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    Bertinotti a Pechino (Il Riformista)

    Cina, 25 mln di licenziamenti

    Stefano Cappellini per il Riformista

    Rifondazione Comunista a Pechino. "Caro Bertinotti, qui licenziamo 25 milioni di lavoratori all'anno". Stefano Cappellini per il Riformista di venerdì 9 dicembre

    Pechino. "Noi qui licenziamo 25 milioni di lavoratori all'anno". Immaginate la faccia di Fausto Bertinotti quando Wang Jiarui, responsabile esteri del Pcc, gli ha spiegato che per assecondare gli investimenti stranieri e tagliare i rami secchi dell'economia nazionale ogni anno la Cina espelle dal mercato quasi l'equivalente della forza lavoro d'Italia. "Però nove milioni li riassorbiamo coi sussidi o nei vari comparti di Stato", ha subito chiosato Wang. Non è dato sapere se Bertinotti, al quale il modello danese di Tiziano Treu deve essere sembrato un attimo la Comune di Parigi, abbia tirato un piccolo sospiro di sollievo o se abbia continuato a pensare al destino degli altri 16 che restano a spasso. I quali - gli ha peraltro garantito Wang prima che il loro incontro a porte chiuse si concludesse - trovano presto il modo di riscattarsi "visto che grazie alla nostra flessibilità attiriamo ogni anno 600 miliardi di dollari di investimenti dall'estero". Stordito dalle cifre, al termine della sua prima giornata di visita ufficiale nella Repubblica popolare cinese lo stesso Bertinotti ha dovuto riconoscere che "si può non condividere il ragionamento, e io non condivido, ma non si può negare che dietro c'è un disegno e una certa raffinatezza nel difendere le ragioni." Insomma, la contesa tra il comunismo rifondato all'italiana e il comunismo realizzato alla cinese s'è aperta ieri non all'insegna di reciproche scomuniche e abiure, ma sul filo di una compiaciuta e sottile competizione intellettuale, disvelata già al momento dello scambio di doni, quando Zhang Zhijuni, numero due del dipartimento, ha offerto all'ultrapacifista Bertinotti una copia con coprtina intarsiata in legno di L'Arte della guerra del maestro Sun Tzu. "Guerra politica", ha precisato Zhang con un sorriso mezzo malizioso. Bertinotti è sbarcato ieri in Cina accompagnato dalla moglie Lella, dal successore designato Gennaro Migliore, e dallo spin doctor Alfonso Gianni, già militante alla fine degli anni Sessanta di quel Pcd filocinese famigerato per la grottesca spaccatura in due tronconi - linea rossa contro linea nera (quella cui aderì Gianni) - risolta quando il leader della nera Osvaldo Pesce andò in Cina e riuscì a farsi fotografare a braccetto di Mao chiudendo così di colpo la querelle su quale fosse la succursale italiana del maoismo. Oggi che di maoisti non ne sono rimasti quasi più nemmeno nel Pcc, nè nel Prc, non è davvero tempo di fotografie. E nemmeno di simboli. L'incontro tra le delegazioni comuniste s'è tenuto nella nuovissima e centralissima sede del dipartimento Esteri del Pcc, costruita appena un anno fa sulle fondamenta delle vecchia, troppo angusta e datata per i nuovi standard del centro di Pechino. Circondato da un traffico caotico, schiacciato da una plumbea cappa di smog, il Palazzo di partito è un oblungo contenitore di marmi, porcellane, arazzi, moquettes, animato da hostess di sala e sale giochi con ping pong e biliardo riservato allo svago pomeridiani dei dipendenti della struttura. All’interno non una bandiera rossa, un manifesto del Parito, un ritratto o un’icona della rivoluzione. “Non ne abbiamo più bisogno – spiega il direttore generale Gu Honglin – non perché i nostri ideali di base siano cambiati, ma perché dobbiamo adattarci ai tempi”. Adattarsi ai tempi significa una sola cosa: crescere, crescere, crescere. “Perché proprio Karl Marx – aggiunge Gu – ci ha spiegato che il socialismo non è possibile in un paese in via di sviluppo”. I dirigenti cinesi non negano le forti disuguaglianze sociali prodotte dal nuovo corso fondato sull’economia di mercato, le spiegano come una inevitabile fase di transizione, con la dittatura del Pil al posto di quella del proletariato: “Sappiamo – ha detto Wang a Bertinotti – che nel nostro paese c’è ancora molta povertà. Questa che vedete, Pechino, non è la Cina. Nelle campagne abbiamo 20 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà (in realtà stime non governative valutano in centinaia di milioni il numero ndr), e cioè con meno di 50 centesimi al giorno. In un solo modo possiamo puntare a cambiare le cose: con la crescita e lo sviluppo”. Obiettivi resi possibili anche dal soffocamento delle istanze di cambiamento. Ma di Tien An Men, tra italiani e cinesi, non parla nemmeno Bertinotti: “Conoscono la nostra posizione – dice – che è di condanna senza se e senza ma di ciò che avvenne. Inutile tornarci su”. La diatriba politica che si sviluppa apertamente è un’altra, col leader italiano a invocare strategie internazionaliste “per contrastare l’ispirazione della globalizzazione capitalistica” e i cinesi a spiegare che “ciascun paese ha la sua via” e soprattutto che “la globalizzazione e l’economia di mercato sono fenomeni dentro cui la sinistra deve stare in fondo”. Bertinotti non raccoglie la provocazione. Il modello cinese lui lo critica, per ora non lo condanna: “Certo, quando penso che qui non c’è diritto di sciopero o vedo gli operai sulle impalcature di grattacieli che non si potranno mai permettere di abitare, mi viene un senso di ribellione”. Beninteso, sul subcomandante nemmeno i cinesi calcano la mano. Dice Gu: “Bertinotti? Bravo politico. Forse un po’ troppo teorico, si vede che non ha mai avuto la responsabilità di guidare un paese”.

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    25 mln di licenziamenti?se nn gli fanno loro i tagli al personale chi gli deve fare?..

 

 

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