Un duro attacco di Giorgio Israel a Vittorio Messori e in prospettiva a qualunque tentativo dei cattolici di difendere la propria storia e proporre la propria verità. Da leggere e meditare...![]()
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Pubblicato il Giovedì, 29 dicembre @ 02:49:29 CET
Il dialogo interreligioso deve continuare Anche a dispetto delle idee e di uomini come Vittorio Messori
di Giorgio Israel
Da qualche anno Vittorio Messori manifesta un interesse speciale per gli ebrei. Non che tale interesse sia dichiaratamente ostile: al contrario... Ogni volta che parla di ebrei Messori ripete che, nel caso malaugurato in cui una nuova persecuzione si abbattesse su di loro, lui sarebbe il primo a offrire un rifugio, ma che nella quiete della sua casa non si potrebbe privare del diritto di tentare di convertire i malcapitati ospiti. In effetti, il tema della conversione degli ebrei sembra essere un'autentica ossessione di Messori e, in questo, egli si fa erede della più ortodossa tradizione cristiana secondo cui la scelta divina di Israele è stata revocata ed è stata trasferita alla Chiesa - il nuovo Israele - per cui agli ebrei non resta altra soluzione ragionevole che uscire dal corpo condannato dell'ebraismo.
Un paio di anni fa, Messori riesumò le dichiarazioni di un celebre ebreo convertito, il filosofo Henri Bergson, che sembrerebbe aver parlato di colpe terribili dell'ebraismo che avrebbero provocato il flagello della Shoah (va detto peraltro che, con l'avvento delle persecuzioni, Bergson tenne a dichiararsi ebreo). Messori ne deduceva l'esistenza di chissà quale mistero che andrebbe approfondito per capire, per l'appunto, le "vere" cause della Shoah. Ebbi una polemica con lui, al termine della quale, fece una parziale autocritica, ammettendo che le sue parole potevano dar adito a pensieri sbagliati. Ma poi ricominciò, occupandosi stavolta del caso del rabbino capo di Roma Zolli, convertitosi al cattolicesimo, con lo scopo precipuo di mettere in luce l'atteggiamento malevolo dei suoi ex correligionari. Infine, in una costellazione di scritti volti alla rivalutazione ora della regina Isabella di Castiglia (principale autrice della cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492) ora del civilissimo (a suo dire) tribunale della Santa Inquisizione, Messori si è lanciato in una sperticata difesa del comportamento della Chiesa nel caso Mortara. Anche allora ho avuto una dura polemica con lui sulle pagine del Foglio in data 21 e 26 febbraio 2004. Su questo tema Messori, dopo un periodo di silenzio, è tornato a rincarare la dose, addirittura dedicando un libro al caso Mortara. Per illustrarne il contenuto basti dire che, in un'intervista al Corriere della Sera, l'autore ha sostenuto che l'Alliance Israélite Universelle - sì, proprio quell'associazione che ha promosso una visione di universalismo democratico e di acculturazione in campo ebraico - era "la prima organizzazione ebraica di autodifesa in prospettiva mondiale". E, si badi bene, non di autodifesa generica, ma prettamente militare. Insomma un gruppo di killers abilmente mascherato che preparava "incursioni" che - testuale! - erano "quasi una prefigurazione degli omicidi mirati dell'esercito israeliano"...
Di fronte a tanto occorre chiedersi - e se lo chiede chi ha polemizzato ripetutamente e duramente con Messori - se continui a valere la pena di occuparsi di simili tesi e del loro autore. La conclusione che mi pare corretta è che ne varrebbe la pena se queste rappresentassero un punto di vista egemone o quantomeno di notevole rilievo nel mondo cattolico. Ma così non è. A dispetto di un incidente che appare oggi largamente ricomposto, la visita del Papa Benedetto XVI a Colonia ha rappresentato non soltanto una conferma ma un passo in avanti rispetto a quanto realizzato da Giovanni Paolo II. Se la Nostra Aetate disse degli ebrei che sono "ancora" carissimi a Dio e da rispettare per "religiosa carità evangelica" e Giovanni Paolo II affermò che "chi incontra Gesù, incontra l'ebraismo", il Papa Benedetto XVI è andato ancora più in là asserendo che "i doni di Dio sono irrevocabili" . Con una simile affermazione, la teologia della "sostituzione" - che è la chiave del pensiero di cattolici come Messori e che è alla base della politica delle conversioni - è seppellita. Inoltre, il Papa ha parlato della necessità e possibilità di "fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo", senza "minimizzare o passare sotto silenzio le differenze" e, sul piano interpretativo, di perseguire "un'interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse".
