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    Predefinito Siccome non è successo nulla ......Questi che parlano a fare?

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    UNIPOL/ OCCHETTO: CRAXI SI POTEVA CAPIRE, MA FASSINO E D'ALEMA...
    "Da tempi Colaninno tendenza a sviare rapporti politica-affari"
    03-01-2006 17:47


    Roma, 3 gen. (Apcom) - "Si dice che la storia è maestra di vita, ma c'è da dubitarne: si poteva capire Bettino Craxi in un momento in cui la classe politica si considerava non punibile, ma nel dopo Craxi ci voleva una buona dose di ingenuità". Lo dice Achille Occhetto, intervistato da Radio Radicale, a proposito della vicenda Unipol-Bnl. "La prima volta è comprensibile. Io direi che c'è qualcosa di peggiore, perché la seconda volta è diabolico, dimostrano una scarsa intelligenza politica. Dove è andata a finire tutta quella intelligenza politica dei vari D'Alema e Fassino ? Ci sono stati anche errori culturali e ideologici, il rapporto tra politica e affari, la mancata distinzione tra capitali sporchi e puliti".

    Insomma, "quanto basta per cambiare gruppo dirigente, altro che alcuni errori. Io mi sono dimesso per non avere fatto quasi niente di male ma tutto il bene nel tentativo di salvare il comunismo italiano. Di fronte ad errori clamorosi di questo genere è chiaro che D'Alema e Fassino dovrebbero mettere la direzione del partito nelle mani di un congresso e di una nuova impostazione ideologica e politica".

    Per Occhetto, "c'è una tendenza a sviare i rapporti tra affari e politica che incomincia dal periodo di Colaninno e della cosiddetta banca d'affari di Palazzo Chigi ed è andata avanti in questi anni" dichiara ancora Occhetto, che definisce "una lettura in parte deducibile dai fatti" quella avanzata dal quotidiano il Foglio sulle plusvalenze finanziarie quali mezzo di finanziamento della politica che ha sostituito le tangenti dalla seconda metà degli anni novanta in poi.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Malik
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    UNIPOL/ OCCHETTO: CRAXI SI POTEVA CAPIRE, MA FASSINO E D'ALEMA...
    "Da tempi Colaninno tendenza a sviare rapporti politica-affari"
    03-01-2006 17:47


    Roma, 3 gen. (Apcom) - "Si dice che la storia è maestra di vita, ma c'è da dubitarne: si poteva capire Bettino Craxi in un momento in cui la classe politica si considerava non punibile, ma nel dopo Craxi ci voleva una buona dose di ingenuità". Lo dice Achille Occhetto, intervistato da Radio Radicale, a proposito della vicenda Unipol-Bnl. "La prima volta è comprensibile. Io direi che c'è qualcosa di peggiore, perché la seconda volta è diabolico, dimostrano una scarsa intelligenza politica. Dove è andata a finire tutta quella intelligenza politica dei vari D'Alema e Fassino ? Ci sono stati anche errori culturali e ideologici, il rapporto tra politica e affari, la mancata distinzione tra capitali sporchi e puliti".

    Insomma, "quanto basta per cambiare gruppo dirigente, altro che alcuni errori. Io mi sono dimesso per non avere fatto quasi niente di male ma tutto il bene nel tentativo di salvare il comunismo italiano. Di fronte ad errori clamorosi di questo genere è chiaro che D'Alema e Fassino dovrebbero mettere la direzione del partito nelle mani di un congresso e di una nuova impostazione ideologica e politica".

    Per Occhetto, "c'è una tendenza a sviare i rapporti tra affari e politica che incomincia dal periodo di Colaninno e della cosiddetta banca d'affari di Palazzo Chigi ed è andata avanti in questi anni" dichiara ancora Occhetto, che definisce "una lettura in parte deducibile dai fatti" quella avanzata dal quotidiano il Foglio sulle plusvalenze finanziarie quali mezzo di finanziamento della politica che ha sostituito le tangenti dalla seconda metà degli anni novanta in poi.
    occhetto è il grande trombato, cosa ti aspettavi che dicesse?

