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    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Notiziario del Campo Antimperialista ... 22 dicembre 2005 ... http://www.antiimperialista.org

    ...........................................
    Questo Notiziario contiene:

    1. HAMAS!
    2. IRAQ: LA RESISTENZA AD UNA SVOLTA
    Risoluzione del campo Antimperialista (18/12/2005)
    3. PRODI?
    Sta coi frati e zappa l’orto
    4. LA SAI L’ULTIMA SU BERTINOTTI? (2)
    5. BANCHIERI IN CODA
    Un dettaglio da non dimenticare su malaffare e centro-sinistra




    ..................
    1. HAMAS!

    E’ una bella notizia quella della schiacciante vittoria del Movimento Hamas nelle elezioni amministrative nei territori palestinesi. Ancor piu’ significativa visto che anche nelle citta’ e cittadine considerate tradizionali roccaforti di Al Fatah, Hamas ottiene spesso la maggioranza assoluta. La stampa occidentale si alambicca a cercare le ragioni della sconfitta di Abu Mazen, tirando in ballo i fattori piu’ disparati tranne il principale. Qual’e’? E’ che la maggioranza dei palestinesi respinge la cosiddetta “Road Map”, ovvero il “piano di pace” che tanto e’ caro agli imperialisti euro-americani + Sharon. Solo per questo le elezioni assumono un significato di straordinaria importanza. L’ elemento cruciale che i media nascondono e’ infatti che i palestinesi hanno premiato la linea della continuazione della lotta intransigente per una vera liberazione della Palestina, contro ogni idea di un bantustan o staterello a sovranità condizionata e sotto la scure della supremazia israeliana. Questi risultati vanno letti accanto a quelli egiziani, che hanno visto l’avanzata dell’alleanza elettorale anti-Mubarak, la quale, contrariamente a quanto si dice, non e’ composta solo dai Fratelli Musulmani, ma da diverse forze nazionalste, alcune delle quali di ispirazione antimperialista. Questi passi avanti non sarebbero stati possibili senza la dura Resistenza irachena all’occupazione, la quale sta alimentando una spinta antimperialista in tutto il medio oriente e i cui effetti si faranno sentire a lungo. Una spinta che tutti gli oppressi sperano faccia satare in aria i piani occidentali e israeliani di stabilizzazione, imbellettati con la bandiera della democrazia, ma dietro ai quali v’e’ la pretesa necolonialista di avere in tutto il medio oriente stati satelliti e governi asserviti.

    .................................................. ..................
    2. IRAQ: LA RESISTENZA AD UNA SVOLTA
    Risoluzione del Campo Antimperialista (18/12/2005)

    1. La massiccia partecipazione elezioni del 15 dicembre nelle provincie del cosiddetto “Triangolo sunnita” (eufemismo per qualificare le vaste aree sostanzialmente controllate dalla Resistenza e ove risiedono piu’ del 40% dei cittadini iracheni) ha spinto gli americani e i loro pennivendoli in servizio permanente effettivo alla Magdi Allam, a strombazzare vittoria. Essi parlano di “clamorosa sconfitta della guerriglia”.

    2. In realta’ la larga partecipazione al voto è evvenuta non malgrado ma grazie al grosso della Resistenza (tranne un piccolo cartello di cinque gruppi guerriglieri fondamentalisi legati ad Abu Musab al-Zarkawi), che ha infatti deciso di entrare nella mischia ellettorale allo scopo di eleggere quanti piu’ deputati possibili nella Assemblea Nazionale.

    3. Questa decisione fa seguito a quella adottata in occasione del referendum di ottobre sulla Costituzione, ovvero di andare a votare per dire NO. Gli iracheni sanno bene che nelle provincie di Ninawa, Salah Ad Din, At Ta’min, Dyala, Bagdad, Al Anbar; il No ottenne una rotonda maggioranza e che se non fosse stato per i brogli la Costituzione voluta dagli americani sarebbe carta straccia.

