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    Predefinito Il nostro regresso periodico

    Maurizio Blondet
    28/12/2005

    Sul «declino italiano», uno storico di nome Giovanni Aliberti, che insegna alla Sapienza, fornisce una lettura che mi pare interessante sottoporre ai lettori.
    Aliberti osserva un più antico e fatale declino: quello che concluse, tra il 1500 e il 1600, il Rinascimento italiano.
    Il Rinascimento fu non solo un'originale creazione italiana; fu un fenomeno potentemente innovativo ed espansivo, che impose in tutta Europa stili e tecniche, arte e gusti.
    E' l'Italia che fa uscire l'Europa (non dico qui se sia stato un bene o un male) dal Medio Evo e dalla sua funzionale rudezza guerriera.
    E, cosa altamente significativa, l'Italia dà questo moto propulsivo senza avere forza politica; l'Italia non ha Stato, eppure «detta», con la persuasione della sua finezza.
    L'Italia fiorisce mentre è percorsa da eserciti stranieri.
    Quando le armate di Carlo VII e Luigi XII francesi scendono da noi, quei rudi militari sono conquistati dalla magnificenza e dal lusso delle piccole corti italiane.
    Anzitutto negli aspetti più esteriori, ma solo in apparenza superficiali.
    Gente che divorava con le mani scopre le posate.
    Gente che si copriva di feltro e cuoio è sedotta dai broccati e dai gioielli, dalla grazie a dalla finezza.(1)

    E' Venezia e la sua eleganza a dettare la moda (il Made in Italy ha queste antiche origini, che i nostri «grandi sarti» d'oggi sono troppo ignoranti per esplorare, e rivendicare).
    Per valutare la misura di quanto «avanti» si trovasse l'Italia in questo campo, basterà dire questo: che i costumi di parata e di rappresentanza dei re e dei grandi di Francia e Inghilterra del sedicesimo secolo si ispirano visibilmente a quelli dei signori italiani della fine del quindicesimo.
    Insomma oltralpe si seguiva una «moda» che da noi era nata mezzo secolo prima.
    Naturalmente, lusso e raffinatezza non erano che conseguenze di una travolgente capacità economica d'innovazione.
    Venezia e le altre repubbliche marinare commerciavano con l'Asia fino alla Mongolia, inventavano mezzi di pagamento, cambiali e assicurazioni dei noli, girate bancarie e strumenti da «finanza creativa».
    Firenze era la Borsa mondiale delle lane di Spagna e d'Inghilterra.
    Milano esportava metallurgia comune e fine, le armature «milanesi» ageminate e damaschinate facevano furore in Europa.
    Persino la Sicilia esportava seta e financo cotone, allora raro; il velluto fu un'invenzione italiana.
    I ricchi borghesi degli affari - come i Medici a Firenze - divennero fastosi e rinomati gran signori, «nobili» a modo loro, e per volonterosa imitazione dello stile cavalleresco. (2)
    L'arte italiana rifulge e fa scuola, la cultura umanistica si diffonde come un primato, un impero dello spirito: Shakespeare è impensabile senza Verona e Venezia, senza il Rinascimento. (3)



    Poi questo straordinario, colorato, fiero impulso innovativo si spense, e soffocò.
    Certo, si ripete: la Controriforma, la scoperta dell'America che deviò i traffici dall'Oriente ad Occidente…ma Aliberti nota un fatto tutto italiano, e assai più decisivo.
    La classe arricchita dall'industria e dal commercio smette di industriarsi e scambiare, e aspira ad un altro status.
    Quello del proprietario terriero e di enormi, fastosi palazzi.
    Lì mette i soldi guadagnati dai padri avidi e imprenditori.
    E' cosa che si nota a Genova come a Firenze.
    Le enormi ricchezze si solidificano in palazzi urbani, enormi, massicci, bugnati e ricchi.
    Palazzi fastosi che fanno ancor belle le nostre città, e attirano i turisti a Venezia.
    Ma immobilizzano enormi capitali, sottraendoli all'industria e al commercio.
    Diventati ricchi, gli armatori genovesi si comprano terreni agricoli, bloccando in quell'impiego poco produttivo (capirete, l'agricoltura in Liguria…) i capitali liquidi ereditati.
    E a provocare questa scelta non è - nota giustamente Aliberti - una sia pur retrograda aspirazione all'aristocrazia, una «rifeudalizzazione».
    No. E' qualcosa di borghesemente peggiore.
    E' la voglia di «vivere di rendita».



