Totalitarismi ammessi ed opinioni non concesse
di Guido Bedarida
La condanna del giudice sportivo è arrivata, Paolo Di Canio, giocatore della Lazio, sconterà un turno di squalifica a causa del gesto da lui compiuto due domeniche fa «certamente da interpretare come un saluto romano» e «lesivo del dovere di correttezza imposto dall'articolo 1 del codice di giustizia sportiva», gesto «evocativo del regime fascista, caratterizzato da violenza verso gli oppositori e discriminazione razziale».
E la motivazione del giudice sportivo è interessante perché analoga iniziativa non è stata presa (e neanche ipotizzata) nei confronti il giocatore del Livorno Cristiano Lucarelli che, in più occasioni dopo aver segnato una rete, ha esultato con il pugno alzato.
Eppure il comunismo ha le caratteristiche evidenziate dal giudice sportivo per motivare la sentenza ai danni del giocatore della Lazio: "violenza verso gli oppositori" e "discriminazione" (razziale o meno non credo sia importante se l'ideologia è la base a causa della quale ci sono stati milioni di morti).
Con questo non che ci si auguri una condanna del giocatore livornese, però è interessante notare sia questa disparità di trattamento tra due gesti praticamente identici (qualcuno vuol sindacare su mano aperta o mano chiusa o sui milioni di vittime dell'uno o dell'altro regime?) sia il fatto che nel nostro paese (di buonisti, pacifisti e pii sedicenti "liberali") si possa essere condannati per quello che alla fine è una cosa del tutto inoffensiva: alzare un braccio.
Qualcuno potrebbe obbiettare che il gesto potrebbe divenire pericolosa provocazione nel contesto del tifo calcistico ma la cosa comunque non giustificherebbe alcuna reazione violenta ed anzi rafforzerebbe una convinzione che dovrebbe essere già chiara: indipendentemente da tali eventuali gesti le partite di calcio sono motivo di rischio per l'ordine pubblico e ne sono prova i necessari controlli agli ingressi dello stadio, l'ampio schieramento di forze dell'ordine ed i trasferimenti sotto scorta di tifosi e giocatori volti a scongiurare gli atti di vandalismo e gli scontri, spesso feroci, tra opposte tifose (che comunque si verificano regolarmente).
E purtroppo quella del calcio non è una situazione isolata, molti sono i settori privilegiati e posti istituzionalmente al di sopra delle regole rispetto al comune cittadino anche se proprio per il calcio si sono raggiunte vette insperate, due esempi su tutti:
- le partite, nonostante il pericolo, si tengono regolarmente e mai a porte chiuse
- è stato varato dal Governo qualche anno fa il famigerato "decreto salvacalcio" che mette al riparo le società (i cui dipendenti sono ultramilionari) dal fallimento che invece rischiano i comuni imprenditori che danno lavoro ai semplici operai.
Ma non sono i privilegi la parte più sconcertante di simili episodi (spie del preoccupante stato di salute della società italiana), quanto piuttosto il fatto che nel nostro paese diritti e libertà (quando ci sono) sono tali solo sulla carta mentre avanza lo stato etico, clericale ed in qualche modo filo comunista che si è imposto ed ha tutti i mezzi per imporsi ulteriormente.
Solo per rimanere legati alla attualità politica di questi giorni, sollevata (ancora una volta) dalla Rosa nel Pugno, è bene essere consci che non solo le questioni concernenti la giustizia (dalle carceri sovraffollate alla prescrizione di "classe" dei reati) e le libertà personali (dall'aborto farmacologico alla ricerca scientifica impedite) sono determinate legislativamente all'insegna dello stato etico asservito alla parte più reazionaria (e minoritaria) del paese, ma che dando in pasto all'opinione pubblica il gesto (ennesimo) di Paolo Di Canio si glissa sulla questione nodale e grave che l'episodio implica il fatto che in qualche modo si legittimi da una parte l'assurda convinzione che vi siano ideologie totalitarie tollerabili in base al loro colore mentre dall'altra per combattere quelle intollerabili (e le idee ad esse legate) sia lecito che persistano e si usino leggi e metodi (non solo a livello sportivo) tipici dei totalitarismi stessi: quelle leggi e quei metodi presenti anche nel nostro codice penale relativi ai reati di opinione, legati cioè alla responsabilità di avere un proprio pensiero - condivisibile o meno - e manifestarlo.




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