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    Associazione Polliana "amici Della Palestina"

    QUESTA ASSOCIAZIONE,SI PROPONE DI ESSERE UN PUNTO DI INCONTRO DI TUTTI COLORO CHE RITENGONO CHE IL POPOLO PALESTINESE ABBIA DIRITTO AD UN PROPRIO STATO INDIPENDENTE ED ALLA DIGNITà CHE GLI è PROPRIA.
    SULLA TERRA CHE,LEGITTIMAMENTE GLI APPARTIENE.E CHE CESSINO LE PERSECUZIONI CHE,DA DECENNI,QUESTO POPOLO SUBISCE

  2. #2
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  3. #3
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    Benvenuto All'amico Codino

  4. #4
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    tzirboneddu

  5. #5
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    tzirboneddu
    BENVENUTO ANCHE A TZIRBONEDDU

  6. #6
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    Predefinito un pò di storia

    http://64.233.183.104/search?q=cache...=it&lr=lang_it

    Questa è la versione .html del file contenuto in http://www.elca3.altervista.org/Eboo...0palestina.pdf.
    G o o g l e crea automaticamente la versione .html dei documenti durante la scansione del Web.

    Page 1 La storia della Palestina
    Oltre cinque milioni sono oggi i palestinesi. La loro storia si identifica con quella terra che per
    novemila anni li ha accolti: una distesa grande quanto la Sardegna, tra il Giordano, il golfo di Aqaba
    e il Mediterraneo. Qui vivevano i primi palestinesi (discendenti degli abitanti originari della antica
    Palestina -Amriti, Cananei. Aramiti ed Arabi- ) molti secoli prima che gli ebrei provenienti da est,
    occupasserro il centro ed il nord di questa terra (1500 a.C.). I palestinesi subirono la dominazione
    romana, si integrarono nel mondo arabo ai tempi dell'espansione islamica, mantennero sempre
    contatti con il mondo cristiano, ed una loro caratteristica fu la costante apertura a tutti gli influssi,
    sia musulmani che ebraici, che cristiani. Essi subirono, ma non accettarono, la violenza fanatica dei
    turchi e quella dei Crociati, che proprio in Palestina si scontravano per il dominio del Medio
    Oriente.
    Nel XX secolo, come tutti gli altri popoli arabi, lottarono contro il dominio Turco-Ottomano, e per
    questo furono preziosi alleati degli occidentali che nella guerra mondiale si trovavano di fronte la
    Germania e la Turchia unite.
    Ma le aspirazioni dei popoli arabi all'Indipendenza, una volta crollato l'Impero Ottomano (1917), si
    scontrarono con gli interessi delle potenze europee, che miravano di colmare immediatamente il
    vuoto di potere lasciato dai Turchi nella regione.
    Gli interessi della maggiore potenza coloniale, la Gran Bretagna, erano riposti soprattutto nel
    controllo del canale di Suez e di una rotta via terra per le Indie e i domini asiatici. Dopo accordi con
    la Russia e la Francia circa la divisione delle spoglie dell'Impero Ottomano, l'Inghilterra,
    preoccupata per le possibilita' di penetrazione francese nel Medio Oriente vide come unica via
    d'uscita l'utilizzazione del colonialismo Ebraico predicato in quegli anni dal Sionismo.
    Violando tutte le promesse di sostegno all'indipendenza araba, date dalla Gran Bretagna negli anni
    critici della lotta contro i turchi, il ministro degli esteri Balfour dichiaro' nel 1917 il pieno appoggio
    del suo paese al progetto sionista della creazione di un Focolare Nazionale Ebraico in Palestina.
    Da allora e per trent'anni, gli interessi imperialistici britannici e il sionismo si trovarono a confluire
    nell'obiettivo pratico della creazione di uno stato ebraico nel Medio Qriente. Cosi, fu la pressione
    dei circoli finanziari sionisti, mirante a neutralizzare le spinte contrarie di Stati Uniti e Francia, a far
    si che nel 1923 la Societa' delle Nazioni assegnasse il mandato sulla Palestina all'Inghilterra che
    aveva gia' occupato. Per l'occasione fu escogitata la formula del "mandato internazionale". Fu una
    chiara violazione del diritto all'autodeterminazione dei popoli, sancita dalla stessa S.d.N.
    Le intenzioni della Gran Bretagna sono altrettanto chiare: essa nomina suo primo alto commissario
    in Palestina un ebreo sionista; riconosce l'organizzazione sionista mondiale come "Agenzia
    Ebraica" che rappresenta gli interessi degli ebrei in tutto il mondo (cioe' come "governo" ebreo
    dello stato ebreo che si ha intenzione di costruire); apre le porte alla immigrazione sionista di massa
    malgrado le continue pretese arabe trasferisce dei terreni statali agli ebrei permette alla comunita
    sionista di amministrare le proprie scuole e di mantenere la propria organizzazione militare
    (Haganah); addestra unita' mobili delle truppe sioniste (il Palmach), finge di ignorare l'esistenza di
    organizzazioni terroristiche (Irgun, Stern). Alla maggioranza palestine furono negate analoghe
    Page 2
    facilitazioni ed essa fu privata dei mezzi di autodifesa (un palestinese che veniva trovato in possesso
    anche di un solo proiettile era mandato a morte).
    I sionisti vogliono la terra, le risorse, ma vogliono soprattutto creare lo stato ebraico. Di
    conseguenza, i palestinesi non sono destinati a essere sfruttati (come nel colonialismo tradizionale)
    ma di essere sostituiti. La parola d'ordine e "lavoro ebraico". La nuova "nazione ebraica" dovra'
    avere una classe operaiai ebrea. Il che significa l'esclusione degli arabi dall'economia locale (tra
    l'altro, l'operaio ebreo non potrebbe reggere ai bassi salari dell'operaio arabo e di colpo cesserebbe
    l'immigrazione sionista).
    La reazione araba a questa violenza organizzata, metodica e autorizzata dalle grandi potenze
    rappresentate dalla Societa delle Nazioni, e' immediata.
    Gli anni 1936-1939 furono un susseguirsi di rivolte, di scioperi generali ad oltranza, i piu' lunghi
    della storia del proletariato mondiale, di boicottaggio della amministrazione inglese. La grande
    rivolta araba del 1936-1939 -la piu' importante sollevazione anticoloniale dell'epoca- e' repressa nel
    sangue. Soltanto dopo l'invio da Londra di rinforzi militari di 20mila uomini che, assistiti
    dall'aviazione, spazzano via la tenace guerriglia dimostratasi capace di occupare intere zone
    agricole e citta', e di resistere a lungo contro forze di gran lunga superiori, grazie ad un vasto
    appoggio tra le popolazioni locali.
    Ma dietro la protesta spontanea non esisteva una reale politica di opposizione all'imperialismo
    inglese ed ai sionisti, le masse arabe palestinesi venivano strumentalizzate dai regimi arabi i quali,
    lungi dal difenderne i dirittie ne usavano la protesta per aumentare il prezzo della resa ai sionisti.
    "La popolazione palestinese e' senza dubbio gia' a quell'epoca una delle piu avanzate nella regione e
    possiede un alto grado di coscienza politica e nazionale. Nel 1929 una commissione d'inchiesta
    britannica constata: "L'opinione che il fellah non s'interessa di politica non trova conferma nella
    nostra esperienza in Palestina... Qui nessuno puo dubitare che i contadini e i braccianti sono
    autenticamente interessati sia alla creazione di un loro stato sia allo sviluppo di istituzioni di
    autogoverno. Non meno di 14 quotidiani vengono pubblicati in Palestina e quasi in ogni villaggio vi
    e qualcuno incaricato di leggerli a quattro contadini che non sanno leggere... Essi discutono tutti di
    politica e questa fa abitualmente parte dei sermoni di venerdi nella moschea. Questi fellahin... sono
    con tutta probabilita' piu' politicizzati di molta gente in Europa".
    Nel maggio del '39, il governo britannico pubblica un libro bianco. Essendo mutata la situazione
    internazionale e accresciuta l'importanza del petrolio, Londra e' costretta a fare agli arabi delle
    concessioni: una delle piu' importanti e' la limitazione dell'immigrazione ebraica. La risposta delle
    milizie ebraiche non si fa attendere: intensificano l'immigrazione clandestina in vista della
    creazione del futuro stato. Quindi la Gran Bretagna dopo aver addestrato e armato i gruppi sionisti
    per proteggere i propri interessi nella regione diviene co pevole delle minaccie potenziali alla sua
    sovranita' tenta di riprendere in mano la situazione.
