

Nato a S. Miniatello nel 1865 e morto nel 1931 a Roma.
Uomo politico e scrittore.Sostenitore della guerra libica, aderì poi al fascismo.
Tra i personaggi caduti nel dimenticatoio rientra Enrico Corradini, esponente nazionalista e intellettuale vissuto a cavallo tra l'ottocento e il novecento.Insieme a Pareto, Prezzolini e Papini fondo' e diresse la rivista il "REGNO" e divenne uno dei leader della corrente nazionalista, fondando nel 1910 l'Associazione Nazionalista Italiana, che ebbe un ruolo determinante per l'inizio della gloriosa impresa libica, con la quale l'Italia si impadroni' della Libia, di Rodi e del Dodecaneso. Nel 1911 con Alfredo Rocco ( futuro ministro fascista della giustizia) e Luigi Federzoni ( futuro capo del Partito Nazionalista Italiano) fondo' "L'Idea Nazionale". Corradini aderi', anche al fascismo, pur mantenendosi in una posizione marginale. Tra i suoi scritti si ricordano "Nazionalismo e Democrazia", "Il Nazionalismo Italiano", e "La riforma politica dell'Europa". Sostenne una politica espansionistica e imperialistica, dichiarando che il vero contrasto non era quello tra classi, ma tra paesi ricchi e paesi poveri, tra "nazioni capitaliste" e "nazioni proletarie", cioè con un'eccedenza di popolazione rispetto alle risorse economiche. Perciò l'Italia si doveva contrapporre alle democrazie occidentali, accrescendo la sua aggressività politico-militare e indirizzando le masse verso obiettivi"imperiali".
Quella che segue è una parte della relazione di Enrico Corradini al congresso costitutivo dell'Associazione nazionalistica a Firenze (Dicembre 1910). È interessante notare l'uso del concetto di "nazione proletaria" che illumina chiaramente i punti di contatto tra socialismo e fascismo sotto l'egida del nazionalismo. Da qui si possono intravedere i futuri sviluppi dell'idea nella forma del nazionalsocialismo di Hitler, del comunismo in un solo paese di Stalin, fino ad arrivare alle numerose varianti di protezionismo e di assistenzialismo statalista degli stati a democrazia rappresentativa.
Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo principio: ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi. Ciò premesso, il nazionalismo deve anzitutto batter sodo su questa verità: l'Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria. Ed è proletaria nel periodo avanti la riscossa, cioè nel periodo preorfanico, di cecità e di debilità vitale. Sottoposta alle altre nazioni e debile, non di forze popolari, ma di forze nazionali. Precisamente come il proletariato prima che il socialismo gli si accostasse.
I muscoli de' lavoratori eran forti com'ora, ma che volontà avevano i lavoratori di elevarsi? Erano ciechi sul loro stato. Or che cosa accadde quando il socialismo disse al proletariato la prima parola? Il proletariato si risvegliò, ebbe un primo barlume sul suo stato, intravide la possibilità di mutarlo, concepì il primo proposito di mutarlo. E i1 socialismo lo trasse con sé, lo spinse a lottare, formò nella lotta la sua unione, la sua coscienza, la sua forza, le sue stesse armi, il suo nuovo diritto, la sua volontà di vincere, il suo orgoglio di stravincere, l'affrancò, lo portò a dettar la sua legge di classe alle altre classi, alla nazione, alle nazioni.
Ebbene, amici, il nazionalismo deve fare qualcosa di simile per la nazione italiana. Deve essere, a male agguagliare, il nostro socialismo nazionale. Cioè, come il socialismo insegnò al proletariato il valore della lotta di classe, così noi dobbiamo insegnare all'Italia il valore della lotta internazionale.
Ma la lotta internazionale è la guerra?
Ebbene, sia la guerra!
E il nazionalismo susciti in Italia la volontà della guerra vittoriosa.
