Servono stranieri. Per i campi, per le fabbriche, per le università. Servono più immigrati, per l’economia, per la società, per la previdenza. I controlli sono sacrosanti, ma per carità di Dio, non facciamo troppe discussioni alla frontiera. Insomma, in Italia non si vive di grandi certezze, ma nel novero delle poche cose incontestabili, o quasi, c’è quella della “necessità” di immigrati. Destra e sinistra, con sempre minori differenziazioni, convengono: servono.

Ma ne siamo davvero sicuri? Il bisogno del nostro Paese di nuove braccia, menti, cuori provenienti da lontano è reale o semplicemente un assunto che si da per scontato, senza che nessuno si sia preso la briga di verificarlo? L’impressione che se ne ha è proprio questa. Una nuova caratteristica del Belpaese, perfettamente in linea con l’esterofilia ormai patologica che avvolge tutta la penisola.

Oltre confine, al contrario, si pensa, si ragiona e si agisce in maniera diversa. Non a caso il nuovo governo tedesco guidato da Angela Merkel sta pensando di negare la possibilità di rifiutare un lavoro per i disoccupati che percepiscono l’assegno di mantenimento. Questo perché l’anno scorso la Germania ha dovuto far entrare 325 mila stagionali, quasi tutti polacchi. L’esecutivo di Berlino ora vuole che almeno 32 mila di questi siano sostituiti da “braccia” tedesche in attesa di occupazione.

Esagerazione teutonica? Niente affatto, semplice pragmatismo. Del resto, l’obiettivo di un governo è o non è quello di avvicinarsi il più possibile alla piena occupazione? Anche il fatto di non concedere libertà di scelta a chi percepisce aiuti pubblici potrà apparire drastica, ma in una congiuntura non particolarmente favorevole, anche necessaria. E mentre 46.000 disoccupati tedeschi rispondono sul web all’annuncio di un imprenditore siciliano che cerca manodopera per raccogliere arance (viaggio, vitto e alloggio pagati), al di qua delle Alpi ovviamente l’orientamento generale è di segno ben diverso. Le liste della disoccupazione sono sempre piene, ma nessuno sembra porsi il problema. Eccezion fatta per gli sforzi della Lega che a più riprese ha cercato di sollevare la questione, il sistema Italia continua con la consueta litania sull’esigenza incontestabile, incontrovertibile, improrogabile di aumentare il numero di ingressi.

Fa specie rilevare che chi si accoda a questa schiera, spesso è anche fra i più entusiasti promotori dell’Europa unita. Anche in questo caso il dubbio è lecito: ma se la crisi tocca più o meno tutti i paesi Ue. E se la maggioranza di questi è orientata a prendere certe misure, come quelle appena descritte allo studio in Germania, perché da noi si fa eccezione? Dubbio amletico. “Bisogna fare come in Europa“, salvo eccezioni...

Chi la pensa diversamente, magari giocando un po’ sui numeri e sul politicamente corretto, una spiegazione la può sempre arrabattare. Del resto lo sanno tutti, di stranieri c’è bisogno...

E mica solo per lavorare nei campi o in fabbrica. Anche da far accomodare nelle nostre università. E siccome siamo signori, gli troviamo anche un alloggio che sia all’altezza e gli diamo i soldi per comprare i libri e concedersi qualche svago. Esagerazioni tricolori? Niente affatto (purtroppo). Semplice cronaca di un’idea partorita dai rettori di Politecnico di Milano, Bocconi e Cattolica. L’iniziativa - doveroso precisarlo - è rivolta a soli studenti d’eccellenza provenienti dall’ area del mediterraneo, est-Europa e America latina. Venti borse di studio per favorire giovani meritevoli e per rilanciare l’università meneghina, altrimenti - sostengono i magnifici - “fra qualche anno nessuno verrà a studiare nei nostri atenei”. Sul banco degli imputati: alloggi scarsi e carissimi e costo della vita troppo elevato.

Il mecenatismo, intendiamoci, è sempre cosa buona e giusta. Ma in questo caso appare un po’ beffardo. Si dà una risposta sbagliata a un problema giusto. Per stessa ammissione dei rettori, gli atenei del capoluogo ricevono un numero di domande di iscrizione spesso superiore a quello dei posti a disposizione, tanto da essere costretti in più occasioni a istituire il numero chiuso. E il fattore promozionale del venire a studiare a Milano, difficilmente può essere messo in dubbio vista l’importanza e il numero dei centri di eccellenza in campo presenti in città. Parimenti, sfugge alle logiche del marketing, il rilancio internazionale del sistema universitario milanese attraverso questi venti fortunati ambasciatori... Ma se pubblicità deve essere, e sia. Certo sarebbe stato meglio, se invece di prendere venti “studenti immagine”, si fosse a contribuire a risolvere i problemi. Il panino a mezzogiorno è troppo caro tanto per il meritevole e disciplinato studente peruviano, quanto per quello altrettanto dotato di piazzale Lima. Il monolocale è una chimera irraggiungibile per la brillante studentessa nata a Tunisi, sia per l’altrettanto sveglia vicina di banco cresciuta nei pressi di viale Tunisia. Insomma, studiare a Milano è bello, interessante, ma difficile e scomodo per chiunque, straniero o autoctono che sia. L’iniziativa dei rettori milanesi è condivisibile, ma parziale. Al valsassinese che si deve fare sei ore di viaggio, andata e ritorno, per un’ora di Diritto privato in Festa del perdono, o all’aspirante architetto della Val Sabbia che spera di finire presto il “Poli” per smetterla di cacciare 400 e passa euro per un letto in un mini-appartamento in periferia dove dormono altre tre persone, si persevera nel non dare una risposta.

Intanto abbiamo dato una mano a venti stranieri. Solo venti? Ce n’è bisogno molti di più. Non lo sapevate...?

Paolo Bassi