    L'lrgoun (con a capo Menachem Begin) e lo Stern (tra i capi ricordiamo Shamir) ricorrono ad azioni
    terroristiche, anche all'esterno della Palestina. Nel 1944 due loro agenti assassinano lord Moyne,
    ministro residente britannico al Cairo e nel 1946 fanno saltare l'albergo King David a Gerusalemme,
    dove aveva sede l'amministrazione britannica, causando 91 morti (tra i quali alcuni ebrei).
    Gli inglesi indeboliti ma desiderosi di conservare il loro mandato proseguono la loro politica
    ambigua, nella speranza di mettere palestinesi e sionisti gli uni contro gli altri, ma il terrorismo
    sionista continua, nonche' l'immigrazione clandestina. L'Irgoun applica con successo la tattica
    Page 3
    dell'occhio per occhio, dente per dente e risponde ad ogni vessazione britannica con grandi
    rappresaglie. Quando gli inglesi vedono che la situazione sfugge dalle loro mani, sottopongono la
    questione palestinese alle Nazioni Unite.
    La spartizione della Palestina
    Oltre alla fine del mandato britannico per il maggio 1948, l'0NU propose di risolvere la
    "controversia" tra palestinesi e sionisti spartendo la Palestina in uno stato ebraico (56% della
    superficie) ed uno stato arabo (43%), me Gerusalemme doveva essere dichiarata "Zona
    Internazionale" sotto controllo dell'ONU stessa.
    Tale piano privava automaticamente gli arabi abitanti nella zona assegnata al nuovo <<Stato di
    Israele>> di ogni possibilita' di decidere della propria sorte. Per assicurarsi l'esecuzione del piano di
    spartizione, le pressioni sioniste aumentarono costantemente durante tutto il 1947 e il 1948. Al
    pubblico europeo e americano veniva spiegato che le rivendicazioni sioniste erano fondate sulla
    Bibbia e sulle sofferenze patite dagli ebrei sotto il nazismo e il fascismo. Tutti gli Stati, membri o
    no dell'ONU, che si erano opposti alla spartizione furono minacciati o ricattati dall'America.
    Infine, il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale dell'ONU adotto' il piano di spartizione con 33
    voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti. Ai sionisti fu dato uno Stato, insediato nel punto di
    collegamento tra Asia ed Africa, senza il libero consenso dei palestinesi e di alcun'altra nazione
    circondaria, africana o asiatica. <<I voti decisivi -dichiaro' al Congresso Americano un deputato-
    furono quelli di Haiti, Liberia, Filippine. Questi voti bastarono per riportare la maggioranza dei due
    terzi. In precedenza questi paesi avevano votato contro la spartizione. Le pressioni esercitate su di
    essi dai nostri rappresentanti ufficiali e da privati cittadini americani sono un atto riprovevole nel
    loro e nei nostri confronti>>.
    Deir Yassin
    Presso le alture ad Ovest di Gerusalemme, Deir Yassin era un villaggio come tanti altri, 300 abitanti
    in tutto. Gli israeliani pensarono di compiere lì una "azione esemplare" che servisse a convincere i
    palestinesi ad abbandonare collettivamente la zona. La spedizione fu organizzata ed eseguita dal
    capo dell'Irgun, Menachem Begin. Le sue truppe circondarono il villaggio, all'alba del 9 aprile
    1948, ed uccisero sistematicamente 250 abitanti: uomini, donne, bambini. Di proposito la notizia fu
    sparsa in tutti i villaggi, utilizzando i pochi superstiti, organizzando conferenze stampa, riproduzioni
    fotografiche del villaggio distrutto, volantini incitanti a fuggire. Inizio' allora l'esodo in massa dei
    palestinesi. Lo stesso Begin, capo del governo racconta: << Dappertutto noi eravamo i primi a
    passare all'azione. Gli arabi, spaventati, cominciarono a fuggire. L'Haganah compiva attacchi
    vittoriosi su altri fronti, mentre le forze ebraiche continuavano ad avanzare verso Haifa come un
    coltello nel burro. Presi dal panico, gli arabi scappavano gridando: "Deir Yassin">>.
    Page 4
    (M. Begin, The Revolt Story of the Irgun)
    La reazione degli arabi, e le proteste di quasi tutti i paesi extraeuropei (tra i quali, solo il Sudafrica
    si schiero' apertamente con i sionisti), costrinsero le Nazioni Unite a riesaminare la spartizione.
    La situazione in Palestina era allora la seguente: dopo trenta anni di dominazione inglese in
    Palestina, la comunita' ebraica era diventata 12 volte piu grande che nel 1917 e rappresentava quasi
    un terzo della popolazione. Le terre in suo possesso -come proclamava la legge costituzionale
    dell'<<Agenzia Ebraica">> (1929)- dovevano "essere registrate a nome del Fondo Nazionale
    Ebraico, affinche' divenissero proprieta' inalienabile del popolo ebraico" . Avevano dunque il
    carattere di extraterritorialita' e non potevano piu' essere ricomprate dagli arabi. Si era cosi formato
    uno "stato nello stato", anche se, per la forte resistenza dei palestinesi a vendere le loro terre, i
    massicci sforzi degli ebrei colonizzatori avevano portato, dopo vent'anni, all'acquisto di meno del
    6% delle terre di Palestina.
    Quando l'ONU voto' il piano di spartizione l'<<Agenzia Ebraica>> ordino' di operare il tutto per
    tutto e di mettere il mondo di fronte al fatto compiuto: il 1948 doveva diventare l'anno del terrore
    sistematico attuato per allontanare gli arabi dalla Palestina. L'obiettivo era la conquista della
    maggior quantita' possibile di territorio. Si attaccarono militarmente villaggi e terre con valore
    strategico, specialmente nelle zone assegnate, nel progetto dell'ONU, allo Stato arabo. Si utilizzo' la
    minaccia di "fare di ogni villaggio una nuova Deir Yassin" per convincere gli abitanti delle regioni
    controllate dagli ebrei ad evacuare.
    L'esodo
    Dopo la strage di Deir Yassin comincio' l'esodo dei palestinesi, costretti ad abbandonare ogni loro
    avere e ad incamminarsi verso gli sterminati "campi profughi" che l'ONU generosamente preparava
    nella valle del Giordano. A nulla valse la reazione militare degli stati arabi che, all'atto della
    scadenza del mandato britannico (15 maggio 1948), tentarono di respingere gli ebrei sionisti nelle
    zone di partenza. Tali stati, completamente in mano ad aristocrazie feudali vendute agli inglesi o
    agli americani (Giordania, Arabia saudita), obbedirono immediatamente al <> lanciato dall'ONU
    una settimana piu tardi. Gli ebrei sionisti invece, avendo la possibilita' di giustificare la loro azione
    come <>, continuarono le ostilita' occupando con facilita' nuovi territori, servendosi di aerei e carri
    armati forniti in continuazione dagli USA. Giunsero ad eliminare fisicamente il mediatore
    dell'ONU, conte Bernadotte, che aveva presentato un progetto per il ritorno dei profughi in
    Palestina. Quando nel 1949 i sionisti accettarono l'armistizio proposto dall'ONU, essi controllavano
    il 78% della Palestina, mentre le proprieta ebraiche legali all'interno di quel territorio ne
    costituivano il 7%. In quel periodo di tempo, quasi un milione di palestinesi fu costretto ad
    abbandonare la patria e solamente 170mila poterono restare nelle terre occupate dai sionisti, che per
    proprio conto, avevano proclamato lo "Stato d'Israele".
    Quindi in nome di una "guerra di difesa" Israele oltre il 56% del territorio concesso dall'ONU si
    appropiava di un altro 22%, l'ONU copriva il misfatto riconoscendo ed ammettendo il nuovo stato
    nel concerto dell "Nazioni Sovrane" del mondo, e così facendo privava i palestinesi del diritto a
    costituirsi come stato.
    Page 5
    Israele non si fermo' qui scateno' infatti altre guerre contro gli arabi e i palestinesi nel 1956 e nel
    1967 occupando ancora la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il golan Siriano, il Sinai egiziano ed in
    seguito una gran parte del Libano, contemporaneamente distruggendo decine di villaggi nelle zone
    occupate.
    La conseguenza fu una nuova diaspora del popolo palestinese costrtto ad abbandonare tutto ed a
    dirigersi verso i paesi arabivicini ospite indesiderato accolto in campi profughi in condizioni sub-
    umane costretto all'ozio e all'inattivita', impossibilitato ad inserirsi nella vita produttiva dei paesi in
    cui ha trovato rifugio.