Nel numero del Corriere della Sera in cui si commentava il discorso del Papa a Colonia, Messori ha imbastito un traballante e imbarazzato tentativo di accreditare la coerenza delle posizioni del Papa con le proprie. Ma in un'altra pagina, un'intervista del cardinale Scola ribadiva il rapporto assolutamente speciale che lega ebraismo e cristianesimo e faceva un'apertura davvero inedita sul piano dell'interpretazione storica: alla domanda se il razzismo nazista attecchì sull'antigiudaismo cristiano il cardinale Scola rispondeva: "È una questione complessa, studiare le radici dei fenomeni, gli elementi di continuità e di rottura".
Coltivare il terreno fertile di questo dialogo non è soltanto la cosa più giusta da fare, ma è anche il miglior modo di rispondere al tentativo di certi cattolici di riproporre la teologia della "sostituzione" con tutte le sue implicazioni antiebraiche.
La domanda che allora si pone, di fronte all'ebraismo italiano, è se si vuole cogliere tale occasione. Non soltanto. Si tratta di chiedersi se si vuole perseguire il dialogo con i cattolici più aperti ad esso, senza lasciarsi influenzare da questioni di schieramento politico. Farò un paio di esempi al riguardo.
Il tentativo di Messori di riattizzare il caso Mortara e di gettare zizzania fra cattolici ed ebrei, con il suo squallido libello, ha ricevuto una dura risposta in campo cattolico, da parte di Antonio Socci. Però sembra che per taluno il dialogo con persone come Socci sia da evitare, indipendentemente da quanto egli pensa e dice; e che sia preferibile dar retta a Marco Travaglio. Questi, in un incredibile intervento sull'Unità, è sceso in campo a difendere Messori dall'attacco di Socci, asserendo che "Messori è cattolico davvero" e difatti "preferisce occuparsi della resurrezione di Gesù che di quella del cardinal Ruini". Dovremmo quindi accreditare che i cattolici "veri" sono quelli alla Messori - quelli che lodano Isabella di Castiglia, l'Inquisizione e il rapimento Mortara - pur non di non aver a che fare con i cattolici alla Socci?
Un altro esempio. La Repubblica ha degnamente (si fa per dire) ricordato la figura di Simon Wiesenthal con un articolo di Giorgio Bocca in cui si affermava che la rilevanza del personaggio "più che alla sua opera si affida alla domanda che essa pone a tutti noi: il perdono ha un senso?". E Bocca aggiungeva: "pur non essendo un cattolico credente e praticante c'è troppo cattolicesimo in me per aderire alla sua giustizia implacabile". Certo, Bocca è un progressista, e quindi, in quanto "ateo devoto" (quale si dichiara), non è certo un "teo-con", bensì un "teo-progre". Dovremmo per questo sorbirci la sua squallida riproposizione dello stereotipo del cattolico che perdona a fronte dell'ebreo vendicativo?
Il dialogo con i cattolici andrebbe perseguito indipendentemente dalle posizioni politiche dell'interlocutore. Invece, qui sembra che qualcuno soffra dannatamente se il cattolico aperto al dialogo - non importa quanto aperto - non è un "progressista" o un "teo-progre". Basti menzionare la ripulsa che taluni nutrono nei confronti del dialogo con Comunione e Liberazione, che pure è uno dei movimenti cattolici più aperti al dialogo con l'ebraismo, e più sensibile alle ragioni di Israele.
All'indomani degli attentati di Londra c'è stata una gara, in particolare da parte di alcuni amministratori locali ebrei, a predicare la necessità di costruire dieci, cento, mille moschee; incuranti degli ammonimenti di un Magdi Allam, che ha spiegato come il primo obbiettivo sia bonificare le moschee esistenti e farne luoghi trasparenti, anziché costruirne altre senza garantirsi che non diventino centrali di odio e di reclutamento di terroristi. Sembra che per taluni il massimo della gratificazione sia riunirsi sotto una tenda con dei musulmani. Il che può rappresentare senza alcun dubbio un'iniziativa lodevole, a condizione di non andare sotto la stessa tenda con personaggi equivoci. E a condizione che queste iniziative non si accompagnino a una sorta di ripulsa per il dialogo con i cattolici, e quasi al desiderio masochistico che i cattolici rassomiglino tutti a Messori. Così non è, e sarebbe davvero irresponsabile non valutare appieno la circostanza storica favorevole in cui ci troviamo.




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0 Ed ecco, vi sono alcuni fra gli ultimi che saranno i primi, e alcuni fra i primi che saranno gli ultimi╗.