MARCO FOLLINI «Ma è finita l'epopea del giustizialismo»
ROMA — Marco Follini, ha letto di questa indagine su Berlusconi? Che cosa ne pensa l'Udc?
«Da garantista credo nell'innocenza di Berlusconi, fino a prova contraria. Un'indagine non è una sentenza. Un avviso di garanzia recapitato a mezzo stampa nel '94, dopo qualche anno e qualche tempesta politica si tramutò in una assoluzione. Detto tutto questo, fatico a iscrivere il Corriere della Sera sotto le bandiere della campagna elettorale ulivista». [traduzione: i bananas raccontano balle...]
Qualcuno dice centrista.
«E neppure di quelle centriste. Come è noto, io sostengo la possibilità di una grande coalizione per realizzare le riforme. Ma non vorrei che si realizzasse nel segno che dice Bondi: cioè nel segno del malumore contro i giornali e dello spettro dei poteri forti».
Già, Bondi offre ai Ds un patto per frenare «un tentativo di grandi gruppi economici e finanziari di imporre un proprio disegno tecnocratico».
«Io non sono tra quanti credono a una congiura dei poteri forti. Direi che l'evocazione di questo elemento fa parte, piuttosto, di una politica debole, ne è l'immagine rovesciata».
Secondo lei nel panorama italiano non agiscono poteri forti?
«Ripeto che non credo a certe congiure. Dobbiamo confrontarci con la debolezza della politica, non con l'ombra dei poteri forti. Nel panorama italiano vedo tutti soggetti mediamente deboli, e noi classe politica lo siamo ancora più di altri».
I fatti di questo ultimo periodo, testimoniati anche attraverso la pubblicazione di verbali e intercettazioni, dimostrano che certi intrecci esistono.
«Quei documenti, messi insieme, costituiscono una soap opera che è morbosa senza riuscire ad essere avvincente. Per me vale il principio del segreto d'ufficio. Vedo una legge violata e un costume insano. La pubblicazione di quel materiale mi sembra un altro mattone tolto alla costruzione dell'etica pubblica».
Tornando un passo indietro, crede che si possa parlare di una nuova Tangentopoli?
«Negli anni di Tangentopoli eravamo alle prese con una politica arrogante, intrusiva, debordante, che dettava le regole e magari le violava; oggi siamo di fronte a una politica evanescente che insegue gli eventi, piuttosto che determinarli. Al posto dei partiti c'è una sorta di democrazia corporativa, gli interessi particolari dominano il campo. Il rimedio è riprendere la strada della partecipazione e della rappresentanza».
In che modo?
«Negli anni '90 ha prevalso la logica dei buoni contrapposti ai cattivi, della virtù degli onesti contro la corruzione altrui. Questo tipo di equazione oggi non regge più. Finisce l'epopea di un certo giustizialismo cha a sinistra aveva profonde radici. Ormai bisogna fare a meno di evocare la metafora del rosso che lava più bianco…».
Allora i partiti coinvolti, compresa la Dc, che era il suo, parlarono di «uso politico della giustizia». Oggi, può dire la stessa cosa?
«Dietro gli avvenimenti giudiziari di oggi non vedo né manine, né manone politiche. [idem come sopra...] Ma stento a dare una lettura solo politica, e magari di politica del complotto, di Tangentopoli: ci fu una parte di distorsione; ma bisogna riconoscere che alcuni di quei processi colpirono nel segno».
Che fare, adesso?
«Adesso, o ci si iscrive al partito del mal-comune-mezzo-gaudio, oppure si fa un esame di coscienza a più voci e senza fare troppo i furbetti. Oggi serve un rapporto più distaccato, meno complice, tra chi esercita la sovranità politica e i re di denari. Si deve evitare di giocare troppo a un risiko di banche, imprese, finanza. Anche perché ci illudiamo di essere quelli che tirano i dadi, ma finiamo per diventare le pedine meno strategiche. È ora di finirla con un complesso di inferiorità che ci fa vedere i poteri forti più forti di quanto non siano e che, dalla loro ombra minacciosa, ci fa ricavare l'alibi per non fare nulla».
Torna alla grande coalizione, magari di ricostruzione.
«Si deve ripartire dalla ritessitura del sistema istituzionale. Se restiamo nella dinamica dei continui regolamenti di conti, non ne usciremo più. Ho abbastanza realismo per sapere che il copione della campagna elettorale inchioda tutti alle proprie ragioni di parte. Ma, sempre per realismo, so anche che non si può andare avanti così».
Daria Gorodisky
30 dicembre 2005
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