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    Predefinito Occhio all’America che chiede più tasse

    Maurizio Blondet
    05/01/2006

    Si sa che le tendenze che nascono in America, dopo qualche mese arrivano da noi.
    E sono accettate come mode, anzi dogmi, indiscutibili.
    Allora attenti a questa che ci pioverà addosso.
    In USA, sta andando a ruba un libro dal titolo «The impostor».
    L’impostore in questione è l’attuale presidente.
    E perché?
    Perché ha diminuito troppo le imposte.
    Lo spiega il sottotitolo: «Come George W. Bush ha fatto fallire l’America e tradito l’eredità di Reagan».
    L’autore, tale Robert Bartlett, è un economista che si battè per la grande riduzione fiscale voluta da Ronald Reagan, di cui è stato anche consigliere.
    Sappiamo quale fu il senso della rivoluzione delle tasse di Reagan: ridurre l’aliquota massima verso l’ideale 25% di prelievo sui redditi personali, non solo lascia più soldi in tasca ai cittadini (che sanno come spenderli meglio dello Stato), ma aumenta il gettito fiscale, perché i rischi dell’evasione diventano più forti dei suoi vantaggi.
    Bartlett sostiene che l’idea è ancora buona.
    Solo che Bush ha esagerato.



    Ha tagliato troppo, e solo a favore dei super-ricchi (l’1 % della popolazione), mentre aumentava dissennatamente la spesa pubblica per le sue guerre mondiali al terrorismo.
    Anziché aumentare il gettito, questi tagli l’hanno diminuito di 250 miliardi di dollari l’anno dal 2001 ad oggi.
    Ora gli USA, che Clinton lasciò con i bilanci in attivo, hanno il più grosso deficit pubblico del pianeta.
    Non solo: i tagli fiscali ai privilegiati si sono tradotti di fatto in un immenso trasferimento di ricchezza (10 mila miliardi di euro circa) dai poveri ai ricchi.
    Si rischia la rivolta sociale.
    Bisogna rimettere le finanze in ordine.
    «L’aumento delle imposte è assolutamente necessario», dice oggi Bartlett.
    Non è il solo.
    Decine di analisti che con lui erano scesi in campo al grido: «affamare la ‘bestia!’» (ossia lo Stato, insaziabile succhiatore di denaro), oggi hanno cambiato idea.
    «Bisogna tassare i ricchi e i poveri», dice Chris Edwards, direttore delle politiche fiscali al Cato Institute, una fortezza del pensiero super-liberista.
    Questa idea si sta facendo strada oltre l’Atlantico.
    E là è giusta.



    In USA è cresciuto un problema di inaudita iniquità, coi ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri, che può provocare la rivolta sociale.
    Basti qualche esempio: nel 2003, i supermanager americani erano pagati 301 volte il salario di un operaio; nel 2004, ben 431 volte di più.
    Se la paga minima americana fosse cresciuta, tra il 1990 ed oggi, al ritmo dei super-emolumenti dei grandi manager, oggi il salario minimo sarebbe di 23 dollari l’ora.
    Invece è fermo a 5,15 dollari.
    In USA è giusto chiedere di sanare questi squilibri ingiusti.
    Il guaio è che questa buona idea - far pagare più tasse - ineluttabilmente, arriverà da noi: e in Italia sarà un disastro.
    Perché darà alla sinistra le motivazioni per aumentare le tasse agli italiani.
    Lo fanno anche in America, dirà Prodi.
    Il punto è che gli americani hanno goduto davvero di incisive riduzioni delle tasse; gli italiani no. Per un decennio, l’americano ha avuto davvero più soldi da spendere, ed è questo uno dei motivi della crescita economica USA.
    Invece le timide riduzioni fiscali di Berlusconi non hanno inciso sui portafogli italiani.
    Quel poco che lo Stato non ci chiede più, se lo sono preso i bottegai coi loro rincari, le regioni e i comuni coi loro balzelli.

    A Milano, il comune fa piovere sui cittadini indifesi multe da 80 euro per lievi infrazioni stradali: basta prenderne una, e per quel mese il milanese medio, che guadagna 1500 euro mensili, non ha più potere d’acquisto per sostenere i consumi.
    Ciò che poteva spendere, il 5% del suo reddito, gliel’ha arraffato Albertini.
    In USA, il fabbisogno dello Stato è ancora sul 20% della ricchezza prodotta dagli americani.
    In Italia, resta sul 50%: tanto ci tolgono dal nostro lavoro.
    E per cosa poi?
    Per strapagare funzionari e consulenti «amici», viaggi «di studio» (leggi: vacanze) di governatori regionali e locali, «notti bianche» alla Veltroni.
    Da noi, lo slogan «affamare la ‘bestia’» è ancora attuale, anzi più attuale che mai.
    Invece, visto che tramonta in America, tramonterà anche in Italia.
    Le sinistre amano questi momenti, quando possono invocare l’America capitalista a sostegno del loro statalismo predatorio.
    Si salvi chi può.

    Maurizio Blondet




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  2. #2
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