È superfluo avvertire che la nostra guerra non è un precipitarsi alle armi, e che la nostra guerra vittoriosa non è un'ingenuità poetica, o profetica, ma un ordine morale. Noi insomma proponiamo un «metodo di redenzione nazionale» e con un'espressione estremamente riassuntiva e concentrata lo chiamiamo «necessità della guerra». La guerra è l'atto supremo, ma l'affermare la necessità della guerra comprende il riconoscere la necessità del preparare la guerra e del prepararsi alla guerra, cioè comprende un metodo tecnico e un metodo morale. Un metodo di disciplina nazionale. Un metodo per creare la ragione formidabile e ineluttabile della necessità della disciplina nazionale. Un metodo per creare la necessità inesorabile di ritornare al sentimento del dovere. Preme al cuore de' nazionalisti che le scuole e le ferrovie facciano il loro dovere. Un metodo per restituir credito soprattutto alle virtù e all'esercizio delle virtù (i mezzi del Giappone povero come noi) che i borghesi e la loro opinione pubblica e il loro buon senso e le classi dirigenti e gli uomini politici, o il parlamentarismo, come direbbe Vincenzo Morello, misero da banda per rispetto alla vita della nazione italiana. Un metodo finalmente per rinnovare un patto di solidarietà di famiglia tra le classi della nazione italiana. Un metodo per provare la necessità e l'utile di questo patto. Per anni e anni fu predicato ai lavoratori italiani dal socialismo, nostro maestro e nostro avversario, che era loro interesse rendersi solidali con i lavoratori della Concincina e del Paraguay e rompere ogni solidarietà con i loro padroni e con la nazione italiana. Bisogna rinchiodare nel cervello dei lavoratori che hanno un maggiore interesse a mantenersi solidali con i loro padroni e soprattutto con la loro nazione e a mandare al diavolo la solidarietà con i loro compagni del Paraguay e della Concincina.
Insomma l'Italia, da quando è costituita in libertà e in unità, ha perduto due guerre e non ha risolta la questione del Mezzogiorno. Nella politica delle alleanze è giunta ad essere nemica de' suoi alleati e arnica de' nemici de' suoi alleati, e senza credito presso gli uni e presso gli altri. Non ha sospettato neppure che si potesse imprimere all'emigrazione un moto verso una finalità nazionale ed ha ormai logore tutte le sue istituzioni ed esausti tutti i suoi partiti.
Vale a dire, il resultato della nostra politica estera e della nostra politica interna è cattivo.
Quali le cause? C'è bisogno d'un'opera di revisione generale.
Il nazionalismo si propone quest'opera.
C'è bisogno di mutar sistema, di trovare un miglior sistema d'uomini e di cose.
Il nazionalismo vuol trovarlo. Questa è la sua ragione d'essere.
fonte: http://www.an-montelupo.it/Enrico%20Corradini.html
Nota bene: la data di nascita nella scheda qui sopra (tratta dal volume Personalità del Fascismo, del 1928) è riportata errata, 1867 invece che 1865.


L'analisi dei "tre pacifismi" del primo Novecento nelle parole di un nazionalista
Enrico Corradini: un discorso del 1913 contro il pacifismo
"Dovere essenziale del nazionalismo è la formazione d'una coscienza guerresca da opporre alla coscienza pacifista".
L'essenza del nazionalismo italiano, signore e signori, consiste nel combattere la triplice pacifista.
Tolgo subito i possibili malintesi, spiegandomi.
La triplice pacifista è la collaborazione di tre pacifismi allo stesso compito.
Ma prima una parola. Se io, subito dopo una guerra dell'Italia e due in Europa seguito a combattere il pacifismo, voi penserete: "Che cosa vuole costui? Non è contento ancora? Che esagerazione davvero in questo momento!"
Ascoltatemi sino in fondo e giudicherete.
Venendo dunque ai tre pacifismi, il primo è di origine vetusta e si nutre ancora di rugiade nel regno dei cieli. E' il pacifismo idealista della borghesia colta e cosmopolita dell'Europa contemporanea. Per questo signori borghesi l'ideale della pace è la conseguenza logica di altri due ideali logici; il primo, che tutto si possa sistemare con la ragione; secondo, che si possa sistemare l'unione de popoli. Sistemata questa, la guerra fu.
