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    L'Italia e gli italiani, a 150 dall'Unità, rischiano di uscire dalla storia

    Diciamo la verità: la Lega ha vinto...

    di Alessandro Campi


    Nel 2011 si dovrebbero festeggiare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia. Ma da quel che si capisce, guardandosi per l’intorno, tastando gli umori individuali e collettivi, leggendo qua e là sui giornali, questa data rischia di essere l’anno zero della sua disunione, l’inizio insomma della sua fine come realtà politico-culturale minimamente coesa (il nome, Italia, potrebbe anche restare in circolazione, essendo vecchio di secoli e abbastanza ben rodato, ma sarebbe a quel punto solo un innocuo richiamo sentimentale, verrebbe utilizzato al più come un’invocazione da stadio e, per i più scaltri, come un profittevole marchio commerciale).Riconoscere una simile eventualità, la fine dell’Italia per consunzione e stanchezza, risulta difficile e imbarazzante, soprattutto in pubblico e nelle sedi istituzionali, ma il movimento della storia e la disposizione degli animi sembrano andare fatalmente in quella direzione, verso l’evaporazione di quella che pure è stata, con i suoi limiti e ritardi, al di là di tutti i possibili contrasti interni, una nazione animata per circa un secolo e mezzo da un senso dell’appartenenza sufficientemente forte e condiviso. Che però, ecco il punto, è progressivamente venuto meno, soppiantato da aspettative e interessi divenuti nel frattempo non più conciliabili o concordanti. Le nazioni, aveva già riconosciuto Renan, sono mortali: scompaiono dalla scena storica quando viene meno la volontà comune che le ha fatte nascere e prosperare. Perché l’Italia dovrebbe rappresentare un’eccezione?La verità, che si fatica ad ammettere, se non altro perché suona come colpa grave per un’intera classe politica e un intero ceto intellettuale, è che la Lega e il leghismo hanno ormai quasi vinto la loro scommessa disgregante. Hanno vinto, ovviamente, non tanto sul piano politico, in considerazione cioè del consenso elettorale di cui hanno goduto in questi anni, che si può anche considerare intermittente e reversibile, ma sul piano emotivo, mentale e della sensibilità collettiva: per le modalità di pensiero e gli atteggiamenti che hanno saputo veicolare ben oltre le loro aree di insediamento; perché, senza che nessuno li contrastasse, hanno progressivamente svuotato di significato i simboli canonici dell’appartenenza nazionale (il tricolore, Roma capitale) e dato sostanza politica ad una tradizione storica alternativa (la Padania); perché hanno saputo trasformare, in mancanza di alternative, l’innato particolarismo antropologico degli abitanti di questa parte del mondo in un modello politico a suo modo suggestivo, basato su formule apparentemente innovative ed avanzate: il localismo, il predominio del territorio, l’autodeterminazione, il culto del focolare domestico, la mistica del “piccolo è bello”.Non ci si può dunque scandalizzare, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, se nel programma messo in cantiere per la ricorrenza del centocinquantesimo dell’unità italiana ci siano quasi soltanto iniziative e progetti di respiro cortissimo, concepiti per spartirsi un po’ di soldi e per assecondare i desiderata – spesso eccentrici – di questa o quella comunità. Quel programma, non a caso condiviso da governi di diversa ispirazione politica, è solo l’istantanea di un paese già ampiamente diviso al suo interno, che ha smesso da un pezzo di concepirsi come una realtà unitaria e solidale, non più tenuto insieme da una storia comune e dall’idea di un futuro da costruire insieme (memoria e progetto: una nazione non è altro che la somma di questi due fattori). Feltri, che è un uomo rude ma capace di andare al sodo, l’ha scritto senza troppi giri di parole su Libero di ieri: perché festeggiare una nazione che è ormai tale solo sulla carta, la cui unificazione molti dei suoi stessi cittadini hanno sempre considerato non una gloriosa pagina di storia, ma una iattura epocale? Se l’Italia altro non è stata che un accidente storico, che l’imposizione di un’oligarchia, perché mai ci si dovrebbe dispiacere della sua troppo tardiva evaporazione? L’Italia sta scomparendo, senza che nessuno lo voglia ammettere apertamente: nemmeno oggi che si va profilando come estrema linea di scontro tra le forze politiche proprio quella tra Nord e Sud, tra territori ostili e sordi l’uno ai bisogni dell’altro, esattamente come era prima dell’unificazione della Penisola. Ma nel frattempo, come se non bastasse, insieme all’Italia stanno scomparendo anche gli italiani, che semplicemente hanno smesso di considerarsi tali e di vivere esperienze comuni, e per questa ragione rischiano di non essere più un soggetto collettivo riconoscibile. La costruzione dell’italiano – come sintesi di appartenenze e costumi storicamente spesso assai distanti tra di loro – è stata il frutto di un lunga pedagogia, costata molti sforzi e anche, come nel caso delle due guerre mondiali, parecchio sangue. Si è diventati italiani grazie all’obbligo di leva e alla scuola pubblica, nelle caserme e nelle università, laddove per decenni è stato possibile per i giovani incrociare dialetti ed esistenze individuali. L’italiano è nato attraverso i vasti movimenti migratori interni, per lavoro e per vacanze. Si è formato grazie alla televisione di Stato e all’azione formativa dei grandi partiti nazionali di massa. Ma anche tutto questo oggi sembra essere finito. La tendenza odierna, esaltata come una conquista, è a non spostarsi più dal luogo di nascita, a rinchiudersi nel proprio bozzolo identitario, a studiare nell’ateneo sotto casa, a non interessarsi a ciò che sta oltre il confine ristretto della propria città o regione, a praticare l’autarchia culturale, a riscrivere la storia in una dimensione municipale, a fare politica solo a difesa del proprio interesse territoriale immediato, a riscoprire la lingua dei nonni. Il che appunto significa tornare a dividersi come individui, a non riconoscersi più in un tessuto culturale comune, a sentirsi sempre più distanti gli uni dagli altri. L’Italia e gli italiani, insomma, stanno lentamente uscendo dalla storia, sull’onda di trasformazioni e processi, di natura sociale e culturale, che nessuna forza politica ha saputo sin qui intuire e sfidare. Ma stando così le cose può bastare un calendario ben assortito e ben finanziato di iniziative e celebrazioni, con l’inevitabile contorno di retorica e parole al vento, per restituire alla nazione un minimo di coscienza di sé, una qualche consapevolezza del proprio passato e una minima speranza riguardo al proprio futuro? Magari fosse tutto così semplice.

