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    Predefinito No ai partiti : sì a Marco Rossi Doria per Napoli

    A proposito di primarie, quello che leggete di seguito è un intervento di Marco Rossi Doria (www.marcorossidoria.it). Con pochi mezzi e senza apparati sta seriamente organizzando una lista civica. E visto che le primarie (vere) non si faranno mai mi pare sia l'unica alternativa reale per chi non vuole votare per la Iervolino e tantomeno per il centrodestra. .

    (...) Ho maturato, prima della mia scelta di presentarmi alle primarie, la seguente idea della nostra situazione. C’è un blocco di potere - che non è una novità e ripercorre cose antiche e ben note e che ha molte diverse componenti sulle quali le analisi ci sono - che oggi, a Napoli, sta arroccato a difesa degli assetti dati. Ne ho già tracciato alcuni esempi in articoli e sul blog stesso.
    E’ ormai una cappa, ha molti attori, si nutre di una cultura abitudinaria, di un metodo consolidato. Si tratta di un blocco conservatore, in senso proprio. E’ nemico dei fattori di sviluppo, mortifica ogni volta le spinte evolutive che propongono, mostrano e chiedono cose nuove e promettenti. Ha una visione fortemente verticistica della politica e un uso dell’amministrazione che non si fonda sul “public interest”, sull’interesse della cittadinanza ma che si muove, in modo disordinato e anche molto confuso, tra le spinte divergenti delle diverse miopi affiliazioni e gli interessi legati a fondi pubblici e a una economia di mero sostentamento dell’esistente. Coinvolge ben bene la parte che è di centro-sinistra ma anche la destra che, infatti, non propone alternative così come ha dismesso da molti anni, le sue funzioni di critica e di controllo. E’ una cappa che viviamo in molti, mortifica artigianato e piccola impresa produttiva e dei servizi, , non sa sostenere una innovazione del welfare e dunque una speranza per la città esclusa, non possiede una politica del lavoro o ne ha una pessima, ha un’idea disgiunta di mercato e diritti e di mercato e conoscenze, non ha una strategia capace di unire necessaria repressione e costruzione di opportunità, dichiara la prospettiva del decentramento ma non sa e non vuole avviarne la difficile costruzione. Procede sulla base di criteri di controllo dal centro, premia quasi solo la fedeltà, trasferisce le decisioni reali fuori dai luoghi che dovrebbero essere deputati a ciò, ripete liturgie da basso impero, con frequenti cadute nella volgarità e ha un lessico e uno stile insopportabilmente arroganti e, al contempo, stanchi, vetusti.
    Dunque non si tratta di Rosa Russo Iervolino, donna personalmente anche distante più di altri dai segni più netti di appartenenza a questo blocco e, forse anche per questo, persona che “non ha funzionato”. Si tratta di molto di più.
    E’ questa cappa che va levata. E’ questo blocco che va inciso, scalfito. E’ questo blocco che, al contempo, va riaparto al mondo, in modo che, dal suo interno, siano liberate le risorse che tiene imprigionate.
    Bisogna, infatti e tuttavia, riconoscere, che questo blocco ha addentellati nella società: non ha solo un ceto di suoi difensori stolti o interessati, ha anche persone che, dal suo interno, provano a cambiare, saprebbero e vorrebbero…. Ma sono limitati e impediti. E, ovunque in città, molte persone serie e competenti e vitali devono misurarsi ogni giorno con questo blocco e, in qualche misura si compromettono, vi appartengono, perché senza tale legame non si fa niente: né lavoro sociale, né impresa, né iniziativa culturale né altro. Non ottieni il denaro per fare le cose. Non accedi ai servizi. Non incontri le indispensabili fonti di informazione per poter fare e fare bene.
    Non ci sono solo i cattivi arroccati nel castello e da assaltare. Noi stessi siamo quei cattivi in qualche misura e nostro malgrado. E dunque non ci sono i buoni e i puri lontani dai luoghi del potere che vanno all’assalto.
    Da questa idea della situazione ho tratto alcune convinzioni che guidano le mie scelte.
    Uno: va costruito un “noi”. Va verificato chi e quanti siamo. E va costruito in spazi pubblici. Gli amici sono il primo di questi spazi. Anche il blog lo è. I giornali idem. Ma ci vogliono iniziative e la prima va fatta presto. Poi si devono trovare soldi. Costruire un telaio che funzioni, tra gente che, come me, va a lavorare e non è che “fa politica”. Non semplice. Eppure possibile, nuovo, importante. Il mio personale agire è strumentale a ciò. Da solo non faccio niente. Se resto solo o siamo, alla fine, in pochi, vuol dire che la città non è ancora pronta per un vero guizzo in avanti, necessario a scardinare questa situazione. Allora ne prenderemo e ne prenderò atto. Ma se si verifica che il “noi” esiste. Sarà anche questo noi che sceglie, in tempi utili, cosa e come fare.
    Due: il modo migliore per costruire questo “noi” è concentrarsi sulle proposte e le cose da fare. Fare botteghe sul programma. Girare e ascoltare gente esperta e non. Già lo sto facendo. Al centro e nelle periferie. In ogni ambiente sociale. Per piccoli e per grandi gruppi. Coinvolgendo tutte le età. Va fatto in tanti e insieme. Costruiamo così proposte forti e al contempo realistiche. Le mettiamo in circolazione e le miglioriamo in modo pubblico. Dobbiamo, dunque, contarci. Per verificare e comprendere la prospettiva, in assenza della “democrazia delle primarie”. Ma lo dobbiamo fare in modo alto, innovando noi per primi il metodo e proponendo una diversa e possibile città.
    Tre: al contempo sfidiamo, in modo propositivo, l’Unione a ritessere una relazione con la città secondo un metodo che noi per primi stiamo adottando. Non lo fanno? Ci scippano le primarie? Tacciono quando gli si propone le primarie del programma? Continuano a fare solo i balletti in politichese? Noi andiamo avanti sulla strada nostra, verifichiamo se e quanti siamo e chi siamo. Al contempo invitiamo l’Unione a fare vera politica. Non la fanno? Allora c’è bisogno, per scardinare le cose e liberare risorse, comunque di avere la costanza di insistere almeno per un certo tempo, in modo da evidenziare incoerenze che generano indispensabile disillusione nelle persone che sono legate alla politica ma che sperano in meglio e in altro, disillusioni da cui ognuno possa, poi, trarre, liberamente, conseguenze e liberarsi.
    ..........

