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    Predefinito Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza

    L’articolo che propongo di seguito parla con dati alla mano del grande sforzo che fanno gli USA per sostenere e condizionare la cosiddetta comunicazione nel mondo. E lo fanno formando giornalisti, finanziando organizzazioni non governative (ONG) politici mezzi di informazioni istituti di formazione e facoltà di giornalismo. Questi “aiuti” arrivano a milioni e milioni di dollari. Come per l’USAID (Centro per l’Assistenza ai Media Internazionali) che nel 2006 ha distribuito 53 milioni di dollari “per l’attività di sviluppo” dei media stranieri”. Si scoprono in questo articolo cose molto interessanti come, per esempio, la CIA attraverso il giornale d’opposizione contribuì al sanguinoso rovesciamento del governo d’Allende nei primi anni Settanta; o come gli USA hanno finanziato nel 2006 lo “sviluppo dei media” in Bolivia (di Evo Morales) con 15 seminari sulla “libertà di stampa e di espressione”; o come il BBG (conosciuto come il fondatore di Voice of America) ha ricevuto un budget nel 1999 di 650 milioni di dollari. Il BBG gestisce stazioni radiofoniche e televisive come Alhurra, “rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente”; Radio Sawa (diretta alla gioventù araba in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (Iran) Radio Free Asia; Radio –Tv Martì (Cuba).

    Insomma, niente di nuovo che il più forte imperialismo si dia un gran da fare per condizionare o gestire l’informazione o, come si dice oggi, la comunicazione, ma non rimane inutile che si conoscano i dettagli di questo grande sforzo prodotto dagli USA per garantire la “libertà dell’informazione” nel mondo. Buona lettura.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire infl

    Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire influenza mediatica

    di Jeremy Bigwood

    Le campagne propagandistiche come il fiasco dei "Guru del Pentagono" sono state smascherate e condannate. I media a grande diffusione avevano assoldato militari di alto rango perché fornissero le loro "analisi" sulla guerra in Iraq. Poi si è scoperto che avevano legami con imprese militari, le quali a loro volta avevano tutto l'interesse che la guerra continuasse.

    Sotto il radar si prepara un altro scandalo giornalistico: il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l'Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo "sviluppo dei media" in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.
    "Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico", dice il portavoce di USAID Paul Koscak. "Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato... tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista".

    Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.
    "Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense", dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. "Quando l'obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti".

    Anche Isabel MacDonald, direttore delle comunicazioni di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), un osservatorio non profit dei media che ha sede a New York, è molto critica: "Questo è un sistema che, nonostante professi di aderire alle norme di obiettività, ha spesso remato contro la vera democrazia", dice, "soffocando il dissenso e aiutando il governo degli Stati Uniti a diffondere disinformazione utile agli obiettivi della politica estera statunitense".


    Dimmi di che agenzia sei...

    Misurare le dimensioni e la portata dello sviluppo dei media "indipendenti" è difficile perché questi programmi esistono sotto diverse forme. Alcune agenzie li chiamano "sviluppo dei media", mentre per altre rientrano nella "diplomazia pubblica" o nelle "operazioni psicologiche". Questo rende complesso capire quanti soldi confluiscano in questi programmi.

    Nel dicembre del 2007 il Centro per l'Assistenza ai Media Internazionali (Center for International Media Assistance, CIMA) – un ufficio del NED finanziato dal Dipartimento di Stato – riferiva che nel 2006 l'USAID ha distribuito quasi 53 milioni di dollari per le attività di sviluppo dei media stranieri. Secondo lo studio del CIMA, il Dipartimento di Stato avrebbe speso 15 milioni di dollari per questi programmi. Il bilancio del NED per i progetti dei media è di altri 11 milioni di dollari. E il piccolo Istituto per la Pace, con sede a Washington, D.C., potrebbe aver contribuito con altri 1,4 milioni di dollari, sempre secondo questo rapporto che peraltro non esaminava i finanziamenti del Dipartimento della Difesa o della CIA.
    Il governo degli Stati Uniti è di gran lunga il maggiore finanziatore mondiale dello sviluppo dei media, con più di 82 milioni di dollari nel 2006 – senza contare il soldi del Pentagono, della CIA o delle ambasciate degli Stati Uniti in giro per il mondo. A complicare le cose, molte ONG e molti giornalisti stranieri ricevono finanziamenti per lo sviluppo da più di una fonte governativa statunitense. Alcuni ricevono denaro da ulteriori intermediari e da "organizzazioni indipendenti internazionali non profit", mentre altri lo prendono direttamente dall'ambasciata degli Stati Uniti nel loro paese.

