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    Predefinito Piombini: forse non moriremo islamici

    MORIREMO PRESTO TUTTI ISLAMICI. O FORSE NO
    Il Domenicale, 7 gennaio 2006
    di Guglielmo Piombini


    Solo cinque anni fa l’idea che l’Europa fosse un continente decadente, nichilista e senza voglia di futuro sembrava una provocazione, ma oggi è diventata quasi un cliché. Il prolungato calo delle nascite e il declino della pratica religiosa vengono visti sempre più spesso come i sintomi di una grave crisi spirituale, che condurrà secondo alcuni autorevoli studiosi (come Niall Ferguson, Bernard Lewis o George Weigel) all’islamizzazione dell’Europa entro un centinaio d’anni.

    I calcoli matematici, infatti, confermano che, se gli attuali trend demografici permangono costanti fino alla fine del secolo, la popolazione europea (con un tasso di natalità di 1,4 figli per donna) si ridurrà dagli attuali 700 milioni ad appena 200 milioni di abitanti, e i musulmani saranno in maggioranza. Nello stesso tempo la popolazione degli Stati Uniti, con un tasso di natalità attualmente vicino al fatidico numero di 2,1 figli per donna, aumenterà fino a raggiungere nel 2050 i 400 milioni di abitanti. Di fronte ad uno scenario del genere, gli osservatori americani si chiedono se una futura Europa a maggioranza musulmana farà ancora parte dell’Occidente, o se si trasformerà in un continente nemico degli Stati Uniti.

    Si tratta quindi di capire se gli europei hanno abbracciato definitivamente una mentalità materialista, relativista e postcristiana, condannandosi all’estinzione in una futura Eurabia dominata dai musulmani, o se invece desiderano ancora trasmettere la propria eredità culturale ai propri discendenti, perché non diventino stranieri nella propria terra. A questa domanda, cruciale per il nostro destino, offre una risposta di speranza l’editorialista del Washington Times Tony Blankley nel nuovissimo libro The West’s Last Chance. Will We Win the Clash of Civilization? (Regnery, Washington 2005).

    Non c’è dubbio che le proiezioni demografiche siano allarmanti, ma quando si analizzano eventi che riguardano le azioni e le decisioni umane non vi è nulla di più fuorviante della frase “se continuano gli attuali trend”. Gli uomini tendono a credere che ciò che accade da tempo continuerà a ripetersi immutabilmente, ma in realtà la storia umana è sempre stata caratterizzata da bruschi ed inaspettati cambiamenti. Secondo Blankley esistono molte valide ragioni per ritenere che gli attuali trend culturali, religiosi e demografici europei non continueranno a lungo.

    In primo luogo, perché sembra che stia cambiando la percezione degli europei verso l’immigrazione islamica, soprattutto dopo i crudeli attentati avvenuti in Europa, come l’uccisione del regista olandese Theo van Gogh. A dispetto della propaganda “politicamente corretta” diffusa dalle élite politiche e culturali, la gente comune si sta accorgendo che la grande maggioranza degli islamici non cerca affatto l’integrazione, ma persegue un piano a lunga scadenza di dominazione dell’Europa con mezzi diversi dal passato.

    In secondo luogo, il contatto con una cultura completamente diversa e fortemente ostile come quella islamica sta facendo riscoprire in molti europei i tanti aspetti positivi, a lungo trascurati, della propria fede cristiana. Benedetto XVI sta concentrando gli sforzi maggiori del suo pontificato nell’obiettivo di riaccendere la fiamma delle fede cristiana in Europa, e i segnali di un risveglio religioso non mancano. Malgrado tutto, gli europei che si dichiarano atei o agnostici nei sondaggi d’opinione sono una piccola minoranza.

    In terzo luogo, l’inevitabile crisi fiscale degli stati assistenziali imporrà dei drastici cambiamenti sociali. Negli ultimi decenni il welfare state ha contribuito fortemente alla denatalità, dando a molte persone l’illusione di poter evitare i sacrifici e i costi legati all’allevamento dei figli senza subire alcuna conseguenza futura, nella certezza che lo Stato le avrebbe mantenute e assistite durante la vecchiaia. Troppe persone hanno fatto i calcoli in questo modo, e di conseguenza non sono mai nate le generazioni incaricate di pagarne il conto. Tra pochi anni infatti cominceranno a ritirarsi dal lavoro i numerosi baby-boomers nati nel dopoguerra, proprio quando il numero dei produttori e dei contribuenti si ridurrà drasticamente per effetto del calo demografico.

