Harrer, l'Himalaya e il Dalai Lama
I misteri dell'alpinista del Fuhrer


LE SUE prime imprese sulla montagna sono state con gli sci. Roba d'altri tempi, gli atleti calzavano gli stessi attrezzi per correre nelle gare di fondo, saltare dal trampolino o buttarsi giù da una pista di discesa libera. Bene, Heinrich Harrer era uno di loro, selezionato per la squadra olimpica austriaca ai Giochi di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Prova generale, per il regime nazista, di quelli estivi di Berlino. Si fosse limitato a quello, il nome di Harrer sarebbe uno dei tanti nella storia dello sci, non più noto del francese Emile Allais, che in quell'Olimpiade vinse il bronzo nella combinata alpina. Ma due anni dopo, il ventiseienne carinziano si ritrova legato alla corda del connazionale Fritz Kasparek e dei tedeschi Anderl Heckmair e Ludwig Vörg, nell'incubo gelato della parete nord dell'Eiger. Sono i primi a farcela e interrompono - ma non per molto - la catena di tragedie che sembrano tratte da un cupo romanzo gotico, tanto le imprese dell'alpinismo di lingua tedesca dell'epoca sono simili a una corsa verso la morte.

Di fronte a quella via logica e impegnativa, che attraversa la parete da destra a sinistra, considerata ancor oggi estremamente difficile, fremono d'invidia i grandi alpinisti di tutta Europa. Ma è il 1938, l'anno dell'ingresso delle truppe tedesche in Austria, la vigilia della seconda guerra mondiale. Difficile che un exploit come la salita della nord dell'Eiger non venga sfruttato da Hitler. Che infatti si affretta a congratularsi con i quattro e a premiarli con medaglia d'oro a Breslau, davanti a trentamila persone osannanti. In una foto, poco pubblicata dopo la fine della guerra, Harrer è impettito alla destra del Führer (in altre porta un gagliardetto con la svastica sullo zaino). È luglio, l'11 marzo precedente Harrer ha aderito al Partito nazista, qualche giorno dopo l'annessione dell'Austria, e il primo aprile è entrato addirittura nelle SS.

È una scelta convinta? O è stato solo un gesto - più d'uno, in realtà - opportunista? Va ricordato che nel 1939 parte l'ennesima spedizione tedesca alla volta del Nanga Parbat. A tirarne le fila è Himmler in persona, capo delle SS. Harrer, assieme a Peter Aufschnaiter, è tra i prescelti. Il suo compagno dell'Eiger Heckmair, ad esempio, no. Come siano andate le cose, almeno ufficialmente, è piuttosto noto: raccontate nel libro di Harrer, Sette anni in Tibet, sono state portate sullo schermo nel 1997 da Jean-Jacques Annaud, in un film hollywoodiano con Brad Pitt. La salita al più occidentale fra gli ottomila himalayani fallisce e allo scoppio della guerra Harrer e Aufschnaiter sono fatti prigionieri dagli inglesi. Riescono a scappare dal campo di concentramento indiano e raggiungono la città proibita di Lhasa, dove fra Harrer e il giovane Dalai Lama nasce un'amicizia durata fino a oggi. Una bella storia, quasi commovente, non fosse per i precedenti del personaggio. Quando i particolari della sua adesione al nazismo, alla vigilia dell'uscita del film, fanno rumore sui giornali americani, Harrer si difende scrivendo che "dopo la salita dell'Eiger noi non eravamo più padroni delle nostre decisioni. Era come se fossimo ostaggi. I nazisti avevano fatto di noi degli eroi, delle star, tanto che moltissimi pensavano che il partito ci aiutasse finanziariamente. Ma era completamente falso".

Sarà, ma Heckmair non si iscrisse al partito nazista. E Harrer, se ha ammesso i suoi trascorsi con la svastica, ha fatto ben poca chiarezza sulla spedizione al Nanga Parbat. È credibile che Himmler abbia organizzato nel '39 un viaggio in Himalaya solo con un intento alpinistico, quando l'anno precedente aveva inviato una folle missione scientifica a Lhasa, convinto che i tibetani fossero i discendenti degli ariani rifugiati in Himalaya alla distruzione di Atlantide? No, non è credibile, ma l'anziano alpinista non ha mai voluto dire nulla di più. Heinrich Harrer è morto a Friesach, nel sud dell'Austria, aveva 93 anni.

(11 gennaio 2006)