    Tre giornalisti stranieri che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti hanno detto a In These Times che questi regali non influiscono sul loro comportamento né alterano la loro linea editoriale. E hanno negato di praticare l'auto-censura. Nessuno, però, era disposto ad affermarlo pubblicamente.
    Gustavo Guzmán, ex-giornalista e ora ambasciatore della Bolivia negli Stati Uniti, dice: "Un giornalista che riceve regali come questi non è più un giornalista, diventa un mercenario".


    Una storia tortuosa

    Il finanziamento dei mezzi di informazione stranieri da parte del governo degli Stati Uniti ha una lunga storia. Alla metà degli anni Settanta, all'indomani del Watergate, due inchieste del Congresso – le commissioni Church e Pike del senatore Frank Church (D-Idaho) e del rappresentante Otis Pike (D-N.Y.) – scavarono nelle attività clandestine del governo degli Stati Uniti in altri paesi. Confermarono così che oltre ai giornalisti (sia stranieri che americani) finanziati dalla CIA, gli Stati Uniti pagavano anche organi di informazione stranieri (stampati, radiofonici e televisivi) – cosa che stavano facendo anche i sovietici. Per esempio, Encounter, una rivista letteraria anti-comunista pubblicata in Inghilterrra dal 1953 al 1990, nel 1967 si rivelò un'operazione della CIA. E, come succede oggi, anche organizzazioni dal nome inoffensivo come il Congresso per la Libertà Culturale (Congress for Cultural Freedom) sono state attività di facciata della CIA.

    Le inchieste del Congresso scoprirono che il finanziamento statunitense dei media stranieri giocava spesso un ruolo decisivo all'estero, ma mai come nel Cile dei primi anni Settanta.

    "La maggiore operazione di propaganda della CIA, attraverso il giornale d'opposizione El Mercurio, probabilmente contribuì nel modo più diretto al sanguinoso rovesciamento del governo Allende e della democrazia cilena", dice Peter Kornbluh, analista del National Security Archive, un istituto di ricerca indipendente non governativo.

    In These Times ha chiesto all'agenzia se continua a finanziare giornalisti stranieri. Il portavoce della CIA Paul Gimigliano ha risposto: "La CIA normalmente non conferma né smentisce questo genere di affermazioni".


    Nemici del Dipartimento di Stato?

    Il 19 agosto 2002 l'ambasciata statunitense a Caracas, in Venezuela, mandò a Washington una comunicazione. Vi si leggeva:
    "Ci aspettiamo che la partecipazione del signor Lacayo al 'Grant IV' si rifletta direttamente nei suoi servizi su argomenti politici e internazionali. Con i suoi avanzamenti di carriera, i nostri buoni rapporti con lui ci permetteranno di avere un amico potenzialmente importante in una posizione di influenza editoriale". [Nota del curatore: il nome di Lacayo è stato cambiato per proteggerne l'identità].

    Il Dipartimento di Stato aveva scelto il giornalista venezuelano per una visita negli Stati Uniti nell'ambito del cosiddetto Grant IV, un programma di scambio culturale avviato nel 1961. Lo scorso anno il dipartimento ha portato negli Stati Uniti qualcosa come 467 giornalisti al costo di circa 10 milioni di dollari, secondo un funzionario del Dipartimento di Stato che ha chiesto di restare anonimo.

    MacDonald del FAIR dice che "le visite servono a stringere legami tra i giornalisti stranieri in visita e le istituzioni che... sono estremamente acritiche nei confronti della politica estera statunitense e degli interessi corporativi cui ubbidisce".

    Il Dipartimento di Stato finanzia lo sviluppo dei media attraverso diversi organi, compreso l'Ufficio degli Affari Educativi e Culturali (Bureau of Educational and Cultural Affairs), l'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e l'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, DRL), oltre che attraverso ambasciate e uffici regionali in tutto il mondo. Finanzia giornalisti stranieri anche tramite un'altra sezione chiamata Ufficio per la Diplomazia e gli Affari Pubblici (Office of Public Diplomacy and Public Affairs). Ma soprattutto il Dipartimento di Stato solitamente decide dove le altre agenzie, come USAID e NED, debbano investire i loro fondi per lo sviluppo dei media.

    (Il Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di informazioni di In These Times circa il suo bilancio per lo sviluppo dei media, ma lo studio del 2007 del CIMA mostra che nel 2006 il DRL ha ricevuto quasi 12 milioni di dollari solo per lo sviluppo dei media).