    4. Cos’e’ la Resistenza? La stampa imperialista deve puntellare il teorema che essa non ha carattere di massa, che se non fosse per piccoli gruppuscoli venuti da fuori, in Iraq regnerebbe già la pace. Falso! La lotta armata animata da decine di gruppi molto agguerriti, è solo l’avangardia guerrigliera di un movimento sociale e politico ben più vasto. Basti immaginare che le città, i villaggi e le vastissime zone off limits per gli occupanti, poggiano su una rete organismi e comitati locali che rappresentano una capillare rete che struttura un vero e proprio contropotere territoriale. Organismi sociali, amministrativi ecc. che devono occuparsi, in condizioni difficili e spesso disperate (vieppiù terribili date le costanti e micidiali incursioni degli americani), di organizzare la vita sociale dei cittadini.

    5. Gli americani, è noto, sono andati a scuola degli israeliani cercando di apprendere come esssi hanno potuto tenere testa all’Intifada, ma come gli israeliani non hanno potuto mai esercitare il pieno controllo della striscia di Gaza e di decine di città della Cisgiordania, così gli americani hanno del tutto fallito nell’impresa di esercitare uno stabile predominio non in questa o quella zona, ma in gran parte dell’Iraq (negli stessi distretti in mano alle forze sciite, tanto per fare un esempio, il controllo politico e militare è esercitato non dagli americani o dalla loro polizia irachena, ma dalle milizie legate a questa o a quella formazione politica, ad esempio il Mahdi di al-Sadr).

    6. Se dovessimo esprimere in una parola come stanno le cose diremo che siamo davanti ad uno stallo. Gli americani non possono battere la Resistenza, ma questa non può vincere gli occupanti. Se gli americani sono impaludati anche la Resistenza è in difficolta’. Oltre al pesante isolamento internazionale (nessun paese, ed e’ la prima volta nella storia, accetta di ospitare una sua rappresentanza politica), oltre all’ovvia preponderanza militare degli americani, la madre di tutte le difficolta’ e’ proprio strategico-politica.

    7. L’Iraq non e’ un paese in cui possa svilupparsi una guerra popolare prolungata rurale di tipo cinese o vietnamita. Essa rassomiglia piuttosto a quelle libanese, palestinese o somala. La strategia della guerra popolare prolungata presuppone consolidare una vasta zona completamente liberata che consenta di trasformare le forze guerrigliere in un vero e proprio esercito regolare di liberazione per passare dalla fase di difensiva strategica a quella di offensiva. In Iraq la “offensiva strategica” e’ sostituita dall’insurrezione urbana di massa. Sollevare le masse urbane diventa quindi l’imperativo della Resistenza. E’ qui il problema drammatico. L’insurrezione urbana di massa presuppone la saldatura tra la Resistenza “sunnita” e le popolazioni sciite. Questa unione sembro’ manifestarsi nelle insurrezioni della primavera e dell’estate 2004. Purtroppo esse furono efficacemente contrastate dagli occupanti i quali riuscirono a dividere gli insorti e a neutralizzare gli sciiti radicali di Moqtada al-Sadr.

    8. Assistiamo cosi ad una fase di impasse in cui le zone e citta’ liberate sono sempre esposte alle incursioni nemiche, mentre i reparti guerriglieri avanzati possono solo limitarsi ad applicare il mordi e fuggi, il colpiscine uno per educarne cento, al sabotaggio o ad attacchi di portata limitata —possono cioe’ solo infastidire gli occupanti, non dargli tregua, intralciare e inceppare il tentativo di stabilizzazione americano.

    9. E’ solo tenendo ben preseti questi rapporti di forza, questa situazione di stallo che possiamo comprendere la decisione di gran parte della Resistenza di utilizzare l’occasione elettorale del 15 dicembre. Questa scelta tattica prevede di portare nella futura Assemblea Nazinoale una consistente pattuglia di eletti allo scopo di sabotare anche dall’interno le gia’ traballanti istituzioni fantoccio allestite dagli occupanti.

