I terroristi sono tra noi, anzi i terroristi paradossalmente sono noi. Noi nel senso di nati qui, cresciuti qui, andati a scuola qui. Gente che in Italia appartiene alla seconda generazione di immigrati dal mondo islamico, ma in Gran Bretagna, in Francia, in Belgio, in Olanda, in Scandinavia anche alla terza. Gente che, a parte il nome e (a volte) il colore della pelle, non ha in apparenza nulla che la distingua da un connazionale, diciamo così, autoctono: stesse scuole, stesse letture, stessi giochi, stessa tv. Eppure è tra questi italiani, inglesi, francesi, belgi, olandesi di seconda e terza generazione che gli analisti individuano i nuovi terroristi. Gente che magari con Al Qaeda non ha nulla a che fare, a parte un’ammirazione sconfinata per i suoi leader. Gente cui basta un manuale di quelli che si trovano su internet per fabbricare ordigni e inneschi. Gente che cerca e spesso trova in un Islam aggressivo e intollerante le radici di cui improvvisamente si è trovata priva e nello stesso tempo la risoluzione del conflitto generazionale con il padre che spesso invece si è integrato perfettamente nella società in cui vive e magari ha fatto anche fortuna. Gente pericolosa perché è difficilissimo individuarla e prevenirne le mosse [...].
(Marco Guidi, Il Messaggero)




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