Doppiezza e politica devono divorziare
di Piero Sansonetti
L’altro giorno Rina Gagliardi ha scritto su questo giornale un articolo molto bello e chiaro (le capita spesso,anche per questo conviene abbonarsi a “Liberazione”...) nel quale, tra le altre osservazioni rivolte al partito di D’Alema e Fassino, ha sviluppato questa critica: usano una doppia verità, una doppia morale, una distinzione tra ciò che si fa e ciò che si dice, tra quello che devono sapere pochi eletti e quel che deve sapere il resto del partito. E’ un vecchio vizio della sinistra. Lo si attribuiva anche a Togliatti. Ieri il “Corriere della Sera” ha raccolto le opinioni di tre intellettuali tra i più noti del centrosinistra (tutti e tre di provenienza Pci), non proprio concordi con l’analisi di Rina: Beppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci, il filosofo Biagio De Giovanni, collaboratore del “Riformista”, e Alberto Asor Rosa (troppo noto e intellettualmente complicato per trovargli una qualifica...). Proviamo a riassumere in forma brevissima le loro opinioni. Vacca: la tesi della Gagliardi è irricevibile perché la Gagliardi pone una questione morale ma io non capisco cosa si intenda per questione morale,né dal punto di vista etico né dal punto di vista giuridico. Sembra un po’ il ragionamento di don Ferrante, quello dei “Promessi Sposi”, il quale sosteneva che la peste, non essendo né sostanza né accidente (dal momento che il reale si divide in sostanza e accidente), non esiste. E Berlinguer? Sbagliò. Asor Rosa: Il problema non è la doppia verità, che c’è sempre stata, ma il suo contenuto. In questo caso si è usata la doppia verità per nascondere operazioni economiche estranee al senso comune della sinistra. E’ vero. De Giovanni: La doppia verità è nella natura stessa della politica. Basta pensare a Machiavelli.Dunque oggi non sono Fassino e D’Alema ad essere doppi,bensì la politica stessa. Il ragionamento di Asor e quello di De Giovanni sono molto diversi, ma si completano. Entrambi - seppure da punti di partenza lontani - ammettono l’uso della doppiezza, e la considerano parte integrante dell’arte della politica. Non mi convincono. Per una ragione di fondo. Pensare che la politica moderna debba ancora rinchiudersi dentro i confini disegnati da Niccolò Machiavelli mezzo millennio fa, è l’errore che in questi anni sta paralizzando il rinnovamento della sinistra e dell’intellettualità. (Aveva ragione Romano Luperini, che ieri, su questo giornale, ha lamentato l’assenza di intellettuali come Pasolini, Fortini, Volponi, i quali usavano il loro essere intellettuali per ricercare, studiare, innovare, e in questo modo combattere dentro l’arena della politica e non vivere al rimorchio della politica). La sinistra del novecento ha sempre scontato questo limite: considerare la tattica (la doppia verità) il sale di tutto, e la presa del potere il fine che ogni cosa giustifica. Su questa strada ha perso. Se vuole rinascere, rinnovarsi davvero, tornare ad essere un lume di speranza, la sinistra deve convincersi che i “mezzi” sono importanti quanto i “fini”, e che Machiavelli è vecchio. Il contrario esatto di quel che hanno fatto i Ds nella vicenda Unipol.
6 gennaio 2006