| Giovedì 22 Dicembre 2005 - 13:42 | Daniele Scalea |

Il 6 dicembre a Bucarest il ministro degli esteri romeno Traian Basescu e la segretaria di stato yankee Condoleeza Rice, hanno firmato un accordo valido per l’installazione di quattro basi militari statunitensi in Romania. Una prima base sarà costruita a Costanza, grande città sul Mar Nero che costituisce una delle estremità del Vallo di Traiano, le cui vestigia ancora oggi arricchiscono la regione della Dobrugia. Le altre tre, a Babadag, Cincu e Smardan, saranno disposte più o meno nella medesima porzione di territorio, sempre nel nord-est del paese (cioè in quella regione che si protende verso il Mar Nero e la Russia).
In queste quattro città sono già presenti aeroporti militari, retaggio del periodo in cui la Romania era membro del Patto di Varsavia.
La Romania è stata spinta da motivazione politiche ed economiche ad accettare quest'accordo. Politiche, perché in cambio Washington ordinerà ai suoi servi europei d’accelerare l’entrata della Romania nell’Unione europea; economiche, perché le installazioni militari statunitensi porteranno lavoro in un paese afflitto da una vasta disoccupazione (più di 20 milioni di dollari saranno investiti dagli Usa nella sola Costanza).
Gli Stati Uniti, dal canto loro, guadagnano nuovi tasselli sia nella “strategia Rumsfeld” sia nella “strategia Brzezinski”. La strategia Rumsfeld è quella che vorrebbe smantellare le grandi basi della Guerra Fredda per sostituirle con più modesti avamposti militari, di modo da svincolare le forze armate statunitensi dall'oneroso presidio dei primi, ma conservare grazie ai secondi la capacità di dispiegarsi celermente in qualsiasi teatro geopolitico.
In poche parole, gli avamposti militari sul suolo europeo ospiteranno un piccolo presidio (sempre meglio tenere d'occhio gl'infidi vassalli) a guardia di tutti le armi e l’equipaggiamento necessario alle armate statunitense che dovessero eventualmente esservi inviate dal Pentagono.
La dottrina Brzezinski, invece, è quella che prevede l’accerchiamento e il logoramento della Russia, fino alla sua distruzione. Dal lato europeo, gli USA avranno presto basi militari in Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia e Romania (senza citare tutte quelle che si trovano nei paesi retrostanti), ed anche Moldova e Ucraina sono già candidate all’entrata nella Nato. La Bielorussia, infine, è stata giudicata uno “Stato canaglia” perché non accetta il dominio del nuovo “popolo eletto”. Ma per castigare Lukašenko il “secondo Israele” non aspetterà l’intervento di Dio: ci proverà già dalle prossime elezioni presidenziali bielorusse, nel 2006.
Tutto ciò sta preoccupando, e a ragione (benché i propagandisti del Corriere della Sera scriveranno, come sempre, della “paranoia da accerchiamento” russa), Mosca.
Tra Stati Uniti e Unione Sovietica era in vigore il Trattato sulle Forze convenzionali che, per l’appunto, disciplinava la quantità e la qualità dei mezzi bellici (esclusi quelli non convenzionali, esaminati in altri accordi) dispiegabili in Europa dai due Paesi. Dato che la Federazione Russa ha accettato tutti gli oneri concernenti al proclamarsi erede in linea diretta dell’Urss, ha preteso che gliene fossero riconosciuti anche gli onori: come, ad esempio, il rispetto di questo e di altri Trattati.
George W. Bush ha unilateralmente ritirato il suo paese dal Trattato Abm (quello, cioè, che vieta la costruzione di difese antimissilistiche, di modo da mantenere intatto l’equilibrio conferito dalla presenza d’armi nucleari su entrambi i fronti); il Trattato sulle Forze convenzionali, invece, fu riveduto negli anni ‘90, ma il Congresso di Washington si è sempre rifiutato di ratificarlo. In virtù di questo gran rifiuto, oggi i nordamericani non accettano di rendere noti quanti carri armati, veicoli corazzati, pezzi d’artiglieria di grosso calibro, aeroplani, elicotteri e uomini desiderano dispiegare in Romania, né tanto meno sono pronti a dichiarare quale sarebbe il loro scopo. Ciò significa che il mai riconosciuto (dagli Usa) Trattato sulle Forze Convenzionali è reso inapplicabile.
La domanda che ora in Russia si pongono è questa: dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato Abm, dopo la mancata ratificazione di quello sulle Forze convenzionali, dopo la creazione di nuove installazioni a scopo bellico sempre più vicine ai confini della Federazione Russa, ha senso che quest’ultima continui a rispettare solitaria i trattati per il disarmo, o la diminuzione degli armamenti?
Il ministro degli esteri Sergej Lavrov s’è detto curioso di vedere come le basi rumene potranno rispettare i canoni del Trattato sulle Forze Convenzionali. Il ministro della difesa e vice-presidente Igor Ivanov è andato oltre, riconoscendo che il Trattato è stato ignorato e si è detto “preoccupato” dai piani nordamericani. Il generale Juri Baluevskij, capo di Stato Maggiore, ha infine proposto che la Russia si consideri svincolata una volta per tutte dal rispetto di questi trattati, disconosciuti o mai riconosciuti dall’Occidente.


Daniele Scalea