    Articolo pubblicato sul Riformista del 22 luglio 2009

    Ffwebmagazine - Diciamo la verità: la Lega ha vinto...


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 24-04-10 alle 05:09

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    Predefinito Rif: CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI



    CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI

    Da "LIBERO - EDIZIONE MILANO" di giovedì 23 luglio 2009

    di ROBERTO CASTELLI

    I FESTEGGIAMENTI PER L`UNITA Nonostante la retorica sull`Unità, le distanze culturali e storiche tra le varie parti del Paese restano. La Lega ha successo non perché crea questa patologia, ma perché ha il coraggio di denunciarla


    «Adesso che è fatta l`Italia, dobbiamo fare gli italiani». Sono passati 149 anni da questa frase, attribuita dagli storici a Massimo D`Azeglio. Oggi, neI1`appropinquarsi del 150° anniversario dell`Unità, si sta aprendo il dibattito se ciò sia avvenuto o meno.

    Sul Riformista, Alessandro Campi ha parlato di una vittoria della «scommessa disgregante» della Lega Nord. Di certo non sono mancati gli sforzi di chi ha voluto l`unità territoriale, spesso anche con metodi brutali. Pensiamo a Bronte, allarepressione del cosiddetto brigantaggio, alla Prima guerra mondiale, cha ha sacrificato seicentomila innocenti per conquistare 20 mila chilometri quadrati di territorio, 30 morti per ogni chilometro quadrato.

    Siamo passati poi attraverso la retorica fascista, alcune volte un po` comica. Mio padre mi parlava della pubblicità dell`«italianissimo Arzente», che doveva sostituire il più apprezzato cognac, reso peraltro raro dalle «inique sanzioni».

    Per arrivare alla nostra Repubblica.

    Da quando portavo il grembiulino alle scuole elementari (corsi e ricorsi storici, grazie al ministro Gelmini) mi sono trovato spesso sommerso dalla retorica nazionalistica, riversata a dosi massicce. Personalmente, al pan di moltissimi miei coetanei ho sempre percepito una grande di stanza tra ciò che ascoltavo e ciò che dentro di me sentivo, forse perché ho avuto la ventura di nascere e crescere a pochi chúometri dal confine svizzero.

    È passato più di mezzo secolo da allora e molte cose sono cambiate.

    I giomali, il cinema e soprattutto la televisione hanno accorciato le distanze in Italia, almeno dal punto di vista culturale.

    Se ciò sia, credo, innegabile, dobbiamo anche domandarci se contestualmente si sia riusciti a costruire una vera identità nazionale.

    Su quest`ultimo punto ho qualche dubbio e cercherò di spiegare il perché, conscio di addentrarmi in un territorio assai scivoloso, dal momento che quando si affrontano questi argomenti, la retorica patriottarda e sudista è sempre pronta ad etichettarti come anti-italiano e razzista.

    C`è innanzitutto una questione ineludibile, ancorché misteriosa e mai spiegata scientificamente, che però indubitabilmente alberga dentro di noi, nel nostro dna: la memoria storica. Essa passa per i Celti da un lato, per i Sardana, i Fenici e gli Arabi dall`altro. Viene sepolta ma non uccisa dalla gran de unificazione poli ti co-culturale romana, sopravvive agli Imperi, rinasce con i Comuni e le Signorie e fa sì che tutte le genti che abitano la Penisola siano in primis legate alla propria terra, alle proprie tradizioni e al proprio campanile.

    Né a cambiare questo sentimento vale il richiamo un po` trito, alla globalizzazione, che dovrebbe farci sentire cittadini del mondo.

    Anzi, proprio oggi, sopravvive meglio chi è " glocal", chi ragiona globale ma sente locale.

    L`uomo modemo, per non essere spazzato via dalla storia, deve, a mio parere, conoscere tre lingue: l`inglese, per parlare al mondo, l`italiano, per parlare al potere centrale e agli altri italiani, e il dialetto per ricordarsi da dove viene. Se a questi elementi già di per sé disgreganti, aggiungiamo il fatto che sotto la foglia di fico della retorica nazionalistica, sono rimasti squilibri geo-sociali stridenti, si capisce perché l`unità nazionale negli animi degli italiani non sia ancora stata raggiunta né forse mai lo sarà. Troppe infatti sono le sperequazioni di cui ancora oggi soffre il Paese.

    Tolgo la giacca di uomo di governo per elencarne alcune, che viste da Nord appaiono intollerabili.

    Un ragazzo di Milano per frequentare il Politecnico paga mediamente 1.300 euro all`anno, mentre uno del Sud per frequentare una sua università ne paga 300. Fino a pochi anni fa, prima che il sottoscritto, da Ministro della Giustizia, ponesse fine allo scandalo con apposita norma di legge, la percentuale dei ragazzi bocciati all`esame per l`accesso alla professione di avvocato era del90% a Milano, del 5% a Catanzaro.

