Per prendere coscienza della sua forza, secondo Paul Lafargue (genero di Karl Marx), il proletariato deve scrollarsi di dosso "i pregiudizi della morale cristiana, economica, liberista. Bisogna che torni ai suoi istinti naturali, che proclami i "Diritti alla pigrizia", mille e mille volte più nobili e sacri dei "Diritti dell'uomo" rimuginati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese. Bisogna che si costringa a lavorare solo tre ore al giorno, e a poltrire e bisbocciare per il resto del giorno e della notte".
Gli operai, quindi, dovrebbero sollevarsi nella loro "forza terribile, non per reclamare i "Diritti dell'uomo", che non sono altro che il diritto allo sfruttamento capitalista, non per reclamare il "Diritto al lavoro", che non è altro che il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che vieti a ogni uomo di lavorare più di tre ore al giorno". Allora, osserva Lafargue, "la Terra, la vecchia Terra, tremando di allegria sentirebbe schiudersi un nuovo universo"...
L'Autore ricorda che, all'epoca dell'Ancien Régime, "le leggi della Chiesa garantivano al lavoratore 90 giorni di riposo (52 domeniche e 38 giorni festivi) durante i quali era severamente proibito lavorare. Era questa la grande colpa del cattolicesimo, la causa principale dell'irreligiosità della borghesia industriale e commerciale. Durante la Rivoluzione, quando fu padrona, la borghesia abolì i giorni festivi e rimpiazzò la settimana di sette giorni con quella di dieci. Affrancò gli operai dal giogo della Chiesa per meglio sottometterli al giogo del lavoro. L'odio contro i giorni festivi fa la sua comparsa solo quando la moderna borghesia industriale e commerciale prende corpo, tra il XV e il XVI secolo. Enrico IV chiese al papa la loro riduzione; il papa rifiutò, perché "una delle eresie oggi correnti è quella di toccare le festività" (lettera del cardinale d'Ossat). Ma nel 1666 Péréfixe, arcivescovo di Parigi, ne soppresse 17 nella sua diocesi. Il protestantesimo, che era la religione cristiana adattata ai nuovi bisogni industriali e commerciali della borghesia, si curò assai meno del riposo popolare: detronizzò dal cielo i santi per abolire sulla terra le festività".
Lafargue invita, poi, i proletari "abbrutiti dal dogma del lavoro" ad ascoltare le parole dei filosofi antichi: "un cittadino che dà il suo lavoro per denaro si degrada al livello degli schiavi, commette un crimine che merita anni di prigione. La tartuferia cristiana e l'utilitarismo capitalista non avevano pervertito questi filosofi delle repubbliche antiche. Professandosi uomini liberi, essi esprimevano chiaramente il loro pensiero. Platone, Aristotele, questi pensatori giganti di cui i nostri Cousin, i nostri Caro, i nostri Simon non possono raggiungere la caviglia se non alzandosi sulla punta dei piedi, volevano che i cittadini delle repubbliche ideali vivessero nel più grande piacere, perché, aggiungeva Senofonte, "il lavoro porta via tutto il tempo e non ne rimane da dedicare piacevolmente alla Repubblica e agli amici". Secondo Plutarco, il grande merito di Licurgo, "il più saggio degli uomini", il suo titolo all'ammirazione dei posteri era aver accordato svaghi ai cittadini della Repubblica, vietando loro qualsiasi mestiere".
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