    L’inevitabile collasso della sicurezza sociale restituirà però un ruolo fondamentale alle associazioni caritatevoli religiose, e innescherà molto probabilmente un nuovo boom delle nascite, perché durante gli austeri tempi di magra i figli torneranno a rappresentare un’indispensabile protezione per la tarda età. Minacciati dall’aggressione islamica e dalla crisi dello Stato sociale, gli europei torneranno a comportarsi come hanno sempre fatto nelle circostanze difficili, abbandonando gli stili di vita edonistici e ritornando alla fede e alla famiglia.

    È probabile infatti che in Europa il ciclo della secolarizzazione abbia già raggiunto il suo culmine in questi anni, con l’arrivo dei protagonisti della contestazione nei posti chiave del potere. L’evoluzione suicida dell’Europa è infatti il risultato di una rivoluzione culturale iniziata negli anni Sessanta dagli intellettuali di sinistra e associata a ideali secolari (quali l’ugualitarismo, il relativismo morale, il multiculturalismo, le pari opportunità, la liberazione sessuale, il materialismo e l’edonismo) che hanno eroso negli uomini occidentali la volontà di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di affermare e difendere la propria cultura.

    Sarebbe però un errore, secondo Blankley, dare un giudizio finale e definitivo sul destino di un’intera civiltà basandosi solo sugli atteggiamenti particolarmente distruttivi di un’unica generazione. Man mano che uscirà di scena la generazione antinatalista e statalista dei sessantottini, rifioriranno le istituzioni tradizionali come le famiglie, le chiese, le comunità, i mercati, e il vecchio continente scongiurerà la propria estinzione.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Francamente non scommetterei un soldo sul futuro dell'Europa, se dovessi basarmi solo su considerazioni razionali.
    Però... però...

    Insomma parliamoci chiaro: essere realisti significa prendere atto di una situazione oggettivamente molto difficile.
    Ma questo non significa perdere la FEDE nell'Italia, nell'Europa e nell'Occidente.

    Dobbiamo assolutamente portare avanti la nostra lotta con tenacia e con coraggio, e questo lo possiamo fare solo se capiamo che la nostra è una lotta che possiamo VINCERE.
    Nessuno ci può assicurare la vittoria, e anzi è bene che sappiamo che le possibilità di perdere sono tante. Però dobbiamo essere sicuri che, con l'impegno di tutti, superando i nostri limiti e lavorando seriamente, possiamo farcela.

    L'Europa può tornare ad essere un faro di civiltà, può affiancare gli Stati Uniti, fedeli alleati, nello sviluppo di una civiltà umana avanzata e LIBERA, fondata su radici ultrasecolari e proiettata verso il futuro.

  3. #3
    roberto m
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    l'Italia rispetto al suo territorio è sovrappopolata: La Francia ha quasi il doppio del suo territorio ma ha "solo" 60 milioni d'abitanti, la Spagna idem ma una quarantina di milioni, la Svezia idem ma con una popolazione di... 8 milioni...la mia domanda è: le la popolazione diminuisce e non arriva nessun immigrato o arrivano solo quelli strettamente necessari (possibilmente europei) e fra 30 anni ci ritroviamo in 40-45 milioni, dov'è lo scandalo? più spazio e miglior qualità di vita per tutti... per quando riguarda la domanda scontata per giustificare l'arrivo di immigrati "si ma chi paga le pensioni?" non vi preoccupate che da qui al 2036 avremo tutti delle pensioni integrative private, anzi lo stato dovrebbe darci la possibilità fin d'oggi di scegliere la nostra compagnia d'assicurazioni private senza prelevarci...

  4. #4
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    Dire che la Francia faccia entrare solo gli immigrati di cui ha bisogno mi sembra sbagliato...
    Il problema demografico italiano, ad ogni modo, non è quello della sovrapopolazione, ma quello dell'invecchiamento della popolazione.