    Basta con la fatica, il rischio imprenditoriale, l'intrapresa, le nuove idee per arricchirsi ed espandersi.
    L'italiano ricco vuole ormai vivere bene godendosi i frutti del passato in una quantità di tempo libero, vita di società «tranquilla» e ostentazione provinciale, senza faticare.
    L'Italia non si confronta più col mondo.
    Si rifugia in una «blanda arcaicità socio-economica», favorita da un «cattolicesimo neotemporalista» e materno senza ambizioni, che vede la soluzione ai problemi sociali in un «assistenzialismo pauperistico» che tiene il luogo dell'incitamento alle «industriosità meritevoli».
    I segnali sono tanti, e alcuni precoci.
    Quando Colombo presenta il suo progetto a Ferdinando e Isabella, gli armatori genovesi sono enormemente più ricchi e potenti di quel piccolo regno appena fondato dai due re iberici, che hanno appena riunito i loro due feudi, Castiglia e Aragona; in più, Ferdinando e Isabella stanno ancora liberando il paese dagli arabi, che resistono a Granada.
    Eppure, ascoltano Colombo e gli danno i mezzi per la sua impresa.
    I genovesi avevano mezzi superiori.
    Ma rifiutarono il progetto.
    Quel che mancò non furono i soldi, fu «l'ambizione», la sete di scoperta e di primato.
    Vinse la voglia di stare sul sicuro, di non prendersi «gatte da pelare».
    Quello stato d'animo ristretto che Guicciardini esaltò: il «particulare». (4)

    In Italia, piccole politiche perpetuano le divisioni: comuni, minuscole signorie e città-Stato, tutti impegnati nella secessione, permanente e consensuale, dall'idea di Italia.
    Ferdinando e Isabella invece colgono, da grandi imprenditori, l'occasione.
    E della gatta da pelare che gli procura Colombo - un intero continente, sai che fatiche - fanno un'opportunità inaudita per unificare la Spagna.
    Unificare il Paese con una grande politica estera: è questo che fanno.
    Per mezzo millennio, la Spagna, ribollente di particolarismi (catalani e baschi) resta unita dalla grande impresa di conquistare, amministrare, riempire di chiese dei continenti: non solo l'America ma le Filippine.
    Così Genova perse il suo destino, governare le rotte occidentali, rifiutando un suo figlio che pensava «troppo» e troppo in grande. Da noi, intanto, era il declino.
    Un bel declino, il che fu peggio: le generazioni non se ne accorsero, contentandosi ognuna di vivere un po' meno riccamente della precedente, adeguando i suoi bisogni e il catalogo delle sue curiosità a un economia non più sovrabbondante.
    Il solo nostro grande pittore del declino, il Caravaggio con il suo crudo sguardo sulla realtà, in Spagna sarebbe stato invitato a Corte come il Velasquez; fu un ramingo e un maledetto, un emarginato sociale.



    Gli italiani ricchi, atei devoti, riempivano le chiese di esausti eredi di Raffaello, con sante poppute le cui estasi, circondate da cherubini obesi, ricordavano tanto l'orgasmo.
    Finì così: nel '700, mentre spagnoli e portoghesi, inglesi e olandesi si erano divisi il mondo con marinerie feroci e agili, nutrendosi di stoccafisso e porco salato, Venezia la Serenissima produceva ancora - in arsenali di Stato, nazionalizzati perché fuori mercato - galee a remi, come quelle dell'antica Roma.
    Con cui arrancava sottocosta nel Mediterraneo, intesa a piccoli commerci con la misera costa dalmata sotto casa.
    Ma in Italia si mangiava bene.
    Ecco il passo a cui ci troviamo di nuovo, dice Aliberti.
    L'Italia non è tanto un Paese «immobile», quanto «immobiliare».
    Per necessità il 72 % degli italiani è proprietario della casa in cui abita; ma non certo per necessità ha ricoperto le coste di seconde case, per lo più inguardabili.
    Immobilizzando capitali enormi per quel «tempo libero», anziché destinarli ad imprese produttive. Perché è un «investimento sicuro», il mattone.