    Il caso della Bolivia è un esempio rivelatore di paese in cui gli Stati Uniti hanno finanziato lo sviluppo dei media. Secondo il sito internet del DRL, nel 2006 questo ufficio finanziò in Bolivia 15 seminari sulla libertà di stampa e di espressione. "I giornalisti e gli studenti di giornalismo di questo paese hanno discusso di etica professionale, di buone pratiche di diffusione delle notizie e del ruolo dei media in una democrazia", dice il sito. "Questi programmi sono stati inviati a 200 stazioni radiofoniche nelle regioni più remote del paese".

    Nel 2006 la Bolivia ha eletto Evo Morales, il suo primo presidente indigeno, la cui ascesa al potere è stata ripetutamente ostacolata dal governo degli Stati Uniti e dalla stampa a grande diffusione. Secondo Morales e i suoi sostenitori il governo degli Stati Uniti sta offrendo sostegno a un movimento separatista nelle province orientali ricche di petrolio; quel sostegno si tradurrebbe in riunioni sullo sviluppo dei media, secondo il giornalista ed ex-portavoce presidenziale Alex Contreras. Koscak dell'USAID respinge queste accuse.


    Qui BBG

    Il Consiglio Superiore per la Comunicazione Audiovisiva (Broadcasting Board of Governors, BBG) è meglio conosciuto come il fondatore di Voice of America. Secondo il suo sito internet, il BBG è "responsabile di tutte le trasmissioni internazionali, non militari, finanziate dal governo degli Stati Uniti" che portano "notiziari e informazioni alla gente di tutto il mondo in 60 lingue".

    Nel 1999 il BBG è diventato un'agenzia federale indipendente. Nel 2006 ha ricevuto un budget di 650 milioni di dollari, secondo stime del CIMA, con circa 1,5 milioni destinati alla formazione di giornalisti in Argentina, Bolivia, Kenya, Mozambico, Nigeria e Pakistan.

    Oltre a Voice of America, il BBG gestisce anche altre stazioni radiofoniche e televisive. Il canale televisivo Alhurra, con sede a Springfield, Virginia, nel suo sito internet si descrive come "una rete satellitare in lingua araba per il Medio Oriente priva di pubblicità e dedicata soprattutto all'informazione". Alhurra, che in arabo significa "la libera", è stata descritta dal Washington Post come "il maggiore e più costoso impegno degli Stati Uniti per scuotere l'opinione pubblica attraverso le onde radio dalla fondazione di Voice of America nel 1942".

    Il BBG finanzia anche Radio Sawa (diretta alla gioventù araba, programmazione in Egitto, Golfo, Iraq, Libano, Levante, Marocco e Sudan), Radio Farda (in Iran) e Radio Free Asia (programmazione regionale in Asia). BBG finanzia anche trasmissioni a Cuba attraverso la Radio-TV Martí, con una spesa che quest'anno ammonterà a quasi 39 milioni di dollari secondo il Bilancio del Congresso per le Operazioni all'Estero (Foreign Operations Congressional Budget Justification) per l'anno fiscale 2008.


    Le pubbliche relazioni del Pentagono

    Il Dipartimento della Difesa (DOD) si è rifiutato di rispondere a In These Times circa i suoi programmi di sviluppo dei media. Secondo un articolo di Jeff Gerth pubblicato sul New York Times l'11 dicembre 2005, "i militari gestiscono stazioni radio e giornali [in Iraq e Afghanistan] ma senza rivelare i legami con gli Stati Uniti".

    Il ruolo dello sviluppo dei media in Iraq "è stato affidato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, i cui maggiori contractor avevano scarsa o nessuna esperienza", afferma un rapporto dell'ottobre 2007 dell'Istituto per la Pace (USIP).

    Uno studio del 2007 del Centro per gli Studi sulla Comunicazione Globale dell'Istituto Annenberg per la Comunicazione dell'Università della Pennsylvania (Center for Global Communication Studies at the University of Pennsylvania's Annenberg School for Communication) ha scoperto che la Science Applications International Corp. (SAIC), contractor di lunga data del DOD, aveva ottenuto un contratto iniziale di 80 milioni di dollari per un anno per trasformare un sistema interamente gestito dallo stato in un servizio "indipendente" sullo stile della BBC, parzialmente per contrastare l'effetto di Al Jazeera nella regione.

    "La SAIC era un ufficio del DOD specializzato in operazioni di guerriglia psicologica, che secondo alcuni contribuì alla percezione tra gli iracheni che l'Iraq Media Network (IMN) fosse semplicemente un'appendice dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Coalition Provisional Authority)", dice il rapporto dell'USIP. "Il lavoro della SAIC in Iraq fu considerato costoso, non professionale e fallimentare ai fini di stabilire l'obiettività e l'indipendenza dell'IMN". La SAIC ha poi perso il contratto, passato a un'altra compagnia: l'Harris Corp.

