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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Il ruolo della Chiesa e del clero sardo, nel processo di liberazione.

    Considerata l’importanza dell’argomento sollevato nel 3d “La lingua nazionale nella liturgia”, mi è sembrato utile, per “stimolare” ed allargare il dibattito, proporre alcuni interventi significativi in proposito risalenti al 1984, pubblicati sulle pagine de “il Solco” a firma di Gigi Sanna, Italo Ortu, e Nino Runchina.
    Per facilitarne la lettura, li riporterò separatamente.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Ma il clero sardo che ruolo vuole assumersi nel processo di liberazione?
    Nei momenti cruciali del nostro passato quella isolana è stata una chiesa resistente. E adesso?

    GIGI SANNA

    Credo che si possa legittimamente affermare che nel processo avviato in Sardegna sul decondizionamento e ricondizionamento delle strutture della personalità, mortificate da lunghi processi di colonizzazione, un ruolo del tutto marginale, se non di indifferenza ha svolto la chiesa sarda. Neppure ai più nobili livelli della gerarchia essa ha saputo esprimere uomini capaci di rompere con il modello, fortemente consolidato, di un clero attento più ad una prassi ed una filosofia amministrativa che ad un comportamento politico.
    Cause storico-politiche, facilmente individuabili, hanno spinto il clero sardo, soprattutto dopo l'avvento del fascismo, a norme ed atteggiamenti culturali che sono stati spesso, con l’andar del tempo, data l'importanza dei parroci come mediatori di conoscenze all'interno delle comunità, una delle cause principali dello sradicamento dei sardi dalla loro storia, dalla loro lingua, dalle loro tradizioni, dal loro, insomma, specifico modo di essere.
    Quando Pietro Casu, nella prefazione alla Divina Commedia tradotta in sardo, si scandalizzava dei colleghi che non solo mostravano di non aver coscienza della loro lingua materna per l'importanza che essa rivestiva nella cultura complessiva ma erano persino incapaci di fare, “sos ammonitorios”, registrava evidentemente un momento di frattura in atto. In esso
    il clero sardo, soggiacendo ai modelli di una cultura ritenuta superiore e/o incapace di procedere alla dovuta mediazione, abbandonava la sua specificità resistenziale.
    Sarà appena il caso, per fare qualche esempio, di ricordare il ruolo tenuto dal clero sardo nella rivolta angioiana con i martiri sul patibolo, lo sforzo culturale fatto da intellettuali preti come lo Spano ed il Porru con i vocabolari e le grammatiche, come Salvatorangelo De Castro con la rivista «Meteora» impegnata non solo nel rendere italiana ed europea la periferica cultura sarda ma anche nel preservarne il meglio della autenticità.
    Da questo pulito di vista una storia sul clero in Sardegna ed in particolare sul ruolo da esso assunto, sulla sua importanza nei momenti cruciali della storia isolana, non è stata ancora fatta, ma certe appaiono nel passato, anche da un frettoloso esame, la caparbia resistenza alla imposizione di modelli esterni, la collocazione in genere progressista e persino una certa audacia che tanto contrasta con la ben nota timidezza e rassegnazione, se non viltà di tanta parte della borghesia sarda.
    Invece non solo con il fascismo, ma anche alla caduta di questo, la chiesa in Sardegna sembra aver perso la sua specificità e identità, accettando in blocco - com'è noto – e acriticamente una posizione antisardista anomala (non solo in termini partitici), alimentata ad arte per impedire una possibile convergenza politica cattolico-sardista che non avrebbe permesso, nella ricomposizione di un nuovo ordine borghese italiano, il controllo di un’isola che aveva dato non poche preoccupazioni al precedente tentativo di «ordine» del generale Gandolfo.
    Le cose in Sardegna sono andate da questo dopoguerra come tutti sanno: la chiesa sostanzialmente, dove più dove meno, ha preferito rivolgere la sua attenzione, e quindi convogliare il suo determinante elettorato, su partiti moderati ed in particolare sulla DC. Di questi, inevitabilmente, ha finito per accettare idee e comportamenti culturali, non sempre riconducibili alla specificità della coltura e della stessa religiosità sarda (quanta lingua mozzata, quante tradizioni abbandonate, quanta storia rinnegata).
    Questo ha fatto sì che in Sardegna, come in altri luoghi, non poche persone abbiano
    nutrito e nutrano una certa diffidenza verso le istituzioni religiose, soprattutto chi, proprio perché profondamente religioso, sa che la chiesa per sua natura non può stare a guardare, mettersi della parte del più forte, che è, il più delle volte prepotente ed arrogante, defilarsi nei momenti più importanti e decisivi per una collettività. Nelle condizioni drammatiche in cui ci troviamo c'è bisogno di tutti e quindi anche della chiesa. Sono fermamente convinto che le sorti del popolo sardo non potranno veramente migliorare se non con una formidabile convergenza di forze dove ognuno, com'è regola costante in ogni grande e serio movimento collettivo, debba cercare di vedere e rivisitare se stesso, debba avvicinarsi il più possibile al suo onesto compagno di viaggio.
    Non si prenda ciò come un maldestro invito ad un «fortza paris» strumentale. E’ semmai un invito della Chiesa del concilio, del dialogo e della mediazione, così come lo ha espresso padre Sorge in un articolo di Civiltà Cattolica: « Che cosa impedisce - si chiede- che c'incontriamo con tutti gli uomini di buona volontà - al di là dei blocchi ideologici, culturali o d'altra natura – su valori che oggi sono condivisi da tutti e sui quali spesso i «laici» si sono mostrati in passato più sensibili dei Cristiani? Perché dovrebbe essere “compromettente” - come qualcuno teme – realizzare tutti insieme una società fondata sul rispetto della libertà di coscienza, sul principio che tutti gli uomini sono uguali hanno tutti gli stessi diritti umani e civili, sul diritto dei popoli all'autodeterminazione, sulla libertà di cultura e della ricerca scientifica, sul principio della tolleranza e del pluralismo anche quando erra?». Un’esortazione quindi anche la nostra alla riflessione da parte del clero, sui compiti che egli assolve in Sardegna, soprattutto in un momento di straordinarietà.