    Nel fondo, c'è il progetto di vivere di rendita.
    La rendita al posto del profitto: i nostri sedicenti imprenditori italiani, da Tronchetti Provera a Benetton, hanno smesso per tempo d'ingegnarsi, e si sono accaparrati patrimoni che rendono mensilmente in bollette, pedaggi e tariffe in monopolio, senza dover faticare ad innovare.
    Non a caso, i nuovi «capitani coraggiosi» (sic) sono palazzinari e immobiliaristi, un settore economico dove l'accesso è aperto ad ignoranti di ogni genere, perché non richiede saperi sofisticati.
    In ogni famiglia, la rendita immobiliare (della casa che abito non pago l'affitto) completa il reddito, ineluttabilmente calante.
    Lascerà ai figli, disoccupati cronici, almeno, la casa: così non dovranno sforzarsi né spostarsi a cercar lavoro, a confrontarsi col mondo.
    I figli poi si contentano: dategli un telefonino e quelle orrende felpe e scarpe di marca americana (ma Made in Cina), e loro sono stracchi e felici.
    Questa generazione comodamente malvestita sarà incapace anche di sostenere il «Made in Italy», perché non le interessa, non lo conosce, e non ha nemmeno l'occasione che richieda (una vita di società alta ed esigente) di «vestirsi bene».



    D'altra parte, anche la politica riflette questa involuzione.
    D'Alema rischia il suo destino di «statista» per una barca da regata: il tempo libero viene per lui prima di tutto, evidentemente.
    Le sue ambizioni sono deboli.
    Berlusconi è «grande imprenditore» della superficialità generale, e la sua superficialità è invincibile.
    Non vede i problemi emergenti, e anche lui ha il «mal della pietra»: grandi opere passatiste, il ponte di Messina.
    Del resto, le opere del futuro, l'alta velocità che già copre la Francia e la Spagna, i valligiani di Susa non le vogliono.
    Il «particolare» prima di tutto.
    I nostri comodi, e il resto vada in malora.
    La cosa principale, il nostro divertimento primario: il «mangiar bene».
    E non si mangia bene «come in Italia».
    E come nel '600, la Chiesa accompagna questa fase con il suo neotemporalismo indulgente, senza ambizioni.
    L'assistenzialismo pauperistico invece che l'impresa, la Compagnia delle Opere al posto dell'innovazione tecnologica, l'8 per mille invece del mecenatismo dei Papi rinascimentali.



    E come nel '600, nota Aliberti, rispuntano gli «atei devoti».
    E alla Chiesa piacciono più dei credenti, perché fanno meno domande.
    L'importante è che siano «devoti» per convenzione.
    E' l'Italia che, periodicamente, sceglie di fermarsi.
    Per lunghi periodi.
    Aliberti è andato a rivedere le statistiche sui consumi privati degli italiani.
    Fatto 100 il consumo nel 1861, l'anno in cui nasce l'Italia, esso stagna per ottant'anni: nel 1951 è solo a 158,1, poco più di una volta e mezza di un secolo prima.
    Poi, rapido ed esaltante, l'aumento.
    Nel 1971 i consumi delle famiglie sono il quadruplo che nel 1861 (409,6); solo dieci anni dopo nel 1981, il quintuplo (506); e solo sei anni dopo, nell '86 quasi il sestuplo (570).
    Un aumento esponenziale.
    E' il «miracolo economico».
    Ma non è durato.
    Ed ora stiamo di nuovo tornando indietro, rifugiandoci nelle rendite (chi può), integrando i guadagni attivi con «la casa in proprietà», restringendo la nostra cultura e le nostre menti di fronte alle sfide tremende della globalizzazione.