    La SAIC non è stato l'unico contractor del Pentagono nel settore dei media ad avere ampiamente fallito. In un articolo di Peter Eisler pubblicato il 30 aprile su USA Today, il sito di informazione iracheno Mawtani.com è stato smascherato come canale televisivo al soldo del Pentagono.


    USAID: 'da parte del popolo americano'

    Il Presidente John F. Kennedy creò l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID) nel novembre del 1961 per gestire l'aiuto umanitario e lo sviluppo economico in tutto il mondo. Ma mentre l'USAID si vanta di promuovere la trasparenza negli affari degli altri paesi, è in sé ben poco trasparente. Questo vale soprattutto per i suoi programmi di sviluppo dei media.

    "In molti paesi, compresi il Venezuela e la Bolivia, l'USAID sta operando più come un'agenzia impegnata in azioni clandestine, come la CIA, che come un'agenzia di assistenza o sviluppo", commenta Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerca Politica ed Economica (Center for Economic and Policy Research), un think tank con sede a Washington, D.C..
    Infatti, se grazie al Freedom of Information Act gli inquirenti sono riusciti a ottenere i bilanci dei programmi globali dell'USAID, come pure i nomi dei paesi o delle regioni geografiche in cui sono stati spesi i soldi, i nomi delle specifiche organizzazioni straniere che hanno ricevuto quei soldi sono segreto di stato, esattamente come nel caso della CIA. E nei casi in cui si conoscono i nomi delle organizzazioni e si richiedono informazioni su di esse, l'USAID risponde che non può "né confermare né smentire l'esistenza di questi fatti", utilizzando lo stesso linguaggio della CIA. (Rivelazione: Nel 2006, ho perso una causa contro l'USAID nel tentativo di identificare quali organizzazioni straniere finanzia).

    L'USAID finanzia tre importanti progetti di sviluppo dei media: l'International Research & Exchanges Board (meglio noto come IREX), l'Internews Network e il Search for Common Ground, che in buona parte beneficia di finanziamenti privati. Per complicare le cose, tutti e tre hanno ricevuto finanziamenti anche dal Dipartimento di Stato, dalla Middle East Partnership Initiative (MEPI), dall'Ufficio di Intelligence e Ricerca (Bureau of Intelligence and Research, INR) e dall'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro .

    Secondo i pieghevoli che ne illustrano l'attività, l'IREX è un'organizzazione internazionale non profit che "lavora con partner locali per promuovere la professionalità e la sostenibilità economica a lungo termine dei giornali, delle radio, delle televisioni e dei mezzi di informazione su internet". La dichiarazione dei redditi "990" presentata dall'IREX relativamente all'anno fiscale 2006 afferma che le sue attività comprendono "piccole borse di studio per più di 100 giornalisti e organizzazioni di mezzi di informazione; attività di formazione per centinaia di giornalisti e organi di stampa" e dichiara di avere più di 400 dipendenti che offrono programmi e consulenza a più di 50 paesi.

    La rete Internews Network, meglio conosciuta come "Internews", riceve solo circa la metà dei fondi dell'IREX ma è la più nota. È stata fondata nel 1982 e la maggior parte dei suoi finanziamenti passa attraverso l'USAID, anche se ne riceve anche dal NED e dal Dipartimento di Stato. Internews è una delle maggiori operazioni nel settore dello sviluppo dei media "indipendenti": finanzia decine di ONG, giornalisti, associazioni di giornalisti, istituti di formazione e facoltà di giornalismo in decine di paesi di tutto il mondo.

    Le operazioni di Internews sono state bloccate in paesi come la Bielorussia, la Russia e l'Uzbekistan, dove sono state accusate di minare i governi locali e di promuovere gli obiettivi statunitensi. In un discorso tenuto nel maggio del 2003 a Washington, D.C., Andrew Natsios, ex-amministratore dell'USAID, ha definito gli intermediari privati finanziati dall'USAID "un braccio del governo degli Stati Uniti".

    Nel caso dell'altro principale beneficiario dell'USAID nel settore dello sviluppo dei media, Search for Common Ground, sono più i soldi che riceve dal settore privato che quelli che riceve dal governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali secondo il rapporto del CIMA va in "risoluzione dei conflitti".

