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Discussione: Calendario Celtico

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    Predefinito Calendario Celtico

    Che strano il calendario celtico Il suo ciclo durava cinque anni
    LO CONOSCIAMO GRAZIE AD UNA TAVOLA CONSERVATA AL MUSEO DI LIONE CERCAVA DI CONCILIARE I PERIODI DEL SOLE E DELLA LUNA CON MESI EXTRA

    28/12/2005

    IL calendario di Coligny, conservato al Musée de la Civilisation Gallo-Romaine di Lione, è una tavola comprende un calendario celtico lunisolare di 5 anni, con i nomi dei dodici mesi lunari celtici e due mesi intercalari di 30 giorni privi di nome. Il quinquennio è strutturato su tre anni di dodici lunazioni e due anni, il primo e il terzo, di tredici lunazioni. La particolarità del calendario sta nel numero di giorni dei mesi. (Samon 30, Duman 29, Riuros 30, Anagan 29, Ogron 30, Cutios 30, Giamon 29, Simiuis 30, Equos 30, Elembios 29, Edrini 30, Cantlos 29). La scelta di considerare sette mesi di 30 giorni e cinque mesi di 29 comporta che i giorni compresi in anno celtico di dodici lunazioni risultino 7x30+5x29 = 355, in eccesso rispetto all’anno lunare, che dura poco più di 354 giorni. E’ improbabile che osservatori esperti come i druidi abbiano commesso un errore così grande, errore ancora maggiore negli anni con la tredicesima lunazione intercalare, che risulta di ben 8x30+5x29=385 giorni. Una stessa scritta chiaramente incisa nella tavola di bronzo lo ricorda: MID XIII MATV CCCLXXXV LAT che va tradotta come «mese tredicesimo fortunato (che porta l’anno ad essere) 385 lungo». Lo schema di Coligny è dunque chiaro e indiscutibile. Tuttavia la lettura può essere decisamente diversa rispetto alle lunazioni: lo schema di tre anni di 355 giorni e due anni di 385 porta a un totale di 1835 giorni. Siccome, come ci assicura un testo di Plinio, il secolo celtico era composto da trent’anni, il ciclo andava ripetuto sei volte. In questo modo il ciclo completo risultava di 1835x6=11.010 giorni. Questo numero trasforma il Calendario di Coligny in una incredibile e complessa tavola per previsioni planetarie. Innanzi tutto, se dividiamo questo numero per il periodo sinodico di Mercurio, troviamo che il periodo si ripete in un secolo celtico 95 volte, con uno scarto di poco più di un giorno in trent’anni. Questo è senza dubbio l'elemento caratterizzante e la nuova chiave di lettura del calendario di Coligny: la possibilità di determinare la posizione e la fase di Mercurio. Bisogna sottolineare che Mercurio era la divinità più importante dei Celti. Per i Celti Mercurio era Lug: una ulteriore conferma dell'interpretazione del calendario sta nel fatto che il reperto sia stato rinvenuto nei pressi di Lione, il cui nome era anticamente Lugdunum, proprio perché era la città consacrata alla più importante divinità del pantheon celtico. Cesare scrive: «Il dio che venerano sopra ogni altro è Mercurio, le cui statue sono le più numerose». In questo dio vedono l’inventore di tutte le arti; lo considerano come guida di chi viaggia lungo le strade, come colui che più di ogni altro può far guadagnare denaro e favorire il commercio. Cerchiamo di metterci nei panni di un osservatore celtico e sforziamoci di immaginare le sue osservazioni: era fondamentale l'osservazione delle massime elongazioni, orientale e occidentale, del pianeta, quando raggiunge la massima distanza apparente dal Sole e la sua visibilità è migliore. Coligny consente di prevedere queste posizioni con una approssimazione di circ
    a un giorno ogni trent'anni.
    Questa scoperta cambia totalmente il significato del calendario celtico, che era estremamente preciso per quanto concerne Mercurio, mentre si limitava a una descrizione meno attenta, pur essendo altamente simbolica, delle fasi lunari. Viene spontaneo un paragone: lo stesso procedimento si trova tra i Maya, ma per Venere, la loro divinità più importante. Coligny consente di effettuare anche altre previsioni. Innanzi tutto, dividendo 11.010 per il periodo siderale di Venere, si ottengono 49 cicli con un anticipo di circa otto ore. Inoltre, lo stesso numero diviso per il periodo siderale della Luna, fornisce 403 cicli, con un anticipo di circa 14 ore. Infine, se consideriamo solo 5 cicli di Coligny, e quindi 25 anni, otteniamo 1835x5=9.175 giorni, che corrispondono a 23 periodi sinodici di Giove.
    Tutto ciò merita una serie di considerazioni. Innanzi tutto va rivalutata la scienza dei Celti, e in particolare l'astronomia. Inoltre, questa scoperta conferma l'importanza di Mercurio come principale divinità, e ne ribadisce la connotazione astrale. Infine bisogna sottolineare il calendario basato sul periodo siderale della Luna: vi sono reminescenze nei calendari agricoli attuali alpini. Ancora oggi, i contadini della Valle d'Aosta e della vicina Savoia amano usare per le loro principali opere agricole un calendario lunare siderale, che viene riassunto popolarmente con il termine dialettale «Planètta», che indica la posizione della Luna nel cielo. C’è in questa tradizione una rem
    inescenza di abitudini celtiche?