    I palestinesi si resero conto che la difesa dei loro diritti e la riconquista della loro terra sono
    possibili fidandosi sulle loro forze, si organizzavano quindi a livello di massa ed organizzavano la
    loro lotta, espressione di volonta' di un popolo di liberera la propria patria, si creavano così le basi
    del movimento di liberazione nazionale che si configura oggi nell'OLP;
    Che cosa e' l'OLP
    e' l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina che il popolo palestinese (sotto l'occupazione
    e in diaspora) ha scelto per rappresentare la sua lotta, oggi riconosciuta in 117 paesi nel mondo
    quale unico e' leggitimo rappresentante del popolo palestinese, e' membro osservatore delle Nazioni
    Unite e membro effettivo, nei paesi non allineati, nella conferenza dei paesi islamici e nella lega
    araba, e' formato da un comitato esecutivo (governo) di 15 membri inesso sono rappresentate tutte
    le componenti politiche del movimento di resistenza palestinese. Questo comitato viene eletto dal
    Consiglio Nazionale Palestinese (parlamento) che a sua volta viene eletto da tutte le organizzazioni
    di massa politiche sociali e culturali (Unine generale di: Lavoratori, Donne, Studenti, Avvocati,
    Insegnanti,Medici e Farmacisti, ecc. ).
    La lotta del popolo palestinese non e' una lotta contro gli ebrei inquanto comunita' etnica e religiosa
    ma contro il movimento sionista inquanto espressione di "Colonizzazione" basata su un sistema
    teocratico "Razzista" ed "Espansionista".
    II Sionismo
    Nacque in Europa orientale negli ultimi anni dell'800 teorizzando la fondazione di uno "Stato
    ebraico" per tutti gli aderenti alla fede ebraica in quanto gli ebrei costituiscono una minoranza che
    non riesce a trovare un proprio inserimento nella vita economica sociale-culturale dei vari paesi in
    cui essi vivono, ma questa teoria altro non era che l'espressione del disagio in cui veniva a trovarsi
    la borghesia commerciale ebraica nei paesi dell'Est europa, nel momento in cui si sviluppava il
    capitalismo con la sua borghesia i cui interessi si scontravano con quelli della borghesia ebraica. Il
    capitalismo utilizzava il razzismo anti ebraico (Ipogrom) proprio per potersi sbarazzare di questi
    temibili concorrenti nella direzione delle economie locali. Alla borghesia ebraica non restava
    dall'altro lato che il destino dell'assorbimento nel proletariato locale oppure la ricerca di uno sbocco
    esterno (una colonia). Il movimento sionista opto' per la colonizzazione, si delineava a questo punto
    Page 6
    "il problema" sulla scelta del luago dove far sorgere (lo stato ebraico) il movimento sionista fu
    diviso fra chi voleva un pezzo di terra in Argentina, chi in Africa orientale, per altri ancora la
    Palestina, che allora faceva parte dell'Impero Ottomano, popolata da una maggioranza di palestinesi
    musulmani e da poche migliaia di palestinesi cristiani ed ebrei.
    Nel I congresso del movimento sionista riunito a Basilea nel 1897 sotto la guida di Teodor Herzl
    prevalse la tesi di chi opto' per la "Colonizzazione della Palestina", in seguito a cio', gli ebrei che si
    riconoscevano nel "Sionismo" (e cioe' meno dell'1% degli ebrei di tutto il mondo) prepararono un
    programma per la colonizzazione della regione. Questa colonizzazione prevedeva due progetti,
    quello massimo che seguendo la frase biblica mirava ad occupare il territorio compreso tra i due
    fiumi "dal Nilo all'Eufrate", e ancora oggi sostenuto dal clero rabbinico e dai partiti di governo,
    mentre quello minimo riguardava l'occupazione di un territorio comprendente oltre la Palestina, la
    Giordania, il sud del Libano ed il sud ovest della Siria. Ma il Sionismo non mirava solo alla
    occupazione di questi territori ma prevedeva lo svuotamento della popolazione originaria allo scopo
    si di continuare l'emmigrazione ebraica ma soprattutto di creare uno stato puramente confessionale
    "ebraico" (espulsioni in massa della popolazione palestinese residente, massacri, etc.). A questo
    punto si fa notare che ancora oggi il Sionismo continua la sua politica in seno allo stato di Israele.
    Lo Stato d'Israele
    A 40 anni daUa sua nascita, lo Stato d'Israele non ha una costituzione scritta. Bisogna ricorrere alla
    dichiarazione della sua fondazione e ad altri documenti ufficiali per capire di che tipo di stato si
    tratta, chi ne e' cittadino, quali garanzie offrono le sue istituzioni.
    Le due leggi fondamentali dello Stato, la legge del ritorno e la legge sulla nazionalita' confermano il
    carattere discriminatorio razziale, infatti, mentre riconosce il diritto automatico alla cittadinanza ad
    ogni ebreo che immigri nel paese (ed e' ben inteso che l'ebreo e riconoscibile dalla sua ascendenza,
    e piu' precisamente dal fatto di essere di madre ebrea) ignora i diritti civili e religiosi dei palestinesi
    abitanti (da sempre) in Palestina. Per chiarire le intenzioni della politica israeliana basta leggere
    queste parole scritta a Y. Waitz, ex capo del dipartimento per la colonizzazione dell'Agenzia
    Ebraica e riportate nel giornale israeliano "Davar" il 29-9-1967: "Detto fra noi, sia chiaro che in
    questo paese non c'e posto per entrambi i popoli... l'unica soluzione e' l'Eretz Israele, almeno Israele
    occidentale, senza arabi. Non c'e altra soluzione che trasferire gli arabi da qui ai paesi vicini,
    trasferirceli tutti, senza risparmiare nessun villaggio, neppure una tribu".
    Il carattere teocratico dello Stato si manifesta anche nella profonda compenetrazione tra legislazione
    civile e precettistica ebraica. Tutte le cariche piu' importanti sono assegnate ad ebrei praticanti, e la
    presenza del clero rabbinico e d'obbligo in tutte le decisioni piu' importanti nella vita del paese.
    Il clero ha soprattutto funzione di stimolare il "patriottismo" degli ebrei, ricordando che il loro
    dovere e quello di portare la nazione alla dimensioni volute dalla Bibbia "dal Nilo all'Eufrate". A
    questo proposito va pero' subito chiarito che l'oscurantismo rabbinico trae soltanto una parte dalla
    propria forza dall'appoggio dei partiti di estrema destra che rappresentano una minoranza
    dell'elettorato. La sua forza reale dipende dall'Adesione all'ideologia Sionista, di tutti i partiti che
    sinora si sono succeduti al governo, compreso il Partito Laburista, fortemente responsabile della
    tragedia del popolo palestinese.
    Page 7
    L'economia di Israele e assai precaria, un dato molto rilevante e' l'inflazione sempre alta, che e'
    passata dal 50% nel 78 al 200% nell'82 ed oggi e di circa 400%, cio' si spiega col fatto che
    l'economia israeliana e' un'economia di guerra. Le spese militari rappresentano oltre il 30% del
    prodotto nazionale lordo e riducono quindi gli investimenti in altri settori dell'economia e della
    societa' (sanita', educazione) Israele ha infatti oggi una potente industria bellica: un israeliano su
    cinque produce armi e le esportazioni del materiale bellico raggiungono i 14 milioni di dollari
    l'anno. La scelta dell'industria bellica e dunque fondamentale per l'economia di Israele. Inoltre, va
    sottolineato che la sopravvivenza economica di Israele si spiega solo con gli ingenti aiuti che ha
    ricevuto dall'estero, primo fra tutti gli Stati Uniti che solo dal 1948 al 1968 ha concesso oltre 11
    miliardi di dollari, tuttora Israele non solo riceve circa 7 miliardi di dollari all'anno dagli Stati Uniti
    (meta' dal governo, a fondo per duto, e meta' dalle associazioni ebraiche americane) ma e' lo Stato
    piu' assistito del mondo poiche' riceve sotto forma di aiuti un ammontare pari al 30% del suo
    prodotto nazionale lordo.
    A conferma del ruolo d'Israele come testa di ponte degli interessi economico-militari
    dell'imperialismo mondiale in particolare di quello americano in Medio-Oriente, va considerata la
    sua politica verso i paesi del Terzo Mondo dall'addestramento militare dei paracadutisti di Mobutu e
    delle guardie di Haile Selassie, al suo commercio d'armi con il Cile, Sudafrica, ecc. Come gli alleati
    politici anche i partners commerciali sono scelti con oculatezza.