    Due bersagli importanti per l'attività di assistenza e sviluppo dei media dell'USAID sono rappresentati da Cuba e l'Iran. Il budget dell'USAID per la "Libertà dei media e la Libertà di Informazione" (Media Freedom and Freedom of Information ) – per la "transizione" di Cuba concepita dalla Commissione per l'Assistenza a una Cuba Libera II (Commission for Assistance to a Free Cuba II, CAFC II) – ammonta a 14 milioni di dollari. Si tratta di un aumento di 10,5 milioni di dollari rispetto la somma stanziata nel 2006. In Iran l'USAID ha stanziato qualcosa come 25 milioni di dollari per lo sviluppo dei media nell'anno fiscale 2008: fanno parte di un pacchetto di 75 milioni di dollari per quella che l'USAID chiama "diplomazia trasformazionale" in quel paese.


    Finanziare la 'democrazia' stile USA

    "Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA", ha detto Allen Weinstein, uno dei fondatori del National Endowment for Democracy in un articolo pubblicato nel 1991 dal Washington Post. Creato all'inizio degli anni Ottanta, il NED è "governato da un consiglio indipendente, non schierato politicamente". Il suo obiettivo dichiarato è offrire appoggio a organizzazioni filo-democratiche in tutto il mondo. Storicamente, però, la sua agenda è definita dagli obiettivi della politica estera statunitense.

    "Quando si mette da parte la retorica della democrazia, il NED è uno strumento specializzato per penetrare nella società civile di altri paesi" per conseguire obiettivi della politica estera statunitense, scrive William Robinson, professore dell'Università di California-Santa Barbara, nel suo libro A Faustian Bargain. Robinson si trovava in Nicaragua alla fine degli anni Ottanta e vide come il NED collaborò con l'opposizione nicaraguense appoggiata dagli Stati Uniti per deporre i sandinisti durante le elezioni del 1990.

    Il NED è stato anche pubblicamente accusato in Venezuela di avere finanziato il movimento anti-Chávez. Nel suo libro The Chávez Code, l'avvocatessa venezuelano-americana Eva Golinger scrive che i beneficiari del NED (e dell'USAID) sono stati coinvolti nel tentativo di colpo di stato del 2002 contro il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e negli "scioperi dei lavoratori" contro l'industria petrolifera del paese. Golinger osserva poi che il NED ha finanziato anche la Súmate, una ONG venezuelana – il cui obiettivo dichiarato è promuovere il libero esercizio dei diritti politici dei cittadini – che orchestrò il fallito referendum revocatorio contro Chávez del 2004.


    Dipendenza e sudditanza

    Il concetto di separazione dei poteri tra la stampa e il governo è un assunto fondamentale non solo del sistema politico statunitense: è anche sancito dall'Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. I finanziamenti alla stampa erogati dal governo degli Stati Uniti rischiano di instaurare un rapporto beneficiato-benefattore che impedisce di considerare indipendente un mezzo di informazione.
    "Perfino la donazione da parte del governo degli Stati Uniti di apparecchiature come computer e sistemi di registrazione influisce sul lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni giornalistiche", dice Contreras, il giornalista boliviano, "perché crea dipendenza e sudditanza nei confronti degli obiettivi nascosti delle istituzioni statunitensi".

  3. #3
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    Predefinito Rif: Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire infl

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    I media sono al centro della società?

    Quella che segue, è la trascrizione della relazione introduttiva di Silvano Cacciari, nell'ambito di un seminario organizzato a Bologna in collaborazione con il Laboratorio Crash, dal titolo: I media sono al centro della società? Documento tratto da Nazionale / Infoaut.org

    Intervento di Silvano Cacciari:
    Innanzitutto vi ringrazio di essere venuti e spero che questa discussione come altre siano produttive da un punto di vista politico e da un punto di vista teorico, visto anche soprattutto che le due dimensioni non sono minimamente separate. Il tema di stasera si riassume sostanzialmente intorno a una domanda: i media sono al centro della società? Cercheremo di affrontare le risposte a questa domanda soprattutto su un piano antropologico-politico, con forte attenzione alle categorie politiche e alle categorie politico-pratiche di lettura del fenomeno.
    Personalmente sono un lettore di gialli che preferisce sapere fin dalle prime pagine chi è stato l'assassino, per poi capire successivamente qual'è la procedura d'inchiesta, perciò vi dirò che alla domanda se i media sono al centro della società la risposta è secca e chiara: no!

    I media non sono al centro della società. E a questo punto comincerete forse a pensare che io vi stia prendendo in giro. Da una parte per quanto riguarda la mia formazione personale, ovvero il fatto che insegno Teoria della comunicazione. E dall'altra, che vi stia prendendo in giro o che sia estremamente contraddittorio, rispetto ad affermazioni che abbiamo approfondito insieme negli altri due seminari ovvero l'idea che non è possibile la politica senza una dimensione mediale, legata al fatto che la dimensione mediale è strettamente intrecciata alla dimensione politica. Però dobbiamo capire, che da un punto di vista analitico ci stiamo muovendo su soggetti differenti: non stiamo parlando di media e politica, stiamo parlando di media e società, ovverosia del posizionamento dei media all'interno di ciò che chiamiamo società.