    Quasi che i milanesi fossero tuttiimbecilli e i calabresi tutti geni... altro che unità nazionale! Il residuo fiscale, cioè la differenza tra quanto una Regione paga allo Stato e quanto riceve in cambio di servizi, in Lombardia è di 50 miliardi l`anno: un drenaggio di risorse che in tempi di crisi sta diventando insopportabile.

    Il lavoro nero travestito da disoccupazione, l`enorme evasione fiscale, l`abusivismo edilizio, l`incapacità di alcune classi dirigenti del Sud di amministrare in modo razionale le proprie popolazioni, sono tutte questioni che vengono vissute in modo negativo dalle popolazioni del Nord e che contribuiscono ad accentuare quel senso di distacco tra le van parti del Paese. D`altro canto sono certo che nell`immancabile risposta che queste mie considerazioni susciteranno, verranno sollevate motivazioni di malcontento, anche fondate, da parte di esponenti delle classi dirigenti meridionali nei confronti dello Stato centrale.

    Pertanto, se queste mie considerazioni hanno qualche fondamento, non credo si possa parlare di vittoria politica di una Lega che vuole reprimere il sentimento di unità nazionale. La Lega in tutti questi anni, gridando." Il re è nudo" ha espresso una diagnosi, non ha certo causato la patologia.

    Ora, in quanto forza di governo, indica anche la terapia: federalismo e responsabilità delle classi dirigenti, regole globali per la finanza e l`economia, e infine più Europa, non quella dei burocrati, ma quella delle genti, con la loro storia, con la loro lingua, la loro tradizione cristiana, non musulmana, come qualcuno in casa nostra e al di là dell`Atlantico vorrebbe.

    Governo Italiano - Rassegna stampa


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 24-04-10 alle 05:09

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    Predefinito Rif: CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI



    Un'analisi indipendente sul leghismo, le ragioni del successo elettorale e le prospettive future. Lega sindacato del Nord, Lega partito laburista padano...

    A quanto scritto tra le ragioni della crescita del Carroccio aggiungere l'ottimo lavoro dei sindaci leghisti: preparati e spesso molto giovani nonostante lunghe militanze, riescono a dare direttamente sul territorio risposte concrete ai bisogni dei cittadini: i nuovi sindaci leghisti vincono e convincono!


    LEGA NORD. Un partito alla costruzione di un proprio popolo

    Scritto da Enzo Risso
    Lun 06 Luglio 2009


    IL “PARTITO DEL NORD” prende forma. Quello che fino a pochi anni fa era solo uno slogan su cui fare campagna elettorale, sta prendendo corpo. La Lega, negli ultimi anni, ha vissuto non solo un semplice ampliamento del proprio elettorato, ma sembra avviata, almeno in alcune realtà come il Veneto, a strutturare un proprio popolo, un vero e proprio blocco sociale di riferimento.

    I numeri degli ultimi 5 anni sembrano confermare questa tendenza.
    Nel 2004 la Lega superava solo in Lombardia e Veneto il 10% dei voti (13,8 in Lombardia e 14,4 in Veneto), oggi si presenta con un dato a due cifre in Piemonte (15,7), in Emilia-Romagna (11,1), in Friuli Venezia Giulia (17,5), mentre ha raddoppiato i voti in Liguria (dal 4,1 del 2004 al 9,9 del 2009) e li ha quasi triplicati in Trentino Alto Adige (dal 3,5 del 2004 al 9,9 del 2009).
    Il cambio di peso è proseguito anche nelle due regioni storiche. In Lombardia la crescita è stata di quasi 9 punti (dal 13,8 al 22,7), mentre in Veneto i voti sono nettamente raddoppiati, passando dal 14,1 al 28,4.
    Il Veneto appare il vero apripista dell’evoluzione leghista. Le proiezioni per le prossime elezioni regionali, non a caso, parlano di una Lega che potrebbe salire fino al 33-35% dei consensi. In questa regione il partito di Bossi sta mutando le forme e i confini del proprio radicamento politico-sociale e si trova a dover affrontare i problemi di consolidamento e rappresentazione di un nuovo blocco sociale di riferimento. Si trova a dover dialogare con l’intero tessuto locale e ad assumere la prospettiva di un vero partito popolare di massa.

    Il mutamento la Lega lo sta vivendo in tutto il Nord. È una metamorfosi complessa che porta con sé alcune sfide strategiche, articolate in modo differente nelle diverse regioni, ma tutte annodate lungo 5 fili conduttori.

    1- Il centro delle sfide, per questo partito, sembra essere la possibilità, la capacità (e la volontà) di consolidare un nuovo blocco sociale.

    Si è parlato, in queste settimane, di una sorta di sfida laburista per il partito di Bossi. In realtà il tema è più ampio: è la sfida del partito popolare di massa.
    La Lega, da soggetto politico e interprete della protesta del Nord, da entità politica con un forte profilo identitario costruito (una tradizione inventata: dall’ampolla ai raduni padani in costume), da attore-interprete di alcuni valori e bisogni di un Nord produttivo ma arrabbiato, stufo e rancoroso, si trova oggi nella fase in cui deve passare dal rappresentare una minoranza sociale, a quello di incarnare le esigenze di una complessità sociale, di una massa composita e molteplice (nei bisogni e nei fini).
    Deve divenire, se vuole mantenere e ampliare la propria forza, un’aggregazione in cui si ritrovano e riconoscono molteplici strati sociali, da quelli del lavoro a quelli dall’universo della piccola impresa, dai soggetti in difficoltà economica fino alle fasce deboli della società, al ceto medio territoriale, dai giovani alle casalinghe, ai pensionati. Il nuovo blocco sociale di riferimento per la Lega non può più essere la fascia della protesta o della delusione degli altri, ma deve transitare, senza perdere il suo zoccolo duro, verso un blocco composito, sempre più spostato lungo l’asse popolare, della rappresentazione molteplice delle differenze e delle esigenze sociali. Certo, in questo processo di riposizionamento, è strategica la capacità di allineare la propria politica sui bisogni espressi dai soggetti in difficoltà economica e dagli strati sociali del lavoro e del precariato.