    Guido Cossard, La Stampa
    Se vedòm!

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    Citazione Originariamente Scritto da Gatto rognoso
    Che strano il calendario celtico Il suo ciclo durava cinque anni
    LO CONOSCIAMO GRAZIE AD UNA TAVOLA CONSERVATA AL MUSEO DI LIONE CERCAVA DI CONCILIARE I PERIODI DEL SOLE E DELLA LUNA CON MESI EXTRA
    .....
    Guido Cossard, La Stampa

    Guido Cossard ha scoperto nel calendario di Coligny una raffinata tavola planetaria

    Gli antichi avevano ragione:
    «I Celti, che grandi astronomi»

    Che i Celti fossero grandi astronomi non è un mistero per nessuno. Già Giulio Cesare, nel I secolo a.C., dava notizia della loro padronanza di questa scienza, che permetteva loro non solo di compilare il calendario, ma anche di fornire le coordinate necessarie alla costruzione di templi, tombe e santuari, tutti astronomicamente (e ritualmente) orientati secondo precise direzioni. E il greco Strabone, parlando del druido Deceneo, vissuto duemila anni fa nell’odierna Romania, racconta come egli sapesse prevedere il verificarsi dei fenomeni celesti grazie alla sua perfetta conoscenza delle dodici costellazioni.
    Preziosissima nonché unica testimonianza diretta di come i Celti contassero il passare del tempo e il susseguirsi delle stagioni è il celebre Calendario di Coligny, una grande tavola di bronzo scoperta nei pressi di Lione, in Francia, nel 1897 e risalente alla fine del II secolo dopo Cristo. Ridotta in frammenti, essa contiene il testo celtico in caratteri latini di un calendario, e fu incisa con ogni probabilità per iniziativa dei druidi. Oggi è conservata presso il Musée de la Civilisation Gallo-Romaine di Lione.
    UNA SCOPERTA
    CHE FA SCALPORE
    Il reperto, tra i più studiati della civiltà celtica, è considerato da sempre un semplice calendario lunisolare di 5 anni, con i nomi dei dodici mesi lunari e due mesi intercalari di trenta giorni. Ma cela un enigma: perché i druidi, se erano così esperti nella matematica e nell’osservazione dei fenomeni celesti, hanno commesso il grossolano errore di calcolare l’anno come composto da 355 giorni, o addirittura, come avveniva con l’aggiunta della tredicesima lunazione, di 385?
    La risposta l’ha fornita Guido Cossard, membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio astronomico della Valle d’Aosta (Oavda), che dopo lunghi calcoli è riuscito a dimostrare che la tavola di Coligny, lungi dall’essere un semplice calendario, è in realtà una raffinata tavola planetaria che consente di effettuare previsioni che riguardano Mercurio, Giove, Venere e il periodo siderale della Luna. «Di più - aggiunge Cossard -, ancora oggi i contadini della Valle d’Aosta e della vicina Savoia usano un calendario lunare siderale simile. Il che potrebbe far pensare, io credo, ad una reminescenza di abitudini celtiche».
    Una scoperta, quella di Cossard, che potrebbe fare scalpore. Ma andiamo con ordine. Secondo gli autori antichi, primo fra tutti Plinio, l’anno celtico aveva carattere ciclico. L’unità base era il lustro, la ripetizione del quale per sei volte dava origine al saeculum, che iniziava alla sesta Luna. L’anno celtico poteva avere 355 o 385 giorni: di solito era di 12 mesi, ma ogni 30 mesi se ne intercalava un altro di 30 giorni come correzione rispetto all’anno solare. Era quindi calcolato in base all’alternanza delle fasi lunari. L’inizio del mese era stabilito col plenilunio, e il giorno era considerato dal tramonto al tramonto, dato il profondo legame dei Celti con la terra e con i ritmi della natura.
    Quando nel 1897 il reperto di Coligny è tornato alla luce, non solo questi dati hanno avuto una conferma ufficiale, ma è stato possibile ricostruire anche i nomi dei mesi celtici, incisi appunto nel bronzo della tavola in caratteri latini. L’anno dunque iniziava con il mese di Samonios (“caduta dei semi”), corrispondente al periodo di ottobre/novembre, quando, cioè, con l’arrivo dell’autunno, cadono le noci e i gusci dagli alberi. Seguivano poi, nell’ordine, Dumannios (“le profondità più scure”, novembre/dicembre); Riuros (“tempo freddo”, dicembre/gennaio); Anagantios (“tempo di stare in casa”, letteralmente “incapace di uscire”, gennaio/febbraio); Ogronios (“tempo di ghiaccio”, febbraio/marzo); Cutios (“tempo di venti”, marzo/aprile).