    Il restringimento si riflette nelle statistiche.
    Un'indagine della Fiat tra i suoi dipendenti, sui loro consumi e stili di vita, 1930-1957, è rivelatrice. Nel 1940 i colletti bianchi torinesi spendono per «divertimenti e cultura» (e in un mondo senza TV né viaggi-vacanza all'estero, per di più in guerra, era più «cultura» che divertimenti) il 9,40 % del loro reddito.
    Nel 1955 (guerra finita da dieci anni, il primo benessere) la spesa culturale è «calata» al 5,4 %.
    Nel 1957, all'orlo del miracolo economico, è risalita all'8,3 %.
    Ma resta «inferiore» a quella del 1940: nel ribollire di «mezzi di comunicazione», TV e cinema, rotocalchi e giornali, l'italiano legge ancora come nel 1937.
    E' per questo che caliamo.
    Ci sembra di avere studiato anche troppo.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) L'elemento maschile del vestiario medievale, il giustacuore da portare con calze colorate, deriva da una specie di giacchina corta, attillata e imbottita, che si soleva portare sotto la corazza. La gioventù cavalleresca cominciò a portare questo «disotto», chiamato in Francia «gippon» o «pourpoint», come un «disopra», per esibizione delle proprie abitudini militari - quasi avessero appena un istante prima tolta l'armatura - allo stesso modo in cui oggi la nobiltà inglese ha imposto ai borghesucci italiani la moda del «piumino» senza maniche e della giacca corta cerata, vestiario della caccia e delle cavalcate nelle fredde piovose brughiere. Il «pourpoint» non cessò mai di essere imbottito, come quando serviva per proteggere dalla fredda durezza delle placche di ferro. Anzi, sempre più imbottito e ornato di cannelloni verticali, ormai di velluto e seta (italiani), divenne l'abito di rappresentanza per qualche secolo. Le spalline imbottite delle nostre giacche da uomo ne sono forse un lontano ricordo.
    2) L'anima segreta della finezza europea è infatti la Cavalleria: l'atteggiamento nobile e magnanimo del guerriero, forte e cortese, di «buone maniere» e rispettoso della donna, l'amor cortese. Fatto singolare, la cavalleria intesa in questo senso fu un fenomeno dapprima letterario (nacque in Provenza dai troubadours: Roland è un guerriero, ma non ancora un cavaliere), e divenne «poi» realtà sociale. L'impulso delle donne in questa salita straordinaria della civiltà fu cruciale: non diedero il loro cuore solo ad ammazzatori ferrati, pretesero che fossero insieme «prou et courtois», prodi ma anche gentili. Stiamo assistendo alla fine totale di questa luce, nei nostri giovani, che non sono né saranno mai più «cavalieri». Ciò perché le donne oggi si contentano molto, e non sono capaci di «spingere a cose più alte» (così per Goethe faceva l'eterno femminino) i loro uomini.
    3) L'inglese si riempie allora di parole latine o italiane. La vecchia lingua sassone, fatta di monosillabi simili ad abbaiamenti di cane (dark, far) si colora di polisillabi italiani e colti. E, fatto significativo, in inglese le parole polisillabiche italiche hanno un senso spirituale e sentimentale, che la vecchia lingua sassone ignorava. E' la differenza tra «dark» (buio) ed «obscure», o tra «far» (lontano fisicamente) e «distant» (un'amante può lamentare che il suo uomo è «distant», anche se nel suo letto). Come ha notato Borges, Shakespeare modula da maestro questi due registri che, come i registri di un organo, sono unici della lingua inglese. I suoi personaggi popolari e volgari parlano per monosillabi sassoni; il discorso di Amleto è fiorito di nobili polisillabi, in cui esprime il suo intimo e nobile tormento.
    4) Al contrario, Machiavelli fu acceso dal grande volo della Spagna; il suo Principe, dedicato a un ispanico Borgia, è tutto un commento alla grande politica estera spagnola e animato dalla speranza che un principe iberico possa fare altrettanto grande l'Italia, chiusa nel suo «particulare» meschino. Contro la grande idea di Machiavelli, la pigrizia italiana che non si vuol far scuotere leverà la tipica accusa, moralisticamente «cattolica», di a-moralità.