    2- Una seconda sfida è quella dell’ampliamento dei punti di riferimento programmatici identificatori.
    Il successo elettorale della Lega e l’ampliamento dei consensi, in questi ultimi tre anni, è stato garantito dalla capacità politica di rispondere alle istanze sicurtarie, ai bisogni di autonomia e alle apprensioni generate dal flusso migratorio. La doppia filosofia dell’incertezza e della autonomia autentica hanno delineato il profilo attuale del partito bossiano.
    Oggi, il processo di consolidamento di quanto ottenuto e quello di un ulteriore ampliamento elettorale, impone un’estensione di sguardo programmatico che, senza abbandonare le istanze fin qui rappresentate, sia in grado di intercettare le altre esigenze che emergono dalla società italiana.
    La nuova sfida si gioca sulla capacità di rispondere alle attese e alle speranze, nonché ai bisogni di difesa, che arrivano dal mondo del lavoro, da quello del precariato, delle nuove povertà, dai giovani, ma anche dal processo di de-cetomedizzazione della società. Vuol dire imparare a parlare con l’universo dei pensionati e con le casalinghe, con il mondo femminile e con quello dell’alta produzione e qualificazione professionale.

    Il partito del Nord, per essere tale, deve produrre visioni, gestire speranze e non solo tutele, parlare di futuro per il Paese e non solo di forme di difesa. Un ampliamento del quadro politico che porta con sé la dimensione della capacità strategica di progettare il nuovo, di pensare allo sviluppo del Paese e del sistema Italia (e non solo locale), di dar forma complessiva a un nuovo modo di far politica: diretta, onesta, calda, concreta, realista ed efficace.

    3- Lungo questo percorso di consolidamento del blocco sociale di riferimento e di innovazione politico-programmatica, il partito di Bossi dovrà fare i conti con il berlusconismo e nella fattispecie gestire il rischio dell’abbraccio stretto con le sorti del leader della Pdl.
    La sfida con l’alleato è, per la Lega, quella più insidiosa. Su questo fronte la Lega appare come un trapezista che cammina sul filo, con sotto il vuoto e l’assenza di una rete di salvataggio.
    Il partito di Bossi, in questi anni, ha saputo raccogliere la fiducia all’interno di un Paese smarrito, che ha perso fiducia nelle capacità politiche della sinistra, che valuta la politica dell’opposizione come inconcludente e che, in parte, inizia ad avvertite come stretta e affaticata l’offerta berlusconiana.
    Ciò pone al gruppo dirigente leghista una duplice sfida: da un lato la necessità di assumere un profilo politico totale, capace di dialogare con le più ampie fasce elettorali nazionali (specie quelle più deboli e in tachicardia economica e sociale), attualmente presenti tra le fila del centrodestra e del centrosinistra; dall’altro lato, non potrà distaccarsi facilmente dal ruolo di sostengo e puntello (ma anche ago della bilancia) del nuovo centrodestra. In questa specie di convergenze parallele politico programmatiche, la Lega si troverà a cercare di evitare un eccesso di abbraccio e identificazione con il berlusconismo. Il gruppo di Pontida deve ricordare sempre il famoso assioma confuciano e la possibilità che Berlusconi lo metta in atto: “Quando non sei in grado di combattere, devi abbracciare il tuo nemico. Se ha le braccia intorno a te, non può puntarti contro il fucile”. Le difficoltà interne, di ruolo politico e immagine, con cui deve fare i conti Berlusconi, che oggi lo portano in una sorta di “isolamento del re” non solo rispetto l’establishment nazionale, ma anche nei confronti del gruppo dirigente del Pdl, potrebbero spingere il premier a far leva sempre di più sulla Lega, in una sorta di abbraccio salvifico e di potenza per lui, ma che, sul lungo periodo, potrebbe rendere inefficace e debole il “fuoco” identitario e politico leghista.

    4- La quarta sfida che sembra dover affrontare la Lega, è quella di dare gambe e forme al dichiarato “altro modo di fare politica”, producendo una reale nuova classe dirigente politico-partitica.
    È la sfida della politica del fare contro le luccicanti stelline del nuovismo. Rottura degli schemi del politichese. Chiarezza, capacità di essere diretti e efficaci. Determinazione e concretezza. Innovazione e legame costante con le istanze che emergono dalla società. Politiche sicurtarie e senso di autonomia di persone e territori: sono tutti i tratti del modo di far politica leghista che hanno determinato il successo di oggi.
    Il cambio che ha di fronte a sé il gruppo legista, l’esigenza di solidificare e dialogare con il nuovo blocco sociale, implica un ulteriore mutamento d’azione politica.

    Ai fattori che hanno già decretato il successo del modello leghista, occorre aggiungere una iniezione di capacità di guida, di prospettiva, di sogno, di visione. Se la Lega ha costruito, in questi anni, il proprio insediamento sociale attraverso le opzioni di contrasto e antitesi verso i fattori degenerativi della contemporaneità globalizzata, oggi, il percorso di solidificazione del nuovo blocco (la sua trasformazione reale in popolo), implica l’innovazione del modello politico. Un ampliamento di prospettiva e angolatura capace di collegare la parte protestataria e dirompente della proposta politica leghista, con una nuova offerta proiettiva, in grado di consolidare intorno a questo partito, nuove visioni sociali dell’Italia e del suo futuro.