    L'espansionismo di Israele
    La ragione della politica espansionistica di Israele e' una: conquistare tutto il territorio che
    corrisponde alla ideologia sionista. Puo' sembrare assurdo al giorno d'oggi che un paese possa
    conquistare dei territori con la forza, eppure e quanto e' avvenuto con Israele, il cui territorio e' circa
    5 volte quello previsto dalla spartizionebdell'ONU del 1947. D'altronde, finche' Israele afferma di
    essere lo stato di "tutti gli ebrei del mondo", deve prevedere di ospitare i 10/15 milioni di ebrei che
    ancora non vi sono immigrati, preferendo stare nei loro vari paesi di appartenenza.
    I dirigenti israeliani spiegano le loro conquiste territoriali con il fatto che Israele ha bisogno di
    "frontiere sicure". Se si pensa che oggi Israele occupa la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Golan
    siriano e quasi meta' del Libano, oltre naturalmente quella parte della Palestina che le Nazioni Unite
    avevano assegnato ai palestinesi, il meno che si puo' dire e' che e' davvero curioso sostenere che si
    vogliono "frontiere sicure" invadendo i propri vicini annettendosi i loro territori con la forza.
    Questa posizione di Israele, in realta, e' un'ulteriore conferma di quanto abbiamo gia' visto prima:
    Israele non vuole la pace. Ha scelto la guerra permanente.
    Nato con la violenza, il nuovo stato si mantiene vivo continuando ad esercitarla. Israele tende a
    difendere nella zona gli interesse occidentali e ad opporsi ad ogni cambiamento di regime all'interno
    degli stati arabi, essa si offri' volentieri come base di appoggio agli U.S.A. e agli inglesi, quando
    questi intervennero in Libano e i Giordania per impedire la formazione di governi democratici
    (1958). Israele aveva tentato una vasta azione di espansione verso Gaza e il Sinai, ai danni
    dell'Egitto, dove si era da poco instaurata una dirigenza nazionalista e anti feudale guidata da
    Nasser. In tale occasione (1956) pur operando di concerto con la Francia e l'Inghilterra (mirante a
    stabilire il controllo sulla compagnia del Canale di Suez nazionalizzata da Nasser), gli israeliani si
    Page 8
    erano dovuti ritirare per l'intervento delle due "superpotenze". Nel contempo, lungo tutto l'arco
    degli anni '60 compiva continui raids offensivi contro la Siria dove il partito Baas aveva
    nazionalizzato le proprieta' petrolifere occidentali. Prima ancora che Israele difenda le potenze
    capitalistiche deve difendere ogni governo arabo reazionario ed impedire il sorgere di governi arabi
    autonomi rispetto alle forze capitalistiche.
    Di fronte all'avvento di regimi nazionalisti in Siria e in Irak e prima ancora dell'Egitto, Israele non
    poteva non reagire. La risposta fu la "guerra dei sei giorni".
    Nel giugno del 1967, mentre una campagna internazionale di stampa aveva presentato aU'Europa e
    all'America una Israele minacciata di sterminio Israele sfrutta la situazione e grazie alla sua enorme
    superiorita' aerea e tecnologica, attacca gli stati arabi ed opera una seconda invasione nel Sinai, anzi
    continua la guerra anche dopo che gli stati arabi hanno accettato la tregua procedendo ad occupare
    tutta la linea orientale del Canale di Suez, la fertile Cisgiordania e le strategiche alture del Golan
    siriano. Ed inizia subito una "Seconda colonizzazione ebraica" e contemporaneamente l'esodo dei
    palestinesi, costretti per la seconda volta in venti anni ad abbandonare tutto agli israeliani. La
    "guerra dei sei giorni", lungi dall'essere difensiva, risulto concepita solamente come primo
    momento del piano di espansione sionista. Alla "guerra lampo" seguì immediatamente la creazione
    di postazioni di difesa agricolo-militari. S'inizia su vasta scala, lo sfruttamento del petrolio nel
    Sinai, si ignora il carattere internazionale di Gerusalemme, infine il ministro del Lavoro annuncia
    che: "la attuali frontiere sono irrinunciabili".
    La "guerra dei sei giorni" mette a nudo la deliberata crudelta' che caratterizza l'offensiva israeliana.
    Oltre all'impiego sistematico delle bombe al napalm contro i territori arabi, la cosa piu' sconcertante
    e' la sorte riservata ai civili palestinesi, interi villaggi sono fatti saltare in aria, gli abitanti incitati a
    fuggire, oppure cacciati a forza, deportati.
    Il 18 giugno 1967, dieci giorni dopo la presa di Gerusalemme, il Parlamento israeliano adotta una
    legge che autorizza il governo israeliano a estendere la legislazione alla parte orientale della citta'
    santa e decreta "l'indivisibilita di Gerusalemme". Questa annessione, condannata da due risoluzioni
    dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalle proteste internazionali, ha significato nella
    pratica l'espulsione di migliaia di abitanti palestinesi e la costruzione di una vera e prop ria cintura
    di insediamenti israeliani allo scopo di tagliare fuori Gerusalemme dal suo ambiente arabo. Nel
    gennaio del 1968 incominciarono gli espropri: piu di 2.000 ettari di terra vengono tolti ai
    proprietari, con le buone o con le cattive: chi rifiuta l'evacuazione viene cacciato. Quasi nessun
    proprietario accetto' il compenso finanziario offerto.
    Dopo aver modificato il contesto demografico, sociologico e culturale di Gerusalemme, il
    Parlamento israeliano ha completato la sua opera votando, il 30 luglio 1980 una legge che fa di
    "Gerusalemme intera e unificata, la capitale di Israele". Contraddicendo quel carattere confessionale
    che fa di Gerusalemme il centro spirituale di tutte le religioni.
    La repressione israeliana nei
    territori occupati
    Page 9
    L'occupazione da parte di Israele dei territori occupati va inquadrata nella politica espansionistica
    permanente dei suoi governi. Israele occupa per rimanere, quindi oltre a stabilire subito nuovi
    insediamenti con funzioni soprattutto militari, si appropria delle principali fonti di reddito
    economico: la terra e l'acqua, prima del '67 in Cisgiordania e nella striscia di Gaza non vi era
    nessuna presenza sionista; oggi Israele ha confiscato il 52% del territorio della Cisgiordania e ha
    costituito ben 232 colonie israeliane abitate da 60.000 ebrei, i quali controllano il 52% del territorio;
    hanno in mano i 5/6 delle risorse idriche (su 41mila pozzi ben 32mila sono in mano ai coloni
    israeliani).
    Nella striscia di Gaza, invece, e' stato confiscato il 32% del territorio e sono state costituite 30
    colonie abitate da 3.000 ebrei (3.000 ebrei abitano il 32% del territorio, mentre circa 700.000
    palestinesi vivono nel rimanente 68%).
    Anche per questo la striscia di Gaza risulta una dei territori piu densamente popolati del mondo, da
    3.000 a 4.000 ab. a chilometro quadrato.
    Israele ha distrutto, dal '67 fino ad oggi, piu di 24.000 case come punizione collettiva e questo al di
    la della distruzione delle citta' e dei villaggi avvenuta durante la guerra. (Dal '48 al '74 ha distrutto
    385 villaggi su 475).
    Soltanto nella citta di Ebron dal '67 ad oggi sono stati bruciati 750 negozi.
    Le ordinanze militari in Cisgiordania sono 1.121, quelle nella striscia di Gaza 800 e riguardano tutte
    gli aspetti della vita dei territori occupati: scuole, terre, imposte, ecc.
    Per quanto riguarda l'agricoltura facciamo degli esempi: a giugno, durante la raccolta del grano, gli
    israeliani di notte danno fuoco ai campi; prima della raccolta delle olive, che avviene a novembre-
    dicembre, gli israeliani, usando elicotteri ed aerei per l'agricoltura, innaffiano gli uliveti con
    sostanze chimiche che causano la caduta prematura del raccolto, oppure bruciano direttamente gli
    alberi. Quando questo non e possibile, Israele vieta l'esportazione dei prodotti palestinesi verso la
    Giordania.
    Per quanto riguarda la rete elettrica: dal '67 fino ad oggi, Israele ha cercato di collegare tutta
    l'elettricita' palestinese dei territori occupati alla rete elettrica israeliana in modo da costringere tutta
    la popolazione a pagare tutto ad Israele, negando ogni possibilita' di una reale autonomia in questo
    settore.
    Per quanto riguarda il settore dell'acqua: ogni palestinese puo consumare al massimo 35 mc. di
    acqua all'anno, se ne consuma di piu paga una multa che supera il suo stipendio di tre mesi.
    Per quanto riguarda la repressione: bisogna dire che, nei territori occupati, vengono applicate tre
    legislazioni differenti.