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    Talking Confermato: Wojtyla era ebreo (forse frankista)

    Maurizio Blondet
    28/12/2005

    Allora era proprio vero: Giovanni Paolo II era ebreo.
    Lo ha scoperto con gioia Yaakov Wise, uno studioso di genealogie ebraiche che abita a Manchester.
    Da esperto del problema, Wise ha fatto ricerche sull'ascendenza del lato femminile della famiglia Wojtyla: per decreto rabbinico sono le madri, non i padri, a trasmettere l'ebraicità.
    La mamma di Karol, che morì quando lui era lattante, aveva sposato un polacco cattolico; ma il suo nome, Emilia Kaczorowski è apparso a Wise un adattamento polacco di un nome ebraico molto comune nel mondo yiddish: Katz.
    La nonna si chiamava Marianna Scholz, altro nome ebraico (Schulze, Schultz).
    E la bisnonna, Zuzanna Rybicka, altro nome di suono ebraico.
    Infatti tali nomi appaiono frequenti nelle tombe del cimitero ebraico di Biala-Bielsko, da cui veniva la famiglia della mamma di Karol.
    Wise ne è sicuro: «come storico ebreo, ho accesso ad informazioni che sono chiuse ad altri storici», dice.
    Con questo lignaggio materno fino alla terza generazione, Karol Wojtyla non solo era un ebreo integrale; avesse chiesto la cittadinanza israeliana, lo Stato ebraico avrebbe dovuto riconoscergliela.



    Questo fatto getta una nuova luce non solo sugli atti di Karol Wojtyla (la visita del primo Papa a una sinagoga, la preghiera al «muro del pianto», le «scuse» della Chiesa agli ebrei) ma sulla sua neo-teologia della «elezione».
    Risale a lui la nuova e malferma dottrina «cattolica» secondo cui l'Antica Alleanza persiste tutt'ora; la Nuova Alleanza (di Gesù) non l'ha fatta decadere - insomma che gli ebrei hanno diritto di aspettare ancora un messia, avendo rifiutato il primo.
    Una «dottrina» che forza alquanto i testi del Vangelo, per negare la «sostituzione».
    Anche l'accettazione dell'Olocausto (con la maiuscola) come il «sacrificio di sangue» sacramentale che fa degli ebrei la «vittima» collettiva alternativa all'Agnello, diventa più significativa alla luce dell'ebraicità di Wojtyla.
    Del resto nel 1998, quando il Papa polacco chiese perdono agli ebrei col documento «Noi ricordiamo», Giovanni Paolo II approvò il discorso ufficiale, dove si diceva che «il popolo ebraico è crocifisso da duemila anni».
    Non «perseguitato», ma «crocifisso», come il Salvatore.
    E non da tremila anni, ma da duemila: ossia dalla nascita di Cristo.
    Dal solo fatto che Gesù sia nato.
    Popolo «crocifisso» per il fatto che il cristianesimo esiste.



    Che significa?
    La frase è assurda per un cattolico credente.
    Ma esprime i sentimenti di ogni ebreo, «offeso» dalla pretesa cristiana di essere il Novus Israel.
    Ma non basta.
    Nel processo di canonizzazione a tappe forzate, sarebbe bene che gli avvocati del diavolo investigassero questo lato del beatificando.
    Che idea aveva di sé Wojtyla e della sua ebraicità?
    Perché in Polonia, come noto, nacque e operò Jacob Frank (1726-1791), un israelita che si proclamò messia; e sull'esempio di Sabbataei Zevi (un precedente «messia» che operò in ambiente islamico e si convertì falsamente all'Islam con tutti i suoi seguaci) anche Frank e 500 famiglie di suoi fedeli si fecero battezzare, nel 1759.
    Mantenendo però in segreto i loro culti ebraici eretici spesso licenziosi (vi aveva una parte importante la figlia di Frank, Eva, adorata con un culto copiato a quello della Vergine Nera di Cracovia), la fede nel loro «messia» apostata, e la pratica della più stretta endogamia settaria (i frankisti si sposano solo tra loro, come ordinato da Frank: «non prendete in moglie nessuna delle loro puttane» cattoliche).