    Ciò implica un mutamento nei temi (e non dei registri politico-comunicativi) e la crescita di una nuova classe dirigente, la quale, continuando a fare perno intorno a Umberto Bossi, sappia incarnare le istanze e lo stile del cambiamento. Implica la capacità di essere, al contempo, una proposta politica concreta ed efficace, rispetto all’incedere claudicante del centrosinistra e una proposta popolare, calda e verace, rispetto all’entità un po’ di plastica, iperpesonalizzata e attraversata da mille interessi del Pdl.
    Il mutamento di blocco sociale e la definizione di una nuova strategia politica, comporta, per la Lega, la necessità di fare i conti con issue forti quali quelle dell’onestà, della politica dell’interesse della gente, della lotta alla precarizzazione esistenziale, del nuovo sviluppo eco-ambientale, della semplicità e concretezza dell’agire politico, del rifiuto dell’immagine della casta e della gestione del potere, della facilità di contatto e relazione, dell’attenzione al proprio territorio, della difesa dei ceti in difficoltà.

    5- Infine, ultima sfida, è quella di gestire il mutamento della geografia politica interna alla Lega posto dal nuovo assetto elettorale.
    Con queste elezioni è mutata la geografia politica leghista.
    Siamo passati da un partito che trovava nell’asse Lombardo-Veneto (con il sovrappeso lombardo) la propria forza, a un partito reale del Nord.
    Una evoluzione che incontra, in primo luogo, il nuovo ruolo del Veneto, affiancato dalla solidificazione di altri territori come il Piemonte, il Friuli Venezia Giulia, ma anche l’Emilia-Romagna. Il cambio di profilo ha almeno due implicazioni.

    La prima di gruppo dirigente, con il suo ulteriore ampliamento e la capacità di rappresentare, in un reale spirito federalista, le diverse anime e sensibilità politiche del nuovo universo leghista. La seconda di strategia diversificata per ogni regione. Proviamo, senza alcuna volontà esaustiva, ad analizzarle.
    Per il Veneto la strada è quella di diventare il nuovo partito di massa, capace di esercitare il ruolo guida della giunta regionale. Differente, ma non meno importante, è il Piemonte.
    È la regione in cui gli spazi per il partito leghista appaiono maggiori e le ipotesi di crescita possono procedere abbastanza velocemente. Il Piemonte è la realtà in cui, forse, con un candidato leghista per le regionali, si potrebbe determinare il salto di qualità e di radicamento della Lega.

    Più difficile appare la cassa di espansione in Lombardia.
    In questa regione il doppio peso del berlusconismo e della cassa di manovra della compagnia delle opere rende lo spazio leghista più limitato e di lenta e faticosa implementazione.
    Il quadro emiliano, invece, si presenta non solo come un processo di assalto al “cuore rosso” indebolito, ma soprattutto di proiezione sulle basi elettorali incerte e melliflue del centrodestra. È un processo di rimotivazione di quanti, pur lontani e distaccati dal sistema politico emiliano, non trovano reale risposta nell’offerta del Pdl.
    In questa realtà il profilo leghista sembra poter crescere sotto l’ala di una identità dal marcato profilo di partito popolare e antisistema. Il quadro espansivo coinvolge anche regioni come il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, ma anche la stessa rossa Toscana. Se nella prima regione il consolidamento sembra destinato a marciare, come nel caso del Piemonte, dal piccolo al grande centro, nelle altre due regioni, Liguria e Toscana, il terreno appare più duro da arare. Scritto da Enzo Risso (da postpoll.it)

    postpoll - LEGA NORD. Un partito alla costruzione di un proprio popolo


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    Predefinito Rif: CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI



    "In Lombardia non passeranno"

    Bossi all'attacco: "Ma da noi i musulmani sbatteranno le corna"


    di Sabrina Cottone


    Milano - «Qui i musulmani sbatteranno sempre le corna» profetizza Umberto Bossi, che tra il referendum sui minareti e la visita al presepe del Comune di Milano sembra prendere sul serio il ruolo di difensore dei cristiani assediati dagli infedeli. Novello Calvino lombardo, fonde religione e politica a tavola con il presidente del Parlamento catalano, l’indipendentista di sinistra Ernest Benach in visita all’assemblea regionale lombarda e poi al sindaco di Milano, Letizia Moratti. Ad accoglierlo lunedì sera, in una sala riservata dell’Hotel Gallia, proprio il Senatùr, che durante la cena (portate rigorosamente lombarde) ha discusso con lui di immigrazione e rapporti con l’islam. «Abbiamo un bravo ministro dell’Interno, Roberto Maroni». Così i musulmani «in Europa forse entrano, qui da noi no di sicuro. La Lombardia è un muro per l’islam».

    Posizioni non vicinissime, messe a confronto con tanto di traduzione ufficiale. Benach (lo ha raccontato in consiglio regionale) ha tra i ricordi più cari l’emozione di essere entrato in una scuola dove gli alunni erano marocchini e rom e tutti parlavano catalano. Così, addentando l’ossobuco di fronte a Bossi, si lascia andare a un elogio del presidente della Camera italiana: «Mi ha colpito il discorso di Fini sul voto agli immigrati. Noi siamo per la teoria dei diritti e dei doveri».
    Bossi replica senza timore di causare incidenti diplomatici. A proposito del controverso alleato: «Da noi il vero amico della sinistra è un ex fascista, Gianfranco Fini. Il suo problema è: come faccio a battere la Lega? Non prenderà mai i voti della Lega. Lui vuole dare il voto agli immigrati, ma la nostra gente non lo seguirà». Ed ecco le tappe dell’integrazione secondo Bossi: «Prima i doveri. Quando la Padania sarà diventata una nazione Stato magari gli daremo il voto anche noi». Magari. In futuro.

