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  1. #1
    Fieramente Leghista
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    Verona - Padania, la città di Flavio Tosi, la città antigiacobina della Pasque Veronesi
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    Predefinito Giulio Ferrari su papa ratzi: cosa ne pensate?

    cosa ne pensate dell'articolo della Padania che vede in papa Ratzi quasi la nuova frontiera della tradizione? (Sì, lo so che il giudizio dei nostri amici sedevacantisti sarà scontato e di condanna assoluta, ma gli altri?)


    GIULIO FERRARI
    --------------------------------------------------------------------------------
    È ancora presto per parlare di “effetto Ratzinger”, soprattutto nel periodo natalizio che tradizionalmente richiama all’ovile tante pecorelle distratte, ma parecchi parroci si sorprendono nel constatare che quest’anno il ritorno dei fedeli ha qualcosa di diverso. A fare la differenza, rispetto agli anni precedenti, più che il numero sono le “facce nuove”. Tutta gente che aveva smarrito la strada della parrocchia da molto tempo, persa nelle nebbie di indigeste innovazioni post-conciliari, e che rimette il naso in chiesa per vedere che aria tira, per capire se dopo quarant’anni di assemblearismo bonaccione si respira di nuovo l’atmosfera di una adulta e consapevole sacralità. Il sentimento di profonda religiosità, radicato nella genuina coscienza popolare più ancora che in certe realtà ecclesiali, aveva dovuto piegarsi alle pretese urgenze di una sperimentazione, liturgica e teologica, rivolta ad ambienti spesso incompatibili con l’ortodossia cattolica. Della necessità di «essere adulti nella fede» e non «fanciulli in stato di minorità, sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» aveva espressamente parlato l’allora cardinale Joseph Ratzinger nell’omelia che ha preceduto il conclave.
    Chi era stanco di chiacchiere, strimpellamenti, futili canzonette e degli sbandamenti di una riforma liturgica che avevano trovato proprio nel prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il più autorevole censore, si è sentito autorizzato a sperare. E, in effetti, oggi i primi segni di cambiamento si avvertono nelle chiese come nella Chiesa. Non si tratta solo di qualche tonaca in più e di qualche tenuta approssimativa in meno, lo “stile Benedetto XVI” pare influire sui contenuti non meno che sull’esteriorità della pratica cristiana. Dal Vaticano, in questo inizio di pontificato, sono uscite istruzioni, esortazioni e dosate reprimende che lentamente, giorno dopo giorno, compiono un sapiente lavoro di restauro dell’edificio ecclesiastico duramente compromesso. Ratzinger non ha mai chiuso gli occhi di fronte alla crisi della Chiesa, la sua carità nei confronti dell’istituzione fondata da Gesù Cristo lo ha portato a usare le drammatiche (e sicuramente sofferte) parole di quella memorabile Via Crucis, l’ultima sotto il travagliato regno di Giovanni Paolo II. «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui», disse il prefetto invocando il perdono per tutte quelle volte in cui la veste e il volto della Chiesa sono stati sporcati. Niente a che vedere con il pentimento per i presunti errori nel passato della Chiesa, mea culpa che peraltro Joseph Ratzinger non ha mai pronunciato, senza tuttavia spingersi sino alla palese dissociazione manifestata dal vescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, o di Como, mons. Alessandro Maggiolini. Il pentimento del custode dell’ortodossia chiama in causa invece il presente della Chiesa, a cominciare dai sacrilegi compiuti dai fedeli durante la Messa, complici disinvolture liturgiche e perdita del sacro. «Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa?», chiedeva il porporato nella meditazione, in mondovisione, dell’ultima Via Crucis. «A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote!». E dunque «quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Signore, salvaci». Ancora più esplicita, se possibile, la preghiera finale. «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano... ».
    Il fatto che chi ha pronunciato parole tanto coraggiose sia stato chiamato al soglio di Pietro, non è una cosa trascurabile per la moltitudine di cristiani che pensano le stesse cose e hanno trovato un Papa che parla la loro lingua. Così, questo teologo di vasta cultura nato in una famiglia bavarese d’antica tradizione contadina, è diventato un punto di riferimento per il popolo orfano della fede che parlava il linguaggio schietto e sincero del vecchio catechismo. Domande e risposte. Pane al pane, vino al vino, senza perifrasi e intellettualismi artificiosi. Lui lo ha capito, al punto di dare alle stampe un Compendio del suo catechismo, concepito a interrogativi e formule come quello di San Pio X. In neppure nove mesi di governo della Chiesa, Benedetto XVI si è mostrato ai cattolici e ai loro nemici come il Papa della verità (il suo motto da cardinale era “cooperatores veritatis”), non solo in virtù dell’ormai indelebile etichetta di difensore dell’ortodossia guadagnata sul ponte di comando dell’ex Santo Uffizio. Stare dalla parte della verità, per Ratzinger, significa scansare il compromesso, sfuggire alla “peste del relativismo” che inquina e distorce la professione di fede. Così, se con tutta probabilità la più intollerabile “sporcizia” è l’infiltrazione di pedofili nella Chiesa, Benedetto XVI ha dimostrato che il male va tolto alla radice: il 29 novembre, con la “Istruzione circa i criteri vocazionali delle persone con tendenze omosessuali”, firmata dal cardinale Zenon Grocholewski, il Vaticano ha sbarrato le porte dei seminari a sodomiti e “simpatizzanti” sancendo che la Chiesa “non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”. Un segnale che, al di là del fatto in sè, indica la fine della sudditanza ai dettami del “politicamente corretto”. E che la Chiesa di Ratzinger non abbia intenzione di chinare la testa davanti agli “idoli del mondo” lo si è visto anche in occasione della consultazione sulla procreazione artificiale, quando i più alti vertici ecclesiastici, Papa compreso, hanno detto chiaramente ai fedeli da che parte stare, ottenendo oltretutto una strepitosa vittoria sul campo referendario. La Chiesa di Ratzinger, insomma, non rinuncia alla sua autorità, in campo spirituale quando si tratta di misurarsi con le istituzioni laiche, e in campo ecclesiale, di fronte alle tante sbavature interne. Il “commissariamento” dei francescani di Assisi, tentati dalle sirene di un ecumenismo pacifista che avrebbe fatto inorridire il loro iper-rigoroso fondatore, ne è esempio eloquente. E’ nota, d’altra parte, l’avversione di Ratzinger per le “fiere religiose”: al primo incontro
    interreligioso del 1986 non volle andare. Al secondo, fu obbligato e minacciò le dimissioni. Da Papa, ha improntato il dialogo ecumenico al confronto tra diversi evitando di aggiungere confusione alla confusione che minaccia la fede dei cristiani.
    All’insegna della chiarezza, oltre che “del comune amore per la madre Chiesa”, sono anche le trattative per il rientro nella piena comunione dei quattro vescovi tradizionalisti, “eredi” della Fraternità sacerdotale fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, e dei loro 700 preti. Di fatto si tratta della fine del logoro tabù che ha lungamente discriminato i “tradizionalisti”.
    Giorno dopo giorno, Benedetto XVI cambia la Chiesa e la gente si riconosce in questo cambiamento perchè, in realtà, si tratta di un ritorno ai saldi punti di riferimento: la sala delle udienze, che contiene circa 7mila persone, non basta alla folla dei 20-30mila che accorrono per Papa Ratzinger. Lui li incontra in piazza, indossando per proteggersi dal freddo uno sfavillante camauro rosso, il caldo copricapo dei Papi del trecento. E con Benedetto XVI la tradizione si dimostra utile e attuale.