    Hai ragione, la pensione integrativa è una NECESSITA' sin da oggi. Però c'è un problema: una popolazione anziana come quella che rischiamo di trovare in Italia tra 40-50 anni non potrà scampare di pensioni integrative. Coi soldi non si compera manodopera, se questa semplicemente NON C'E'! Possiamo avere tutti quanti un conto in banca multimilionario, ma se poi per andare a farci curare dagli specialisti migliori dobbiamo andare negli States... Se per colpa della diminuzione della popolazione attiva nessuno farà fruttare le nostre risorse industirali e culturali...
    Beh allora addio civiltà! I soldi sono un mezzo, non un fine.

  5. #5
    roberto m
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens
    Dire che la Francia faccia entrare solo gli immigrati di cui ha bisogno mi sembra sbagliato...
    Il problema demografico italiano, ad ogni modo, non è quello della sovrapopolazione, ma quello dell'invecchiamento della popolazione.

    Hai ragione, la pensione integrativa è una NECESSITA' sin da oggi. Però c'è un problema: una popolazione anziana come quella che rischiamo di trovare in Italia tra 40-50 anni non potrà scampare di pensioni integrative. Coi soldi non si compera manodopera, se questa semplicemente NON C'E'! Possiamo avere tutti quanti un conto in banca multimilionario, ma se poi per andare a farci curare dagli specialisti migliori dobbiamo andare negli States... Se per colpa della diminuzione della popolazione attiva nessuno farà fruttare le nostre risorse industirali e culturali...
    Beh allora addio civiltà! I soldi sono un mezzo, non un fine.
    no guarda mi sa che non sono d'accordo: lo spauracchio della popolazione vecchia è un cavallo di battaglia della sinistra per giustificare le porte aperte a cani e porci (con la speranza che poi questi votino per la sinistra)
    ti consiglio di andarti a vedere il sistema inglese: la gente incassa in media 3-4 piccole pensioni (una statale e le altre private) e in più molti sono proprietari e affittano e hanno azioni delle ditte per cui hanno lavorato : la soluzione per delle pensioni private integrative che possano far campare un pensionato a vita ci sono: cominci lo stato a rinunciare al 15% del nostro salario ogni mese e questa bella sommetta la mettiamo ogni mese per 40 anni in un fondo pensione+ altri fondi vita+ azioni della ditta per cui si lavora o sia ha lavorato. Per quanto riguarda la sanità gratuita, nulla da eccepire ma qui i fondi sono altri : io parlo di abolire progressivamente l'INPS cosi' com'è e creare tante inps private che si fanno concorrenza e che possono offrire prodotti interessanti. secondo me come dice arbore=meno siamo meglio stiamo
    sarà che ho in mente la Svezia con il doppio del nostro territorio e 8 milioni di abitanti! ma per me se per il territorio che abbiamo fossimo 40 milioni non vedo tutto questo sconquasso

  6. #6
    roberto m
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    Citazione Originariamente Scritto da roberto m
    no guarda mi sa che non sono d'accordo: lo spauracchio della popolazione vecchia è un cavallo di battaglia della sinistra per giustificare le porte aperte a cani e porci (con la speranza che poi questi votino per la sinistra)
    ti consiglio di andarti a vedere il sistema inglese: la gente incassa in media 3-4 piccole pensioni (una statale e le altre private) e in più molti sono proprietari e affittano e hanno azioni delle ditte per cui hanno lavorato : la soluzione per delle pensioni private integrative che possano far campare un pensionato a vita ci sono: cominci lo stato a rinunciare al 15% del nostro salario ogni mese e questa bella sommetta la mettiamo ogni mese per 40 anni in un fondo pensione+ altri fondi vita+ azioni della ditta per cui si lavora o sia ha lavorato. Per quanto riguarda la sanità gratuita, nulla da eccepire ma qui i fondi sono altri : io parlo di abolire progressivamente l'INPS cosi' com'è e creare tante inps private che si fanno concorrenza e che possono offrire prodotti interessanti. secondo me come dice arbore=meno siamo meglio stiamo
    sarà che ho in mente la Svezia con il doppio del nostro territorio e 8 milioni di abitanti! ma per me se per il territorio che abbiamo fossimo 40 milioni non vedo tutto questo sconquasso
    se vogliamo proprio essere consevatori caro Ugo e continuare a vedere il modello inglese, ti segnalo che li' moltissima gente è proprietaria con un capitale iniziale del 5% e mutui a 35 anni e molti ne ricavano delle seconde case da affittare per integrare i loro guadagni: inoltre sulle tasse sulle rendite da affitti lo stato è poco rapace e anzichè esigere 20-25% come in Italia, richiede credo meno del 10%. non ti dico poi della facilità con cui queste propriétà possono essere rivendute e il plus valore guadagnato da chi vende: ormai le agenzie di consigli di compravendite di case pullulano: se per esempio in tale via tra due anni ci passerà un tram o un metro il valore dell'appartamento raddoppierà e cose del genere...