    Oggi l’eroe di Umberto Bossi si chiama Marco d’Aviano. Il frate cappuccino del Seicento, santo per volere di Giovanni Paolo II, annovera tra i tanti meriti spirituali l’aver fermato l’avanzata dei Turchi nella battaglia di Vienna del 1683, combattuta con la spada e con la croce. «Stiamo preparando un film su Marco d’Aviano» racconta Bossi al presidente del Parlamento catalano che lo ascolta interessato. «La cavalleria padana ci salvò dai musulmani, fu un altro Undici Settembre». E in effetti l’esercito guidato dall’imperatore Leopoldo I e sostenuto da papa Innocenzo XI salvò Vienna dall’assedio dell’esercito ottomano nella notte tra l’11 e il 12 settembre del 1683.

    Statue e quadri del beato padre Marco d’Aviano lo immortalano con la croce nella mano destra, nell’atto di fermare i seguaci di Allah ansiosi di sottomettere l’Europa. Insomma, Marco d’Aviano è il simbolo del cristianesimo più identitario e meno gradito ai fondamentalisti dell’islam, tanto che per il giorno della beatificazione il Vaticano chiese alla polizia italiana di incrementare le misure di sicurezza proprio temendo qualche rappresaglia. «Qui i musulmani sbatteranno sempre le corna» insiste Bossi, che nei giorni scorsi era scivolato in una previsione fosca: «Se facessero un referendum in Italia, andrebbe male anche alle chiese».

    La conversazione scivola sulle elezioni in arrivo nel 2010. «Noi rischiamo di perdere» confessa il catalano Benach, che si gioca a breve la riconferma a presidente del Parlamento a Barcellona. Bossi risponde con grande spavalderia: «Noi governiamo la Lombardia e il Veneto». Tra la rivendicazione e l’auspicio. Spiega così i rapporti con il «grande capitalista» Silvio Berlusconi: «Lui ha i voti della gente ma noi lo controlliamo bene. Senza i voti della Lega Berlusconi va a casa».

    Quando arriva in tavola il panettone farcito alla crema zabaione, si accende la battaglia tra nazioni aspiranti autonome su Cristoforo Colombo. Nonostante il navigatore non sia proprio l’esempio dell’eroe indipendentista, Benach si interroga scherzoso: «Era padano o catalano?». Bossi non ha dubbi: «Era un padano ligure». Al servizio della causa cristiana.

    Bossi all'attacco: "Ma da noi i musulmani sbatteranno le corna" - Interni - ilGiornale.it del 02-12-2009


    carlomartello
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    Predefinito Rif: CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI



    "Simboli regionali in Costituzione"
    Proposta Lega presentata al Senato



    Il capogruppo della Lega Nord al Senato, Federico Bricolo, ha presentato una proposta di legge costituzionale per modificare l'art.12 della Costituzione. L'obiettivo è di riconoscere, oltre al Tricolore, i simboli identitari di ciascuna regione, valorizzata dalla recente riforma federalista. Il recupero di tali simboli "contribuisce ad alimentare quel legame dei cittadini con il territorio che è presupposto indispensabile di ogni riforma federale".

    Insomma, si legge ancora nella nota, "nei principi fondamentali della Costituzione non è viceversa, incluso alcun riconoscimento ufficiale dei simboli identitari che contraddistinguono le Regioni''. ''Tale lacuna - spiegano i senatori della Lega nella loro proposta di legge - si rende, ad oggi, inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle più recenti riforme costituzionali. L'estensione dell'ambito materiale della competenza normativa regionale ha, infatti, trasformato la Regione in un ente territoriale dotato di una piena autonomia politica, favorendone così in ultima istanza il rapporto diretto con i cittadini''. Per il Carroccio, dunque, tale proposta è una sorta di evoluzione in qualche misura obbligata alla luce ''del ripensamento dell'assetto territoriale dello Stato in ambito interno ed a livello sovranazionale''.

    Proposta che scatena un'ulteriore querelle, dopo quella sulle gabbie salariali innescata da Calderoli. Perentorio il giudizio di Franceschini: "Di fronte ad un Paese che aspetta scelte di fondo strutturali per affrontare e superare la crisi il governo perde tempo tirando fuori le bandiere regionali da affiancare al Tricolore''.Insomma, sbotta il segretario del Pd, "ieri si sono inventati le gabbie salariali e oggi le hanno smentite, adesso tanto per perdere tempo i senatori della Lega hanno tirato fuori le bandiere regionali da affiancare al Tricolore. Io mi chiedo se hanno tempo da perdere''. Segue il 'collega' Gianclaudio Bressa, per il quale quelle della Lega sono "tutte operazioni di propaganda, ma sono provocazioni da rigettare perchè a lungo andare possono diventare pericolose".

    Mentre Daniele Capezzone prova a smussare i toni per evirtare ulteriori problemi, definendo la proposta leghista un "pesce d'aprile fuori stagione". Insomma, per il portavoce del Pdl, "in un Parlamento composto da quasi mille persone il 'festival' delle proposte di legge quantomeno stravaganti non chiude mai. Ma - tranquillizza gli animi - andando alla sostanza, va ricordato che la Lega ha avuto in questi mesi un comportamento serio e responsabile, votando con noi quando si è trattato di intervenire in aiuto di Roma, di Palermo, di Catania".