  2. #2
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    Mi chiamo Marco Rossi-Doria. Ho quasi 52 anni. Sono nato a Napoli, dove ho vissuto i tre quinti della mia vita. E’ la mia città, dove ho ri-scelto di vivere. Sì, ri-scelto. Perché ho molti altri luoghi dove ho vissuto e che mi sono cari. Ognuno di questi mi ha dato il senso di cosa sia e di cosa possa essere una città, di cosa può diventare la mia città.

    Ho due sorelle maggiori Anna e Marina, l’una studiosa di storia e di storia delle donne in particolare, l’altra pediatra e un fratello minore, Matteo, restauratore. Sono molto legato alle sorelle e al fratello e ai miei nipoti diretti e acquisti. Sono sposato da ventisette anni con Anna Maria Savarese, insegnante di scuola d’infanzia e abbiamo un figlio, Daniele.

    Ho molti amici. L’amicizia e il divertimento con gli amici è una parte indispensabile della mia vita.

    Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui la politica era pane quotidiano. E dove era intesa come problemi di tutti che tutti possono contribuire a risolvere nell’interesse primario della cosa pubblica. Mio padre Manlio era un grande tecnico che ha sempre inteso così la politica. E’ stato antifascista, condannato dal Tribunale speciale a moltissimi anni di carcere e confino. Ha partecipato alla Resistenza come dirigente nazionale del Partito d’Azione. E’ stato nella Consulta per la Costituente. E’ stato professore alla Federico II di economia e politica agraria e ha fondato il Centro di studi di Portici che ha formato tanti nostri studiosi e che ha messo a confronto proficuamente la nostra ricerca con i più alti luoghi di ricerca del mondo intero. Ha dedicato una vita al Mezzogiorno e ai suoi cittadini più esclusi, i contadini, i braccianti, gli emigranti. Era uno studioso rigoroso che non ametteva demagogia e che lavorava alle soluzioni realistiche. Era socialista e si definiva un riformista radicale. Non ha sopportato che la politica si svilisse e si infangasse.

