CORRIERE DELLA SERA magazine, 08-07-2004
Fine di un'illusione
In commissione Antimafia, nelle stanze di palazzo Grazioli, durante un natale peronista. Ecco dove e come si è accesa la lampadina del disincanto.
Rimpianti? Il cuoco Michele.
C'è chi aveva creduto al «miracolo italiano» e oggi insegue il Cavaliere gridandogli contro «Pinocchio». C'è chi si è sentito tradito da Berlusconi e glielo ha fatto sapere andandosene. E poi ci sono quelli che balzarono sula locomotiva di Arcore solo per fare un pezzo di strada, ma (dicono) già sapevano che il treno delle illusioni prima o poi avrebbe deragliato.
Parliamo degli ultraberlusconiani a cui si è accesa in testa la lampadina dell'antiberlusconismo o del berluscoscetticismo. Un piccolo drappello che, forse, dopo la mazzata elettorale subita da Forza Italia alle europee, è destinato a ingrossarsi.
In alcuni casi, la fine dell'illusione si è consumata pubblicamente. Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, dopo aver appreso la notizia che la legge sulla «grazia» (che avrebbe tirato fuori di galera Adriano Sofri) era stata affossata, scrisse un editoriale feroce, con giudizi urticanti: «Silvio Berlusconi, uno che sa distrarsi come pochi altri quando non si tratta degli affari suoi». Vittorio Sgarbi, ex sottosegretario ai Beni Culturali, ruppe con il Cavaliere a causa di un litigio con il ministro Giuliano Urbani. E Rina Sgarbi (la madre), in un'intervista a Claudio Sabelli Fioretti, ha raccontato la telefonata durante la quale capì che tra suo figlio e Berlusconi era finita: «Gli dissi: "Ma perché fa così? Una volta lei ci chiamava tutte le sere. Perché questo comportamento con Vittorio?" ».
Gli altri si sono accorti che Berlusconi non era più la loro «guida» ideale con una gamma incredibile evariegata di motivazioni.
Alessandro Meluzzi, psichiatra ed ex parlamentare azzurro, dice di aver capito che il suo fuoco berlusconiano non sarebbe durato molto già durante un colloquio in via dell'Anima nel 1994. «Cercavo di convincere Silvio che governare il Paese non è come gestire un'azienda, ma lui sembrava non capire. Pareva sordo. In seguito, a Montecitorio, conobbi tre personaggi che mi iniziarono alla politica vera: Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita e Francesco Cossiga. Parlando con loro mi convinsi che solo una nuova Dc avrebbe potuto migliorare il Paese». La rottura definitiva quando avvenne? «Durante una cena a Palazzo Grazioli, nel gennaio del '98. Annunciai al Cavaliere che sarei passato al1'Udr di Cossiga. Rimase a bocca aperta».
Anche il viaggio berlusconiano dell'ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso si concluse a Palazzo Grazioli. Lui ricorda una conversazione dell'aprile 2002, durante la quale il premier gli spiegò che la sinistra non avrebbe mai permesso la sua elezione alla Consulta. «Sembrava commosso. Invece mi stava raccontando una balla», dice Mancuso. «Alla fine Silvio mise in giro la voce che io avevo fatto pressioni perché venisse eletto mio nipote Mario Serio. Una menzogna vergognosa. Lasciai Forza Italia».
Molto prima di Mancuso, nel '96, un gruppo di azzurri della primissima ora vide svanire il «sogno berlusconiano» per mano dei «falchi forzisti». Cristina Matranga, attuale vicepresidente di Alleanza popolare, sentì per la prima volta il distacco dal Cavaliere quando ricevette una «strana telefonata» da parte di Gianfranco Micciché. Un minuto prima di entrare nello studio televisivo di Michele Santoro. «Ero stata invitata per parlare del caso Dell'Utri», racconta Matranga. «In quel momento era chiaro a tutti che Forza Italia non mi avrebbe candidata alle politiche e qualcuno temeva che rivelassi chissà che cosa. Micciché mi chiamò per dirmi di non combinare casini. Capii che non si fidavano più di me. E pensare che il collegio non mi interessava. Mi avrebbe fatto piacere una telefonata di spiegazioni da parte di Berlusconi». Ovviamente la chiamata non arrivò.
E qualcosa di simile accadde anche a Michele Caccavale. Lui, al fianco di Berlusconi dal 1994, lasciò Forza Italia nella primavera del 1996. Passò con l'Asinello e poi con l'Italia dei valori. Ora quando incontra il premier lo insegue strillandogli «Pinocchio». «Vengo regolarmente cacciato dalle guardie del corpo», dice Caccavale. «La scintilla che mi allontanò dal Cavaliere? Si accese nell'ottobre del '95. Quando in Commissione antimafia mi scontrai con Cesare Previti. Io volevo smascherare un giro di possibili infiltrazioni malavitose negli appalti del Giubileo. Lui no».
Per mano di Previti finì pure l'illusione berlusconiana di Vittorio Dotti, uno dei fondatori di Forza Italia, ora ulivista. «Tra il '94 e il '95 i "falchi" schiacciarono le "colombe"», spiega. «Nel partito passò la linea, ancora tristemente in voga, degli attacchi sanguigni contro gli avversari. Previti mi aggrediva spesso. Un giorno Berlusconi arrivò a dirmi che ero troppo amichevole con Luigi Berlinguer, il capogruppo del Pds. A quel punto capii che non c'era più da illudersi. La deriva barricadera aveva preso il sopravvento. Ed era esplosa la nostra "incompatibilità elettiva"».
Incompatibilità che è emersa anche tra Berlusconi e Sergio Scalpelli, ex Pci (era segretario della Casa della Cultura di Milano), transitato per Fi e ora supporter dell'ulivista Filippo Penati. Lui non individua un momento preciso in cui la disillusione ha prevalso sulle promesse del Cavaliere. Ma ritiene che saranno sempre di più le persone che abbandoneranno il premier: «C'è uno smottamento che decreta la fine della rendita di posizione della CdL».
E gli ex Dc che con il premier hanno usato la tecnica della toccata e fuga? Clemente Mastella, leader di Alleanza popolare, e Paolo Cirino Pomicino, neoeletto al Parlamento europeo, sostengono che la loro infatuazione per il Cavaliere fosse strategica e che quindi sia svanita con leggerezza. Mastella, che fu ministro del Lavoro del Berlusconi I, si allontanò da Silvio nel 1998 rimpiangendo soprattutto il cuoco Michele («Le leccornie durante le riunioni erano meravigliose»).
Pomicino, invece, che è stato l'ultimo a lasciare l'illusione berlusconiana, racconta sorridendo il momento in cui ha deciso che era ora di farla finita. «L'anno scorso», dice, «ero a casa di Silvio per li auguri di Natale. Chiacchierano mi fece capire che aveva in mente una democrazia in pratica senza partiti, dove il premier viene eletto dai cittadini. Una roba di tipo peronista, insomma. Io allora gli dissi che con quel progetto avrebbe sbattuto con il muso contro un muro. E me ne andai. Ora anche Marco Follini sembra pensarla come me».
Vittorio Zincone




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