    Stessa posizione di Gasparri che incvita tutti a "sdrammatitizzare". Anche perchè, spiega, "è ormai prassi comune che a qualunque manifestazione civica sventolino insieme al Tricolore anche le bandiere delle Regioni e i gonfaloni dei Comuni". Quindi, nulla da sutpirsi.

    E l'ideatore della proposta, si spiega meglio: "Questa non è una proposta di legge che va contro qualcosa o qualcuno - ribadisce Bricolo - ma chiede il riconoscimento delle bandiere e degli inni regionali per valorizzare simboli identitari che appartengono alle nostre comunità e sono un valore e una ricchezza per tutti''.

    "Simboli regionali in Costituzione"


    carlomartello
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    Predefinito Rif: CON QUESTA ITALIA, IMPOSSIBILE FARE GLI ITALIANI



    TETTAMANZI E LA NUOVA RELIGIONE MONDIALISTA

    Relativismo, ecumenismo, migrazionismo: dogmi imposti dall'élite globalizzante

    di Martino Mora.


    Il referendum svizzero sui minareti ha suscitato un mare di discussioni e polemiche, per quanto presto passate in secondo piano di fronte alle misere vicende politiche di casa nostra (i “fuorionda” di Fini, i presunti video-hard della Mussolini, le polemiche sui processi, eccetera). Mi sembra che la discussione che si è innescata possa essere affrontata sotto due aspetti. Il primo è politico. Il commento immediato più efficace, nella sua semplicità, è stato quello del ministro Maroni. Interrogato sui risultati del referendum, l'esponente leghista ha parlato di evidente contrapposizione tra le élite e il popolo. Il popolo svizzero, infatti, contro le previsioni della vigilia, si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul territorio nazionale.

    MALESSERE PROFONDO. La classe dirigente dell'Unione europea e i principali quotidiani di tutti i Paesi d'Europa hanno invece deplorato il voto degli svizzeri, definendo “preoccupante” l'esito del referendum. Ovviamente si sono sprecate le accuse di razzismo, intolleranza, xenofobia. Però il popolo svizzero ha scelto, e questa scelta, è stato ammesso da molti, è la stessa che anche altri popoli europei quasi sicuramente farebbero, se consultati su temi simili. Ha quindi ragione Maroni nell'individuare nella frattura tra élite e popolo un tema significativo della politica europea. Che cos'è del resto il vasto fenomeno del populismo se non l'espressione di un malessere profondo della società europea e di una rivolta delle classi popolari nei confronti delle classi dirigenti occidentali (politiche, burocratiche, economiche, intellettuali, giornalistiche)?

    POPULISMO XENOFOBO. Negli ultimi anni, “populismo xenofobo” è stata la definizione tipica dei grandi quotidiani italiani riguardo a Haider, Blocher, Fortuyn, Dewinter, Le Pen, Pia Kjaesgaard, a volte allo stesso Bossi (mettendo così insieme personaggi davvero diversi tra loro, anche come posizioni politiche). Per lungo tempo a questi nomi veniva spesso associato, negli articoli apparentemente più sofisticati, anche Alain De Benoist, il teorico della cosiddetta “Nuova Destra”, identificato con molta superficialità come l'ideologo del cosiddetto “razzismo differenzialista”. Al di là delle semplificazioni giornalistiche, il fenomeno del populismo ha trovato i suoi più acuti interpreti oltreoceano, negli Stati Uniti. In particolare è stato Christopher Lasch, un illustre critico della società americana, prematuramente scomparso, ad analizzare, ne “La ribellione delle élite” e in altri suoi libri, il ruolo politico del populismo nella tradizione politica americana, e a definire come “Nuova Classe” le nuove élite politico-economiche-mediatiche, sempre più arroganti, vacue e inconsistenti, lontane dai popoli cui pure fanno riferimento.

    CENTRALISMO OMOLOGANTE. Con Lasch, quindi, il “populismo” viene identificato con caratteristiche nell'insieme positive, e come l'espressione di un anelito democratico tradito dalle classi dirigenti. Fu un altro intellettuale americano, Paul Piccone, anch'egli scomparso qualche anno orsono, a pubblicare nei primi anni Novanta diversi articoli sulla rivista da lui diretta, “Telos”, dedicati al “populismo federale” della Lega Nord, valutandone positivamente il ruolo anti-partitocratico ed apprezzandone la rivalutazione delle “piccole patrie” in opposizione al centralismo omologante dello Stato-nazione. Forse, come pensavano Lasch e Piccone, la contrapposizione tra popolo ed élite è più significativa e pregnante di quella tra destra e sinistra. Senza dubbio si tratta di una delle tre grandi contrapposizioni di questi e dei prossimi anni. La seconda è quella centralismo e federalismo, cioè tra Stato-nazione moderno, accentrato e omologante, e il suo superamento verso l'alto e verso il basso attraverso il federalismo.