  7. #7
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    Piombini mi pare piuttosto ottimista sul futuro dell'Europa, sebene si dimostrri pessimista sulla situazione attuale. Quel che è certo è che l'attuale trend non può continuare così per molto: la crisi economica, a quanto credo, è alle porte, e con essa il brusco risveglio delle popolazioni occidentali addormentate nel loro benessere e il problema degli immigrati, che non sapranno cosa fare in paesi in piena crisi! Loro vengono qua per la ricchezza: ma se la ricchezza sparisce, o meglio, si concentra nelle mani di pochi, cosa faranno? Non verranno più, e forse alcuni se ne andranno negli USA, o in Russia.
    Spero che sia così. Penso che la cosa migliore da fare, in uno dei frangenti più difficili della nostra storia, sia difendere i nostri Valori e la nostra Civiltà. Sarà per la mia verde età, ma non trovo attuale parlare di pensioni integrative... è più utile incentivare le nascite...
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  8. #8
    roberto m
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    Citazione Originariamente Scritto da Andrea I Nemesi
    Piombini mi pare piuttosto ottimista sul futuro dell'Europa, sebene si dimostrri pessimista sulla situazione attuale. Quel che è certo è che l'attuale trend non può continuare così per molto: la crisi economica, a quanto credo, è alle porte, e con essa il brusco risveglio delle popolazioni occidentali addormentate nel loro benessere e il problema degli immigrati, che non sapranno cosa fare in paesi in piena crisi! Loro vengono qua per la ricchezza: ma se la ricchezza sparisce, o meglio, si concentra nelle mani di pochi, cosa faranno? Non verranno più, e forse alcuni se ne andranno negli USA, o in Russia.
    Spero che sia così. Penso che la cosa migliore da fare, in uno dei frangenti più difficili della nostra storia, sia difendere i nostri Valori e la nostra Civiltà. Sarà per la mia verde età, ma non trovo attuale parlare di pensioni integrative... è più utile incentivare le nascite...
    è il classico cane che si morde la coda: i giovani restano a casa dei genitori fino a 30-35 anni per la difficoltà a trovare lavoro e casa e quando mettono su famiglia trovare asili nido che possano occuparsi dei figli è quasi impossibile: per questo sempre più famiglie si accontentano del figlio unico (anch'io sono in questa situazione). Quindi la dinamica per rendere autonomi i giovani ad un 'età più verde permetterebbe poi di far più figli ma poi bisogna creare le strutture per i bambini.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da roberto m
    più spazio e miglior qualità di vita per tutti...
    Secondo me ti sbagli: l'invecchiamento e le diminuzione della popolazione porteranno anche ad una catastrofe economica.

    Segnalo quest'altro articolo di Piombini, pubblicato sempre sul DomenIcale qualche mese fa:


    CULLE VUOTE, I BIMBI SOLITARI DI DOMANI

    Inverno demografico in Europa e Terzo Mondo flagellato dal neomalthusianesimo. Rischiamo grosso: il collasso economico

    di Guglielmo Piombini

    Gli europei hanno deciso di estinguersi? È questa la domanda inquietante che circola sempre più di frequente nelle analisi sociologiche sul futuro dell’Europa. I vuoti demografici causati dai bassissimi tassi di natalità che si susseguono da decenni senza dar segni di ripresa vengono colmati da un numero crescente d’immigrati e c’è chi, come lo storico britannico Niall Ferguson, prevede l’entrata dell’Europa nell’area di civilizzazione islamica già alla fine del secolo attuale.
    In questa “Eurabia” prossima ventura, i non musulmani saranno ridotti in minoranza e trattati come dhimmi, cittadini di seconda classe.