  3. #3
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    UNIPOL/ FLORES D'ARCAIS: FASSINO MI RICORDA BERLUSCONI (QN)
    Intercettazioni deprimenti,disgustosa mescolanza politica-affari
    03-01-2006 097


    Roma, 3 gen. (Apcom) - "Queste cose, all'ennesima potenza, caratterizzano il mondo berlusconiano, ma vederle in bocca a un dirigente dell'opposizione segnala una tendenza all'omologazione che è pessima e deprimente". Lo afferma in un'intevista al Quotidiano Nazionale il direttore di MicroMega, Paolo Flores D'Arcai, in merito alle intercettazioni sul caso Unipol che riguardano il leader della Quercia, Piero Fassino.

    Sinistra uguale alla destra, dunque? "Intravedo il rischio. Dico - sostiene - che quello che nel regime berlusconiano è eretto a sistema, nell'opposizione è ancora un evento congiunturale. Per questo, anche se con il voltastomaco, sarà bene votare comunque per il centrosinistra".

    Secondo Flores D'Arcais il collatrelismo tra Ds e cooperative è una realtà. "Beh, non mi sembra che ci sia possibilità di equivoco. Quando Fassino dice a Consorte di non denunciare nessuno perché prima debbono 'portare a casa tutto', ammette l'esistenza del collateralismo e di una disgustosa mecolanza tra politica e affari".

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Malik
    UNIPOL/ FLORES D'ARCAIS: FASSINO MI RICORDA BERLUSCONI (QN)
    Intercettazioni deprimenti,disgustosa mescolanza politica-affari
    03-01-2006 097


    Roma, 3 gen. (Apcom) - "Queste cose, all'ennesima potenza, caratterizzano il mondo berlusconiano, ma vederle in bocca a un dirigente dell'opposizione segnala una tendenza all'omologazione che è pessima e deprimente". Lo afferma in un'intevista al Quotidiano Nazionale il direttore di MicroMega, Paolo Flores D'Arcai, in merito alle intercettazioni sul caso Unipol che riguardano il leader della Quercia, Piero Fassino.

    Sinistra uguale alla destra, dunque? "Intravedo il rischio. Dico - sostiene - che quello che nel regime berlusconiano è eretto a sistema, nell'opposizione è ancora un evento congiunturale. Per questo, anche se con il voltastomaco, sarà bene votare comunque per il centrosinistra".

    Secondo Flores D'Arcais il collatrelismo tra Ds e cooperative è una realtà. "Beh, non mi sembra che ci sia possibilità di equivoco. Quando Fassino dice a Consorte di non denunciare nessuno perché prima debbono 'portare a casa tutto', ammette l'esistenza del collateralismo e di una disgustosa mecolanza tra politica e affari".
    In sintesi, se hanno rubato (ovviamente deve essere dimostrato) DEVONO andare in galera. Certo però che prima bisogna dare, per un minimo di rispetto delle proporzioni dei reati commessi, almeno un ergastolo al berlusca & C.

  5. #5
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    Predefinito E Questo?

    Noi abbiamo voi avete
    di Riccardo Barenghi

    Può darsi che le intercettazioni delle telefonate tra Fassino e Consorte (pubblicate violando la legge che impedisce di mettere nero su bianco le conversazioni di un parlamentare) siano frutto di estrapolazioni arbitrarie e strumentalizzazioni politiche (come peraltro accusa lo stesso Fassino attraverso il suo portavoce).

