User Tag List

Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Messaggi
    13,041
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Thumbs up Non ci sono soldi:se hai pazienza,ti spiego chi è l'assassino (Paglia Sherlok Holmes)

    L’Italia da anni è il fanalino di coda dell’Ue: i motivi sono chiari e semplici. Troppa burocrazia, troppa pubblica amministrazione, poca competitività e liberalizzazione del mercato. Leggete le cifre e vi si aprirà un mondo!


    Legge finanziaria. In questi giorni sentiremo e discuteremo molti dettagli di questa legge. Come sapete il Governo sta elaborando il cosiddetto “maxiemendamento” il cui contenuto sicuramente integrerà il testo approvato la scorsa settimana dalla Commissione bilancio.

    Per il prosieguo dei lavori penso siano utili alcune considerazioni sulla situazione dell’economia del nostro Paese. Ecco dieci idee sullo scenario di cui dobbiamo tenere conto e dentro al quale volenti o nolenti dobbiamo muoverci.

    Primo. Il mondo corre. Nel mondo non c’è mai stata tanta crescita e tanto benessere come in questi anni. Alcuni Stati della vecchia Europa stanno perdendo terreno, con l’eccezione di quelli Stati che hanno saputo interpretare il nuovo scenario e guardare avanti: tra di essi, tra i grandi, oltre al Regno Unito, campione di liberismo che non ha voluto aderire alla moneta unica anche per non farsi carico dei nostri debiti, c’è la Spagna, campione di trasferimento di poteri, responsabilità e risorse finanziarie dallo Stato centrale alle Regioni, e poi Finlandia, Irlanda, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania. Sono Stati che non hanno particolari problemi economici, eppure la Cina, l’11 settembre, l’euro e l’Argentina ci sono stati e ci sono anche per loro.

    Secondo. L’Italia da anni è il fanalino di coda dell’UE. L’anno scorso nella classifica di competitività del Word Economic Forum tra i 25 Stati dell’Ue l’Italia superava solamente la Polonia, e la superavamo solo perché in Polonia stanno pagando il prezzo di una coraggiosa riforma del sistema pensionistico finalizzata a passare al sistema a capitalizzazione in modo da essere meno egoisti verso le generazioni future.

    Terzo. Siete tutti a conoscenza di quello che sta succedendo in questi giorni in Germania. Stanno aumentando le tasse. Stanno aumentando l’Iva. Si propongono di alzare a 67 anni l’età per andare in pensione. E di aumentare di un’ora alla settimana l’orario lavorativo dei dipendenti pubblici senza nessun aumento di stipendio. «Perché la situazione di bilancio - ha dichiarato Stoiber - è più precaria, più pesante, più drammatica di quanto noi stessi avessimo valutato...». Ebbene, se dividiamo il debito pubblico tedesco, che è di 1 miliardo e 451 milioni di euro per il numero di abitanti della Germania (poco più di 82 milioni) otteniamo un debito pro-capite di 17.700 euro, che supera del 23,8% la media dell’Ue, che è di 14.300 Euro. Con questo dato i tedeschi si dichiarano preoccupatissimi e il cancelliere Angela Merkel chiede sacrifici. Ebbene, dallo stesso calcolo sui dati della Repubblica italiana risulta un debito pro-capite di 24.800 euro: il 40,1% peggio della Germania. Eppure noi non chiediamo sacrifici e ho sentito critiche al Governo per la dichiarata politica di contenimento dei costi. Ho sentito critiche da destra e da sinistra, e voglio dire che queste critiche non mi sembrano coerenti con un comportamento serio e responsabile.

