LITURGIA

(Corrispondenza romana) Il canto gregoriano è stato "ingiustamente" abbandonato e sarebbe opportuno che tornasse a ricoprire un ruolo primario nella vita della Chiesa. In questi termini si è espresso monsignor Valentí Miserachs Grau in un incontro organizzato in Vaticano dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Monsignor Miserachs Grau, musicista spagnolo, è Presidente del Pontificio Istituto di Musica Sacra dal 1995, nonché Canonico e Maestro di cappella della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. L'Agenzia "Zenit" (22 dicembre 2005) lo ha intervistato nella sede del Pontificio Istituto di Musica Sacra per comprendere cosa sia successo al canto gregoriano e come sia possibile recuperarlo.

In una giornata dedicata al canto gregoriano, che si è svolta in Vaticano, il suo appello al recupero di questa forma liturgica è stato molto apprezzato. Significa che esiste un consenso per procedere in questa direzione?
Miserachs: A mio avviso significa che vi è un'opinione generalizzata che esprime l'esigenza di recupe-rare l'uso del latino e del gregoriano, che è un canto proprio della Chiesa. Il gregoriano è stato abbandonato, lasciato ai concerti e ai compact disc, mentre il suo ruolo precipuo era ed è nella liturgia.

Non le sembra giusto che nel contesto del XXI secolo la musica della Chiesa non sia solo quella del canto gregoriano?

Miserachs: Io credo che i nuovi generi musicali, nella gran parte dei casi, non hanno saputo o non hanno potuto affermarsi come tradizione irrinunciabile della Chiesa, procurando così un impoverimento gene-rale. A me risulta incomprensibile il fatto che, soprattutto nei Paesi latini, negli ultimi quarant'anni siano stati messi da parte sia l'uso del latino sia il canto gregoriano. Il latino e il canto gregoriano, pur parte integrante della tradizione, sono stati tagliati fuori.

È come se avessero tagliato via le radici, ora che si parla tanto di ra-dici. Con l'abbandono del canto gregoriano si sono create le condizioni per il proliferare di nuovi prodotti mu-sicali che molte volte non hanno la qualità tecnica sufficiente. Quando ce l'hanno possono ben stare accanto al canto gregoriano, perché no?
Perché non viene valorizzata la capacità dei fedeli di imparare le melodie in latino?

Miserachs: Si è pensato che fossero incapaci di farlo, ma questo è falso. La gente prima sapeva canta-re in latino i canti fondamentali, mentre oggi sembra che ci si stia impegnando per disimparare ciò che già si conosceva. Ovviamente non è possibile riproporre l'intero repertorio che consta di 5000 brani. In materia di canto liturgico il popolo non può essere l'unico protagonista: è necessario rispettare l'ordine delle cose in cui fedeli cantano ciò che devono cantare e il resto spetta alla schola, al cantore, al salmista e, chiaramente, al celebrante.

Per rilanciare il canto gregoriano in assemblea, si può iniziare ricordando il Padre Nostro, il Kyrie, il Sanctus e l'Agnus Dei. I fedeli, se vengono invitati e gli si dà lo spartito, con qualche esercitazione sono per-fettamente in grado di seguire e cantare le melodie gregoriane semplici, anche se fosse la prima volta che le sentono. Così come si impara a cantare il repertorio gregoriano è possibile imparare i canti nelle lingue corren-ti, ovviamente quelli che siano degni di essere affiancati al repertorio gregoriano.

Secondo lei viene dedicata sufficiente attenzione alla musica sacra nella Chiesa?
Miserachs: No. Peraltro da molto tempo si sta insistendo su questo punto. Il nostro Istituto fa il suo lavoro, ma è un'istituzione accademica, non normativa e non ha competenza in questo senso. Occorrerebbe la supervisione diretta di un ente del Vaticano sulla musica sacra; è una necessità. Siamo in attesa di indicazioni ufficiali e questo compete alla Chiesa di Roma, alla Santa Sede. (CR 926/04 del 24/12/05)