    Ma se invece fosse tutto vero, la legge e la violazione della privacy del segretario Ds passerebbero in secondo, anzi in terzo piano. A quel punto bisognerà interrogarsi e indagare (ma questo è compito dei magistrati) sui fatti che da quelle conversazioni emergono (e tutti sappiamo che lo stillicidio continuerà e magari si allargherà ad altri giornali). Non si tratta di fatti penalmente rilevanti finora, meglio dirlo subito. Ma politicamente e dal punto di vista etico, sì. Eccome. Per due, forse tre ragioni. La prima è che Fassino ha sempre detto che, pur sentendosi vicino al mondo delle Coop e dell'Unipol (e ci mancherebbe altro), lui e tutto il suo partito si sono limitati a tifare per la scalata alla Bnl, informandosi sui suoi sviluppi. Senza partecipare e tantomeno scendere in campo. Dalle conversazioni registrate risulta purtroppo il contrario, il segretario diessino non somiglia a un tifoso seppur d’onore, uno che sta sugli spalti. Quantomeno si siede in panchina, sprona i giocatori, consiglia tattica e strategie. Soprattutto parla di tutta l'operazione - dalla quale aveva ripetuto ossessivamente che i Ds restavano totalmente estranei - in prima persona plurale: «E allora, siamo padroni di una banca?»; oppure: «Prima portiamo a casa tutto»; fino alla correzione in corsa del «perché il problema è adesso dimostrare che noi abbiamo... voi avete un piano industriale». Dunque o sono vere le affermazioni estive di Fassino, o sono vere le intercettazioni. La verità in questo caso non sta nel mezzo, o di qua o di là. E se sono veri i verbali, non sono vere le affermazioni del segretario. Il che sarebbe un brutto guaio, per lui e per tutto il partito (che infatti non sta certo vivendo giorni tranquilli).

    Ma non è questo il guaio maggiore, le bugie in politica come in amore si possono anche perdonare. Semmai è il fatto che da tutta questa vicenda emerge un intreccio tra la più grande forza della sinistra e uomini d'affari piuttosto spregiudicati (di famiglia ma non solo). Un intreccio che anche se non portasse a problemi giudiziari per questo o quel leader politico (e su Fassino tutti mettono la mano sul fuoco), avrebbe di per sé macchiato quell'immagine di partito diverso che, meritata o immeritata che fosse, i Ds hanno ereditato. Non esattamente la questione morale di Berlinguer (che pure tanto insensata non era), ma proprio l'idea di riuscire a vivere nel mondo reale, anche quello che fa affari, quello che gioca scorrettamente in Borsa, quello che produce soldi con i soldi (o al massimo col mattone), quello «cattivo» insomma, senza tuttavia entrarci dentro, senza farne parte a pieno titolo. Rifiutandone la logica (quando è sporca, e spesso lo è), e magari denunciandone anche gli illeciti, quando se ne viene a conoscenza.

    Non sembra sia andata esattamente così. E ormai si può solo sperare che il «tesoretto» di Consorte e Sacchetti (prodotto illegalmente con pratiche di insider trading) sia solo un loro arricchimento personale. Ma in ogni caso il partito rischia di pagare un prezzo altissimo. Il prezzo cioè di apparire davanti ai suoi militanti e a tutti gli elettori del centrosinistra come troppo simile ad altri, al Psi di Craxi per dirne uno. Non ci voleva. A pochi mesi dalle elezioni che dovrebbero sconfiggere Berlusconi non è esattamente questa l'immagine giusta (e vincente) per una sinistra che continua a proclamarsi «diversa».

  6. #6
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    Predefinito E questi?

    L’AUTOCRITICA - Fassino è in vacanza in Messico e in assenza del segretario, ma certo non a sua insaputa, in via Nazionale è l’ora di una dolorosa autocritica. Dopo Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano anche Vannino Chiti, vicinissimo al segretario, invoca con un’intervista a Repubblica una svolta che sembra inevitabile: ammettere l’errore e fermare così lo stillicidio di intercettazioni che rischia, temono molti diesse, di compromettere la vittoria elettorale e di produrre una frattura tra Fassino e D’Alema.
    «Sono amareggiato, sconcertato e deluso di fronte all’immagine dei Ds che esce dalle intercettazioni», dice Peppino Caldarola. Era un dalemiano di ferro ma ora l’ex direttore dell’ Unità giudica «politicamente sbagliato» l’appoggio all’Opa dell’Unipol su Bnl e chiede ai vertici di dissociarsi da Consorte: «Non possiamo aspettare la conclusione dell’iter giudiziario per stabilire che il suo comportamento è eticamente riprovevole». Altrettanto severo il giudizio di Nicola Rossi: «La tifoseria in questi casi non è politicamente sensata, è una regola cui bisognerebbe, attenzione, attenersi». E anche Antonello Cabras parla di «errori di valutazione» e chiede a Fassino di chiudere il caso, ammettendo che tifare per Consorte è stato un errore.
    L’11 gennaio, quando il segretario riunirà la direzione, la sinistra andrà all’attacco, Salvi e Mussi faranno tenaglia e chiederanno quel cambio di rotta che Chiti ha lasciato intravedere irritando l’entourage di D’Alema: c’è chi accredita vane pressioni su Fassino perché smentisse Chiti. E un altro passaggio dell’intervista del coordinatore farà discutere, quello in cui, come sul Corriere il presidente di Confcooperative Luigi Marino, Chiti propone di superare il «vecchio schema coop rosse coop bianche».