    10. Che questa tattica sia rischiosa e’ evidente. Gli americani, accettando che movimenti che considerano legittima e giustaificata la Resistenza partecipassero alle elezioni (quali ad esempio il pur chiacchierato Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale capeggiato da Saleh Mutlaq), hanno anche loro cambiato tattica. La Casa Bianca aveva scelto di debaathizzare il paese puntando sul trasferimento dei poteri all’alleanza scciti-curdi. Ora scopre che il grosso della popolazione sciita lungi dal simpatizzare con gli occupanti segue capi che o sono assolutamente ostili agli USA (al-Sadr) o obbediscono a Tehran —parliamo del partito di Chalabi, del partito Sciri di Abdul Azi al-Hakim, del Dawa dell’attuale primo ministro Ibrahim al-Jaafari—i quali due formano la coalizione Alleanza Irachena Unita che detiene il potere assieme ai curdi. Il punto è che, oltre all’incapacita’ di domare la Resistenza, anche la scelta di stabilizzare la situazione ricorrendo alla leva degli sciiti e’ praticamente fallita.

    11. Ma non e’ solo questo doppio fallimento a spingere gli americani a cambiare cavallo. Per capire questa sterzata occorre tenere presente la strategia globale imperiale degli Stati Uniti. Essi non hanno occupato l’Iraq solo per togliersi di mezzo Saddam, lo hanno fatto per ridisegnare l’intera area mediorientale, e in questo disegno, prima o poi, in un modo o nell’altro (all’ucraina piuttosto che con un’aggressione aperta) c’e’ il rovesciamento della Repubblica Islamica dell’Iran. Questo significa che non possono tollerare una Repubblica islamica in Iraq alleata a Tehran. Ma e’ esattamente questo che perseguono il grosso dei movimenti sciiti, i quali hanno si criminalmente cooperato con gli occupanti per cacciare il Baath, ma per perseguire i loro propri scopi strategici, non certo quelli di Bush.

    12. E’ dunque in questo contesto che si spiega l’apertura degli americani ai settori baathisti della Resistenza (vedi le scarcerazioni di importanti leaders baathisti di questi ultimi giorni). En passant: e’ notorio quanto i baathisti considerino l’Iran un nemico assoluto (nessuno dimentichi la fratricida guerra degli anni ‘80). Gli occupanti sperano cosi non solo di dividere la Resistenza, ma di portare quei settori dalla loro parte per averli come alleati nella futura escalation per far fuori la Repubblica islamica dell’Iran. Se questa manovra avesse successo, se pezzi del vecchio Baath (tra i quali proprio Saleh Mutlaq) accettassero di cooperare con i curdi e Allawi (Accordo Nazionale Iracheno) per formare un nuovo governo di coalizione. questa sarebbe non solo una svolta cruciale ma una tragedia. La quale, ci auguriamo, verra’ respinta dalle componenti antimperialiste della Resistenza.

    13. Vedremo nelle prossime settimane (e dai risultati delle urne) se questa sterzata degli anglo-americani potra’ aver successo. Tutto appare possibile. Certo e’ che una eventuale affermazione elettorale delle liste vicine alla Resistenza sarebbe un successo strepitoso di quest’ultima, perche’ mentre essa e’ ostracizzata e criminalizzata come “terrorista” in tutto il mondo, proprio a Bagdad riceverebbe quella legittimazione politica che viene da un massiccio consenso popolare.

    (18/12/2005)




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    3. PRODI?
    Sta coi frati e zappa l’orto

    Il 15 dicembre scorso, promosso dai Comitati Iraq Libero, si è svolto sotto la sede de l’Unione a Roma, in P.zza SS. Apostoli, un presidio promosso dai Comitati Iraq Libero. Lo scopo non era solo protestare per le ambigue posizioni del centro-sinistra sulla questione irachena (ormai per nulla dissimili da quelle del governo in carica), ma pure per chiedere cosa la cosiddetta opposizione avesse da dire rispetto a fatti inauditi quali il rifuto dei visti ai cittadini iracheni invitati per la prevista Conferenza di Chianciano, tra cui il torturato Haji Ali; l’uso americano di basi europee per rinchiudere e torturare militanti antimperialisti mediorientali (e non solo); il sequestro da parte di agenti segreti, sempre americani, di attivisti islamisi come Abu Omar a Milano; e la collusione di pezzi degli eterocliti servizi segreti italiani con la CIA. A questo scopo il presidio ha chiesto di essere ricevuto dalla segreteria di Prodi. La risposta, manco a dirlo, e‘ stata picche. La cosa non stupisce, se si pensa che questo ceto politicante, per sperare di salire al potere, deve anzitutto avare il lasciapassare della Casa Bianca. In molti, alla prossime elezioni (che in realtà consistono in un referendum con due sole possibilità di scelta) voteranno Prodi per sbarazzarsi di Berlusconi. Capiamo questo sentimento. Per quanto ci riguarda, tuttavia, ci sottrarremo alla masochistica scelta di scegliere, dopo essere caduti dalla padella alla brace, di ritornare a farci friggere nella padella.

