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    Predefinito Carlo Sgorlon se ne è andato

    La lezione di un autore mai schierato, alfiere del sacro, nemico del nichilismo

    Addio È morto il romanziere superpremiato ma snobbato dai critici per pregiudizi ideologici Raccontava l'arcano, il mondo contadino. E fu il primo a sollevare il velo sulle foibe

    Sgorlon e le sue leggende che spiegano il marcio di oggi

    L'ultima volta che ho ricordato in pubblico Carlo Sgorlon è stato a Manosque, in Provenza, all'annuale incontro degli amici di Jean Giono. Pensavo che gli amici dell'autore dell'«Ussaro sul tetto» avrebbero potuto anche essere amici dell'autore del «Trono di legno». Sgorlon, nel suo Friuli, è stato uno scrittore della famiglia di Giono e di quanti, abitando in un territorio limitato, periferico, di confine, sono riusciti mirabilmente a farne un territorio dell'anima, una fonte ricchissima di ispirazione, una rappresentazione alta e drammatica, e nondimeno felice, della condizione e del destino dell'uomo. Grande narratore naturale, epico, fluviale, innamorato della tradizione e del mito, sensibilissimo al sacro e al divino, Sgorlon sin dall'inizio si trovò isolato in Italia. Non gli mancarono i successi, ebbe lettori e premi in quantità. Era capace di toccare temi arcani e di grande attualità, parlava di antiche leggende e della condizione della natura oggi, natura di cui si propose subito come appassionato difensore contro gli scempi della industrializzazione e dello sfruttamento. Era affascinato dal tema delle migrazioni di popoli, seppe trattarne con una potenza epica e visionaria davvero biblica. Anima religiosa, cultore della civiltà contadina, non nascose mai di essere un conservatore. Ricordo in certe nostre conversazioni, durante i nostri incontri rari ma sempre così ricchi di comunicazione e di simpatia umana e intellettuale, la sua ammirazione per il lavoro artigianale ben fatto, per chi sapeva costruire un muro con le proprie mani, per madri che partorivano e nutrivano con amore numerosi figli. Era un conservatore atemporale, anarchico, un uomo che poteva parlare con la voce di Omero e di Mosé. Ed era un uomo libero, capace di andare sino in fondo nelle sue idee, di coltivare sino in fondo la sua poetica. Perché Sgorlon non fu quel semplice affabulatore popolare che una certa critica volle vedere in lui. Sgorlon, e fu la prima cosa di cui parlammo quando ci conoscemmo, più di venti anni fa, aveva una concezione letterariamente alta del romanzo e della letteratura, che però entrava in collisione con le idee correnti, con il conformismo diffuso, con le conventicole dominanti. Sgorlon aveva elaborato una visione epica, mitica, propositiva dell'attività dello scrivere. Nella sua casa di Udine, sdraiato sul letto, come mi raccontò una volta, lavorava ininterrottamente, potentemente, a pagine che comunicassero emozioni, passioni, avventure, anche corali, ancestrali, legate a tradizioni e culture lontane e da disseppellire dall'oblio. Oltre all'epopea mitica e contadina del «Trono di legno» e «Gli dèi torneranno», affrontò anche le tragedie della storia, come quella terribile delle foibe di Porzùs nella «Malga di Sir», e in uno dei suoi ultimi grandi romanzi, «L'alchimista degli strati», partì dal suo Friuli per toccare paesi lontani come gli Emirati Arabi e temi come quelli delle risorse energetiche e del rapporto con l'Islam, rivelando più freschezza e più lungimiranza di tanti romanzieri oggi di moda. Nella sua autobiografia intitolata «La penna d'oro» manifestò la sua delusione per una società letteraria che non gli riconosceva un ruolo adeguato, per un Friuli che lo dimenticava. Ne nacque, a dire il vero anche un po' per causa mia, una polemica molto accesa. Era la posizione di Sgorlon, era il suo non essersi mai schierato dalla parte del pensiero omologato e conformista della sinistra culturale che aveva provocato certe diffidenze e certe dimenticanze? E allora venne fuori chiaramente che Sgorlon non era di nessuna parte. Come tutti gli uomini liberi, come tutti gli scrittori veri e onesti, perseguiva le proprie idee incurante di convenienze e di obiettivi di potere da raggiungere. A me mancherà moltissimo un interlocutore come lui, con cui potevo intendermi, nonostante la diversità di certe posizioni, sui temi essenziali del mito da far rivivere, della natura da salvare, dell'umanità da trattenere sul ciglio del nichilismo e della disumanizzazione. Mi mancherà quella sua voce ultimamente affaticata ma ancora un po' rotonda e baritonale, quella sua apertura generosa verso il mondo, quella sua limpida fedeltà a se stesso.