  7. #7
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    Predefinito E questo?

    L’EX GIROTONDINO
    Pancho Pardi: Massimo ha fatto disastri senza pagare

    ROMA - «Con questi leader non vinceremo mai», gridava Nanni Moretti all’alba dei Girotondi. E ora Francesco «Pancho» Pardi, che dei movimenti è un leader sin dalla primissima ora, invoca il fiume carsico dei delusi del centrosinistra perché torni presto a riempire le piazze, metta su una lista elettorale e punti i megafoni contro uno, uno solo dei dirigenti dell’Unione: Massimo D’Alema. «È il momento che chi ha sbagliato si tiri da parte». L’offensiva contro il presidente dei Ds l’ha innescata Beppe Grillo, che dal suo blog ( www.beppegrillo.it ) si è appellato a Piero Fassino perché «faccia pulizia» e celebri «il funerale politico di D’Alema». Il professore fiorentino approva, e rilancia. «Non voglio scendere sul terreno dei sospetti, ma in questa vicenda c’è una costante che va dritta dalla Bicamerale alla mancata legge sul conflitto di interessi». Grillo dà del «cocciuto» all’ex premier per aver voluto mantenere, dopo le intercettazioni tra Fiorani e Fazio, un mutuo presso la Bpi per pagare le rate della sua barca a vela, Pardi invece dell’Ikarus di D’Alema non vuol parlare: «Lasciamo stare le barche, qui è una politica a essere sotto accusa». La Bicamerale fallita è il pallino del professore. «D’Alema continua a dire che per via della Bicamerale lui ha pagato caro? In realtà lui ha pagato poco in termini di carriera politica e noi cittadini molto, soffrendo la rovina del Paese con cinque anni di disastroso governo del centrodestra». Colui che appariva, secondo Pardi, «il dirigente più tetragono, dialettico e capace» è ora vittima dell’«antipatia pubblica» per aver anteposto «la capacità manovriera alla visione strategica». Credeva di fare con la Bicamerale «un grande capolavoro? Ha fatto un disastro invece e non ammetterà mai di essere stato sconfitto da un dilettante miliardario che se l’è giocato e non gli ha dato niente». Ieri la Bicamerale, oggi l’Unipol: due facce della stessa medaglia. «Noi non vogliamo il conflitto di interessi, non vogliamo le privatizzazioni all’italiana dei capitani coraggiosi che hanno trasformato i monopoli pubblici in monopoli privati, non vogliamo la mescolanza terribile tra politica, industria e affari...». Pardi spera che Fassino faccia presto chiarezza, perché «non possiamo permetterci di perdere le elezioni». I movimenti faranno la loro parte: con una lista della libera cittadinanza che peschi nell’«elettorato orfano» dei partiti.
    M. Gu.

  8. #8
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    Predefinito Pure Cesare Salvi???

    Salvi: ora Piero riconosca gli errori con umiltà Non bastano lui e D’Alema a guidare il partito