    La legislazione inglese (risalente ai tempi dell'occupazione britannica), la legislazione giordana e
    quella dell'amministrazione militare israeliana.
    Per le deportazioni viene applicata la legislazione inglese, la stessa che permetteva l'impiccagione o
    la deportazione in Africa dei capi della rivolta palestinese del 1936. In base a questa legge sono stati
    deportati piu di 1.215 palestinesi fino al 1984.
    Page 10
    La legislazione giordana viene applicata su parecchie questioni: per esempio, al tempo della
    dominazione giordana, era vietata l'attivita del partito comunista.
    Oggi in Israele c'e' un partito comunista legale che ha un suo giornale, ma se ad un palestinese dei
    territori occupati viene trovata una copia del quotidiano comunista, rischia il carcere.
    Per la confisca delle terre, Israele si avvale sia della legislazione ottomana che di sue ordinanze
    militari, mentre per la confisca delle risorse idriche si applicano leggi israeliane.
    All'interno dei territori occupati esistono diversi carceri di cui quattro minorili, per ragazzi dagli 8 ai
    18 anni, molto spesso incarcerati con pregiudicati ebrei, al fine di influenzarne il comportamento
    futuro. A volte, a questi ragazzi, viene somministrata una dose di droga per due o tre mesi per
    renderli tossicodipendenti. Per le carceri israeliane dal '67 ad oggi sono passati 250.000 palestinesi,
    in pratica 33 persone al giorno, cioe due componenti per famiglia.
    Passare per le carceri non significa sostarvi per pochi giorni, a volte vuol dire rimanerci per 20 anni
    e piu'.
    La permanenza nelle carceri israeliane spesso causa gravi danni fisici: reumatismi, problemi alla
    vista, all 'udito, all 'apparato digerente, malattie psichiche e a volte paralisi.
    La questione delle scuole e delle universita': secondo le statistiche 1980-'81 nella striscia di Gaza si
    contano 35 scuole, in Cisgiordania 755; in tutto vi sono 7.200 insegnanti il cui stipendio e di circa
    200$, cioe' meno di 310.000 lire al mese. Va tenuto pero' presente che il costo della vita nei territori
    occupati e uguale a quello italiano. All'intero dei territori occupati ci sono circa 250.000 studenti
    palestinesi; di questi 14.000 sostengono ogni anno gli esami di maturita'. Israele contro le scuole
    palestinesi segue una politica che si articola in questi 6 punti:
    1. modifica dei programmi ed eliminazione di una parte di questi, in particolar modo di tutto
    cio' che riguarda la Palestina, la parola Palestina ad esempio non si trova neanche nei testi
    sacri.
    2. intervento diretto delle autorita' militari negli affari dell'istruzione e specialmente nelle
    universita' che dovrebbero invece godere di una certa liberta' accademica. Per iscriversi
    all'universita' bisogna che l'amministrazione militare accetti la domanda. Questo sistema di
    controllo non riguarda soltanto gli studenti ma anche i professori, in quanto essi avendo un
    contratto annuale possono essere cacciati dal governatore militare in qualsiasi momento.
    Questo riguarda anche i professori stranieri.
    3. divieto della pubblicazione e diffusione di libri.
    4. chiusura delle scuole e delle universita' in particolar modo nel periodo degli esami per far
    ripetere l'anno agli studenti.
    5. persecuzione di studenti, insegnanti e professori universitari.
    6. incuria delle scuole statali e parastatali.
    I testi censurati sono piu di 5.500 e riguardano praticamente l'intero scibile umano.
    Per quanto riguarda l'aspetto sanitario: Israele, nel suo bilancio sanitario naxionale, riserva ai
    territori occupati solo il 2% malgrado gli abitanti di queste zone siano piu del 25% della
    popolazione dell'intera Palestina. Va considerato, inoltre, che il popolo palestinese paga tutte le
    prestazioni sanitarie.
    Page 11
    Una delle dirette conseguenze di questa situazione di abbandono, e' il fatto che tra la popolazione
    palestinese il tasso di mortalita' neonatale e' pari al doppio di quello israeliano (37 per mille contro
    il 14). All'interno dei territori occupati ogni medico cura circa 110 pazienti al giorno, le Nazioni
    Unite spendono circa 16$ (meno di 20.000 lire l'anno) per ogni cittadino palestinese che risulta
    come profugo, quindi una cifra veramente irrisoria.
    Per avere un 'idea un po ' piu chiara dello stato dell'assistenza sanitaria nei territori occupati,
    possiamo provare a paragonare quella dell'intera Cisgiordania adun solo ospedale di Tel Aviv.
    OSPEDALE TEL AVIV
    CISGIORDANIA
    Posti letto
    280
    942
    Medici
    101
    76
    Impiegati
    788
    639
    Infermieri
    269
    265
    Paramedici
    133
    61
    Assistenti
    270
    227
    Bilancio (*)
    27,5
    10
    (*) in milioni di dollari
    Gli israeliani spendono, quindi, per un solo ospedale di Tel Aviv tre volte di piu' di quanto
    spendono per tutta l'assistenza sanitaria in Cisgiordania. Israele dal '67 fina ad oggi ha chiuso la
    maggior parte degli ospedali, degli ambulatori e persino la banca del sangue di Gerusalemme. La
    maggior parte delle sedi dell'amministrazione militare dei territori occupati si trovano in ex
    ospedali: anche per questo dal '67 ad oggi il numero dei posti letto nei territori occupati invece di
    aumentare e' diminuito (330 posti letto in meno).
    Due esempi emblematici: un giovane palestinese-residente a Gaza, nell'ultima rivolta viene ferito
    gravemente. Nell'ospedale locale non c'era la possibilta' di curarlo adeguatamente e quindi viene
    portato in elicottero a Gerusalemme in un ospedale israeliano. Nel trasporto muore, e viene quindi
    riportato in ambulanza a casa, accompagnato da una fattura nella quale veniva addebitato aIla
    famiglia il costo del trasporto (5000 $, circa sei milioni di lire). Oltre ad aver ammazzato,
    pretendono anche il pagamento dell'elicottero, quando il reddito annuale del palestinese che vive a
    Gaza e' di 800$ (circa un milione di lire). Quindi ci vogliono sei anni di lavoro per il padre di questo
    ragazzo per pagare il trasporto del cadavere di suo figlio.
    Nel 1984 fu versata una sostanza chimica nei serbatoi d'acqua delle scuole femminili della
    Cisgiordania. 1950 ragazze furono colpite da questa sostanza che causa la sterilita'.
    Page 12
    Queste sono ulteriori dimostrazioni di come agisce Israele nei territori occupati. Per quanto riguarda
    la situazione economica: Israele ha usato i territori occupati come un mercato per i suoi prodotti;
    questo e' dimostrato dal fatto che la Cisgiordania e' la striscia di Gaza occupano, in percentuale, il
    secondo posto nel mondo dopo gli Stati Uniti per quanto riguarda i rapporti commerciali con
    Israele, naturalmente se si esclude il commercio di armi.
    Se da una parte manca completamente la struttura economica poiche' Israele non permette agli
    abitanti di questi territori di intraprendere ogni tipo di attivita' industriali autonome, dall'altra Israele
    favorisce l'insediamento di piccole fabbriche all'interno delle colonie ebraiche dei territori occupati,
    coprendo tutto il mercato palestinese con le merci israeliane.
    Parallelamente vengono emesse ordinanze e leggi che vietano l'esportazione delle merci palestinesi
    al di fuori dei territori occupati. Israele non dando la possibilita' ai palestinesi di creare delle
    fabbriche o delle strutture economiche nei loro territori, li costringe ad andare a lavorare nelle
    fabbriche israeliane.
    Quindi la manodopera palestinese viene usata in tutte le fabbriche ed aziende israeliane come
    manodopera a basso costo, con pochissime tutele e garanzie.
    Non c'e nessun futuro per questi palestinesi, che possono essere cacciati in qualsiasi momento.
    Una larga parte dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono disoccupati, in particolare i laureati di
    cui piu dell'80% non trova lavoro.
    Il reddito annuo del palestinese in Cisgiordania arriva ad un milione e mezzo di lire (1300 $) mentre
    nella striscia di Gaza e di un milione di lire (800 $); ci si puo immaginare in che condizioni si debba
    vivere con salari simili.
    Israele fa pagare alla popolazione dei territori occupati delle tasse che sono arrivate a circa 800
    milioni di dollari, quindi il palestinese paga addirittura la tassa di occupazione. Fino ad oggi i
    territori occupati hanno rappresentato per Israele una fonte da utilizzare per ricavarne grossi
    guadagni, spendendovi pochissimo.