    Il Tempo - Spettacoli - Sgorlon e le sue leggende che spiegano il marcio di oggi

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    Predefinito Rif: Carlo Sgorlon se ne è andato

    da: Il Gazzettino Martedì, 24 Dicembre 2002

    La povertà dell’Uomo moderno che si è proclamato re dell’universo, separandosi dalla natura e dalle tradizioni
    C'è il sacro dietro la vera ecologia
    È la scienza più importante del nostro tempo, tentato dalla corsa all’autodistruzione


    di CARLO SGORLON

    Io sono un ecologista da sempre, ossia da quando cominciai a riflettere seriamente sui fatti e i problemi del mondo. Questo coincise con quella che Giorgio Pasquali, nelle sue celebri "Stravaganze", pubblicate da Neri Pozza, definì la nostra "seconda nascita", che coincide, naturalmente con la maturazione fisica. Verso i 15 anni cominciai a chiedermi dove avremmo seminato il grano e le patate tra un secolo, se dappertutto si costruivano case, strade e capannoni.

    Era una domanda "ecologica", ma io non lo sapevo, perché fino ad allora non avevo mai sentito nemmeno pronunciare la parola. Come tutti gli ecologisti sono anche un "geopatico", ossia uno che soffre per le ferite inferte alla natura dall'uomo, o anche dalle forze cosmiche, che sviluppano le loro interne, sterminate possibilità.

    Forse, se fossi vissuto all'epoca di Dante, sarei stato anche un "geomante", che il grande fiorentino cita una volta nella sua Commedia. Il mio essere fa tutt'uno con il nostro pianeta e con la natura, di cui mi sento una infinitesima parte. Io non sono in guerra con l'Essere, come accade spesso all'uomo moderno, specie a quello che possiede una mentalità ruvidamente esistenziale.

    Pur disponendo di infinite conoscenze e comodità più dell'uomo antico, i moderni sono più infelici. Le ragioni sono tante. La principale è forse che essi, anziché cercare e privilegiare il senso dell'armonia con il mondo, si sentono in guerra con l'essere e con il destino.

    Hanno ucciso gli dei e i demoni, hanno cancellato il Bene e il Male, sono dominati dal sentimento del Nulla, del Vuoto, dell'Insignificanza delle cose. In moltissimi moderni si sente lo stridere della "infinita vanità del tutto". La loro vitalità è deviata, alienata, inibita. Perciò si drogano, pur conoscendo le conseguenze di quella scelta terrifica, che getta in un abisso di disperazione anche la famiglia, gli amici, e crea problemi gravissimi alla società.

    L'uomo moderno ha bisogno di dare uno scopo e un senso alla vita. Ma non soltanto un fine individuale, egoistico, come quelli indicati dalle famose quattro "S": il sesso, il successo, i soldi, lo scettro (del potere). Non mi si venga a dire che non vi sono più scopi degni a questo mondo. Salvare la terra dall'inquinamento e dalla distruzione della vita non è forse lo scopo degli scopi?

    L'ecologia, è la scienza più importante del nostro tempo; più dell'economia, più della politica, più della medicina, più dell'elettronica, perché se non riusciremo a salvare la terra, se il pianeta entrerà in agonia, se gli uomini e le forme superiori della vita animale e vegetale scompariranno, non ci sarà più alcuna scienza e non servirà alcuna attività conoscitiva, pratica o creativa.