    “il Solco”, 15 aprile 1984.

  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito

    Nella nostra identità c'è posto per la religiosità"
    I parroci rivoluzionari del Logudoro, l'esilio in Corsica e poi, col fascismo, ecco allentarsi l’impegno per la questione sarda.


    ITALO ORTU

    Le «scienze umane» ci hanno chiaramente dimostrato che esistono, strutture sociali, mentali, politiche, culturali, linguistiche, etniche che costituiscono, nel loro complesso, l'identità di un popolo a cui offrono basi sicure su cui fondare le proprie decisioni.
    A pieno titolo anche il fatto religioso è parte integrante, insostituibile e caratterizzante della cultura, dell'identità di un popolo, contribuendo a costituire, condizionandolo, il più intimo e profondo equilibrio spirituale ed etico dello stesso.
    Ogni forma di acculturazione, esplicita o velata, violenta o meno, non può che sconvolgere equilibri consolidati di carattere culturale, psicologico e sociale elaborati e costituitisi nel corso dei secoli: l'acculturazione di carattere religioso non può che conseguire gli stessi effetti devastanti e sconvolgenti. Da qui la resistenza, il rigetto o, peggio, io ritengo, l'accettazione passiva che non penetra e vivifica, non condivisa, né sentita.
    Ne consegue uno spegnersi progressivo di quel vivo senso della religiosità che faceva partecipare e vivere, forse anche ingenuamente, ma intensamente e fermamente la fede degli avi.
    Chiunque abbia del popolo sardo conoscenza, anche epidermica, non può non evidenziare, inconfondibile e solare, la sua identità religiosa. Sono i momenti e i fatti della più comune vita quotidiana; il lavoro, il vivere sociale, la famiglia, la comunità, la festa, la gioia, il dolore, il canto ed il pianto a essere permeati ed espressi in forme originali di religiosità, che non è folklore, ma cultura viva, vita vissuta, scelta consapevole, convinzione profonda.
    Sulla religiosità ancestrale dei sardi che menhirs e betili, Madri mediterranee e pozzi sacri ci rivelano diffusa e fervida, la Chiesa cattolica ha innestato e poi sviluppato, nel corso di tanti secoli, una fede intensa che fa vibrare, in ogni sua più intima fibra, il popolo sardo. E sono presbiteri, abati, semplici monaci e vescovi che, ancor prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente ed in epoca posteriore, fondano cenobi e monasteri, centri dove si elaborano e da dove si diffondono idee per tutta l'Isola.
    La Chiesa sarda in stretta relazione con la Chiesa africana, entrambi coesistenti nell'ambito dell'Esarcato d'Africa, conosce e fa tesoro della prestigiosa cultura elaborata da apologeti e filosofi cristiani della grandezza di un Tertulliano e di Sant'Agostino. I rapporti sono tanto intensi e continui che, nel tempo, la stessa lingua sarda, come lingua neolatina, va sviluppandosi sull'antico ceppo della parlata latina meridionale, e cioè sardo-africana. La Chiesa sarda può vantare allora prelati intellettuali, la di cui fama, per santità e dottrina, va molto oltre lo stretto ambito isolano, come avviene per Lucifero ed Eusebio; ed ancora dopo, si illumina della saggezza e del pensiero di Fulgenzio.
    La vita civile, la politica, l'economia e l'arte in Sardegna conoscono, specialmente in periodo giudicale, un rapporto costante e stretto con la Chiesa. Le cancellerie giudicali si avvalgono, molto di sovente, della preziosa collaborazione di ecclesiastici: fioriscono, ovunque, veri gioielli d'arte purissima, le chiese romaniche che ospitano le assemblee popolari convocate dai giudici; ad opera dei monaci si bonificano e si dissodano le terre, si introducono colture diverse, viene arricchito il patrimonio zootecnico.
    Quando, ad opera dei dominatori di turno, la lingua sarda viene emarginata dalla cultura ufficiale egemone, ritrova spazio e salvezza negli scritti di ecclesiastici poeti e prosatori, quali il Cano, l'Araolla e Carboni, Mele, Matta, Casu per non citare che alcuni dei tanti ed illustri.