    .................................................. ............
    4. LA SAI L’ULTIMA SU BERTINOTTI? (2)



    "L'Italia è in Europa ma è leale alleato Usa" (intervista a La Repubblica del 06/12/05).
    Chi l'ha detto? Fini, Berlusconi, Rutelli, Fassino?
    Troppo banale, troppo scontato.
    Non a caso l'intervistatrice introduce l'illuminante frasetta con un incredulo "si spinge ad affermare".
    Ma chi è che "si è spinto"?
    E' un buffone che evidentemente ondeggia tra la bandiera della pace e quella a stelle e strisce, che si era già "spinto" oltre ogni decenza sulle foibe e su Hiroshima. Che si era defilato opportunisticamente dalla parata di guerra convocata da Ferrara il 3 novembre, ma solo perché aveva anticipato di 24 ore la fiaccolata filosionista con un identico sit-in sotto l'ambasciata iraniana.
    E' il segretario di un partito senza bussola che ne sta generando un altro senza radici, senza anima, senza prospettiva.
    Se non esistesse andrebbe inventato. Con le sue affermazioni mostra il vero volto della sinistra reale più di cento libri e di mille convegni.
    A suo modo è utile, anzi utilissimo.
    L’in-Fausto parla sempre delle due sinistre, accreditandosi come il capo di quella “radicale", ora è più chiaro cosa Egli inetda: è radicale nel senso dei radicali di Pannella, tra i filoamericani, i più sfacciati di tutti.

    .......................................
    5. BANCHIERI IN CODA
    Un dettaglio da non dimenticare su malaffare e centro-sinistra

    Le code in genere non le fanno. Mica sono operai alla mensa o malati nelle Usl. Ma questa volta – chissà perché - hanno fatto un’eccezione. I famosi “poteri forti” non sono entità impersonali, in ultima istanza corrispondono in genere ad un nome e ad un cognome e all’occorrenza ad un certificato elettorale. E il 16 ottobre hanno perfino speso un euro per chiarire da che parte stanno. Evidentemente, se la “democrazia irrompe” il banchiere non può mancare.

    Riportiamo, per coloro ai quali fosse sfuggito, dal Corriere della Sera del 17 ottobre: “Forse per capire il risultato delle primarie basta dare un’occhiata a queste decine di nomi che tutti insieme fanno un mondo: banchieri, amministratori delegati, manager, consiglieri d’amministrazione”.

    Ed ecco un parziale elenco dei partecipanti alle primarie: “L’ex presidente della Consob e di Telecom Italia, Guido Rossi, oggi tra i consulenti più ascoltati d’Italia: recentemente, ad esempio, consigli ne ha dati anche ad Abn Amro, impegnata nella scalata alla Antonveneta, e ai piccoli azionisti della Bnl, banca presieduta da un altro che ieri ha scelto Prodi, Luigi Abete. Per ironia, nell’elenco ci sono anche i suoi più acerrimi avversari in quella vicenda, cioè lo stato maggiore delle cooperative emiliane che controllano l’Unipol. A cominciare dal presidente della Lega delle Cooperative, Giuliano Poletti. Per proseguire con Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, rispettivamente presidente e vicepresidente della compagnia assicurativa che sta scalando Bnl.

    Non sono gli unici del settore: a Milano sono stati visti in fila ai gazebo Alessandro Profumo, amministratore delegato UniCredit, e Corrado Passera, il suo collega di Banca Intesa. Anche chi non è andato «per impedimenti burocratici» come il banchiere Guido Roberto Vitale tiene a precisare che «avrebbe votato volentieri».