    Quarto. Come elemento di scenario, vi chiedo di tener presente che il nostro debito pubblico, da solo, rappresenta il 22% della somma di tutti i debiti pubblici dei 25 Paesi membri dell’Ue. E che il nostro debito pubblico da solo è superiore alla somma dei debiti pubblici dei 20 Paesi membri dell’Ue esclusi i 5 grandi: Germania, Regno Unito, Francia, Spagna e Italia. Anche il debito pubblico della Germania da solo rappresenta circa il 22% della somma di tutti i debiti pubblici dei 25 Paesi membri dell’Ue, ma il prodotto interno lordo della Germania è uguale al 21% dell’Ue mentre noi arriviamo a malapena al 13% . Ecco perché siamo oggettivamente un pericolo pubblico, ecco perché abbiamo delle responsabilità non solo verso noi stessi ed ecco perché ritengo che nella sua stesura finale questa non dovrà assolutamente essere una finanziaria generosa ed elettorale!

    Quinto. Ho sentito proteste anche da parte di pubblici dipendenti e dei loro sindacati. Ebbene colleghi, vi chiedo di considerare questi dati.

    1) I dipendenti dello Stato sono circa 1 milione e 955 mila, quelli di Comuni, Regioni e Province circa 622.000 , quelli degli enti locali sanitari addirittura 681.000 e così via. In totale i dipendenti della Pubblica amministrazione (Pa) in Italia sono poco più di 3 milioni e 528 mila. Un numero impressionante. Un numero, secondo me, da paese comunista.

    2) Nel 2004 i dipendenti della PA in totale sono costati alla collettività poco più di 148 miliardi di euro: pensate che questa cifra è superiore a tutto il gettito dell’Iva più tutto il gettito dell’Irap più tutto il gettito dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche più tutta l’Ici. La somma di queste quattro imposte che tanto ci fanno arrabbiare e soffrire è poco meno di 143 miliardi di euro: cinque miliardi meno di quello che ci costano ogni anno i dipendenti della PA. Se dividiamo questi 148 miliardi di stipendi dei dipendenti della PA per il numero di abitanti del nostro Paese risulta un costo per ogni italiano di circa 5 milioni delle vecchie lire. A testa. Neonati e bisnonni inclusi. A me sembra una follia, considerando che se attuassimo un’intelligente privatizzazione dei servizi pubblici avremmo un costo infinitamente inferiore e servizi altrettanto infinitamente migliori. Non si può non essere d’accordo con il recente studio di Alberto Alesina e Enrico Spolaore: «L’accresciuta concorrenza internazionale e l’integrazione dei mercati hanno spinto i diversi paesi a decentrare alla ricerca di maggiore efficienza». Come sta facendo la Spagna. Le critiche che sento quasi quotidianamente alla recente riforma della Costituzione non si rendono conto della assoluta necessità di recuperare efficienza.

    3) Nel 2002 il costo totale dei dipendenti della PA è aumentato del 4,1% sull’anno precedente, nel 2003 l’aumento è stato del 5,5% e nel 2004 del 3%. Sono aumenti immensamente superiori all’incremento del Pil. Io dico che tutto questo rappresenta un lusso che il nostro Paese non può e non deve più permettersi!

    4) Dalle tabelle dell’interessante documento intitolato “Conti e aggregati economici delle amministrazioni pubbliche” pubblicato dall’Istat il 22 luglio di quest’anno risulta che il costo medio dei 3.528.000 dipendenti della PA è stato di 42.016 euro all’anno. Si colleghi, avete capito bene, ho detto 42.016 euro all’anno. Questo è il costo che la collettività sostiene in media per ognuno dei 3.528.000 dipendenti della PA. Togliamo i contributi a carico dei datori di lavoro pubblici ed ecco che resta uno stipendio prima delle tasse e dei contributi sociali a carico dei lavoratori, di poco meno di 30.000 euro all’anno. Uno stipendio di 29.770 euro, per la precisione, che diviso 12 fa 2.481 euro al mese. Non sono stipendi da fame. Io penso che sia giusto e doveroso pagare in modo decente i dipendenti della PA. Ma il loro numero mi sembra assolutamente eccessivo e anche nell’organizzazione e nei tempi di lavoro mi sembra ci siano margini per significativi miglioramenti.