    Per salvare la terra bisogna entrare nella mentalità e nel comportamento ecologici in forme totalizzanti, senza alcuna riserva. È necessario cambiare cultura. Probabilmente il progressivo distacco dell'uomo dall'Essere è da imputare alle filosofie moderne, quelle soprattutto che teorizzano in modi radicali la centralità dell'uomo sulla terra, anzi nell'universo intero, quelle per le quali l'uomo è il re dell'universo, il legislatore dei valori, delle regole, della razionalità, dell'economia ecc.
    Io provo da subito una forte diffidenza per quelle filosofie che pongono l'uomo e la sua attività spirituale o pratica in una centralità assoluta, che comporta anche una totale immanenza.

    Quando l'uomo si è proclamato re e imperatore dell'universo, e si è messo la corona in testa da sé, (come fece Napoleone a Notre Dame nel 1804, togliendola dalle mani del Papa, che aveva costretto a venire a Parigi proprio per questo) sulle prime attraversò un periodo di grande euforia. Aveva una "sindrome prometeica".

    Diventò ubriaco di superbia, per la sbornia filosofica che si era presa. Quella superbia toccò l'acme con Fichte, che arrivò a concludere che «l'Io crea il Non Io»; come dire che la Realtà è creata dal pensiero dell'uomo.

    La sbornia umanistica durò a lungo, Marx, il positivismo, i celebratori del progresso mostrano di risentire ancora dei suoi effetti. Le cose cominciarono a cambiare soltanto con il declino del Positivismo. Herbert Spencer concluse la sua teoria della conoscenza con una malinconica profezia: «Ignorabimus», come dire che gli uomini sarebbero stati sovrastati dal mistero per sempre. Roberto Ardigò si uccise per angoscia esistenziale a 90 anni suonati.
    Le cose diventarono poi assai più drammatiche con l'avvento delle filosofie esistenzialistiche atee, (Heidegger, Sartre).

    L'uomo s'era fatto re di un regno vuoto ed inutile. Si era collocato sopra un trono serpeggiato da paure di ogni genere, o della follia, come quello di Macbeth. Il fatto è che l'uomo è un re triste, perché non basta a se stesso. Purtroppo la cultura moderna ha buttato a mare, come inutile zavorra, non soltanto il sentimento della trascendenza, ma anche quello del mistero, della sacralità dell'Essere e della vita, dell'armonia che dovrebbe esistere tra l'individuo e il cosmo; quell'armonia che spesso è alla base della grande arte.

    All'uomo di oggi, re e imperatore del creato, ma triste, vuoto, privo di valori, il sentimento che manca è proprio quello della sacralità. Purtroppo anche i Verdi e gli ecologisti in genere ne sono privi.

    Commettendo un errore politico e filosofico, i Verdi europei si sono schierati con i marxisti, o ex marxisti laici, ossia proprio con quelli che, con il loro umanesimo iperbolico e con il loro iperbolico laicismo, hanno grandemente contribuito a distruggere la sacralità, ed hanno il massimo disprezzo per la natura, creatrice di ingiustizie e disparità fra gli uomini, che va "corretta" in tutti i modi possibili.

    In Germania circolava un proverbio.
    Se gratti ben bene un Verde, finirai per trovare un Rosso. Io sono amico dei Verdi, e condivido molte delle loro convinzioni e dei loro comportamenti. Ma se uno mi sbuccia, in me troverà sempre un fortissimo senso di sacralità, senza il quale ogni ecologia è zoppa, sorda e imperfetta.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Carlo Sgorlon se ne è andato

    r.i.p.


    Ultima modifica di sciadurel; 29-12-09 alle 09:04

  4. #4
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    Predefinito Rif: Carlo Sgorlon se ne è andato

    In effetti non si poteva lasciar passare in silenzio
    la morte di Sgorlon.
    Negli anni '60 e '70, mentre l'Europa guardava ad Oriente
    o ad Occidente per cercare modelli da imitare
    lui aveva iniziato a cercare quant'era rimasto di buono in casa.

 

 

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