    Cerchiamo di capire qual'è il posizionamento strategico dei media all'interno di ciò che chiamiamo società, e soprattutto il valore politico di questo posizionamento. Voglio dirvi una cosa: se la risposta fosse stata positiva, se vi avessi detto che i media sono al centro della società, dal punto di vista politico avremmo avuto una risposta oserei dire "mortifera" ovvero l'idea che i media essendo al centro della società esercitano un'egemonia che sostanzialmente non è disgregabile. Invece la tesi di fondo, che non è solo antropologica ma è anche politica, è che i media esercitano dominio ed egemonia ma non sono al centro della società. Questa osservazione dal punto di vista politico è estremamente importante: perché se i media esercitano egemonia e non sono al centro della società significa che gli spazi di pensabilità e gli spazi di manovra di tipo antagonistico sono estremamente ampi.

    logoinfoaut.pngA questo punto vi rovescio di nuovo il commento alla domanda che facevo, dicendovi che rispondere no alla domanda se i media sono al centro della società è un atto di ottimismo politico. Quindi è un atto di ottimismo politico, che si fa forza della capacità sociologica di lettura della società. Cerchiamo, adesso, di capire che cosa si intende per questa affermazione, cioè che i media non sono al centro della società, per comprendere quali sono i punti di forza e le linee di frattura del potere mediatico sulla nostra società.

    Qui arriverei al primo punto fondamentale, che è legato direttamente agli studi, al sapere militante. Ho avuto modo di rileggere una serie di scritti dell'autunno 1980 legati al problema allora veramente impellente, stringente dell'analisi della sconfitta operaia alla Fiat. Un lavoro molto bello in particolare, fatto dai compagni Marco Melotti e Mario Lattanzi, notissimi fra le tante cose nel mondo del mediattivismo, uno con nickname Carletto e l'altro con nickname Sbancor - purtroppo entrambi recentemente scomparsi - che misero a frutto entrambi la loro intelligenza facendo un lavoro d'analisi della situazione dell'antagonismo italiano immediatamente dopo la sconfitta della Fiat. In termini assolutamente non consolatori e direttamente politici, nel tentativo di riuscire a capire quale campo di forze si era aperto dopo la sconfitta operaia alla Fiat, sia Marco che Mario riescono a costruire una cartografia della società italiana immediatamente dopo la vittoria della Fiat sulla classe operaia del 1980. E soprattutto riescono a comprendere - e questa è la specificità del lavoro militante di questi due compagni - perché in quel preciso momento storico non riesce più a darsi quel tessuto sociale che produce antagonismo.

    Anche noi oggi siamo chiamati ad affrontare un lavoro simile. Non tanto con presunzione, ma forse con emergenza. l'idea che riusciamo a capire, laddove l'antagonismo non si produce più - e perché l'antagonismo non si produce più - per noi è solamente un corno del problema. L'altro corno del problema è riuscire a comprendere le dinamiche costitutive sopratutto quelle che si danno, socialmente parlando, anche in assenza di lotte. Allora in questi termini, qual'è il nostro autunno 1980? Quand'è il punto in cui analizziamo la mancata capacità di ricomposizione di ciò che alla fine degli anni '70 si chiamava ancora la classe, in termini direttamente politici e antagonistici. In poche parole, dov'è che oggi si difetta di capacità di mobilitazione politica?
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #4
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    Predefinito Rif: Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire infl

    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio

    Invece la tesi di fondo, che non è solo antropologica ma è anche politica, è che i media esercitano dominio ed egemonia ma non sono al centro della società. Questa osservazione dal punto di vista politico è estremamente importante: perché se i media esercitano egemonia e non sono al centro della società significa che gli spazi di pensabilità e gli spazi di manovra di tipo antagonistico sono estremamente ampi.

    Ben detto! Perché se così non fosse sarebbe proprio da suicidarsi. (Ciò non toglie che le difficoltà per chi lotta contro il capitalismo non aumentino quando ci si trova di fronte un potere mediatico in mano alle centrali imperialistiche)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Come gli Stati Uniti finanziano gli organi di stampa mondiali per acquisire infl

    Le false piste terroristiche
    e le nuove guerre


    Pino Cabras

    Fonte: Megachip
    Link: ../component/content/article/42-in-evidenza/1847-le-false-piste-terroristiche-e-le-nuove-guerre.html
    30 dicembre 2009




    Sono tanti gli elementi che non quadrano, in occasione della vicenda del nigeriano che voleva far saltare l’aereo sopra l’Atlantico. Le autorità politiche e gli alti papaveri del giornalismo hanno risposte pronte. Ma noi dovremo porre le domande che loro non vogliono fare. L’attentato si è svolto nel modo che dicono? Esiste davvero una nuova minaccia di al-Qa'ida?