Il pietismo umanitario fomenta il pacifismo idealista. Un principio, quello che la vita umana è sacra, lo sostiene. E' superfluo aggiungere che in fondo al principio teorico ed etico c'è, o signore e signori, un deposito d'atavica poltronaggine. Per mezzo, cioè, del pacifismo la borghesia colta idealizza, teorizza, eticizza, mi si passino i brutti verbi, estetizza il suo stato d'animo che è di astrazione dalla realtà e di rammollimento di decadenza.
E veniamo al secondo pacifismo.
Questo si nutre di cose più solide ed è il pacifismo di classe, o meglio della lotta di classe. E' il pacifismo socialista. Cioè, quel pacifismo internazionale di cui il socialismo ha bisogno per avere le mani più libere a menare la lotta di classe nazionale. Il socialismo vuole la lotta nazionale e vuole disfare l'unione nazionale; ma siccome ogni azione politica ha bisogno d'idee, d'ideali, di teorie, d'etiche e d'estetiche, il socialismo prende ciò dal suo dabbene avversario, la borghesia. Così anch'esso sospira verso la pace e s'intenerisce per l'unione de' popoli; ma non dice che lo fa per la guerra in casa e la disunione in famiglia. Il pacifismo socialista sta al pacifismo borghese come un furbo a un imbecille.
E c'è finalmente il terzo pacifismo, un pacifismo da noi poco conosciuto sino agli ultimi di settembre dell'anno scorso. E' il pacifismo plutocratico che la guerra libica prima, la guerra balcanica poi trassero dall'ombra alla luce. E' il pacifismo degli uomini d'affari, dei mercanti, dei banchieri, degli impresarii, di quelli che hanno le "concessioni" dai governi degli Stati. E' il pacifismo che vuole la pace per paura che la guerra danneggi gli affari. E' il pacifismo che si fonda sul principio "l'affare è sacro ed è la più importante cosa del mondo", come il pacifismo borghese si fonda sul principio "la vita dell'individuo è sacra ed è la più importante cosa del mondo", e come il pacifismo socialista si fonda sul principio "la lotta di classe è sacra ed è la cosa più importante del mondo". La più importante cosa del mondo era per il pacifismo plutocratico lo statu quo dell'Impero ottomano, campo opimo d'affari. Una guerra d'una nazione europea contro la Turchia era per il pacifismo plutocratico un cattivo affare.
Quando noi movemmo guerra alla Turchia per la Tripolitania, gli affari uscirono dai penetrali dove lavorano, e ci si avventarono contro. E quando stava per scoppiare la guerra balcanica, si videro gli uomini di governo delle nazioni plutocratiche, cioè, degli Stati che hanno una maggior somma di affari di loro cittadini da tutelare, si videro far di tutto per impedirla. E quando fu scoppiata, per troncarla il più presto possibile. Il ministro della nazione più plutocratica, il signor Poincaré, passerà alla storia come agitato e non seguito promotore d'interventi e di conferenze. L'Europa plutocratica cessò, quando vide la guerra spazzar via la Turchia e collocare al suo posto i quattro alleati balcanici. L'Europa allora pensò che anche con questi successori ed eredi avrebbe potuto far buoni affari; lasciò quindi correre la guerra e la Turchia brutalmente fu abbandonata al suo destino, come prima era brutalmente protetta.
Il denaro ora permetteva alla mezzacroce di divorare la mezzaluna.
Orbene, questi tre pacifismi, il pacifismo degli affari che non vogliono essere disturbati, il pacifismo della lotta di classe che vuole operare sola nel mondo, il pacifismo della borghesia idealista che vuole sistemare il genere umano sopra una legge di tenerezza, collaborano fra di loro, come dissi in principio, ed è naturale. Poco importa se con un patto di alleanza o senza, ma è una vera triplice di collaborazione.
Dovere essenziale del nazionalismo è la formazione d'una coscienza guerresca da opporre alla coscienza pacifista. E parlando così, o signore e signori, parlando così non intendiamo di celebrare la guerra come un capitano di ventura del Medioevo.
Intendiamo di riconoscere che la guerra è, come la pace, necessaria e salutare nel mondo. Intendiamo di riconoscere che il mondo si conserva e si sviluppa per azioni di guerra e per azioni di pace concatenate insieme, e che senza questa alterna catena il mondo morirebbe; morrebbe di morte violenta con la guerra sola, morrebbe di sfinimento con la sola pace.
fonte: http://italy.peacelink.org/storia/ar.../art_6847.html


Identità, differenza, Nazione.