    Sesto. Purtroppo nel nostro Paese continuiamo a usare vecchi paradigmi. La cultura centralista che ha fatto nascere la “legge finanziaria” che stiamo discutendo in questi giorni ne è un esempio, al pari delle schizofreniche proteste contro il concetto di “Devolution” previsto da uno dei 57 articoli della recente riforma della Costituzione. L’economia globale è basata su un mondo in cui l’assenza di confini non è più né un sogno né una possibilità, bensì una realtà. Ricordate la frase “Pensare globale, agire locale”.? Questa famosa raccomandazione di Akio Morita, il cofondatore della Sony, non è valida e applicabile solamente alle aziende, ma è applicabile anche alla politica e alla pubblica amministrazione. Le nostre regioni non possono portare avanti agende economiche innovative per tre motivi. Primo: possono essere ostacolate da leggi nazionali che possono bloccare progetti innovativi. Secondo: non hanno la necessaria autonomia finanziaria. Terzo: molto delle loro risorse finanziarie sono “drenate” per finanziare assistenzialismo, solidarietà e perequazione con le Regioni più povere con risultati insoddisfacenti per le regioni povere e devastanti per l’economia delle altre regioni che in presenza di una concorrenza internazionale sempre più seria, abile e impegnata in questi anni hanno continuato a perdere competitività. L’Italia, come Russia, Giappone e Indonesia a mio giudizio mantiene un assurdo centralismo nei processi decisionali. Un centralismo strutturale che è riluttante a demandare un qualsiasi ruolo direttivo. Il risultato è che nessuna Regione riesce ad avere significativi successi in maniera indipendente dal resto dello Stato.

    Settimo. A proposito di solidarietà, assistenzialismo e perequazione voglio ricordare, tra le tante, una sola operazione, che dovrebbe assumere valore emblematico. Si tratta dello scandalo di alcuni Lsu, i Lavoratori socialmente utili. Ho ancora davanti agli occhi quei due documentatissimi articoli sul Sole-24ore di mercoledì 19 gennaio 2005. Uno, di Michele Tiraboschi, era intitolato «I precari stabili. Uno spreco italiano». L’altro era di Serena Uccello, era intitolato «A 17.000 Lsu il posto non interessa», e cominciava con questa frase: «Negli ultimi 2 anni sono stati 17.000 i Lsu che hanno rifiutato l’offerta di un posto fisso preferendo il sussidio pubblico di 481 euro a un lavoro sicuro». Continuava con la denuncia di Natale Forlani, a quei tempi amministratore delegato di Italia Lavoro, di aver ricevuto anche delle minacce per non comunicare i nomi di chi rifiuta l’assunzione. E con quella di Massimo Felice Lombardo, amministratore delegato della Gesip, che ricordava «i momenti di duro scontro con quei 1.500 Lavoratori socialmente utili provenienti dal bacino dei precari storici (7.000 circa) di Palermo, che dinanzi alla prospettiva del posto fisso sono scesi in piazza incendiando cassonetti».

    Nell’ultima “Relazione Generale sulla situazione economica del Paese” i dati dei Lsu, suddivisi per Regione e per sesso, sono alle pagine 122 e 123 del terzo volume, dove è indicato che al 31 dicembre 2003 i Lsu erano 58.467. Ma con qualche sorpresa in quel documento c’è scritto che di questi 58.000 ben 16.626 (il 28%, quasi un terzo) sono finanziati in regioni del Centro Nord mentre i rimanenti 41.841 (il 72%) sono del Mezzogiorno. Ho tirato fuori la calcolatrice, ho fatto delle somme, e ho visto che per arrivare a quei 16.626 era necessario considerare del Centro Nord anche i Lsu di Campania, Abruzzo e Molise. Un errore veramente molto strano! I dati veri sono questi: 345 nel Nord Est, 4 nel Nord Ovest, 4.571 nel Centro e 53.547 nel Mezzogiorno.