    UNIVERSUM E PLURIVERSUM. La terza è quella tra universum e pluriversum, cioè tra l'incubo cosmopolita di un mondo egemonizzato politicamente dagli Usa ed economicamente dalle multinazionali, e quella di un nuovo ordine mondiale pluricentrico, in cui grandi spazi di civiltà, diversi tra loro, coesistano in un nuovo equilibrio geopolitico, come auspicato da Carl Schmitt. Tra chi si è schierato da subito contro il risultato del referendum svizzero, che ha proibito la costruzione di minareti (si badi bene, non di moschee), vi sono le gerarchie cattoliche, che in sintonia con i protestanti hanno immediatamente stigmatizzato il risultato del referendum. Non solo i vescovi svizzeri, “modernisti” ed ultra-ecumenici, ma anche esponenti del Vaticano, come monsignor Vegliò, si sono detti scandalizzati dal rifiuto del popolo svizzero di accettare la costruzione di nuovi minareti sul proprio suolo. Ben diversa la posizione della Chiesa ortodossa russa, che per bocca di alcuni suoi importanti esponenti ha difeso la scelta svizzera. Qui giungiamo al secondo aspetto in cui inquadrare la questione dei minareti. Si tratta di una questione teologica, o se vogliamo teologico-politica, data la ricaduta evidente che essa ha sulla convivenza civile. E' in questa prospettiva che possiamo comprendere l'atteggiamento arrendevole, ai limiti del masochismo, che la gerarchia cattolica tiene riguardo alla diffusione dell'islamismo in Europa a seguito dell'immigrazione di popolamento degli ultimi vent'anni.

    RELATIVISMO DIFFUSO. Dal concilio Vaticano II in poi, e soprattutto nel ventisettennio wojtyliano (1978-2005), la Chiesa cattolica ha portato avanti un avvicinamento talmente spinto verso gli altri due monoteismi, quello ebraico e quello islamico, da oscurare la specificità del cristianesimo, ciò che lo rende diverso, quindi la sua stessa essenza. Quando Benedetto XVI se la prende, assai giustamente, con il relativismo diffuso nelle nostre società, dovrebbe anche prendere le distanze dal suo predecessore, che attraverso molte parole e molti gesti in libertà – amplificati dai media - ha dato un notevole contributo nel diffondere, tra clero e fedeli, l'idea che le tre religioni, in fondo, si equivalgano. Cosa c'è infatti di più relativista del sostenere - come Giovanni Paolo II ha fatto sin dal 1985 – che “cristiani e musulmani adorano lo stesso Dio” (giudizio poi ripetuto nel 2001, durante la sua visita alla moschea di Damasco)? Si tratta di un'affermazione che costerebbe la bocciatura a qualsiasi studente del primo anno di teologia. Ma i papi non si possono bocciare, ed evidentemente possono anche permettersi di dimenticare i dogmi cristiani (come quello della Trinità, appunto), in nome del sentimentalismo ecumenico e del “dialogo”. Quando invece il vero dialogo, ecumenico o no, può essere costruttivo solamente rilevando, certo con tatto, le rispettive, profonde differenze.

    FRATELLI MAGGIORI. Stendiamo poi un velo pietoso sulle preghiere al Muro del Pianto e certe definizioni sull'ebraismo, come quella “sui nostri fratelli maggiori”, che gli ebrei non hanno affatto gradito. Molto più preparati di Giovanni Paolo II, sapevano bene che nella Bibbia sono i “fratelli maggiori” che perdono la primogenitura (Esaù) o che si macchiano di delitti contro i minori (Caino) o che li vendono come schiavi (i fratelli di Giuseppe). Il risultato di tanti exploit mediatici e tante affermazioni campate in aria è che da anni molti cattolici, anche tutt'altro che “modernisti” o “progressisti”, pensano veramente che le differenze con ebrei e musulmani non contino, siano irrilevanti, perché si tratta sempre di “religioni sorelle” in quanto monoteiste (anche qui l'ignoranza regna sovrana: parlano di “religioni abramitiche”, non sapendo che la discendenza abramitica di Maometto è perlomeno assai dubbia; parlano di “religioni del Libro”, dimenticandosi che in questa definizione coranica sono compresi anche gli zoroastriani). Così ci troviamo prelati, come l'ineffabile Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che auspicano pubblicamente il proliferare delle moschee nella loro diocesi, quasi si trattasse di oratori o centri dell'Azione cattolica.

    OMOGENEIZZAZIONE DEL MONDO. Insomma: l'Incarnazione, La Trinità, il Peccato Originale, il rifiuto del legalismo, in poche parole il senso del sacrificio di Cristo, il suo autentico messaggio e la sua Resurrezione vengono messi tra parentesi. Così, tra parentesi, finisce anche l'esortazione, fatta da Cristo stesso, a diffondere la sua parola presso tutti i popoli. Che senso ha infatti evangelizzare chi crede nel nostro stesso Dio? Anzi, parlare di Cristo con musulmani ed ebrei viene considerato oggi da molti preti e da molti vescovi come una grave mancanza di sensibilità nei confronti di chi professa un'altra religione. Personalmente non ritengo che l'islam sia in questo momento storico il maggiore dei nostri problemi. Credo che per le culture, le identità e le religioni (compresa, ovviamente, quella cristiana), l'omogeneizzazione tecnico-mercantile del mondo e l'idolatria della merce che essa diffonde siano un pericolo ancor più grave.

    IL VERO DIALOGO. Ciò non toglie che il fenomeno dell'immigrazione incontrollata stia portando con sé anche questioni delicate come il rapporto degli europei, sul loro suolo, con questa religione. Ed è evidente che il filo-islamismo acritico di grandi settori del mondo cattolico non trova giustificazioni né storiche (l'affermarsi dell'Islam ha voluto dire la scristianizzazione del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale), né teologiche. Quando la gerarchia ecclesiastica troverà il coraggio di chiedere con forza reciprocità di diritti al mondo islamico? Non si rende conto che soltanto insistendo sulla reciprocità può difendere davvero le minoranze cristiane perseguitate o vessate in certi Paesi? E' questo il vero dialogo che il mondo cristiano deve condurre con i musulmani.

    9 dicembre 2009

    Il Padano


    carlomartello
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