    Mia mamma è di origine ungherese e di nazionalità americana. E’ una donna colta che mi ha insegnato quanto è preziosa la tradizione democratica americana per la quale si è battuta da giovane, subendo anche un processo in epoca Mcartista. Viene da una famiglia ebraica assolutamente laica, legata al teatro e al cinema. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia nella quale le altre lingue si parlavano e si leggevano, in cui si viaggiava spesso, si viveva all’estero, si conoscevano altri mondi.

    Ho fatto il liceo classico a Roma dal 1968 al 1973. Ho partecipato agli anni di movimento con grande passione e ne rivendico l’importanza formativa per lo sguardo che quegli anni hanno saputo dare sui problemi della società e del mondo, per l’allenamento all’attività pubblica e alle sue regole, perché ho potuto frequentare da subito tanti diversi ambienti sociali, per la passione per la giustizia e l’eguaglianza.

    A differenza di molti miei amici, a ventun anni, ho subito scelto un mestiere. La politica per me era la politica di un mestiere. E il fatto di fare un mestiere da subito mi ha anche consentito di riguardare alle posizione ideologiche degli anni di movimento in modo critico. Ho fatto il maestro elementare. Insegnare per me è una passione e anche un divertimento: mi affascina, mi mette alla prova. E’ un artigianato che mi restituisce senso. I bambini interrogano sui fondamenti dell’apprendere e del vivere insieme e mi divertono e sorprendono. Insegno da 30 anni. Ho insegnato nella periferia romana, a Torre Annunziata, a Napoli. Ho insegnato in una scuola comunitaria a San Francisco, in California, ho insegnato nelle scuole italiane all’estero, a Nairobi e a Parigi. In Africa ho anche fatto lavoro di sostegno e di aiuto alla riflessione entro le iniziative di una ONG italiana che si dedicava al settore manufatturiero informale, alla formazione e alla scuola per i ragazzi di strada. E sono co-autore del libro che tratta queste esperienze: Jua Kali. Mi sono così anche a lungo dedicato alle teorie e ai problemi di aiuto allo sviluppo.

    Credo che il mestiere educativo sia una cosa preziosa che vada rivalutata perché tratta del bene più prezioso: l’accompagnamento delle giovani persone che crescono. Non è possibile considerare questo lavoro un semplice impiego. Dal primo giorno che sono stato in classe ho studiato, dunque, cosa e come fare e sono membro del Movimento di cooperazione educativa, la storica organizzazione della pedagogia attiva italiana per la quale collaboro al comitato scientifico della sua rivista.

    Ho lavorato per quattro anni, insieme all’Associazione Quartieri Spagnoli, al progetto “maestro di strada” grazie a un decreto del Ministro Berlinguer, nei Quartieri Spagnoli, dove vivo. Ho lavorato insieme a scuole, ASL, Tribunale per i minori, servizi sociali e privato sociale al coordinamento operativo dei dispositivi per i ragazzi del quartiere.

    Successivamente, ho ideato e co-fondato il progetto Chance che è oggi una grande palestra collettiva di sperimentazione pedagogica e di inclusione sociale dedicata ai ragazzi che non vanno più a scuola e che vengono accompagnati, grazie a una scuola di seconda occasione, alla licenza media e poi all’orientamento e alla formazione successivi. Mi sento parte di un’opera collettiva e credo nel lavoro di molte persone diverse che imparano ad agire insieme. Nel continuare per anni a fare Chance ho, infatti, appreso molto su come si lavora insieme agli altri, sulle distinzioni e le sinergie tra ruoli e funzioni diversificati e sulle procedure necessarie alla loro accorta manutenzione, sulla costruzione delle organizzazioni partecipate e che apprendono a loro volta, sul complesso rapporto tra esperienza sul campo e istituzioni dei più diversi tipi che ho sempre frequentato con rispetto ma anche rivendicando la necessità e l’urgenza di modifiche profonde nel loro funzionamento, che deve essere al servizio del bene comune e dei diritti dei cittadini.