    Questo non puo durare a lungo.
    Vedendo tutto quello che Israele ha fatto nei territori occupati il popolo palestinese non puo' fare a
    meno di ribellarsi.
    Una generazione e' nata sotto l'occupazione israeliana, col fucile del soldato sotto il naso, col rischio
    che di notte venga la polizia israeliana a portarli via, senza che nessuno dei suoi familiari lo possa
    vedere per parecchio tempo; a volte li riportano cadaveri e vietano alla famiglia di fare il funerale
    (al massi mo cinque persone della famiglia possono partecipare di notte al rito funebre).
    Questo e' molto grave perche' ogni popolo ha le sue tradizioni e per noi il martire ha un significato
    particolare e vorremmo fare delle cerimonie particolari.
    Questa generazione nata sotto l'occupazione non puo', come del resto tutto il popolo, sopportare
    questa politica israeliana.
    Per questo abbiamo visto scendere in piazza tutta la popolazione, guidata da questa generazione.
    Page 13
    Come abbiamo notato l'esercito israeliano si comporta come tutti gli eserciti di occupazione:
    distrugge case, interi villaggi, arresta, imprigiona con il massimo arbitrio, tortura, destituisce sindaci
    democraticamente eletti.
    STORIA DI ORDINARIA REPRESSIONE
    SIONISTA
    L'intervista che pubblichiamo ci è stata concessa da una giovane sorella libanese che ha
    trascorso più di un anno in un campo di concentramento israeliano nella zona da questi
    occupata nel sud del Libano e affidata ai mercenari del generale Lahad.
    Il carcere situato sulla sommità di una collina, nel paese di Al-Khiam, era precedentemente
    una caserma dell'esercito libanese, da più di dieci anni gli ebrei lo hanno adibito a carcere
    punitivo per tutti coloro, uomini e donne, che sono sospettati di intesa con la resistenza
    libanese.
    Durante il corso dell'intervista taceremo, per ovvi motivi, il nome della sorella.
    D. Perché è stata arrestata?
    R. Apparentemente senza nessun motivo plausibile, comunque nella zona occupata del sud del
    Libano, una giovane donna che porta lo hejab, frequenta l'università, guida l'auto e si reca spesso a
    Beirut è, agli occhi degli ebrei, guardata con sospetto.
    D. Quale è la zona occupata?
    R. E' una zona montuosa di circa 30 Km di profondità che i sionisti hanno, più o meno, sotto il
    controllo e dalla quale possono agevolmente controllare i vari villaggi che si estendono nella zona.
    Tutto il sud del Libano è diviso in sette piccole provincie di cui 4 totalmente o parzialmente
    occupate dai mercenari di Lahad.
    D. A proposito dei mercenari potrebbe darci qualche notizia su di loro?
    R. E' una milizia al soldo degli ebrei, i comandanti sono ex ufficiali dell'esercito libanese. Ci sono
    tra di loro anche delle donne che hanno il compito di spiare gli abitanti dei villaggi. In questi ultimi
    mesi, a causa delle azioni degli Hezbollah, c'è grande confusione e incertezza tra di loro.
    La televisione degli Hezbollah rivolge frequenti inviti ai mercenari invitandoli ad abbandonare i
    sionisti prima che per loro sia troppo tardi e ricevano la giusta punizione.
    In questi ultimi tempi, nonostante gli sforzi che gli ebrei fanno per tenerli con loro, sono numerosi i
    giovani che hanno disertato ed alcuni sono stati, a loro volta, rinchiusi nelle carceri israeliane.
    D. In che modo è avvenuto il suo arresto?
    Page 14
    R. Quel giorno mi sono recata con mia cugina al cimitero in occasione del primo anniversario della
    morte di mia madre.
    Al ritorno verso casa sono stata raggiunta da una camionetta con tre mercenari che mi hanno
    invitata a seguirli nei loro uffici per svolgere una formalità affermando che mi sarei sbrigata in dieci
    minuti.
    Sono stata condotta nel carcere di Al-Khiam e davanti a me si sono aperti diversi cancelli, alla fine
    sono arrivata in una specie di grande palestra all'aperto ove una secondina mi ha preso in consegna,
    mi hanno coperto il capo con un cappuccio che mi impediva completamente di vedere e mi ha
    ammanettata. Evidentemente si comportano in questo modo per umiliare il prigioniero e anche per
    motivi di sicurezza, poiché stando bendato è impossibilitato a prendere nota dei luoghi.
    D. In carcere le è stato permesso di portare l'Hejab?
    R. Sono stata condotta dalla carceriera in una stanza dove mi ha fatto spogliare completamente e
    perquisita, sono stata privata di tutti gli oggetti di metallo compreso l'orologio. Uno dei loro scopi è
    quello di far perdere al prigioniero la cognizione del tempo.
    Temevo che mi avrebbero lasciata senza i miei vestiti, invece la donna mi ha fatto rivestire con i
    miei abiti, solamente che al posto dell'hejab mi ha fatto mettere un cappuccio che mi impediva
    completamente di vedere e sempre ammanettata mi ha condotta in una stanza dove si sentivano voci
    di uomini.
    Mi hanno chiesto le mie generalità, notizie sulla mia famiglia e i miei tratti somatici.
    Durante questo primo breve interrogatorio ero incappucciata, quindi completamente cieca, oltre che
    ammanettata. In quel momento ignoravo che sarei rimasta in quelle condizioni per tutta la durata
    degli interrogatori, ossia per oltre venti giorni.
    Dopo il primo interrogatorio sono stata condotta in una stanza ove mi sono state tolte le manette ed
    il cappuccio per circa mezz'ora.
    Era una stanza umida e molto fredda (era d'inverno), in un angolo un sottile materasso con accanto
    del cibo in un piatto.
    Ho mangiato velocemente e immediatamente dopo sono tornata cieca e ammanettata.
    La donna mi ha guidata in un'altra stanza ove ho potuto ascoltare le voci di diversi uomini e lì è
    incominciato il vero interrogatorio.
    D. In che modo si svolgono gli interrogatori?
    R. Gli interroganti sono diversi, ognuno con un ruolo ben definito, i prigionieri vengono interrogati
    tre, quattro volte al giorno e non hanno limite di tempo, generalmente durano dalle due alla cinque
    ore.
    All'inizio mi hanno chiesto quale è il mio compito nella resistenza, dando per scontata la mia
    appartenenza al Movimento Hezbollah.
    Page 15
    Ho risposto: "Se lo sapete perché me lo chiedete", "Vogliamo saperlo da te" è stata la risposta. Da
    questo loro atteggiamento ho dedotto che ignoravano tutto sul mio conto.
    Volevano notizie sui miei familiari e sui miei contatti a Beirut, più volte mi hanno costretto a
    narrare la storia della mia vita fin dalla nascita.
    Essi miravano in realtà a fiaccare la mia resistenza psichica facendomi narrare infinite volte le
    vicende della mia vita.
    Ad esempio, uno mi diceva di raccontare anche i minimi particolari ed un altro di non dilungarmi in
    episodi senza importanza.
    Sono stata interrogata per venti giorni durante lo svolgimento dei quali sono sempre stata
    incappucciata e ammanettata.
    Generalmente per le donne l'interrogatorio dura un mese, per gli uomini invece non vi sono limiti di
    tempo.
    I venti giorni dell'interrogatorio sono stati per me terribili, equivalgono a dieci anni di prigionia, per
    come venivano svolti, costretta a stare sempre incappucciata, a volte mi sembrava di soffocare.
    Gli interroganti a volte sono quasi suadenti, altre minacciosi, è un inferno.
    D. E' stata mai torturata?
    R. Si, il terzo giorno.
    Uno degli aguzzini mi disse: "O parli o saremo costretti a picchiarti", alla mia affermazione che non
    avevo niente da dire ha incominciato a colpirmi sui piedi nudi con qualcosa di sottile ma
    estremamente doloroso, ho pianto dal dolore, esclamando: "Non ho niente da dire". Allora il
    torturatore ha incominciato a colpirmi sulle mani, sentivo molto dolore, "Basta, ora parlo" ho
    gridato, mi hanno fatto sedere ed io ancora gridando esclamo: "Non ho niente da dire".
    A questo punto l'uomo ha minacciato di abbandonarmi nuda in mezzo ai soldati, ho avuto paura ed
    ho incominciato ad inventarmi delle cose di sana pianta che però potevano essere considerate
    verosimili.
    Non l'avessi mai fatto, per loro sono diventata una dirigente della Resistenza Islamica e gli
    interrogatori sono continuati con maggiore intensità, a volte anche di notte.