    È sempre forte la presenza mediatica del fantasma al-Qa'ida. Alimenta così un perenne senso d’attesa per un qualche evento che richiami la grande rappresentazione dell’11/9. La spinta originaria di quel trauma si fa bastare eventi di per sé modestissimi, ma subito pompati fino all'isteria.

    Un giovane nigeriano 23enne di buona famiglia, Umar Farouk Abdul Mutallab, cerca di far saltare l’aereo sulla rotta Amsterdam-Detroit grazie a un ordigno tenuto a ridosso del suo perineo. L'attentato non va e lui si ustiona. Una volta catturato, dichiara di appartenere ad al-Qa'ida e di essere stato addestrato in Yemen. Fin qui i media di tutto il mondo.

    Impossibile ignorare però le dichiarazioni di due passeggeri – gli avvocati Kurt e Lori Haskell, marito e moglie – che si fanno testimoni di un racconto sbalorditivo per la testata di Detroit MLive.com. Anche la CNN e altri media a questo punto si svegliano e vanno a intervistarli.

    I nostri giornali e telegiornali continuano invece a dormire il loro sonno comandato.



    YouTube - BOMBSHELL: Evidence Clearly Indicates Staged Attack on Detroit Flight
    Kurt Haskell riferisce di aver notato Mutallab approssimarsi al cancello d’imbarco assieme un uomo non identificato. Mentre Mutallab era malvestito, l’altro, un indiano sui cinquanta, era elegante in un completo costoso. Haskell lo ha sentito distintamente mentre chiedeva agli agenti che raccoglievano le carte d’imbarco se Mutallab poteva imbarcarsi senza passaporto. «Il tizio ha detto loro: “È del Sudan e noi lo facciamo ogni volta”». Noi chi?

    Gli Haskell suppongono che l’elegantone cercasse di guadagnare clemenza per il viaggiatore senza passaporto dipingendolo come un rifugiato sudanese.

    A nessuno dei lettori sarà capitato di poter fare un viaggio intercontinentale senza avere il passaporto in ordine. Ricordate quando Alberto Tomba venne denunciato perché – di fronte al rifiuto di farlo partire, nonostante la fama di campione sportivo – aveva goffamente cercato di falsificare i dati del suo passaporto scaduto?

    Qui, invece, un presunto sudanese sconosciuto, proveniente da un paese inserito fra i “rogue states”, gli stati-canaglia, un paese da sempre accusato di ospitare fantomatiche basi di al-Qa'ida, riesce a imbarcarsi senza documenti. La storia ha un tanfo ben più mefitico di una generica “falla nei sistemi di sicurezza”.

    I coniugi Haskell riferiscono che gli addetti indirizzano Mutallab e il suo angelo custode incravattato verso il loro superiore, in fondo alla sala. Kurt Haskell perde di vista Mutallab e lo rivede solo «dopo che si presume che abbia cercato di detonare dell’esplosivo a bordo dell’aereo» pochi minuti prima di atterrare a Detroit.

    Cosa è successo nel frattempo? Non aspettatevi la risposta da Vittorio Zucconi su «Repubblica». Avrà da occuparsi dei diari che raccontano la depressione del terrorista africano.

    Non potendo contare sui media italiani, dobbiamo andarcene fino a Milwakee per sapere di altri testimoni oculari, Patricia “Scotty” Keepman e sua figlia, le quali raccontano al notiziario della radio 620 WTMJ un fatto davvero singolare. Riferiscono che davanti a loro «c'era un uomo che ha ripreso con una videocamera l'intero volo, compresa la tentata detonazione.» Perfino in quel momento concitato, l'imperturbabile cameraman «si è messo seduto e ha videoripreso tutto quanto, calmissimo», racconta Patricia.

    Oltre a Mutallab, abbiamo dunque già due soggetti extra che si interessano alle sue azioni, il distinto persuasore indiano e l'impassibile stakanov del videotape. Chi sono costoro?

    Sappiamo che Mutallab è passato anche per l’aeroporto di Lagos, prima di volare per Amsterdam. Sulle caratteristiche di quell’aeroporto – pure localizzato in un paese con focolai di guerra civile su base religiosa - ci arriva una sorprendente rivelazione del quotidiano britannico «Telegraph»: «L’aeroporto di Lagos ha ottenuto di recente la certificazione “all clear” da parte della US Transportation Security Administration, un’agenzia creata in seguito agli attentati dell’11 settembre per migliorare la sicurezza dei voli di linea americani». Quali altri aeroporti sono “all clear” e quali no? Su quali basi?