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  2. #2
    Il Patriota
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    Citazione Originariamente Scritto da halexandra
    cosa ne pensate dell'articolo della Padania che vede in papa Ratzi quasi la nuova frontiera della tradizione? (Sì, lo so che il giudizio dei nostri amici sedevacantisti sarà scontato e di condanna assoluta, ma gli altri?)


    GIULIO FERRARI
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    È ancora presto per parlare di “effetto Ratzinger”, soprattutto nel periodo natalizio che tradizionalmente richiama all’ovile tante pecorelle distratte, ma parecchi parroci si sorprendono nel constatare che quest’anno il ritorno dei fedeli ha qualcosa di diverso. A fare la differenza, rispetto agli anni precedenti, più che il numero sono le “facce nuove”. Tutta gente che aveva smarrito la strada della parrocchia da molto tempo, persa nelle nebbie di indigeste innovazioni post-conciliari, e che rimette il naso in chiesa per vedere che aria tira, per capire se dopo quarant’anni di assemblearismo bonaccione si respira di nuovo l’atmosfera di una adulta e consapevole sacralità. Il sentimento di profonda religiosità, radicato nella genuina coscienza popolare più ancora che in certe realtà ecclesiali, aveva dovuto piegarsi alle pretese urgenze di una sperimentazione, liturgica e teologica, rivolta ad ambienti spesso incompatibili con l’ortodossia cattolica. Della necessità di «essere adulti nella fede» e non «fanciulli in stato di minorità, sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» aveva espressamente parlato l’allora cardinale Joseph Ratzinger nell’omelia che ha preceduto il conclave.
    Chi era stanco di chiacchiere, strimpellamenti, futili canzonette e degli sbandamenti di una riforma liturgica che avevano trovato proprio nel prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il più autorevole censore, si è sentito autorizzato a sperare. E, in effetti, oggi i primi segni di cambiamento si avvertono nelle chiese come nella Chiesa. Non si tratta solo di qualche tonaca in più e di qualche tenuta approssimativa in meno, lo “stile Benedetto XVI” pare influire sui contenuti non meno che sull’esteriorità della pratica cristiana. Dal Vaticano, in questo inizio di pontificato, sono uscite istruzioni, esortazioni e dosate reprimende che lentamente, giorno dopo giorno, compiono un sapiente lavoro di restauro dell’edificio ecclesiastico duramente compromesso. Ratzinger non ha mai chiuso gli occhi di fronte alla crisi della Chiesa, la sua carità nei confronti dell’istituzione fondata da Gesù Cristo lo ha portato a usare le drammatiche (e sicuramente sofferte) parole di quella memorabile Via Crucis, l’ultima sotto il travagliato regno di Giovanni Paolo II. «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui», disse il prefetto invocando il perdono per tutte quelle volte in cui la veste e il volto della Chiesa sono stati sporcati. Niente a che vedere con il pentimento per i presunti errori nel passato della Chiesa, mea culpa che peraltro Joseph Ratzinger non ha mai pronunciato, senza tuttavia spingersi sino alla palese dissociazione manifestata dal vescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, o di Como, mons. Alessandro Maggiolini. Il pentimento del custode dell’ortodossia chiama in causa invece il presente della Chiesa, a cominciare dai sacrilegi compiuti dai fedeli durante la Messa, complici disinvolture liturgiche e perdita del sacro. «Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa?», chiedeva il porporato nella meditazione, in mondovisione, dell’ultima Via Crucis. «A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote!». E dunque «quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Signore, salvaci». Ancora più esplicita, se possibile, la preghiera finale. «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano... ».