    E' stato terrificante, indescrivibile, completamente cieca, senza conoscere il giorno e l'ora, ero in
    balia di questi individui che non hanno nessun rispetto per le donne, essi non hanno esitato a
    rivolgermi domande intime.
    Durante questi venti giorni sono stata picchiata più volte, mi dicevano: "Devi parlare altrimenti
    saremo costretti a torturarti con le scariche elettriche".
    Avevo paura poiché sapevo, con certezza, che con i prigionieri usavano simili metodi; una volta,
    durante l'interrogatorio, ho udito urla terribili venire dalla stanza accanto dove interrogavano gli
    uomini.
    Page 16
    D. In questo lager sono mai entrati osservatori della Croce Rossa Internazionale?
    R. I parenti dei carcerati si sono a più riprese appellati alle organizzazioni umanitarie internazionali,
    soprattutto dopo che un ragazzo libanese è morto in seguito alle torture subite, nonostante che gli
    ebrei a più riprese abbiano smentito ogni forma di tortura.
    Finalmente è intervenuta la Croce Rossa, noi prigionieri ci siamo accorti che doveva accadere
    qualcosa poiché qualche mese prima della visita della Croce Rossa, il carcere è stato pitturato e
    sono stati costruiti i servizi igienici che prima erano inesistenti.
    La commissione ha interrogato i detenuti e visitato i vari reparti ma la direzione del carcere è
    riuscita ad evitare che venisse scoperta la stanza delle torture; comunque una giornalista francese, al
    seguito della commissione, non è caduta nell'inganno e sulla stampa ha dato ampio risalto alle
    inumani condizioni di vita del lager.
    D. Durante gli interrogatori dove trascorreva la notte?
    R. Dormivo da sola in una stanza accanto a quella ove venivo interrogata; i miei carcerieri non
    volevano che comunicassi con le altre donne altrimenti mi avrebbero detto di non credere alle loro
    promesse di libertà se accettavo di collaborare.
    Finiti dopo circa venti giorni gli interrogatori, sono stata trasferita in una stanza piccolissima, ove a
    stento potevo starci, con le mura che grondavano acqua, molto fredda e al buio.
    Vi sono stata per tre giorni e mi debbo considerare fortunata, altre prigioniere vi sono state anche
    per un mese.
    Dopo questi tre giorni mi hanno trasferita in una stanza assieme ad un'altra ragazza. Una camera di
    circa 3m X 3m con un bidone dell'esercito israeliano che serviva per i nostri bisogni e veniva
    svuotato una volta al giorno; eravamo più fortunati degli uomini, essi, generalmente, stanno in 6 o 7
    in una stanza ed il secchio a volte rimane dentro anche due settimane.
    Di estate questo odore maleolente si diffonde per tutto il carcere.
    D. C'erano altre donne prigioniere?
    R. Si, qualche tempo prima del mio arrivo le donne erano dalle 40 alle 50, dopo eravamo in sei.
    All'interno del carcere ci sono due tipi di donne: quelle che hanno collaborato con la resistenza
    islamica, convinte ideologicamente e non pentite ed altre, spesso contadine, che in buona fede
    hanno ammesso di aver visto qualcosa o hanno parenti nella resistenza islamica.
    D. Tutti i prigionieri appartengono alla Resistenza Islamica?
    R. La quasi totalità ma ci sono anche comunisti e nazionalisti.
    Comunque fra tutti i detenuti c'è un forte spirito unitario, essi sanno che sono lì per lo stesso motivo
    di sempre: combattere il nemico sionista e i suoi mercenari….
    Page 17
    Comunque vi sono giovani che sono entrati in carcere comunisti e sono usciti, grazie a Dio,
    Credenti; nel lager hanno incominciato a leggere il Corano e a pregare, hanno preso coscienza che il
    marxismo è anche esso una faccia della miscredenza.
    C'è in carcere una ragazza che è lì da sette anni e non gode del regime a cui sono sottoposte le altre
    detenute. Dal giorno che è stata arrestata è sempre vissuta in totale isolamento.
    Il suo nome è Suhei Besciarat di anni 29, comunista, sette anni orsono, attentò alla vita dei
    mercenari Lahad che rimase ferito.
    D. Le altre donne sono riuscite a vederla?
    R. Nel lager è assolutamente vietato parlare tra di noi tranne che con la propria compagna di cella.
    Capita però che, a volte, quando andiamo a vuotare il bidone con gli escrementi, la porta della
    stanza ove è segregata Suhei è socchiusa e così è stato possibile intravederla.
    D. Durante il giorno i prigionieri possono "prendere l'aria"?
    R. Le donne solamente per quindici minuti al giorno, mai tutte insieme ma una stanza alla volta.
    Gli uomini solamente una volta al mese.
    Per tutti è assolutamente vietato parlare "durante l'aria", il loro obiettivo è quello di impedirci di
    comunicare tra di noi e con l'esterno.
    D. Come sono i rapporti tra le donne?
    R. Allorché una ragazza, ultima arrivata, è reduce da un interrogatorio durato circa un mese,
    trascorso incappucciata e ammanettata, è psicologicamente distrutta. E' compito della compagna di
    stanza, più anziana, rincuorarla. Dopo qualche tempo la nuova venuta è in grado, a sua volta, di
    essere di aiuto ad una nuova prigioniera.
    D. Come fanno le recluse per comunicare tra di loro?
    R. Cantando, oppure gridando quando i guardiani sono nelle loro camere a guardare la televisione.
    D. Generalmente le persone processate quanti anni debbono restare in carcere?
    R. Non è stato mai celebrato alcun processo, la gente rimane dentro a completa discrezione dei
    responsabili del lager.
    Teoricamente potrebbe starvi anche tutta la vita.
    Se poi un prigioniero è considerato particolarmente importante o pericoloso viene consegnato agli
    ebrei e condotto nella Palestina occupata.
    Ho conosciuto in carcere una donna libanese di 32 anni che è stata condotta nel lager all'età di 16
    anni ed è stata liberata assieme a me.
    Page 18
    Maniet Ramadan, è questo il suo nome, abita in un villaggio a ridosso della zona occupata e i suoi
    fratelli che sono Hezbollah la incaricarono di segnalare le mosse delle pattuglie israeliane, fu
    denunziata da una spia.
    Durante l'interrogatorio rimbeccò i suoi aguzzini parola per parola, senza alcun timore. Per tale
    motivo spesso veniva picchiata e posta in isolamento.
    Ogni qualvolta, ascoltando i passi, si accorgeva che arrivavano nuove prigioniere gridava: "Non
    parlate, loro non sanno niente, non vi demoralizzate. Dio è con noi".
    Comunque lei non è l'unica a tenere una simile condotta ma, certamente, è quella che lo ha fatto con
    più costanza.
    D. Riuscivate a comunicare con l'esterno?
    R. Si, tramite le nuove arrivate. Inoltre, Suhei Besciarat ha il muro della sua cella in comune con
    quello degli uomini, che arrivano a decine in una settimana, lei ascolta le notizie e le comunica. Ha
    un orecchio attentissimo, a volte riesce a sentire i discorsi degli stessi carcerieri e quindi informare
    le ragazze cantando in francese.
    Suhei ha sviluppato dei sensi eccezionali dovuti alla sua condizione di isolamento. Attraverso i
    rumori dei passi può capire se si tratta di prigionieri o di guardiani e se questi ultimi la stanno
    spiando.
    D. Le donne che vi custodiscono, come si comportano nei riguardi delle detenute?
    R. Sono estremamente cattive, odiano i Musulmani. La loro dirigente, una donna di circa 60 anni, è
    la peggiore di tutte.
    Ad esempio se sorprendono qualche ragazza a parlare con un'altra detenuta le versano addosso
    prima un secchio d'acqua freddo e poi uno caldo.
    D. Gli ebrei vengono nel lager?
    R. Ogni mercoledì e quel giorno ci obbligano a chiudere i finestrini per impedirci di memorizzare i
    volti dei comandanti e dei soldati schierati.
    D. La stampa occidentale, parlando dei mercenari libanesi, ha scritto che tra di loro c'è molta
    perplessità sul loro futuro e sulla sorte a cui andrebbero incontro…
    R. E' vero, durante la mia prigionia ho notato che negli ultimi tempi hanno cambiato atteggiamento
    nei nostri riguardi, ad esempio prima se ci vedevano pregare ci picchiavano, attualmente no. Si
    rendono conto che il loro destino è molto incerto, sempre più spesso sono oggetto di attentati da
    parte della Resistenza Islamica, così come lo sono i capi villaggio messi dagli ebrei per controllare
    gli abitanti.
