A vederlo così, con quell’aria mite da timido introverso, afflitto da lieve distrazione, indice il lembo della camicia che s’ostina a spuntargli dai pantaloni, non si direbbe un tipo combattivo. E invece no.
Alain Finkielkraut, 56 anni, figlio unico di un ebreo polacco, mercante di pellami deportato ad Auschwitz, e a sua volta padre di unico figlio adolescente e con lui solidale, una trentina di saggi alle spalle e un impegno in prima fila contro il pensiero conforme, tutto è fuorché uno che si lascia mettere i piedi in testa.
Eppure oggi in Francia si respira un’aria ostile verso le sue idee.
L’ultimo suo libro (“Noi, i moderni”, che da martedì leggerete a puntate sul Foglio) va a ruba, ma lui viene accusato di vantarsi di pensare la realtà, ma di conoscerla solo dai media, di nutrirsi di impressioni tratte dallo zapping e da qualche lettura, di restare prigioniero di un’ideologia di sua invenzione che lo mette in situazioni insostenibili…
La verità però è un’altra. La Francia è in crisi. Il paese che sin dall’Illuminismo è sempre stato un faro per la libertà di pensiero e l’universalità della ragione e dei diritti umani vive oramai in balìa della paura e dell’intimidazione. C’è un clima deleterio, alimentato da “vittime aggressive organizzate in minoranze oppressive”.
E il confronto argomentato delle idee non lascia spazio a uno scambio pacato.
Lo stesso Finkielkraut l’ha appena sperimentato sulla sua pelle, con la smentita sonante alle accuse di razzismo, in seguito all’intervista sulla rivolta delle banlieues rilasciata all’israeliano Haaretz, criptata ad arte dal Monde e da lì amplificata a uso del pubblico politicamente corretto.
E continua a dimostrarlo pure adesso che sembrava essere uscito dall’occhio del ciclone.
Appena dieci giorni fa, i settimanali della “gauche” come il Nouvel Observateur sbattevano in copertina il suo viso dolce e assorto, agitando lo spauracchio dei “néo-réacs”, i nuovi reazionari animati – secondo i custodi della moralità – dalle peggiori intenzioni criptolepeniste.
La “droite” liberale invece ne prendeva le difese: riconosceva con Luc Ferry l’emergere di un antisemitismo fondato sull’antirazzismo; sottolineava con Marcel Gauchet la virata dell’84 per cento dei francesi favorevoli allo stato d’emergenza, benché il Monde ne fosse indignato;
e, addirittura con l’aspirante presidente Nicolas Sarkozy, proclamava:
“Finkielkraut fa onore all’intelligenza francese”.
Intanto però lo scrittore, denunciato da Edgar Morin come “il grande imprecatore” e accusato dal creolo Raphael Confiant di avere in odio neri, musulmani e sessantottini, è stato costretto a disertare un convegno sulla laicità organizzato a Lione dal Consiglio regionale, per evitare il boicottaggio annunciato dalle associazioni musulmane e antirazziste, con una valanga di insulti, proteste e minacce.
Se lo sarebbe mai aspettato?
Poteva mai immaginare tanto ostracismo il professore dell’Ecole Polytéchnique, l’intellettuale più mediatico di Francia, animatore da vent’anni di un seguitissimo programma radiofonico, “Répliques”, in onda il sabato mattina su France Culture, che molti oggi vorrebbero levargli? Sicuramente no. Mai nella vita avrebbe potuto immaginare non solo di assistere, ma di subire di persona il radicalizzarsi delle idee e del confronto politico.
Niente nella sua biografia lo preparava a questo. Figlio del dopoguerra, nato e cresciuto in Francia, allievo della Ecole normale supérieure di Saint Cloud, “agregé” di lettere, senza la tentazione dell’insegnamento, e con una predilezione per i grandi interpreti del mondo d’oggi e delle sue illusioni, come Emmanuel Lévinas, Hannah Arendt, Milan Kundera, ma anche Hermann Broch, e Charles Péguy, Finkielkraut ha esordito a metà degli anni 70, denunciando con Pascal Bruckner il disastro del disordine amoroso.
Ha sfondato nel 1981, con un saggio, “Le Juif imaginaire”, che era una resa dei conti con l’identità ebraica della sua generazione, lacerata tra memoria e distacco.
Ha respirato in pieno il clima aperto e iconoclasta della crisi del marxismo, della fine delle ideologie, esplorando la genealogia critica del mondo d’oggi a stretto contatto con la cerchia di François Furet.
E, stanco di pubblicare un saggio l’anno, fu proprio grazie a Furet che ottenne il corso all’École Polytéchnique, e sempre da lui ricevette il testimone di quella tradizione nazionale, tanto ambiziosa quanto compromessa, che da più di due secoli delega agli intellettuali la rappresentanza della società.
Oggi questa gloriosa tradizione è arrivata a un punto di non ritorno – spiega Finkielkraut –, ripercorrendone la storia degli ultimi duecent’anni, in “Noi, i moderni”, il canto del cigno dell’intellettuale francese, l’ultimo contropelo delle pretese, dei pregiudizi e delle responsabilità di un’élite pensante, che non riuscendo più a esercitare una funzione di guida in un mondo di eguali, segue la corrente ma col rischio di andare alla deriva.
Su il Foglio del 24 dicembre
saluti




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