    ROMA - «Le intercettazioni? No comment». Ma come, senatore Cesare Salvi, proprio lei che ha avviato la campagna moralizzatrice dentro i Ds si trincera dietro il no comment?
    «Volevo dire che non entro nel merito delle intercettazioni, primo perché non mi piace commentarle, secondo perché a me interessa la politica».
    E di politica si tratta, che altro sennò?
    «Appunto, poiché si tratta di politica e a me quella interessa dico che le intercettazioni pubblicate dal Giornale corrispondono alle interviste. Già nelle interviste di Fassino e D’Alema si rivendicava il diritto di Unipol e anche di altri a scalare le banche. Ma è un errore, di metodo e di merito. Un partito non deve schierarsi né a favore né contro scalate bancarie e poi è stata sposata una causa che non meritava di essere sposata».
    Dubita della buona fede dei suoi leader?
    «Per carità, io non temo niente di illecito. Sull’onestà personale di Fassino e degli altri metto la mano sul fuoco, ma ripeto: non si sposa una parte piuttosto che un’altra e tantomeno si sposa la parte peggiore della coppia. Il punto è che i Ds sono sotto attacco per un errore di valutazione politica molto serio commesso questa estate. Da luglio in poi, fino a pochissimi giorni fa, vi è stato un sostegno alla scalata Unipol e indirettamente, ma non tanto, anche all’altra scalata, che, come i fatti hanno dimostrato, è stata basata su un errore di giudizio e previsione molto profondo. Questi geni della finanza erano quel che è poi si è visto e la sovraesposizione mediatica dei dirigenti Ds ha esposto il partito a sospetti, insinuazioni, attacchi. Se c’era un complotto, i vertici della Quercia hanno messo la testa nella tagliola dei complottatori».
    Lei ci crede, al complotto?
    «Non sono così ingenuo. C’è piuttosto un dichiarato progetto politico dei maggiori quotidiani italiani, Corriere della Sera e Repubblica , che teorizzano questo famoso partito democratico con l’obiettivo di cancellare la questione della sinistra, o, come dicono loro, il postcomunismo. Che complotto è questo? Non è un complotto, è invece una chiarissima e legittima posizione, che non ha nulla a che vedere col fatto che se un giornale ha notizie poi le pubblica. Ma è evidente che se si commettono errori come quello che hanno commesso i dirigenti dei Ds si mette, come ho detto, la testa nella tagliola».
    E ora? Le cosa suggerisce, in vista della direzione del partito che si riunirà l’11 gennaio?
    «Il partito, tutto il partito, riconosca con un po’ di umiltà che tifare è stato sbagliato. Ed essere umili significa riconoscerli subito, gli errori, non dieci anni dopo, perché dieci anni dopo sono capaci tutti».
    Il 9 aprile si vota. Questo stillicidio di intercettazioni non rischia di far più danni di una autocritica?
    «Certo che sì, è micidiale. La sinistra su queste cose deve essere più rigorosa, perché con noi, che abbiamo tanti begli ideali, i cittadini sono più esigenti. E poi chi ha deciso che la scalata alla Bnl andava sostenuta? Se non se ne parla negli organi di partito non se ne deve parlare nemmeno nelle interviste».
    Insomma presidente, lei cosa chiede, a Fassino?
    «Voglio che il partito esca da questa situazione con una iniziativa. Il segretario apra la direzione proponendo il tema della riforma della politica. Sobrietà di comportamenti, trasparenza e umiltà, che è una gran bella virtù. Fassino dica che c’è stato un eccesso di sostegno a Unipol, perché questo è un partito fondamentalmente sano, ha le risorse per evitare fenomeni degenerativi e la prima risorsa è reagire».
    Lei ha detto che l’Unità sembra l’house organ di Consorte. Conferma?
    «Sì. Per troppe settimane l’Unità ha usato una voce sola su questa vicenda e lo dico senza malanimo. Trovo inutile e sbagliato scrivere fondi a sostegno di Giancarlo Caselli senza però avere una discussione a sinistra. La questione morale è bella innanzitutto quando viene posta a sé medesimi e lo stesso vale per il conflitto di interessi. Alla gara di chi grida più forte che Berlusconi ha il conflitto di interessi partecipo volentieri ma andare a vedere in casa propria è una gara un po’ più rognosa. Non è una insinuazione, è la constatazione di un limite. Rischiamo di avere una sinistra ferocissima con gli altri e benevola con se stessa».
    Esiste, una questione morale?
    «Non ci sono reati e non ci sono mariuoli, perciò il parallelo con il ’92 è un altro: la politica è debole e dobbiamo riformarla. Dobbiamo, noi Ds, trarre da questo grave incidente l’occasione per un salto di qualità».
    Vede differenze tra come Fassino e D’Alema hanno gestito la vicenda?
    «Tra loro c’è stata in questi anni, e c’è ancora, una corresponsabilità solidale nella gestione del partito. Io, che sono stato in maggioranza fino al Duemila prima con D’Alema e poi con Fassino, francamente non vedo differenze politiche tra i due, se non che uno ha la barca e l’altro non ce l’ha. Il problema è un altro. È che non bastano due persone, per quanto valide, a dirigere un partito. C’è bisogno di una direzione collegiale che fino a ora non c’è stata».