    D. Dopo quanto tempo è stata liberata?
    R. Dopo poco più di un anno.
    Page 19
    Una mattina è venuta una guardia e mi ha detto di seguirlo. Le ragazze hanno subito capito che
    stavo per essere liberata.
    Sono stata condotta dal direttore del lager, nella stanza era presente anche il cosiddetto
    "responsabile del villaggio", mi hanno fatto firmare un foglio nel quale ho dichiarato che "non farò
    più del male alla mia zona" e qualora lo facessi mi consegnerei spontaneamente.
    Poi il direttore mi ha detto: "Hai visto, per quello che hai fatto, hai perso un anno della tua vita,
    mentre i tuoi capi sono tranquilli a Beirut".
    Sono frasi che essi dicono ma sanno benissimo che non sortiscono effetto alcuno.
    Vorrei aggiungere che tra i prigionieri, non molti per la verità, ci sono anche nazionalisti, comunisti,
    socialisti nasseriani ecc. ebbene la quasi totalità ne esce sinceri Musulmani.
    Suhei Besciarat, la ragazza comunista che è rinchiusa da sette anni in carcere è diventata Credente
    ed esorta le ragazze ad avere pazienza e a resistere, citando l'esempio dell'Imam Husseyn (a).
    D. Come avvengono queste conversioni?
    R. Sono colpiti dalla pratica religiosa dei Musulmani ed inoltre in questi momenti di grande disagio
    l'uomo si rende conto che ha bisogno di Dio.
    D. Cosa significa per un Credente trascorrere un periodo in carcere?
    R. Un Credente da una esperienza del genere non può che uscirne vincitore, prima di tutto per la
    consapevolezza di aver tenuto testa ai nemici dell'Islam. Ciò aumenta la determinazione e la fede in
    Allah per cui la malattia e la distretta hanno meno influenza su di lui.
    Quasi tutti i prigionieri escono dal carcere ammalati, pochi sono coloro che riescono a recuperare
    totalmente il loro fisico.
    Tra i detenuti si è sviluppato un grande rapporto di fratellanza che ci lega a coloro che sono ancora
    sequestrati, mai ci dimenticheremo di loro.
    Concludendo, vorrei dire che tutti i prigionieri ad una maggiore determinazione politica uniscono la
    certezza che viene da Allah che la vittoria finale sarà dell'esercito del Mahdi (a) e dell'Islam.

  7. #7
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    Israele ha applicato in pieno e rivendica con feroce determinazione ilmodello USA della guerra al terrorismo. Gli attentati terroristici sonostati strumentalmente utilizzati per portare avanti il progetto essenziale acui s'ispira la politica di sionista: la costituzione di un grande Israele,che comprenda al suo interno la presenza di mini insediamenti palestinesiseparati tra loro e ridotti a veri e propri bantustan. "Enduring freedom" el'idea di una guerra infinita, agita con qualsiasi mezzo e dovunque gli Usae i suoi alleati lo ritengano necessario, fornisce il contesto dilegittimazione internazionale della politica israeliana.Gli attentati terroristici e la strategia dei kamikaze, che hanno avutonell'ultimo anno una drammatica escalation di insensata follia omicida, sonostati certamente anche il frutto velenoso di questa situazione, la trappolamortale in cui giovani uomini e donne hanno cercato risposta alla mancanzasempre più drammatica di prospettive e futuro per il loro Paese e per laloro vita. Ma sono anche l'espressione di una ricorrente e perduranteconcezione politica fondata sull'autonomia del politico, di un meccanismoantropologico-culturale che attiva fino alle conseguenze estremeun'allucinata reciprocità del rapporto amico-nemico e insidia alle radiciqualsiasi possibilità di costruire punti di vista, azioni, strategierealmente alternative. E' una concezione della politica dominata dallacultura maschile, che separa mezzi e fini, vita e politica, centralizzandonelle mani di pochi uomini le strategie di potere e annullando leresponsabilità soggettive. L'influenza crescente che gli attentatiterroristici hanno tra la popolazione e soprattutto tra i giovanissimi -ormai impossibilitati a esprimere altrimenti la loro opposizioneall'occupazione israeliana - dimostra ormai quanto l'integralismo di stampoislamista, che di questa cultura si alimenta, abbia presa anche tra donne euomini ricchi di una grande e antica cultura laica e democratica come quellapalestinese. Come sempre accade, la religione offre copertura ideologica,argomenti popolari, riferimenti identitari al fondamentalismo politico. Nona caso in Occidente si parla ormai di scontro di civiltà e i riferimentialla civiltà cristiana contro quella islamica alimentano la politica dellevarie destre, più o meno estreme.Per questo ci sembra che un danno gravissimo alla causa palestinese siaoperato da quelle ideologie di sinistra che, nell'icona del martire suicida,schiacciano e intrappolano il destino del popolo palestinese, caricandodonne e uomini di quella terra del ruolo di avanguardia rivoluzionaria diun'ipotetica strategia antimperialista, esaltando l'eroismo dei giovanikamikaze additati come esempio positivo della lotta.Ma la confusione ideologica è un tratto distintivo delle vicende che sisuccedono tra Israele e Palestina.Quella di Israele è in tutto e per tutto una guerra coloniale, che producecrimini, massacri, devastazioni, vere e proprie deportazioni, che si servedegli stereotipi del più bieco razzismo per creare consenso al suo interno,per guadagnare l'appoggio della popolazione sia rispetto alle operazionimilitari contro i villaggi palestinesi sia per allentare la tensione causatadalle crescenti contraddizioni socio-economiche nella stessa Israele. Fortedell'appoggio incondizionato dell'alleato americano e della colpevolesubalternità dell'Europa, Israele agisce nell'arena internazionale con ipoteri assoluti di una superpotenza e Sharon - anche questo va detto conchiarezza - sta spingendo verso forme estreme la politica attuata da tutti igoverni precedenti, laburisti o likud per quanto riguarda tutte le questionidi fondo dei rapporti con la Palestina: dagli insediamenti al diritto alritorno dei profughi, fino al riconoscimento di due Stati e di Gerusalemmecapitale di entrambi..Rompere il set mediatico costruito in questi giorni per dimostrare che ilgoverno israeliano ha colpito soltanto per sconfiggere il terrorismo e che èdisposto oggi a trovare una soluzione di pace: è questo il primo passo dacompiere per continuare l'impegno e la mobilitazione a favore della causapalestinese.L'equidistanza tra le due parti in causa, l'oscuramento continuamenteoperato circa l'enorme disparità di forza e responsabilità tra Israele ePalestina, l'indifferenza totale e il silenzio sistematico sulle risoluzionidell'ONU ostinatamente violate da Israele hanno offerto il migliore viaticoalla strategia di guerra di Sharon.Rilanciare la battaglia politica per una soluzione di pace in Medio orientesignifica parlare innanzitutto con chiarezza della guerra che Israeleconduce contro la Palestina e delle gravissime intenzioni didei sionisti, che, serealizzate fino in fondo, comporterebbero la fine di qualsiasi speranza difuturo non solo per la Palestina ma anche per la stessa Israele. Significachiedere l'applicazione immediata e rigorosa delle risoluzioni dell'ONU enon permettere che cali il silenzio dopo i massacri effettuatidall'occupazione militare nei campi e nei villaggi. La missione dell'ONU perappurare la verità su quanto avvenuto a Jenin deve essere svolta, non puòessere tollerato il diniego israeliano, non può essere lasciata senzarisposta la violenta ingiustizia perpetrata legalmente dall'esercito aidanni di una popolazione inerme e indifesa. Significa sostenere il movimentopacifista israeliano, quante e quanti in tutte le forme si oppongono in quelPaese alla guerra, riconoscere il ruolo di ponte di civiltà che quelle donnee quegli uomini svolgono in un momento così drammatico, mobilitare intorno aloro la comunità internazionale, moltiplicare le occasioni di incontro trale voci libere di una parte e dell'altra.Nell'esperienza dura di questi giorni matura in quei Paesi anche unasinistra nuova che vede uniti ebrei e arabi nell'idea che nessuna soluzionepotrà esserci se non si imbocca una via del tutto diversa.L'Europa - su questo deve essere fatto il massimo sforzo in tutte le sedi -si deve convertire nell'agente attivo, spingere l'ONU a mettere in campo unaforza internazionale che imponga il "cessate il fuoco", la finedell'accerchiamento militare voluto da Sharon, l'avvio - in un contestoqualitativamente diverso - di negoziati per una pace vera, per la finedell'occupazione e la nascita di due stati indipendenti, Palestina eIsraele.

  10. #10
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