    «Da un lato, pare che Mutallab fosse nella lista antiterrorismo ma non su quella delle persone che non potevano volare,» ricorda Magnus Ranstorp, del Centro studi svedese sulle Minacce Asimmetriche. «Tutto questo non quadra perché il Dipartimento USA per la Sicurezza Interna ha dei mezzi stringenti di data-mining. Non capisco come potesse avere un visto valido essendo ben noto alla lista antiterrorismo» dichiara Ranstorp al britannico «Independent». Tralasciamo pure il fatto che Mutallab fosse nelle liste antiterrorismo e che persino suo padre lo segnalasse alle autorità come un soggetto pericoloso. Ci sarà sempre qualcuno che dirà che le falle nella sicurezza non derivano da scelte di apparati deviati, ma da casi di incompetenza, e che il terrorista, ancorché psicolabile, sa infilarsi negli interstizi dell’incompetenza.

    Sarà, ma di certo si sono scomodati in tanti, a partire dal Nobel per la pace Barack Obama, per minacciare fuoco e fiamme e ingigantire l’episodio come espressione di una minaccia letale per gli USA, meritevole di risposte drastiche.

    Il senatore trasversale-neocon Joe Lieberman – nel 2000 candidato alla vicepresidenza in tandem con Al Gore – ha dichiarato a Fox News che gli USA hanno necessità di bombardare lo Yemen senza indugio. «L’Iraq era la Guerra di ieri, l’Afghanistan è la guerra di oggi. Se non agiamo preventivamente, lo Yemen sarà la Guerra di domani». La sua tesi secondo cui “lo Yemen è la nuova casa di al-Qa'ida” è istantaneamente diventata il mantra dei grandi media. E al mantra del mainstream anglosassone è andato a rimorchio senza eccezioni anche il mainstream italiano. Perché lo Yemen? Interessante la tesi che l’analista politico Webster Tarpley illustra a Russia Today.

    Cosa dice Tarpley? Obama ha aggiornato l’Asse del Male, in direzione dell'entità Afghanistan-Pakistan (AfPak), nonché della Somalia e dello Yemen. In Yemen c’è una guerra civile che contrappone il governo centrale filosaudita e la guerriglia sciita filoiraniana degli Houthi, da poco bombardata a più riprese dagli USA. L’obiettivo di fondo è alimentare la già forte tensione fra Iran e Arabia Saudita, per indebolire entrambi.

    Tarpley segnala che gli Stati Uniti stanno riorganizzando la “legione araba” di al-Qa'ida (l'entità che ha da sempre addosso il fiato e le leve della CIA) proprio nello Yemen. È uno dei modi di svuotare il gulag caraibico di Guantanamo. La nuova agenzia di terrorismo sintetico è “al-Qa'ida nella Penisola Araba”, alias AQAP, un'entità composta da capri espiatori, pazzoidi e fanatici che prontamente rivendicano l'operazione di Umar Farouk Abdul Mutallab. L'obiettivo ravvicinato è molteplice: dominare gli sbocchi del Mar Rosso e del Canale di Suez, dare fiato al dollaro tuttora sull'orlo del crollo tramite il solito stimolo del rialzo del prezzo del petrolio. Da ciò il primo passo: va incrementata la tensione nella penisola Araba.

    In questo quadro, secondo Tarpley, Mutallab è solo un pupazzo in mano alla comunità dell'intelligence che ha ordito una provocazione che doveva avere il massimo impatto con il minimo sforzo. Il tutto è facilitato dal “senso comune” sull'entità al-Qa'ida, che nessun redattore né alcun politico in vista osa sfidare in Occidente. Pena riaprire la questione del vero 11/9.

    Se al-Qa'ida non è un’organizzazione, allora cos’è davvero? Viene detto che è un’etichetta, una sorta di logo, una specie di franchising del terrorismo internazionale. Fa comodo a chi la utilizza, ma fa più spesso comodo a chi – in teoria – la combatte. Al-Qa'ida per i governi che sostengono di essere in guerra con il terrorismo è un nemico conveniente da additare all’opinione pubblica, un puntuale alibi da strumentalizzare per scopi interni (leggi di emergenza sempre più restrittive, libertà individuali sempre più circoscritte). Al-Qa'ida appare così funzionale a molti governi occidentali. Se non ci fosse, con un po’ di pelo sullo stomaco avrebbero l’interesse a inventarla ed evocarla.

 

 

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