    Si ritiene, e si afferma spesso, che la Chiesa sarda abbia spesso abbandonato ai lupi famelici venuti, in tempi diversi, dal mare, il proprio gregge e compiuto nefanda opera di intermediazione con il colonizzatore. Tali affermazioni meritano un esame più attento e, quanto meno, è sempre opportuno non generalizzare. Perché è vero anche che, in tempi non troppo lontani, il clero minore, certamente indigeno, più vicino agli interessi del popolo sardo, della parte più povera e dolorante del gregge cristiano, sul finire del settecento, fu a fianco delle masse contadine e dei pastori contro i baroni, contro la prepotenza e lo sfruttamento feudale, contro i piemontesi.
    I parroci del logudoro, insieme alla emergente borghesia illuminata locale, guidarono la sollevazione antifeudale ed antipiemontese delle plebi rurali dando vita alla grande ed esaltante rivoluzione nazionalitaria e sociale del popolo sardo che ebbe, come suo maggior leader, Giovanni Maria Angioy. Prete Muroni, il sacerdote Sanna Corda e molti altri ancora, per questo loro gesto per questo loro gesto generoso dovettero affrontare il sacrificio supremo lasciando la loro testa sul patibolo o morire combattendo.
    Don Michele Obino, sacerdote e docente universitario, e tanti altri dovettero abbandonare l'isola, esuli in Corsica ed in Francia per il loro sconfinato desiderio di libertà per la propria terra e la propria gente.
    Ha ragione Gigi Sanna allorché afferma (Il Solco, n.2) che la Chiesa in Sardegna allentò il suo impegno nei confronti della «questione sarda», se addirittura non passò sull'altra sponda, nel periodo che intercorre tra gli anni trenta ed i nostri ultimi decenni. Forse il trionfalismo e l'equivoco del 1929 portarono lo smarrimento in molte coscienze, e l'oblìo dell'impegno e della trincea che fu della Chiesa, in Sardegna, per molti secoli. Ma sono queste, questioni che vanno anche viste, direi soprattutto considerate ed interpretate, nel contesto ed in prospettiva storica.
    Con la lettera enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, (dell’11 aprile 1963, tempi nuovi si annunziano e si auspicano. La suprema autorità della Chiesa Cattolica richiama i potenti, gli imperialisti, le potenze egemoni al rispetto, ad atti di giustizia nei confronti delle minoranze etniche. Rivendica per i popoli subalterni il diritto alla libertà, allo sviluppo «con misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative economiche».
    Il Concilio Vaticano II, nello spirito di questa enciclica, in due sue Costituzioni (“Sacrosanctum Concilium” e “Gadium et Spes”) nel mentre consente nella liturgia l'uso della lingua nazionale “che può riuscire di grande utilità per il popolo”, richiama i pubblici poteri ad assicurare alle, minoranze etniche condizioni e sussidi atti a promuovere la loro vita culturale e riconosce giusta la loro preoccupazione di voler salvaguardare i propri diritti. .
    Sono affermazioni e disposizioni che richiamano il mondo cattolico ad una maggiore attenzione ed aggiornata lettura dei problemi relativi alle minoranze etniche. Ed ecco che la lotta delle nazionalità oppresse per la conquista di adeguati spazi di libertà e di autogoverno ritrova sempre più presente l'assenso, il sostegno delle Chiese locali e del relativo clero: In Irlanda, tra il popolo basco, nella Catalogna come nel Friuli.
    La Chiesa sarda non è, a sua volta, totalmente insensibile e sorda ai problemi della libertà della nazione sarda. Le sue grandi e nobili tradizioni riemergono, anche se lentamente e senza troppi clamori, da un passato lontano e recente. La lingua sarda, con maggiore frequenza, riecheggia sonante sotto le volte dei templi con canti, preghiere, prediche, cerimonie e riti religiosi che si riallacciano alle più belle e genuine tradizioni, alla cultura del nostro popolo.
    Tra il clero sono ormai tanti coloro che, a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica, hanno ripreso un rapporto diretto e verace con la vita, la cultura del popolo. Di recente un vescovo sardo ha esortato gli intellettuali, che ne abbiano la capacità, al lavoro di traduzione in sardo delle Sacre Scritture augurandosi, in tempi brevi, la celebrazione della Messa in lingua sarda. Una più larga e decisa presenza e partecipazione dei clero sardo al movimento brucerebbe i tempi, riguadagnando alla nazione sarda tanto del troppo tempo perduto.