    Questa storia va avanti da anni, e secondo me non è né Welfare né assistenza, ma bieca caccia al voto. La mia impressione, ve lo devo dire con molta malinconia, è che il sottosviluppo di alcune zone d’Italia non è vista come una sfida da vincere tutti assieme, ma come un’opportunità da non modificare per avere uno strumento di pressione e per andare a caccia di consensi elettorali.
    Le situazioni di alcuni Lsu possono essere considerati un simbolo, l’ennesima prova di quell’assistenzialismo all’italiana che in presenza di concorrenti sempre più bravi e determinati sta portando il nostro Paese sulla strada del sottosviluppo e della povertà.

    Ottavo. Con la legge finanziaria e con le altre procedure oggi in vigore le risorse non possono essere investite nel modo più razionale e più efficiente per competere perché, lo sapete, bisogna suddividere gli interventi per Regione e (ahimè) anche per partito, sia di maggioranza che di opposizione. Il risultato pratico di questa cultura centralista così dura a morire è un futuro di povertà. Nell’ultimo elenco del PIL mondiale con i nostri 27.700 dollari siamo scivolati al 30 posto della classifica ufficiale. Eliminando il Lussemburgo ed altri piccolissimi Stati siamo pur sempre al 21 posto. Superiamo ancora di poco la media dell’UE che è di 26.900 dollari perché tiene conto della Polonia e degli altri nuovi stati membri, ma siamo ben dietro a Francia, Germania, Regno Unito Austria, Danimarca eccetera.

    Nono. Spesa pubblica e interessi passivi. Alla fine del 1996 il nostro debito pubblico era di 1.205 miliardi di euro, ed in quell’anno abbiamo pagato circa 113 miliardi di interessi passivi sul debito pubblico. Dal 1996 ad oggi il debito pubblico è aumentato del 21,6% e siamo arrivati a 1.441 miliardi di euro, ma la spesa per interessi invece di aumentare è scesa. Mettendo uguale a 100 gli interessi pagati nel 1996, nel 2004 abbiamo speso solo 60,6, pur in presenza di un debito pubblico molto più pesante. Purtroppo lo stesso non è successo per la spesa pubblica esclusi gli interessi, che nello stesso periodo è aumentata del 44,2%, molto più degli aumenti del Pil e del debito pubblico, passando da 407 a 586 miliardi di euro. Dunque colleghi, il risparmio ottenuto grazie alla diminuzione degli interessi sul debito pubblico non è stato utilizzato per diminuire il debito ma per aumentare le spese, sia in questa che nell’altra legislatura. Di questo non possiamo certamente andare orgogliosi, e il difetto a mio giudizio è sicuramente nella struttura organizzativa del Paese, troppo centralizzata e che consente ancora comportamenti irrazionali e irresponsabili. La soluzione è una sola, e si chiama vero Federalismo, con i suoi corollari di maggiore responsabilità, di veri controlli e obblighi di resa di conto e di accountability.

    Decimo. Pochi giorni fa il Cnel ha organizzato una giornata di studio sul Federalismo fiscale. In quella circostanza il professor Massimo Bordignon, dell’Università Cattolica, ha ricordato che «il drenaggio delle risorse nelle aree ricche di un Paese a favore di quelle più povere tipiche di uno Stato unitario è diventato da un lato più insostenibile in presenza di un’accresciuta concorrenza internazionale, e dall’altro meno giustificabile alla luce della minor rilevanza del mercato nazionale rispetto a quello globale». Ritengo che questo sia un punto che è opportuno approfondire in quest’aula.