Bello il discorso sui tre pacifismi da combattere.


ENRICO CORRADINI E L'IDEA NAZIONALE
Esattamente 100 anni fa Corradini si affacciò sulla scena politica nazionale pubblicando il primo numero della rivista il “Regno”. Fin dall’inizio individuò nel sistema politico incarnato da Giolitti la fonte della “viltà presente”, caratterizzando i suoi scritti per il feroce disprezzo della ragionevolezza borghese e dell’uguaglianza socialista, esaltando invece il sacrificio immotivato del singolo come forma suprema di disprezzo della moltitudine.
Nell’aprile del 1909 iniziò la sua collaborazione con la rivista torinese “il Tricolore” quindicinale fondato dal gruppo nazionalista attivo nella città dall’anno precedente, che si costituirà in associazione in luglio, presto seguito da altri gruppi di nazionalisti di altri centri del Piemonte. Il giornale, grazie alla preziosa opera di Corradini ebbe molto seguito, ma nonostante questo dovette chiudere i battenti per motivi finanziari.
Nel dicembre del 1909 in una conferenza a Trieste, Corradini formulò un’apertura verso i sindacalisti rivoluzionari, definendo l’Italia una nazione proletaria naturalmente avversa alle nazioni capitalistiche.
Nel dicembre del 1910 fu tra i promotori del primo congresso nazionalista che vide la fondazione dell’Associazione Nazionalista Italiana. Al congresso parteciparono anche esponenti repubblicani, insieme ad ex sindacalisti rivoluzionari. L’associazione vide la nomina di un comitato direttivo composto dallo stesso Corradini, Paolo Arcari, Arturo Collutti, Luigi Federzoni.
Nel 1910 Corradini collaborò con Arturo Labriola, Libero Tancredi e Paolo Orano (uno degli esponenti più significativi del sindacalismo rivoluzionario) alla rivista “la Lupa”, espressione dell’avvicinamento tra il sindacalismo rivoluzionario e il sovversivismo nazionalista. Nel 1911 a Firenze Corradini fu il fondatore della rivista settimanale “Idea Nazionale”, divenuta poi quotidiano a partire dal 1914.
Corradini fu anche scrittore: La vita nazionale 1907, l’Ombra della vita 1908, La patria Lontana.
L’idea nazionale arde ancora a distanza di 100 anni.
"Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo principio: ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi. Ciò premesso, il nazionalismo deve anzitutto batter sodo su questa verità: l'Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria. Ed è proletaria nel periodo avanti la riscossa, cioè nel periodo preorfanico, di cecità e di debilità vitale. Sottoposta alle altre nazioni e debile, non di forze popolari, ma di forze nazionali. Precisamente come il proletariato prima che il socialismo gli si accostasse.
I muscoli de' lavoratori eran forti com'ora, ma che volontà avevano i lavoratori di elevarsi? Erano ciechi sul loro stato. Or che cosa accadde quando il socialismo disse al proletariato la prima parola? Il proletariato si risvegliò, ebbe un primo barlume sul suo stato, intravide la possibilità di mutarlo, concepì il primo proposito di mutarlo. E i1 socialismo lo trasse con sé, lo spinse a lottare, formò nella lotta la sua unione, la sua coscienza, la sua forza, le sue stesse armi, il suo nuovo diritto, la sua volontà di vincere, il suo orgoglio di stravincere, l'affrancò, lo portò a dettar la sua legge di classe alle altre classi, alla nazione, alle nazioni.
Ebbene, amici, il nazionalismo deve fare qualcosa di simile per la nazione italiana. Deve essere, a male agguagliare, il nostro socialismo nazionale. Cioè, come il socialismo insegnò al proletariato il valore della lotta di classe, così noi dobbiamo insegnare all'Italia il valore della lotta internazionale."
Dal discorso di Enrico Corradini al congresso costitutivo dell'Associazione nazionalistica a Firenze (Dicembre 1910).
Lecco RN
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