    Fabiano Fabiani, ex numero uno di Finmeccanica e attuale presidente dell’Acea, la municipalizzata romana, quasi dieci anni dopo il 21 aprile ’96, quando brindò con Prodi alla vittoria,, non ha cambiato idea. E ai seggi per le primarie dell’Unione si è presentato anche Chicco Testa, ex presidente Enel. Con il suo socio in affari Franco Bernabè, già amministratore delegato dell’Eni e di Telecom Italia e già, nominato dal centrodestra, presidente della Biennale di Venezia.
    Lunga anche la lista dei manager delle aziende della capitale. Primo fra tutti, il presidente di Eur Spa, Paolo Cuccia. Ai seggi si sono recati anche Domenico Tudini, l’amministratore delegato dell’Ama e il collega dell’Acea, Andrea Mangoni. A Milano ha votato l’editore Luca Formenton e, tra i manager, anche l’ex presidente della fiera Guido Artom. Per l’ex presidente della Borsa Ettore Fumagalli è il momento di una confessione: «Ebbene sì, ho votato Mastella». Probabilmente ha scelto un altro candidato Carlo Borgomeo, ex amministratore delegato di Sviluppo Italia. Ha votato a Milano, in serata, anche il presidente dell’Inter Massimo Moratti”.


    TUTTO E' DI TUTTI
    " OMNIA SUNT COMMUNIA "

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    Citazione Originariamente Scritto da T. Muntzer
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    2. IRAQ: LA RESISTENZA AD UNA SVOLTA
    Risoluzione del Campo Antimperialista (18/12/2005)

    1. La massiccia partecipazione elezioni del 15 dicembre nelle provincie del cosiddetto “Triangolo sunnita” (eufemismo per qualificare le vaste aree sostanzialmente controllate dalla Resistenza e ove risiedono piu’ del 40% dei cittadini iracheni) ha spinto gli americani e i loro pennivendoli in servizio permanente effettivo alla Magdi Allam, a strombazzare vittoria. Essi parlano di “clamorosa sconfitta della guerriglia”.

    2. In realta’ la larga partecipazione al voto è evvenuta non malgrado ma grazie al grosso della Resistenza (tranne un piccolo cartello di cinque gruppi guerriglieri fondamentalisi legati ad Abu Musab al-Zarkawi), che ha infatti deciso di entrare nella mischia ellettorale allo scopo di eleggere quanti piu’ deputati possibili nella Assemblea Nazionale.

    3. Questa decisione fa seguito a quella adottata in occasione del referendum di ottobre sulla Costituzione, ovvero di andare a votare per dire NO. Gli iracheni sanno bene che nelle provincie di Ninawa, Salah Ad Din, At Ta’min, Dyala, Bagdad, Al Anbar; il No ottenne una rotonda maggioranza e che se non fosse stato per i brogli la Costituzione voluta dagli americani sarebbe carta straccia.

    4. Cos’e’ la Resistenza? La stampa imperialista deve puntellare il teorema che essa non ha carattere di massa, che se non fosse per piccoli gruppuscoli venuti da fuori, in Iraq regnerebbe già la pace. Falso! La lotta armata animata da decine di gruppi molto agguerriti, è solo l’avangardia guerrigliera di un movimento sociale e politico ben più vasto. Basti immaginare che le città, i villaggi e le vastissime zone off limits per gli occupanti, poggiano su una rete organismi e comitati locali che rappresentano una capillare rete che struttura un vero e proprio contropotere territoriale. Organismi sociali, amministrativi ecc. che devono occuparsi, in condizioni difficili e spesso disperate (vieppiù terribili date le costanti e micidiali incursioni degli americani), di organizzare la vita sociale dei cittadini.

    5. Gli americani, è noto, sono andati a scuola degli israeliani cercando di apprendere come esssi hanno potuto tenere testa all’Intifada, ma come gli israeliani non hanno potuto mai esercitare il pieno controllo della striscia di Gaza e di decine di città della Cisgiordania, così gli americani hanno del tutto fallito nell’impresa di esercitare uno stabile predominio non in questa o quella zona, ma in gran parte dell’Iraq (negli stessi distretti in mano alle forze sciite, tanto per fare un esempio, il controllo politico e militare è esercitato non dagli americani o dalla loro polizia irachena, ma dalle milizie legate a questa o a quella formazione politica, ad esempio il Mahdi di al-Sadr).