    Sono co-fondatore e attuale presidente dell’Associazione Maestri di strada – Onlus che affianca la scuola pubblica della seconda occasione con le indispensabili iniziative del privato sociale tese a integrare, rendere flessibile e funzionali le azioni a favore dei giovani esclusi, compresi dispositivi ad personam a sostegno dei progetti di vita di ragazzi e ragazze. Credo nell’associazionismo e lavoro per il suo coordinamento nell’area di Napoli. Penso, in generale, che statale e pubblico non siano sinonimi e che ciò che è statale vada affiancato dal privato sociale in funzione di pungolo e di integrazione fattiva.

    Ho partecipato al lavoro di riforma del sistema scolastico italiano durante i passati governi di centro-sinistra quale membro della commissione dei cicli. Ma sono stato anche membro della commissione che ha studiato la possibilità di un codice deontologico dei docenti italiani, istituito dal Minstro Moratti. Ho, infatti,la convinzione profonda che si debba lavorare con tutti, entrando nel merito delle cose, senza pregiudizio e proponendo opinioni in modo libero e aperto. Le mie posizioni sulla deontologia dei docenti sono risultati essere di minoranza ma hanno avuto pari dignità.

    Da tempo lavoro insieme alla European Anti Poverty Network (EAPN), la rete che, entro la Unione europea, si batte per le politiche attive e partecipate contro la povertà e l'esclusione sociale, confrontandomi con attivisti e partners di tutti i paesi sui piani contro la povertà e l'innovazione possibile dei fondi sociali europei. La dimensione sovranazionale dell'impegno in campo educativo, dei diritti delle giovani persone in crescita e nella battaglia contro le vecchie e nuove povertà è condizione indispensabile, secondo me, per innovare le azioni e la progettazione locali. Una cosa non tiene senza l'altra e una città che non abbia una vocazione internazionale non può oggi competere nemmeno sulle politiche sociali.

    Sono co-autore di un libro sui temi della riforma della scuola: La scuola deve cambiare.

    Oggi lavoro al programma dell’Unione del centro-sinistra sulla scuola.

    Lavoro da anni ai diritti dei bambini e dei ragazzi. Sono stato presidente della Commissione di studio e proposta del Consiglio d’Europa sui bambini non accompagnati. Ho fatto parte dell’équipe del Ministero del Welfare che ha seguito l’applicazione della Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989 e in tale veste ho partecipato a tutte le sessioni di lavoro sul rinnovamento decennale della Convezione a New York e ho curato le relazioni finali per l’Italia.

    Mi occupo del rapporto tra territorio, educazione, infanzia da molti anni. Sono stato eletto nella commissione nazionale di Lega ambiente.

    Ho fondato l’Associazione 27 gennaio per legare i temi della Memoria della Shoah alla riflessione generale su ogni persecuzione e sterminio, in ogni contesto e sotto tutti i regimi totalitari che può e deve essere motivo di riflessione civile in ogni città.

    Di radicata cultura laica, sono iscritto alla comunità ebraica di Napoli. Mi interessa il millenario dibattito dell’ebraismo sui destini umani.

    Anche se, in cuor mio, mi piace la posizione di Martin Buber su uno stato laico e democratico per due popoli che convivono, milito per una seria soluzione negoziale tra Israele e Palestina che favorisca il diritto all’esistenza di uno stato palestinese e alla sicurezza duratura di Israele e supporto il processo di pace di Ginevra.

    Ho ricevuto il Premio Unicef Italia e la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per la scuola e la cultura.

    Scrivo regolarmente per molte riviste e giornali e sono collaboratore de Il Mattino.

    Non sono stato mai iscritto a un partito politico e mi sento oggi un potenziale iscritto al partito democratico che verrà, entro il quale spero, come credo facciano tante persone, di poter conservare la libertà della ricerca e dell’opinione individuale che è condizione sine qua non di ogni collaborazione e impresa collettiva.

  3. #3
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    In bocca al lupo Marco...

 

 

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