dall'arena:
In duomo tutti i colori della fede
Molti fedeli alla messa interculturale con canti e danze dei popoli
In chiesa fra gli stranieri: «Per integrarsi occorre impegnarsi, avere fiducia e aprirsi agli altri» «Ma è fondamentale avere anche un po’ di denaro»
E oggi arrivano i doni dei bikers
Un uomo del Ghana, con una tunica di colore oro e nero, cammina nella corsia centrale della cattedrale battendo un tamburo e pronunciando ad alta voce frasi in un dialetto locale. Insieme a lui tre bambini ghanesi, vestiti con tuniche multicolori, traducono in italiano, rivolti alle persone tra i banchi, reggendo ciascuno un oggetto. Una lampada, per dire che Gesù è la luce; un martello, per rompere la durezze e le incomprensioni; la brocca, dell’acqua che disseta.
Poco dopo, tre donne africane danzano verso l’altare, portando in un cesto tenuto in alto il messale. Il duomo come un grande catino di genti che si sentono figlie di uno stesso padre: ecco l’Epifania dei popoli, celebrata ieri pomeriggio dalle comunità degli immigrati cattolici di Verona, una ventina di gruppi etnici da tutti i continenti, insieme ai veronesi e al vescovo, padre Flavio Roberto Carraro, a tanti preti e suore missionari. In un duomo almeno 700 persone.
Nel giorno dei Re Magi, alle processioni danzate dei bambini e delle bambine, africani, rumeni, sudamericani, si alternano i canti dei cingalesi ma anche quelli della Cpg Band, il gruppo musicale del Centro diocesano di pastorale giovanile. Danno una mano nella cerimonia anche gli scout del gruppo Agesci Valpolicella 1.
La gente di Verona batte le mani e partecipa alla liturgia festosa. Resta fuori dalla porta, però, la retorica della facile integrazione tra i popoli, quella che dura un giorno. Nella compostezza degli immigrati partecipanti, in massima parte famiglie con una media di due o tre bambini, c’è tutta la gioia, la passione ma anche l’orgoglio e la strada in salita di gente che ha scommesso su se stessa per costruire la propria vita a distanza siderale dalla terra madre.
«Sono a Verona da 23 anni e mi trovo bene», dice poco prima della messa Armando Evangelista, 44 anni, della Guinea Bissau, laureato in Economia e commercio all’Università di Verona, operaio, sposato, due figli, «anche se come quasi tutte le persone della Guinea Bissau presenti qui sono arrivato per studiare e poi mi sono radicato con un lavoro e con la mia famiglia. La lingua è l’elemento fondamentale per conoscere e quindi per integrarsi in una comunità straniera. E anche per chi ti accoglie conoscere la cultura di chi arriva è fondamentale, perché solo così è possibile integrarsi».
Anche Tiago Ocane, 43 anni, tre figli, infermiere all’ospedale Sacro Cuore di Negrar, è della Guinea Bissau, a Verona da 18 anni: «Qui sto bene», dice. «Per integrarsi bisogna impegnarsi, avere fiducia e aprirsi: nella parrocchia di Gesù Divino Lavoratore, in Borgo Roma, abbiamo costituito un gruppo interculturale che fra l’altro insegna ai bambini africani, italiani e di altre nazionalità alcune danze e gesti per le nostre celebrazioni. Un modo per farli sentire parte, fin da piccoli, di una comunità e della Chiesa».
Trovarsi bene a Verona? «Senz’altro sì», dicono Juresh, un giovane di 21 anni, dello Sri Lanka, da otto anni a Verona, e Sonali, una ragazza di 22 anni, sempre cingalese, «anche se è fondamentale avere un po’ di denaro, altrimenti è dura. Ma ci aiuta sempre la fede».
L’Epifania dei popoli procede con calma, sotto la regia della missionaria comboniana suor Valeria Gandini, di suor Deanna Guidolin delle Sorelle della Misericordia e di don Michele Morando, un prete veronese rientrato in diocesi dopo quasi 20 anni di servizio missionario in Kenya e in Ciad. È lui a dirigere il Centro di pastorale immigrati, che insieme al Centro missionario diocesano fa parte di quel vicariato per l’evangelizzazione dei popoli che coordina le comunità etniche. Grazie al cammino compiuto al Centro, un gruppo di adulti di varie nazionalità si sta preparando per ricevere il battesimo e ieri si è presentato al vescovo.
Dalle preghiere lette ieri nelle varie lingue si coglieva lo spaccato di vita più duro, per gli immigrati. Si prega fra l’altro «per quanti cercano lavoro, per quanti non hanno casa e documenti, per le sofferenze e le umiliazioni causate dai ritardi nella consegna dei permessi di soggiorno e dalle ore di attesa in coda alla questura», e «per le vittime della tratta di esseri umani, per coloro che sono continuamente ingannati e sfruttati nella loro legittima aspirazione a migliori condizioni di vita».
Messaggi che partono dalle comunità del Brasile, delle Filippine, della Guinea Bissau, dello Sri Lanka, che si riunisce durante l’anno alla chiesa di Santa Maria del Paradiso, da quella rumena dei Santissimi Apostoli, da quelle africane di San Tomaso, di San Giovanni Lupatoto e di San Valentino e da quella latino-americana di San Zeno in Monte.
Il vescovo, nell’omelia, ricorda «i sacrifici di tanti cittadini immigrati lontani da casa per trovare un lavoro, per integrarsi». Sottolinea poi «la bellezza dell’incontro» e paragona le tante comunità a «isole della pace, che si oppongono ai tanti «focolai di guerra presenti nel mondo».
Don Ottavio Todeschini, vicario per l’evangelizzazione, dice: «Ormai le migliaia di immigrati cattolici sono parte viva e integrante della nostra Chiesa, non più degli ospiti. Questo è un segno di grande maturità».
Al termine, padre Flavio ha consegnato in dono agli immigrati un portachiavi con una Pentecoste del Turone, simbolo del Sinodo diocesano. Al termine, sul sagrato, un rinfresco con distribuzione di pandoro, vin brulè e thé servito dagli alpini del gruppo Ana di San Massimo.
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