    l’Intervista
    Monica Guerzoni

  9. #9
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    Berlusconi condannato
    per le tangenti alla Gdf





    MILANO - Due anni e nove mesi per il leader dell'opposizione Silvio Berlusconi e assoluzione per suo fratello Paolo nel processo per le tangenti pagate dalla Fininvest alla Guardia di Finanza. Questa la sentenza di primo grado dei giudici della settima sezione penale del Tribunale di Milano presieduta da Francesca Manca, dopo sei ore e mezzo di camera di consiglio. Uno sconto di tre mesi per l'ex presidente del Consiglio - che si è sempre proclamato innocente - rispetto alle richiesta di tre anni del pm Colombo. Incredibile assoluzione per il fratello Paolo, che ha invece sempre ammesso di aver pagato 300 milioni alle Fiamme Gialle per le verifiche fiscali alla Mondadori, alla Mediolanum e a Videotime.

    Il giudici di Milano hanno dunque pienamente accolto la tesi dell'accusa, secondo cui la Fininvest aveva pagato i finanzieri perché "chiudessero un occhio" su quattro verifiche fiscali alle società della Fininvest Mediolanum, Videotime, Mondadori e Telepiù. La Fininvest, che durante il processo aveva sostenuto di essere stata vittima di concussione, aveva ammesso di aver pagato complessivamente 300 milioni per le prime tre verifiche, mentre aveva sempre negato i 50 milioni per le verifiche a Telepiù.

    Silvio Berlusconi, dal canto suo, aveva sempre respinto ogni accusa, sostenendo di essere vittima della persecuzione politico-giudiziaria della Procura di Milano. Aveva sostenuto di non aver mai saputo che il suo gruppo avesse pagato tangenti e che i pagamenti erano stati autorizzati da Paolo Berlusconi (il quale
    aveva confermato di non aver mai avvisato il fratello). Per il pool invece, Berlusconi era al corrente delle tangenti alla Gdf. "Non sosteniamo che Berlusconi non poteva non sapere, diciamo che Berlusconi sapeva", aveva detto Colombo nella requisitoria finale.

    I giudici hanno condannato l'ex direttore amministrativo della Fininvest Alfredo Zuccotti a un anno e quattro mesi di reclusione, il responsabile dei servizi fiscali del gruppo, Salvatore Sciascia, a due anni e sei mesi, il consulente Giovanni Maria Berruti a dieci mesi, i
    marescialli della Guardia di Finanza Giovanni Arces a due anni, Angelo Capone a tre anni e Francesco Nanocchio a due anni e due mesi. I giudici hanno invece assolto il tenente colonnello Vincenzo Tripodi.

    Il pm Colombo aveva chiesto tre anni per Silvio Berlusconi e due anni e quattro mesi per Paolo Berlusconi; per l'avvocato ed l'ex parlamentare di Forza Italia Massimo Maria Berruti due anni; per i due manager Fininvest Salvatore Sciascia e Alfredo Zuccotti rispettivamente due anni e due mesi e un anno e sei mesi; per gli ex marescialli Giovanni Arces e Giuseppe Capone due anni e otto mesi; per il finanziere Francesco Nanocchio due anni e sei mesi; per l'ex tenente colonnello della Gdf Vincenzo Tripodi tre anni e dieci mesi.

  10. #10
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    Falsa testimonianza sulla P2

    La prima condanna di Silvio Berlusconi da parte di un tribunale arriva nel 1990: la Corte d’appello di Venezia lo dichiara colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito della sua iscrizione alla lista P2. Nel settembre 1988, infatti, in un processo per diffamazione da lui intentato contro alcuni giornalisti, Berlusconi aveva dichiarato al giudice:"Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo che è di poco anteriore allo scandalo". Per questa dichiarazione Berlusconi viene processato per falsa testimonianza. Il dibattimento si conclude nel 1990: Berlusconi viene dichiarato colpevole, ma il reato è estinto per l'intervenuta amnistia del 1989.

 

 
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