    “il Solco”, luglio? 1984.

  4. #4
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Meriti e colpe del clero e della chiesa in Sardegna
    Salvo pochi casi sono stati sempre dalla parte del potere politico ed economico ma qualcosa può cominciare a cambiare


    NINO RUNCHNA

    Il discorso aperto sul nostro giornale circa il ruolo sociale e politico oltre quello peculiare religioso, svolto dalla Chiesa in Sardegna, merita di essere approfondito e discusso perché non credo che possa sfuggire la sua importanza nel quadro politico-culturale del popolo sardo. Concordo con gli appunti stringati e puntuali di Gigi Sanna sul n° 2 del Solco come pure trovo sagge e rispondenti alla verità storica le osservazioni di Italo Ortu sul n° 5.
    Vorrei aggiungere alcune considerazioni che aiutino a mettere a fuoco la questione di non poca importanza.
    Nessuno può negare i meriti grandissimi e le altrettanto grandi responsabilità e colpe del clero sardo nella storia e nel divenire del popolo sardo. Non bisogna dimenticare però che, salvo poche e rare eccezioni, il clero e la Chiesa sono stati sempre appaiati al potere politico ed economico.
    Gli esempi ci sono, purtroppo e numerosi, anche oggi; ma se qualcuno volesse approfondire la conoscenza dei fenomeno socioantropologico, consiglio di leggere l'interessante documento “Diario di un parroco di villaggio” di Clara Gallini edito da «Documenti e Opinioni», una collana delle Edizioni democratiche sarde. Tale diario è lo spaccato socio-antropologico-politico-religioso di una piccola comunità dell'interno montagnoso sardo, tra il 1880 e il 1914.
    Cruciali mi sembrano due annotazioni della Gallini che rileva come l'aforisma sottoscrivibile dal nostro parroco in calce al suo Diario sarebbe senza alcun dubbio «LA STORIA NON SI RIPETE».
    Ma c'è da dire - osserva la studiosa - che si “ripete” perché si pretende che si ripeta. E ciò avviene anche e soprattutto nel rituale cosiddetto sacro, delle feste e delle ricorrenze, basato sul piano della prassi e della ideologia sul «si deve fare così» per cui si assimila l'eterno e giusto ritorno del ciclo naturale all'inadeguato e ingiusto, o modificabile comunque, ciclo comportamentale sclerotizzato nella consacrazione e nel timoroso conservatorismo di maniera.
    Questo infelice accoppiamento Chiesa-Potere che purtroppo resiste anche ai giorni nostri, rivela il carattere intermediario, più spesso succube e talvolta, più raramente, ricco di fermenti, dei clero sardo che si inserisce in «sa idda» come elemento sacralizzante e ufficializzante di poteri costituiti senza il benché minimo accenno ad una funzione critica e contestativa non solo nel campo economico e sociale ma nemmeno in quello religioso apparente.
    “Sos meres” onoravano la Chiesa della loro austera e autoritaria presenza, mentre le donne del basso ceto avvallavano con la loro presenza le ingiustizie subite dai loro uomini e dai loro figli e fratelli. Oggi è confortante notare un po' meno nella gerarchia e più nel clero, una tendenza critica e distaccata nei confronti del potere.
