla grande domanda: «Qual è la via moderna per la giustizia sociale?». E mettere in un canto i problemi più urgenti.
Dal vertice di Hampton Court e da quell’assenza di reali punti d’intesa, è stato inevitabile, per tutti, paracadutarsi verso un mediocre epilogo: l’accordo al ribasso sul bilancio e sulle prospettive finanziarie per il 2007-2013, un’intesa salutata dai più come un successo solo perché ha evitato in extremis una fragorosa rottura. Proprio per difendere la mediazione raggiunta sul bilancio, Tony Blair si è presentato martedì 20 dicembre davanti al Parlamento europeo. E lo fa fatto con un discorso in perfetto stile blairiano, piccole ambizioni e grandi utopie: «Quello che abbiamo ottenuto è il meglio che potessimo – ha spiegato - c'è stato un significativo trasferimento di risorse dai paesi più ricchi a quelli più bisognosi e l'obiettivo, raggiunto, era far sì che l'ampliamento dell'Unione venisse coronato da successo».
I numeri, in realtà, dicono altro. Dicono, cioè, che si è raggiunto un accordo tutto costruito sull’impossibile composizione degli interessi nazionali. E come nei fumetti di Zio Paperone la trattativa si è tutta incentrata sul confronto fra la proposta inglese di destinare al bilancio europeo l’1,03 del Reddito nazionale lordo e la controproposta lussemburghese fissata allo 1,06%. Con il risultato di mettersi d’accordo dopo una nottata di tira e molla a metà strada: 1,045%. Il che, in ogni caso, vuol dire una riduzione delle risorse a disposizione dell’Unione europea, una cifra lontanissima dallo 1,18% prospettato nei mesi precedenti dal Parlamento. Blair, però, parla di «un investimento per il futuro collettivo».
Allo stesso modo, all’inizio del suo semestre, il premier inglese aveva parlato «di modernizzare l'Ue, non di abbandonarla», perché, diceva, «sono sempre stato un europeista appassionato». E aveva promesso investimenti sulla ricerca e sull’innovazione per adeguare il bilancio europeo alle strategie di sviluppo individuate nel 2000 a Lisbona.
Ora cosa resta? «L’accordo sul bilancio presentato da Blair è a questo punto l’unico possibile – osserva il capo della delegazione italiana nel Pse Nicola Zingaretti - Tuttavia è evidente che l’Europa disegnata dai 25 capi di Governo e di Stato è un’Europa piccola piccola, incapace di rispondere agli obiettivi che lei stessa si è posta. Incapace di restituire fiducia nell’Europa ai cittadini europei accogliendo i loro bisogni. C’è una contraddizione tra l'evocazione di un’idea Europa e l'illusione che quei risultati possano essere raggiunti con meno risorse e con queste regole».
In cifre, prosegue Zingaretti, la distanza fra le promesse fatte da Blair a giugno e i risultati ottenuti a dicembre è abissale: «Due esempi: i fondi competitività, la crescita e occupazione calano del 50 per cento, da 121,7 miliardi a 72. I fondi per la politica di coesione ridotti di circa 30mln di euro».
Paradossalmente a difendere con più convinzione l’operato del premier laburista inglese è la parte politica a lui meno vicina. Spezza una lancia, pur non celando le perplessità, il capogruppo di Forza Italia Antonio Tajani: «In sei mesi non è facile raggiungere un obiettivo: l’accordo sul bilancio era insperato. Il compromesso è il risultato fatto dal lavoro del parlamento, dalla commissione e dai paesi critici che hanno minacciato il veto. Questo bilancio porta fondi al Mezzogiorno e toglie fondi alla Gran Bretagna. Che dire? L’ottimo è nemico del bene e l’Italia ne ha tratto giovamento».
Per Tajani il problema europeo, prima ancora che nelle strategie, è nella «architettura istituzionale»: «Blair – spiega - è stato molto bravo in aula. Ha una personalità molto forte. Ma cosa si può fare in sei mesi? Quasi nulla. L’Europa così come è oggi non può andare avanti. La soluzione, prima della battuta di arresto, era nel trattato costituzionale».
«Questa non è una crisi delle istituzioni politiche. È una crisi di leadership», aveva detto Blair, sempre nel suo discorso di giugno. Nel saldo attivo dei sei mesi della sua presidenza resta l’accordo con la Croazia e il trattato con la Turchia per l’allargamento dell’Unione oltre i 25, attuali, paesi membri. E restano le controverse norme sul terrorismo (come quelle sulla conservazione dei dati telefonici e interne), che la Gran Bretagna scossa dagli attentati di luglio ha fatto digerire anche al gruppo socialista di cui il Labour fa parte.




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