Dal Corriere di oggi...
Scalate e inchieste Massimo e l’autocritica con il «nemico» Giulio Un’intera giornata insieme. E Tremonti a «Porta a porta»: mai usata la Finanza contro di lui
È come se la vicinanza di Tremonti, una delle poche intelligenze che ritiene all’altezza della propria, avesse per D’Alema una funzione maieutica. Soprattutto in una giornata tesa, per certi versi quasi drammatica, come ieri. L’ultima volta che furono visti fianco a fianco erano stati intervistati dalle Iene: entrambi dissero che dell’altro gli piaceva l’intelligenza (deludendo chi si attendeva una risposta più coraggiosa tipo «l’istintiva simpatia» o il «calore umano»), e si lasciarono andare a confessioni intime (entrambi negarono di aver fumato spinelli ma confidarono di aver comprato giornali porno).
Ieri Massimo D'Alema e Giulio Tremonti sono stati insieme al mattino da Vespa e al pomeriggio da Floris; ma non c'è stato nulla da ridere. Tremonti è parso quasi la levatrice socratica della nuova verità dalemiana. Che, per quanto porta con la consueta capacità dialettica, nasceva diversa da quella rapida e sprezzante — «campagna mediatica a comando» — partorita nell'ambiente un tempo critico e oggi meno ostile della redazione dell'Unità.
D'Alema stavolta non ha detto una parola contro i giornali, non ha parlato di aggressioni, non ha evocato mandanti. Ha invece preso le distanze da Giovanni Consorte con una nettezza finora mancata: «profondo stupore»; «amarezza»; «atti ingiustificabili»; «azzardo»; «fatti non accettabili sul piano etico»; «ferita personale ». E —dibattendo con il ministro dell'Economia negli studi romani di Porta a porta— ha riconosciuto di aver sbagliato valutazione sulla scalata Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro; sia pur precisando—alla presentazione milanese del libro di Floris — che «mi sono fatto l'autocritica» non sull'obiettivo dell'Opa ma sulle sue modalità («io stesso non ho valutato le reazioni negative, né le alleanze fragili e improbabili»).
La giornata è stata dura; e non solo per il trasferimento, gli orari, l'intensità del duello dialettico. Se di fronte a lui ci fosse stato il suo nemico personale Nanni Moretti, colui che in Caro Diario dice dei ragazzi della Fgci guidati da D'Alema che «passavano il tempo guardando Happy Days e quella è stata la loro formazione culturale, morale e politica», forse l'avrebbe accostato a Fonzie, che l'autocritica la provava davanti allo specchio inceppandosi ogni volta sulle parole «mi dispiace ».E un po' aveva l'aria di dispiacersi, D'Alema, quando faceva propria la linea di Fassino («lo condivido parola per parola») ribadendo l'integrità del partito ma abbandonando in modo definitivo la scalata alla Bnl e il suo protagonista. Per buona sorte, di fronte a D'Alema c'era Tremonti.
Ancora due mesi fa il ministro dell'Economia era rimasto solo a parlare di Finanziaria a Matrix; «Se c'è lui non vado, altrimenti ci litigo» fu il rifiuto attribuito a D'Alema («Abbiamo avuto tanti altri incontri, la prossima volta gli mando dei fiori» sorrise Tremonti). Ieri il duetto è durato quasi tutto il giorno, e alle 8 della sera proseguiva tra sorrisi, battute, citazioni, un «ti concedo» e un «touché», in un gioco non solo di quell'intelligenza che i due si riconoscono volentieri ma anche di reciproco rispetto (erano anche vestiti quasi uguali, stessi colori ma più scuri quelli di D'Alema, l'azzurro della camicia il grigio della giacca il rosso della cravatta). Non solo Tremonti non ha infierito.
Ma quando Floris ha evocato il rapporto di forza squilibrato tra il ministro che controlla la guardia di finanza e l'ex premier intercettato, di fronte a una risposta evasiva D'Alema ha preso il microfono e marcando il culmine del circospetto duello ha esplicitato: «Insomma, ministro, lei non direbbe mai a un finanziere di consegnare un nastro a un giornale di Berlusconi, com'è stato fatto con le conversazioni di Fassino?». «Mai e poi mai—l'ha tranquillizzato Tremonti —; se avessi fatto anche solo l'uno per cento di quanto avrei potuto, ce ne sarebbe una certa evidenza. Se guardi l'abisso, l'abisso ti guarda; io l'abisso non l'ho mai guardato, e consiglio a tutti di non farlo». «Ecco, bravo» ha sospirato D'Alema.
«Nessuno rappresenta come Tremonti la destra italiana, l'attenzione al particulare, l'abilità tecnica, la mancanza di senso dello Stato» aveva detto al Corriere il presidente ds, un anno e mezzo fa. Ricambiato in più occasioni. «Lei ricorre alle volgarità, è noioso e arteriosclerotico, ha un futuro da cabarettista » gli sibilò qualche giorno dopo Tremonti in tv, proprio di fronte a Floris.
Da sempre i due si apprezzano per la ragion pura e sembrano disprezzarsi per quella pratica; così Tremonti è il fiscalista di Berlusconi e degli evasori, ma è anche una «candidatura dignitosa » per la Commissione di Bruxelles; e D'Alema è il comunista inguaribile «che si fa finanziare la Fondazione Italianieuropei dai suoi beneficiati» (26 agosto 2001), ma è anche un leader «di esperienza europea» (9 gennaio 2005; ieri, appunto). E se alla fine di Porta a porta, di fronte alle tartine, D'Alema e Tremonti avevano scherzato amabilmente con Vespa («Berlusconi sarà anche il primo risparmiatore italiano ma se volessi investire mille euro li darei a De Benedetti, me li farebbe fruttare di più» aveva detto il conduttore suscitando assensi e risate), tra gli ori e i marmi del Circolo milanese della Stampa, a sera tarda, D'Alema aveva un sorriso amaro quando si paragonava implicitamente ad Andreotti: «Sono diventato una sorta di Belzebù, per una certa pubblicistica. Non saprei dire se mi fa onore».
E la voce gli si incrinava quasi, mentre raccontava che dopo la scalata Telecom di Colaninno (e Gnutti, e Consorte), «Giovanni Agnelli, con cui avevo un rapporto personale, mi disse che la mia scelta era stata coraggiosa,mache l'avrei pagata. Oggi posso dire che Agnelli aveva ragione ». Dopo non sono andati a cena insieme. «Per oggi può bastare così» ha sorriso Tremonti. Poi, ai ragazzini che volevano una foto: «Dai, chiedetene una anche a D'Alema ».
Aldo Cazzullo
10 gennaio 2006


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