    A riprova di questa osservazione riporterò testualmente alcuni brani della relazione sulla «Situazione socio-religiosa delle Popolazioni della Sardegna, fatta dal canonico Piero Marras di Tempio al Convegno del clero sardo tenuto a Cala Gonone il 15.10.1981. “La Sardegna è entrata solo da qualche decennio nell'ambito dell'economia industriale capitalistica propria dell'occidente. Tutto questo è avvenuto in assenza di una spinta interna all'isola ma in base ad una politica economica che ordinava lo sviluppo delle aree depresse alle situazioni dei paesi già sviluppati.
    «Si è trattato in sostanza di una industrializzazione non intesa a valorizzare le risorse locali ma affidata a calcoli speculativi del grande capitale privato e spesso prosegue il canonico Marras - a mire di avventurieri. In fondo è una industrializzazione precaria, che ha assorbito enormi capitali pubblici, ha provocato continui terremoti in campo occupazionale e sociale, ed oggi è pressoché al fallimento. Tra gli attori di questo dramma, che proprio in questi giorni si chiama disoccupazione una classe politica isolana impreparata o impotente ed una opinione pubblica condizionata e imbavagliata (vedi acquisto dei quotidiani sardi da parte del capitale monopolistico).
    "Si è potuto così parlare di sviluppo dipendente - di società assistita - di colonialismo interno- tutti termini che denotano una ormai storica dipendenza della Sardegna dal mondo esterno. In questo rapporto, come, avviene sempre in ogni processo colonialistico, tra i dominatori esterni e le popolazioni subordinate, i ceti superiori isolani hanno agito da cerniera, come intermediari e rappresentanti degli interessi esterni. Anche l'apparato ecclesiastico - prosegue il canonico Marras – in quanto ceto socialmente privilegiato, si è trovato a svolgere oggettivamente questo ruolo».
    Dopo un'analisi attenta e accurata delle strutture ecclesiali e della religiosità in Sardegna, Piero Marras chiude così la sua relazione al convegno ecclesiastico regionale: «Si possono modificare gli assetti economici ma non è detto che le culture debbano seguire la stessa sorte quando sono radicate in un passato così remoto, com'è il caso della Sardegna. E’ più facile distruggere un popolo che una cultura. Una volta che lo sviluppo materiale, pure attraverso tante contraddizioni, ha fatto loro oltrepassare lo stadio della economia di sussistenza, si aprono ai popoli spazi di libertà e di responsabilità nei quali essi possono giocare come vogliono il loro destino”
    Questa relazione è stata letta davanti a 8 Vescovi e 300 sacerdoti di tutta la Sardegna. I punti salienti di essa sono stati citati diverse volte nel documento finale che ha concluso i lavori del convegno ecclesiastico sardo.
    Ci sono, mi sembra, le premesse per un dialogo fra sardismo e Chiesa, ricco di spunti rinnovatori e di spinte nuove e progressive nell'interesse primario delle genti sarde. Un dialogo da coltivare a tutti i livelli ma soprattutto nella base giovanile cattolica ricca di fermenti autentici di sardità che non devono essere sottovalutati.