    Il fatto che chi ha pronunciato parole tanto coraggiose sia stato chiamato al soglio di Pietro, non è una cosa trascurabile per la moltitudine di cristiani che pensano le stesse cose e hanno trovato un Papa che parla la loro lingua. Così, questo teologo di vasta cultura nato in una famiglia bavarese d’antica tradizione contadina, è diventato un punto di riferimento per il popolo orfano della fede che parlava il linguaggio schietto e sincero del vecchio catechismo. Domande e risposte. Pane al pane, vino al vino, senza perifrasi e intellettualismi artificiosi. Lui lo ha capito, al punto di dare alle stampe un Compendio del suo catechismo, concepito a interrogativi e formule come quello di San Pio X. In neppure nove mesi di governo della Chiesa, Benedetto XVI si è mostrato ai cattolici e ai loro nemici come il Papa della verità (il suo motto da cardinale era “cooperatores veritatis”), non solo in virtù dell’ormai indelebile etichetta di difensore dell’ortodossia guadagnata sul ponte di comando dell’ex Santo Uffizio. Stare dalla parte della verità, per Ratzinger, significa scansare il compromesso, sfuggire alla “peste del relativismo” che inquina e distorce la professione di fede. Così, se con tutta probabilità la più intollerabile “sporcizia” è l’infiltrazione di pedofili nella Chiesa, Benedetto XVI ha dimostrato che il male va tolto alla radice: il 29 novembre, con la “Istruzione circa i criteri vocazionali delle persone con tendenze omosessuali”, firmata dal cardinale Zenon Grocholewski, il Vaticano ha sbarrato le porte dei seminari a sodomiti e “simpatizzanti” sancendo che la Chiesa “non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”. Un segnale che, al di là del fatto in sè, indica la fine della sudditanza ai dettami del “politicamente corretto”. E che la Chiesa di Ratzinger non abbia intenzione di chinare la testa davanti agli “idoli del mondo” lo si è visto anche in occasione della consultazione sulla procreazione artificiale, quando i più alti vertici ecclesiastici, Papa compreso, hanno detto chiaramente ai fedeli da che parte stare, ottenendo oltretutto una strepitosa vittoria sul campo referendario. La Chiesa di Ratzinger, insomma, non rinuncia alla sua autorità, in campo spirituale quando si tratta di misurarsi con le istituzioni laiche, e in campo ecclesiale, di fronte alle tante sbavature interne. Il “commissariamento” dei francescani di Assisi, tentati dalle sirene di un ecumenismo pacifista che avrebbe fatto inorridire il loro iper-rigoroso fondatore, ne è esempio eloquente. E’ nota, d’altra parte, l’avversione di Ratzinger per le “fiere religiose”: al primo incontro
    interreligioso del 1986 non volle andare. Al secondo, fu obbligato e minacciò le dimissioni. Da Papa, ha improntato il dialogo ecumenico al confronto tra diversi evitando di aggiungere confusione alla confusione che minaccia la fede dei cristiani.
    All’insegna della chiarezza, oltre che “del comune amore per la madre Chiesa”, sono anche le trattative per il rientro nella piena comunione dei quattro vescovi tradizionalisti, “eredi” della Fraternità sacerdotale fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, e dei loro 700 preti. Di fatto si tratta della fine del logoro tabù che ha lungamente discriminato i “tradizionalisti”.
    Giorno dopo giorno, Benedetto XVI cambia la Chiesa e la gente si riconosce in questo cambiamento perchè, in realtà, si tratta di un ritorno ai saldi punti di riferimento: la sala delle udienze, che contiene circa 7mila persone, non basta alla folla dei 20-30mila che accorrono per Papa Ratzinger. Lui li incontra in piazza, indossando per proteggersi dal freddo uno sfavillante camauro rosso, il caldo copricapo dei Papi del trecento. E con Benedetto XVI la tradizione si dimostra utile e attuale.
    tutte buffonate per gli allocchi: ratzi è sicuramente meno "Pagliaccio " del precedente occupante la Sede Apostolica ma della stessa pasta...riportare la Chiesa alla Tradizone non basta indossare il camauro ma significa abrogare la "nuova messa", il "nuovo catechismo" e tutti i frutti nefasti del concilio vaticano II dalla libertà religiosa, ecc, ecc....