    Lo scenario non è implausibile, perché i meccanismi demografici, una volta innescati, hanno una forza d’inerzia difficile d’arrestare. In 18 Paesi europei il numero dei decessi è già più alto di quello dei nuovi nati, e rispetto agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso le nascite si sono stabilmente dimezzate: in Italia, per esempio, sono scese da un milione a 500mila all’anno. Gli effetti dello spopolamento si faranno peraltro sentire fortemente quando queste generazioni già esigue entreranno nell’età riproduttiva.
    A quel punto, solo per stabilizzare la popolazione, ogni donna dovrebbe tornare ad avere mediamente 4 figli: un’ipotesi che oggi appare fantascientifica. In assenza di epocali cambiamenti economici e culturali, il Vecchio Continente si avvia quindi a perdere almeno 100 milioni di abitanti entro il 2050. Si calcola che, a quella data, 60 italiani su 100 non avranno fratelli, sorelle, cugini, zie o zii.

    Il suicidio demografico di un popolo in assenza di catastrofi naturali, guerre o carestie rappresenta un evento unico nella storia, ma non sembra preoccupare gl’intellettuali e i politici europei. Le élite progressiste e secolarizzate che oggi dominano la cultura del nostro mondo sono infatti ancora permeate da una mentalità antinatalista che per decenni hanno diffuso con fin troppo successo e non sono disposte ad ammettere la crisi di quel modello socialdemocratico europeo che appunto continuano a proporre come esempio per il globo intero.

    Il futuro? Debiti da incubo
    In realtà, le nazioni che nel secolo XXI non incoraggeranno le nascite verranno consumate dai debiti assistenziali e previdenziali, perderanno ogni capacità d’innovazione e vedranno scomparire la propria identità culturale. Lo spiega documentatamente e con grande efficacia lo studioso statunitense Phillip Longman in un libro che spazza via ogni equivoco sui presunti benefici sociali apportati dalle “culle vuote”, The Empty Cradle: How Falling Birthrates Threaten World Prosperity and What To Do About It (Basic Books, New York 2004).

    Ora, l’Europa si trova esattamente sull’orlo di questo precipizio, mentre gli Stati Uniti, grazie a una maggiore immigrazione e a un tasso di natalità superiore, a metà del secolo conteranno 400 milioni di abitanti. Il ragionamento di chi ancora coltiva filosofie di tipo malthusiano, in base alle quali meno nascite ci sono meno saranno anche le bocche da sfamare, ha il difetto di guardare solo agli aspetti immediati del problema, trascurando quelli di più lungo periodo. È vero che in un primo tempo, con meno bambini da nutrire, vestire ed educare, rimangono più risorse a disposizione degli adulti. Ma ben presto ci saranno anche meno lavoratori produttivi e più anziani inattivi che consumano molto più dei bambini.
    Negli Stati Uniti, rileva Longman, un bambino consuma in genere il 28% in meno di un adulto, mentre un anziano consuma circa il 27% in più; senza contare che mediamente le persone sopra i 65 anni ricevono dallo Stato circa undici volte di più dei minori di 18 anni.

    L’aumento della popolazione è quindi sempre stato, e sempre continuerà a essere, la fonte principale della crescita economica. Gli economisti possono costruire a tavolino modelli in cui l’economia cresce contemporaneamente alla diminuzione della popolazione, ma nel mondo reale questo non è mai successo e gli uomini d’affari lo sanno bene. Negli Stati Uniti, ricorda Longman, le nuove attività economiche vanno a insediarsi nelle aree dove la popolazione è in crescita, come la cosiddetta “Sun Belt”, ma evitano o abbandonano le aree delle Grandi Pianure che perdono popolazione. In generale, se la forza lavoro cala, la crescita economica è possibile solo se compensata da aumenti di produttività. Dato che in Italia il numero delle persone in età lavorativa crollerà del 41% nel 2050, la produttività di ogni lavoratore dovrebbe aumentare della stessa misura solo per mantenere una crescita economica zero: tutto questo, perdipiù, assoggettando i produttori a imposte sempre più alte per finanziare le spese previdenziali e sanitarie della popolazione anziana, il cui numero eguaglierà quello dei lavoratori in attività.

    Non sarà del resto solo un problema di soldi, ma soprattutto e anzitutto di capitale umano. Se anche infatti i sistemi pensionistici e assistenziali fossero per assurdo perfettamente finanziabili, l’invecchiamento continuerebbe comunque a costituire un depauperamento per la società. Il denaro è infatti solo un mezzo per convincere altri a fornire il cibo, cure mediche e tutto ciò di cui si ha bisogno; ma senza capitale umano, senza cioè persone capaci di produrre beni e servizi – quei beni e quei servizi –, il denaro in sé non ha alcun valore.