    6. Se dovessimo esprimere in una parola come stanno le cose diremo che siamo davanti ad uno stallo. Gli americani non possono battere la Resistenza, ma questa non può vincere gli occupanti. Se gli americani sono impaludati anche la Resistenza è in difficolta’. Oltre al pesante isolamento internazionale (nessun paese, ed e’ la prima volta nella storia, accetta di ospitare una sua rappresentanza politica), oltre all’ovvia preponderanza militare degli americani, la madre di tutte le difficolta’ e’ proprio strategico-politica.

    7. L’Iraq non e’ un paese in cui possa svilupparsi una guerra popolare prolungata rurale di tipo cinese o vietnamita. Essa rassomiglia piuttosto a quelle libanese, palestinese o somala. La strategia della guerra popolare prolungata presuppone consolidare una vasta zona completamente liberata che consenta di trasformare le forze guerrigliere in un vero e proprio esercito regolare di liberazione per passare dalla fase di difensiva strategica a quella di offensiva. In Iraq la “offensiva strategica” e’ sostituita dall’insurrezione urbana di massa. Sollevare le masse urbane diventa quindi l’imperativo della Resistenza. E’ qui il problema drammatico. L’insurrezione urbana di massa presuppone la saldatura tra la Resistenza “sunnita” e le popolazioni sciite. Questa unione sembro’ manifestarsi nelle insurrezioni della primavera e dell’estate 2004. Purtroppo esse furono efficacemente contrastate dagli occupanti i quali riuscirono a dividere gli insorti e a neutralizzare gli sciiti radicali di Moqtada al-Sadr.

    8. Assistiamo cosi ad una fase di impasse in cui le zone e citta’ liberate sono sempre esposte alle incursioni nemiche, mentre i reparti guerriglieri avanzati possono solo limitarsi ad applicare il mordi e fuggi, il colpiscine uno per educarne cento, al sabotaggio o ad attacchi di portata limitata —possono cioe’ solo infastidire gli occupanti, non dargli tregua, intralciare e inceppare il tentativo di stabilizzazione americano.

    9. E’ solo tenendo ben preseti questi rapporti di forza, questa situazione di stallo che possiamo comprendere la decisione di gran parte della Resistenza di utilizzare l’occasione elettorale del 15 dicembre. Questa scelta tattica prevede di portare nella futura Assemblea Nazinoale una consistente pattuglia di eletti allo scopo di sabotare anche dall’interno le gia’ traballanti istituzioni fantoccio allestite dagli occupanti.

    10. Che questa tattica sia rischiosa e’ evidente. Gli americani, accettando che movimenti che considerano legittima e giustaificata la Resistenza partecipassero alle elezioni (quali ad esempio il pur chiacchierato Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale capeggiato da Saleh Mutlaq), hanno anche loro cambiato tattica. La Casa Bianca aveva scelto di debaathizzare il paese puntando sul trasferimento dei poteri all’alleanza scciti-curdi. Ora scopre che il grosso della popolazione sciita lungi dal simpatizzare con gli occupanti segue capi che o sono assolutamente ostili agli USA (al-Sadr) o obbediscono a Tehran —parliamo del partito di Chalabi, del partito Sciri di Abdul Azi al-Hakim, del Dawa dell’attuale primo ministro Ibrahim al-Jaafari—i quali due formano la coalizione Alleanza Irachena Unita che detiene il potere assieme ai curdi. Il punto è che, oltre all’incapacita’ di domare la Resistenza, anche la scelta di stabilizzare la situazione ricorrendo alla leva degli sciiti e’ praticamente fallita.