    Vediamo se questa situazione è applicabile al nostro Paese. Si tratta di capire se siamo in presenza di un drenaggio di risorse e, se la risposta è affermativa, se ciò dà realmente luogo a una situazione in prospettiva insostenibile. Per vederci chiaro è necessario ricordare che per il quinto anno consecutivo è stato pubblicato lo studio di Alberto Brambilla sulla regionalizzazione del sistema pensionistico. È uno studio molto serio. Quest’anno è stato presentato nella sede dell’Abi, mentre nel 2004 la presentazione era avvenuta al Cnel. Nessuno, ripeto nessuno, ha mai contestato le cifre del rapporto, il cui contenuto però è stato poco e male ripreso da giornali, televisioni e dalla politica. Ebbene, da quello studio risulta che nel 2003 in quattro regioni, Sicilia, Puglia, Campania Calabria, a fronte di circa 10 miliardi di euro di contributi sociali versati all’Inps sono state incassate pensioni per 28, 5 miliardi di euro.

    La differenza, o se volete il “buco” pensionistico è di più di 18 miliardi di euro. In pratica in queste 4 regioni per ogni 100 euro di contributi sociali versati all’Inps se ne incassano 285,5 di pensioni, con il record della Calabria dove per ogni 100 euro versati se ne incassano 396,8, mentre in Veneto ogni 100 euro di contributi versati i pensionati ne incassano 102,7 e in Lombardia addirittura 99,6. Questa è una situazione che dura da anni e che ha generato circa la metà del mostruoso debito pubblico italiano, che come abbiamo visto è superiore alla somma dei debiti pubblici di 20 stati membri dell’Ue.

    La differenza di 18 miliardi di euro è un’altra legge finanziaria. Ogni anno lo Stato deve prendere questi 18 miliardi di euro dall’Iva, dall’Irap e dalle altre tasse che incassa e li dà all’Inps per consentirgli di pagare le pensioni in Sicilia, Campania, Puglia e Calabria. Lungi da me l’idea di non pagare le pensioni, ma provate a pensare come cambierebbe la competitività del Paese e come cambierebbero le prospettive dei nostri figli se lo Stato potesse utilizzare ogni anno questi 18 miliardi di euro per infrastrutture. Con quella cifra si potrebbero costruire più di 10 autostrade BreBeMi all’anno. Oppure per finanziare ricerca, sviluppo, e nuove tecnologie. Oppure semplicemente per ridurre la pressione fiscale, in modo da attirare almeno una piccolissima parte di quegli investimenti che girano per il mondo portando lavoro e benessere ma che da anni hanno cancellato completamente il nostro paese dalle loro mappe.

    Dunque i numeri, che non sono di destra o di sinistra, confermano, anzi gridano, che da anni è in atto un enorme drenaggio di risorse da alcune regioni, Lombardia e Veneto in testa. Questo è un fatto, e questo dà luogo a una situazione in prospettiva insostenibile. Perché il mondo è cambiato e le regole economiche, politiche, sociali e aziendali oggi in vigore hanno ben poco in comune con quelle che si applicavano 20 o 30 anni fa. Noi lo diciamo da tempo. Non si tratta di egoismo, ma di sviluppo, e andando avanti in questo modo tra pochi anni si tratterrà di vera e propria sopravvivenza. L’economia globale non conosce barriere e un grande Stato centralizzato come il nostro rappresenta per sua natura una barriera economicamente inutile e culturalmente dannosa.

