| Mercoledì 21 Dicembre 2005 - 132 | A.S. |

Polizia in stato di allerta in Kosovo e Metohija per l’intera durata dei negoziati sul futuro status costituzionale della provincia.
Lo ha annunciato ieri l’amministrazione Onu, ricordando che i colloqui per stabilire il futuro assetto del Kosovo si sono formalmente aperti in novembre ma che i negoziati diretti tra Pristina e Belgrado non sono previsti prima di gennaio. Verranno quindi incrementate le pattuglie, sia del servizio della polizia del Kosovo, formata dagli occupanti ex Uck, sia della polizia internazionale K-For.
Un provvedimento che nelle intenzioni delle Nazioni Unite dovrebbe servire a tutelare la comunità serba, ormai ridotta a minoranza, rinchiusa nelle enclave, dalla violenza albanese: meglio tardi che mai.
L’instabilità della provincia è la prima delle preoccupazioni dell'ammiraglio Harry Ulrich, comandante della Nato per l’Europa sudest, e del presidente serbo Boris Tadic, che hanno convenuto di cooperare per il mantenimento della tranquillità del Kosovo durante i colloqui sul futuro status della provincia. “Faremo di tutto per impedire la violenza e le nostre linee telefoniche resteranno aperte 24 ore su 24”, ha detto Tadic al termine dell’incontro con l’ammiraglio Ulrich, l’altro ieri a Belgrado. Il Kosovo è stato ancora al centro dei colloqui nel corso dell’incontro che lo stesso Tadic ha avuto ieri all’Eliseo con il presidente francese Jacques Chirac.
Un fatto indicativo dell’interesse dell’Europa per il destino della provincia serba. Non a caso l’Austria ha già annunciato che la questione del Kosovo sarà prioritaria durante la sua presidenza semestrale dell’Unione, che parte proprio in gennaio.
Di questo cambiamento di rotta pare essersi accorta anche l’Albania, che fino a ieri esigeva per la provincia serba ormai a maggioranza albanese grazie alla pulizia etnica targata Uck, una “indipendenza incondizionata”.
Il ministro degli esteri di Tirana Besnik Mustafaj, ieri a Roma per la conferenza ‘I Balcani, il Kosovo: una sfida per l’Europa’, organizzata dall’Osservatorio del Mediterraneo, ha infatti corretto il tiro.
Mustafaj si è infatti detto per una “indipendenza condizionata”, la cui realizzazione “viene accettata quale processo assistito dalla presenza militare e civile internazionale, quale garante dei diritti della minoranza serba e anche di altre e a supporto di una monitorata costruzione dello stato di diritto”.
Oggi, l’attenzione europea, secondo il ministro albanese, non deve essere una “egualitaristica spartizione del ‘pacchetto degli aiuti’, da poter soddisfare le nostre antiche e rudimentali gelosie, ma deve essere una concentrazione volontaria nelle zone laddove le problematiche sono più acute ed urgenti, senza trascurare in nessun modo gli altri”.
Un altruismo poco aduso a chi ha sempre sognato la ‘Grande Albania’ finanziata dai dollari americani.
Chiaramente, Mustafaj non ha rinunciato a chiedere il distacco del Kosovo dalla Serbia e la realizzazione di un referendum in Montenegro, ma ha anche aggiunto che il governo albanese scoraggia chi auspica l’unione tra Kosovo e Albania o tra Kosovo e territori in cui vivono albanesi (chiaro riferimento alla Macedonia), e che il contributo del suo Paese è “nell’incoraggiare i negoziatori kosovari a scendere al tavolo dei negoziati con i serbi con sincera volontà di accettare compromessi”.
Ora che Washington è impegnata su troppi fronti per poter continuare a finanziare e agevolare la colonizzazione albanese del Kosovo, Tirana raddrizza il tiro nella speranza di non essere messa da parte da un Unione europea i cui interessi e affinità prevedono un rapporto più stretto con Belgrado.
A.S.