    Alla fine del primo semestre, ogni cinque cicli, veniva intercalato un mese extra, detto Mid Samonios. Con Giamonios (“mostra di germogli”, aprile/maggio) iniziava il secondo semestre, seguito da Simivisonios (“tempo di lucentezza”, maggio/giugno, quando il sole è allo zenit), Equos (“tempo di cavalli”, giugno/luglio, ideale per i viaggi), Elembivos (“tempo dei reclami”, luglio/agosto, quando, in occasione delle fiere, venivano celebrati i matrimoni e presentati i casi da discutere davanti ai giudici), Edrinios (“tempo di arbitraggi”, agosto/settembre, quando si giudicavano le controversie), e infine Cantlos (“tempo di canti”, settembre/ottobre, quando i poeti si stabilivano nei villaggi per svernarvi).
    MERCURIO SOPRA
    A TUTTO
    «Questo calendario - afferma Cossard - mostra alcune cose fondamentali. Innanzitutto, è composto da uno schema di tre anni di 355 giorni più due anni di 385 per un totale di 1835 giorni. E siccome il secolo celtico era composto da trent’anni, questo ciclo andava ripetuto sei volte per un totale di 11.010 giorni. Ora, se dividiamo questo numero per il periodo sinodico (cioè relativo alla congiunzione di due o più astri, ndr) di Mercurio, troviamo che il periodo di Mercurio si ripete in un secolo celtico per 95 volte con un’approssimazione di poco più di un giorno in trent’anni. Questo è senza dubbio l’elemento caratterizzante e la nuova chiave di lettura del calendario di Coligny: la possibilità di determinare la posizione di Mercurio». Quel Mercurio che i Celti chiamavano Lug e che per loro era la divinità più importante.
    Calcoli simili Cossard li ha dedicati ad altri due pianeti, Giove e Venere. Arrivando alle stesse conclusioni, e cioè che il calendario celtico era concepito in modo da prevedere con estrema esattezza il momento in cui pianeti per loro ritualmente importanti avrebbero raggiunto la massima visibilità. «Lo stesso procedimento - spiega ancora Cossard - impiegato in Centroamerica dai Maya, come si può rilevare dal Codice di Dresda, uno dei rarissimi testi astronomici di questa civiltà scampati alla distruzione seguita alla conquista da parte della Spagna.
    Viene dunque confermato una volta per tutte ciò che già sostenevano gli antichi, e cioè l’estrema perizia dei druidi nel campo della conoscenza delle leggi che regolano il moto degli astri. Fu forse proprio la difficoltà dei calcoli alla base del calendario che spinse i druidi, notoriamente avversi alla scrittura – sebbene la conoscessero – a mettere per iscritto i loro “segreti”, approntandone nel caso di Coligny la registrazione su bronzo.
    EREDITÀ
    DA SALVARE
    Nonostante la scarsità di testimonianze simili (frammenti di calendari analoghi sono stati rinvenuti nel lago d’Antre nel 1807 e nel santuario di Villards d’Héria nel 1967), non è fuori luogo pensare che i principi alla base di questo sistema di computo del tempo fossero comuni all’insieme delle popolazioni celtiche sparse sul territorio europeo già molto prima della conquista romana.
    La data in cui il Calendario di Coligny fu messo “per iscritto”, inoltre, sembra indicare un’altra cosa importante: la precisa volontà di tramandare un patrimonio di sapienza ancestrale che, sotto l’incalzare della romanizzazione seguita alla conquista delle Gallie, e dietro la diffusione del calendario giuliano introdotto da non molto nel nuovo impero, rischiava di andare perduta per sempre.
    Qualcosa, però, almeno nella memoria collettiva delle zone un tempo abitate dai Celti si sarebbe salvato. «Ancora oggi - commenta Cossard - i contadini della Valle d’Aosta e della vicina Savoia utilizzano per le principali opere agricole un calendario siderale basato sulla Luna. In dialetto lo chiamano “Planètta” e indica la posizione della Luna nel cielo in quel momento. E se questa tradizione nascondesse una reminescenza celtica? Certo, non spetta a me dirlo ma agli archeologi. Io però qualche sospetto ce l’ho».
    Info: Osservatorio Astronomico della Val d’Aosta, tel. 0165 770050.
    E.P.

    LA PADANIA, 17/12/2005
    (dieci giorni prima)

  3. #3
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    Predefinito

    ihih... ho sentito la stessa cosa in una trasmissione in TV un paio di giorni fa... cambiando canale a caso... forse sulla rai... (ovviamewnte poi mi sono messo a seguirla..)
    sono di moda i Celti per caso?

 

 

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