    “il Solco”, 16 settembre 1984.

  5. #5
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    da allora non è cambiato una virgola,certo in una parte del clero ci potrebbe essere un'apertura culturale e mentale, ma sicuramente la maggior parte non vedrebbero di buon occhio il cambiamento(indipendentismo), anche per il rischio della perdita dei privilegi!in questo momento poi, nel vaticano prevale di molto la corrente reazionaria e conservatrice, al massimo possiamo fare come in inghilterra!

  6. #6
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    ...difattis...MAI intesu de carchi pritteru o de sa creja...chi appat picatu..o nattu carchi cosa es: contra sas bases...sos toscos...e via discorrendo

  7. #7
    Vincent II
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    La carattertizzazione anticlericale del vostro partito, non a caso laico e di sinistra, è uno dei motivi che gli ha impedito (anche se il problema è molto più complesso) di diventare partito nazionale di massa quali sono l'UV, la SVP, il PNV, lo SNP e quant'altro, caso tra l'altro più unico che raro in tutto il continente.
    Io sono cattolico praticante come una parte notevole della popolazione sarda. Non è molto intelligente autoghettizzarsi escludendo me e loro dal sentirci parte di un progetto nazionale serio.
    A proposito, quando si parla di progetto di lberazione o di nazionalitarismo mi sento tanto un abitante di qualche paese sottosviluppato del sud America o dell'Africa in fase di decolonizzazione. Il mio consiglio è di cambiare il lessico terzomindista.
    Cordialmente

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Vincent II
    La carattertizzazione anticlericale del vostro partito, non a caso laico e di sinistra, è uno dei motivi che gli ha impedito (anche se il problema è molto più complesso) di diventare partito nazionale di massa quali sono l'UV, la SVP, il PNV, lo SNP e quant'altro, caso tra l'altro più unico che raro in tutto il continente.
    Io sono cattolico praticante come una parte notevole della popolazione sarda. Non è molto intelligente autoghettizzarsi escludendo me e loro dal sentirci parte di un progetto nazionale serio.
    Cordialmente

    io parlo a titolo personale,secondo me hai un pò frainteso,nessuno è contro la religione cattolica!ma ci dev'essere una distinzione netta tra stato e chiesa!,perchè ,io che sono ateo,o un'altro di diversa religione , dovremmo essere obbligati a seguire e/o a fare "sacrifici"economici per la chiesa cattolica? !tu invece (sinceramente)come vorresti che "funzionassero" le cose?

  9. #9
    Vincent II
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    Citazione Originariamente Scritto da Su pisìttu
    io parlo a titolo personale,secondo me hai un pò frainteso,nessuno è contro la religione cattolica!ma ci dev'essere una distinzione netta tra stato e chiesa!,perchè ,io che sono ateo,o un'altro di diversa religione , dovremmo essere obbligati a seguire e/o a fare "sacrifici"economici per la chiesa cattolica? !tu invece (sinceramente)come vorresti che "funzionassero" le cose?
    MENO PARTITINO IDEOLOGICO LAICO E SOCIALISTA (con risultati fallimentari), PIU' PARTITO PIGLIATUTTO (aperto alla società sarda come è e non con come vorreste che fosse).
    Faccio presente che lo SNP e la SVP sono partiti orgogliosamente cattolici: i loro risultati elettorali parlano da soli, i vostri anche.

  10. #10
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Vincent II
    MENO PARTITINO IDEOLOGICO LAICO E SOCIALISTA (con risultati fallimentari), PIU' PARTITO PIGLIATUTTO (aperto alla società sarda come è e non con come vorreste che fosse).
    Faccio presente che lo SNP e la SVP sono partiti orgogliosamente cattolici: i loro risultati elettorali parlano da soli, i vostri anche.

    cioè?scusa l'ignoranza,che sono snp e svp?

 

 
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