    Ricorda Kenichi Ohmae nel suo ultimo lavoro (Il prossimo scenario globale) che «Il tradizionale Stato-nazione centralizzato è un’ulteriore fonte di attrito. È male equipaggiato per giocare un ruolo significativo nel nuovo contesto economico, mentre le regioni che lo compongono sono spesso gli attori migliori per attrarre e trattenere ricchezza. In Italia, ormai da anni, lo Stato non fa investimenti nelle zone ricche ma le colpisce con tasse e contributi sociali che sono immediatamente riversati per assistenza, solidarietà e perequazione, nelle zone povere del Paese. Il risultato di questa politica è che le province ricche diventano ogni giorno meno competitive. Ormai da anni, nessuno viene a investire in Italia, mentre moltissimi imprenditori italiani investono e aprono nuove fabbriche all’estero. Ultima in ordine di tempo la Candy che sta chiudendo la sua fabbrica Donora a Cortenuova, nella bassa Bergamasca, per aprire una nuova fabbrica di frigoriferi a Podbarany, nelle repubblica Ceca. Nella circostanza l’Ad ha dichiarato che «da noi il lavoro pesa per 21 euro all’ora e a Podborany, poche decine di chilometri da Praga, soltanto 3 euro».
    Ma non dimentichiamo che di quei 21 euro ai lavoratori al netto di tasse e contributi sociali ne entrano in tasca meno di 9! Il resto serve per pagare assistenzialismo e per mantenere una enorme mano pubblica, degna di Cuba o delle repubbliche sovietiche di triste memoria. Serve per pagare i 148 miliardi di euro di stipendi di dipendenti della PA o i 18 miliardi di euro di differenza tra contributi sociali versati e pensioni Inps pagate nelle quattro regioni di cui abbiamo appena discusso oppure gli stipendi dei 17.000 Lsu che rifiutano un posto di lavoro.

    Tutto questo genera disoccupazione ed impoverisce il paese. Questo assistenzialismo potevamo forse permettercelo quando i mercati non erano così aperti e la competizione era meno dura e aggressiva. Ma quei tempi sono finiti e troppi colleghi, sia della maggioranza che dell’opposizione, troppi giornalisti, troppi sindacalisti e un parte molto significativa dell’opinione pubblica sembrano non rendersene conto! Sembrano non voler capire che il Paese sta vivendo al di sopra delle sue possibilità e che un grande Stato centralizzato come il nostro , proprio per sua natura, si prefigge di soddisfare gli interessi economici dell’intera collettività ma tutto ciò che esso fa in questa direzione finisce per bloccarsi non solo a causa dei due aspetti che fanno parte del peggior Dna della politica italiana: gli interessi particolari e l’assistenzialismo, ma anche per la sua struttura troppo centralizzata.

    Queste sono a mio giudizio cose che dovremo tenere presenti quando il Governo ci consegnerà il testo finale della legge finanziaria. Dovremo essere pronti ad accettare sacrifici ed eventualmente a protestare se al testo della Commissione bilancio saranno aggiunti altri articoli finalizzati ad assistenzialismo. Perché le leggi sono sempre di due tipi: o generano più efficienza o ridistribuiscono ricchezza, e la legge finanziaria che approveremo a mio giudizio dovrà assolutamente essere del primo tipo: dovrà generare più efficienza.Peccato che qui, a Montecitorio, quelli che parlano di efficienza sono accusati di mancanza di solidarietà, quando va bene, se non di egoismo o addirittura di razzismo. Anche per questo ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che senza federalismo vero questo Paese non ha futuro.


    Giancarlo Pagliarini (Il Federalismo 19/12/2005)

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    11 Dec 2010
    Messaggi
    5,525
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I liberisti hanno nel loro DNA un intuizione giusta che è assente nel pensiero socialista. Marx parlava di sfruttamento del lavoro da parte del Capitale, il quale si arricchiva attraverso il noto ricorso al plus-valore. C'è da chiedersi, seriamente se questo plus-valore, oggi, soprattutto in italia, non venga drenato da redditi che, in toto o in parte, sono di privilegio o di puro consumo. E indubbiamente è così: il lavoratore dipendente vede gran parte del suo stipendio finire non solo nelle tasche del datore di lavoro, ma anche e soprattutto nelle tasche di "parassiti", che possono essere alti dirigenti o semplici impiegati.
    Detto questo, Pagliarini rimane ancorato a un idea tradizionale di Sviluppo, che prevede una crescita costante e illimitata di servizi e consumi che in realtà genera diseconomie. Ad esempio in campo medico, ma anche energetico.

 

 

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226