    Nota è la giustificazione teologica della loro apostasia e doppiezza: il messia «deve» compiere gli atti più peccaminosi, e la conversione falsa all'odiata «religione di Edom» (Roma) è la peggiore. Perché «la salvezza si ottiene attraverso il peccato», secondo una tipica movenza gnostica detta anti-nomica (1).
    I frankisti andavano a messa la domenica, ma il sabato si riunivano nelle loro sinagoghe segrete.
    Wojtyla era influenzato sicuramente da questa «cultura», perché personalità frankiste hanno svolto una parte essenziale nel creare il particolare nazionalismo polacco, l'idea della nazione sofferente, «Cristo delle nazioni».
    Il poeta nazionale polacco Adam Mickiewicz (1798-1855) tanto amato dal Papa, era un frankista: super-cattolico a parole, ma amico di Mazzini, con cui partecipò alla Repubblica Romana, la massonica impresa che nel 1849 cacciò da Roma Pio IX; e morì a Costantinopoli mentre cercava di arruolare una legione ebraica per liberare Gerusalemme: un sionista ante litteram.
    Jerzy Turowicz, il potentissimo direttore di «Tygodnik Powsszechny», l'autorevole rivista cattolico-progressista cui Karol collaborò e che tanto influì sulla sua formazione culturale e spirituale, era un frankista, e al suo funerale volle si cantassero cori ebraici.
    Di altri personaggi ebrei o frankisti che hanno influito e guidato il giovane Wojtyla ho parlato nel mio libro «Cronache dell'Anticristo» (Effedieffe, 2001).
    Fra l'altro è notevole che la comunità ebraica americana si prodigò per sostenere finanziariamente Solidarnosc, organizzazione sindacale cattolica, ma controllata da vicino da tre ebrei di fiducia, Jacek Kuron, Adam Michnitz e BronislaGeremek, figli di funzionari comunisti di colpo passati al nemico.



    Ma sapeva Wojtyla di avere sangue ebreo?
    Wise sostiene di sì.
    Altrimenti non si spiega perché nel 1940, il giovane seminarista si sia nascosto ai nazionalsocialisti: se si fosse saputo polacco e dunque «ariano», non sarebbe stato necessario.
    Ma se lo sapeva, perché ha taciuto questa sua identità, mentre moltiplicava i favori e le aperture al giudaismo?
    Questo elemento può indicare una sua appartenenza all'ambiente frankista: celare il proprio ebraismo è un obbligo per la setta (2).
    D'altra parte, sua madre Emilia si sposò al di fuori della cerchia ebraica, e questo potrebbe essere un segno contrario; però il mutamento del nome da Katz a Kaczorowski potrebbe essere un indizio a favore.
    E' anche possibile che, a distanza di due secoli, gli stessi elementi frankisti non abbiano più una coscienza netta e separata della loro identità, si sentano insieme «cattolici» ed ebrei.
    Sarà stato il caso di Giovanni Paolo?
    E' una questione su cui indagare a fondo, anziché proclamarlo «santo subito» senza accurata inchiesta.
    Santo, forse; ma subito, meglio di no.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «Antinomia» vuol dire «contro la legge» (nòmos in greco). Nell'ebraismo ortodosso come in quello frankista, l'avvento del messia sancisce l'abolizione della «legge» e di ogni legge, anche morale. Tipicamente, i frankisti - ormai «liberati» dalla legge grazie al loro «messia» - praticavano l'incesto, «perché lassù non esiste divieto». Contro questa credenza giudaica, esplicitamente, Gesù dice la famosa frase: «non crediate sia venuto ad abolire la legge». Voleva dire: benché il Messia sia venuto (era Lui), della legge morale non cadrà «uno jota» fino alla fine dei tempi.
    2) Voci che Wojtyla fosse ebreo sono circolate parecchio in Polonia. Del resto, nella polemica politica polacca, è frequente che un avversario venga accusato di essere un «ebreo nascosto», ossia un frankista. Il regime comunista cercò di far credere che lo stesso Lech Walesa fosse un ebreo, che in realtà si chiamava Leiba Kohne (Cohen). Non era vero. Lo stesso Walesa una volta spiegò: «l'antisemitismo in Polonia è dovuto agli ebrei che celano la loro nazionalità», insomma un'altra allusione ai frankisti.




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