    11. Ma non e’ solo questo doppio fallimento a spingere gli americani a cambiare cavallo. Per capire questa sterzata occorre tenere presente la strategia globale imperiale degli Stati Uniti. Essi non hanno occupato l’Iraq solo per togliersi di mezzo Saddam, lo hanno fatto per ridisegnare l’intera area mediorientale, e in questo disegno, prima o poi, in un modo o nell’altro (all’ucraina piuttosto che con un’aggressione aperta) c’e’ il rovesciamento della Repubblica Islamica dell’Iran. Questo significa che non possono tollerare una Repubblica islamica in Iraq alleata a Tehran. Ma e’ esattamente questo che perseguono il grosso dei movimenti sciiti, i quali hanno si criminalmente cooperato con gli occupanti per cacciare il Baath, ma per perseguire i loro propri scopi strategici, non certo quelli di Bush.

    12. E’ dunque in questo contesto che si spiega l’apertura degli americani ai settori baathisti della Resistenza (vedi le scarcerazioni di importanti leaders baathisti di questi ultimi giorni). En passant: e’ notorio quanto i baathisti considerino l’Iran un nemico assoluto (nessuno dimentichi la fratricida guerra degli anni ‘80). Gli occupanti sperano cosi non solo di dividere la Resistenza, ma di portare quei settori dalla loro parte per averli come alleati nella futura escalation per far fuori la Repubblica islamica dell’Iran. Se questa manovra avesse successo, se pezzi del vecchio Baath (tra i quali proprio Saleh Mutlaq) accettassero di cooperare con i curdi e Allawi (Accordo Nazionale Iracheno) per formare un nuovo governo di coalizione. questa sarebbe non solo una svolta cruciale ma una tragedia. La quale, ci auguriamo, verra’ respinta dalle componenti antimperialiste della Resistenza.

    13. Vedremo nelle prossime settimane (e dai risultati delle urne) se questa sterzata degli anglo-americani potra’ aver successo. Tutto appare possibile. Certo e’ che una eventuale affermazione elettorale delle liste vicine alla Resistenza sarebbe un successo strepitoso di quest’ultima, perche’ mentre essa e’ ostracizzata e criminalizzata come “terrorista” in tutto il mondo, proprio a Bagdad riceverebbe quella legittimazione politica che viene da un massiccio consenso popolare.

    (18/12/2005)




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    Molto interessante. Mi sembra tuttavia oltremodo pericoloso delineare con tale sicurezza questa ipotesi di accordo tra occupanti e spezzoni del Baath.
    E' una tesi che richiama quella che, fino a ieri almeno, veniva riconosciuta come propaganda derivata dagli stessi statunitensi; così pure il "riconoscimento" di un Zarqawi quantomeno "costruito", nella sua immagine sostenuta dai media "embedded", su indicazioni della medesima propaganda di guerra. Inoltre la pubblicistica della regione ha, a suo tempo, insistito sulla più che probabile morte nel 2003 di tale Zarqawi(uomo a cui mancherebbe tra l'altro una gamba).
    Pericoloso anche questo riconoscimento, che conduce per logica a ritenere esistente e operativa(nelle forme propagandate dai media occidentali) la sigla di "alqeda", diffidata e smentita a suo tempo da un comunicato della "resistenza"(luglio 2004) inviato ad Al-Jazeera e da tale emittente trasmesso.
    Sparito ogni riferimento a Negroponte e alle strategie di guerra non-ortodossa (terrorismo contro i civili iracheni) che appare invece molto probabile siano state importate in Iraq per colpire i civili e muoversi sul piano dell'offensiva psicologica(esattamente come avvenne in Vietnam e in Honduras, sia pure in contesti diversi)...non dimentichiamo i casi Baldoni/Torretta-Pari, Sgrena-Calipari(quest'ultimo assassinato deliberatamente per colpire i vertici dell'intelligence italiana nella regione).
    Se esiste una guerra popolare di guerriglia in Iraq, essa esiste perchè è stata avviata e si regge sulle strutture portanti del Baath (fatto che continua a non piacere in occidente).
    Il fatto poi che gli statunitensi si preparino ad abbandonare il paese (in modo certamente il più "indolore" possibile) forse doveva essere menzionato.
    Così come le sostanziali differenze che intercorrono tra il clero sciita iracheno e quello iraniano.

 

 

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