    Il capitale umano, l’eterna risorsa
    È illusorio sperare che lo sviluppo tecnologico risolva questi problemi perché le società in via d’invecchiamento sono destinate a perdere, e non ad aumentare, la propria produttività: da un lato perché le spese sociali assorbiranno sempre più risorse a scapito degl’investimenti privati; dall’altro perché la disponibilità al rischio, all’imprenditorialità e alla creatività è massima nelle persone di venti e trent’anni, e poi decresce con l’età.

    L’economia giapponese, in stagnazione perenne, ha per esempio perso la propria capacità d’innovazione proprio a causa dell’invecchiamento della sua forza lavoro e lo stesso sta accadendo all’Europa. Che cosa si può fare allora per scongiurare il declino dell’Europa? Secondo Longman, le cause della crisi demografica vanno ricercate nelle trasformazioni sociali prodotte dalla cosiddetta “rivoluzione culturale” degli anni Sessanta e Settanta. Gl’imponenti sistemi assistenziali edificati in quegli anni hanno infatti fortemente disincentivato la formazione di famiglie numerose. Si dice solitamente che la denatalità ha messo in crisi lo Stato sociale, ma forse è doveroso invertire il rapporto di causa ed effetto: è lo Stato sociale che ha contribuito a ridurre i tassi di natalità.

    I genitori sopportano per intero i costi del mantenimento dei figli, ma attraverso i sistemi sanitari e pensionistici pubblici i benefici vengono catturati dalla società nel suo insieme. Chi non fa figli può godersi molte più risorse nell’arco della propria vita, sapendo che in vecchiaia verrà assistito con i fondi messi a disposizione dai figli altrui: se però tutti ragionano così, non ci sarà più nessuno a tenere in piedi i sistemi di welfare. Non è un caso che la Svezia, il primo Paese europeo a instaurare uno Stato assistenziale “dalla culla alla bara”, sia stato anche il primo a conoscere un pronunciato calo della natalità, fin dagli anni Trenta.

    Faranno figli gli anticonformisti
    La crisi demografica ha però anche ragioni spirituali. Gli esiti nichilisti del moderno clima intellettuale relativista, materialista ed edonista, denunciato a gran voce da Papa Benedetto XVI, sembrano infatti aver estinto negli europei il desiderio di tramandare la propria eredità culturale, giudicata priva di valore o d’importanza. E oltretutto questi stili di vita secolarizzati vengono attivamente diffusi nel mondo attraverso i programmi di controllo delle nascite promossi dall’Unione Europea e dall’ONU. Anche per questo motivo diversi Paesi del Terzo Mondo hanno negli ultimi anni conosciuto un inaspettato e spettacolare calo della fertilità che ha costretto le Nazioni Unite a rivedere al ribasso le stime sulla popolazione mondiale.

    Da chi nasceranno allora i bambini? In larga misura da coloro che rifiutano di conformarsi alle regole economiche e culturali della società moderna: e così o perché essi non intendono evitare i costi legati alla creazione di larghe famiglie, oppure perché procreando ritengono di adempiere a un precetto di natura religiosa.
    La fede sembra infatti avere una rilevante incidenza nella decisione di avere figli. Negli Stati Uniti, ricorda Longman, quasi la metà di coloro che vanno a Messa ogni domenica ritengono che la famiglia ideale sia quella con tre o quattro figli, mentre tra i non praticanti la percentuale scende al 27%. Nello Utah abitato dai ferventi mormoni i tassi di fertilità sono i più alti del Paese: nascono annualmente 90 bambini ogni 1000 donne in età riproduttiva, mentre nel laicissimo Vermont, l’unico Stato a mandare un socialista al Congresso statunitense e il primo ad accettare le unioni gay, ne nascono solo 49.

    Ai tempi della caduta dell’impero romano il mondo aveva sperimentato un crollo della fertilità paragonabile a quello di oggi, ma con il tempo i cristiani, grazie alla predisposizione alla natalità, e al rifiuto d’infanticidio e aborto soppiantarono i pagani, diventando la forza culturale dominante. Le condizioni demografiche di oggi, insieme a qualche segnale di risveglio del cristianesimo, suggeriscono che una trasformazione culturale di simili proporzioni possa ripetersi. La Modernità potrebbe rimanere cioè vittima della propria “cultura della morte”.

 

 

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