  3. #3
    Totila
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    Ho sempre sostenuto che una rettifica degli errori del Vaticano II° è cosa che verrà fatta (se verrà fatta) gradualmente. Mi pare che questa sia la strada intrapresa da Benedetto XVI. Sbaglierò; ma qualche segnale c'è.

  4. #4
    Agape
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Il Patriota
    tutte buffonate per gli allocchi: ratzi è sicuramente meno "Pagliaccio " del precedente occupante la Sede Apostolica ma della stessa pasta...riportare la Chiesa alla Tradizone non basta indossare il camauro ma significa abrogare la "nuova messa", il "nuovo catechismo" e tutti i frutti nefasti del concilio vaticano II dalla libertà religiosa, ecc, ecc....
    forse ratzie è meno pagliaccio del precedente, ma non è certo meno pericoloso, anzi... !!!


  5. #5
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    -Il “commissariamento” dei francescani di Assisi, tentati dalle sirene di un ecumenismo pacifista che avrebbe fatto inorridire il loro iper-rigoroso fondatore, ne è esempio eloquente.-

    ...e quel no secco agli omosessuali nella Chiesa non mi dispiacciono.Inoltre alla messa di mezzanotte di Natale nel mio borgo non ho visto le solite schitarrate con tanto di applausi finali.E da tre anni a questa parte vi è una mini rappresentazione della natività con tanto di bambino (vivo).

    io ho sempre detto che lo IUS sanguinis lo dobbiamo difendere noi stessi nella vita di tutti i giorni sempre e comunque.
    In questi tempi di merda sono già passi avanti.
    Dal suo pontificato mi aspetto un secco NO alla Turchia in europa e questo mi potrà bastare per ora da parte sua.
    poi si vedrà al prossimo papa quando la russ9ia sarà molto più vicina.
    LUX LUCET IN TENEBRIS.

 

 

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